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Esame di stato: la maturità ai tempi del coronavirus

Cosa pensano i maturandi 2020 del loro futuro esame di Stato al tempo del coronavirus? Quali preoccupazioni sono legate a questo momento tanto atteso e temuto?

Grazie all’esperienza diretta con loro è stato possibile confrontarsi e riflettere su questo tema. I ragazzi 2001 non si limitano a manifestare entusiasmo per un esame light, ma riportano numerose e più profonde considerazioni.

Abbiamo intervistato Giada Sera, Psicologa e Psicoterapeuta di Vivavoce, che ha raccolto le esperienze dei maturandi del 2020.

Come sarà l’esame di stato quest’anno?

I ragazzi rispondono prontamente riportando le ultime notizie sentite al telegiornale o inoltrate loro da genitori o compagni, ma concludono sempre sottolineando dubbi relativi alla struttura, alla modalità di studio e di valutazione.

I ragazzi stanno sperimentando emozioni contrastanti, in primis derivanti dall’incertezza: “Cosa dovrò affrontare?”.

Si sono preparati per cinque anni all’esame di Stato – all’idea di studiare per ore e ore, a serate dedicate a scrivere tesine ed elaborati, alla temuta seconda prova di indirizzo, all’immagine dei banchi nei corridoi, alla tensione nel momento in cui viene aperta la busta ministeriale, alla famosa notte prima degli esami e infine al paventato orale.

In questo senso, i maturandi di quest’anno non sanno cosa li aspetta.

Ad oggi si inizia a definire la struttura – una singola prova orale – ma rimane ancora incerta la modalità, a distanza o in presenza. Si può immaginare come tale situazione si sta ripercuotendo sugli animi fragili dei maturandi.

Infatti, se prima l’ansia era legata esclusivamente all’impegnativa preparazione e alla prestazione, ora è legata anche al non sapere cosa succederà.

Cosa pensano i ragazzi in una singola prova orale, in presenza o a distanza?

Sulla base del decreto legge n. 22 dell’8 aprile 2020, l’esame di Stato consisterà in un’unica prova orale.

Alcuni ragazzi si sentono tranquillizzati per il fatto di avere una prova sola invece di tre e di avere la commissione interna. In molti sono sicuri di aver maggior comprensione da parte dei professori o addirittura di avere la promozione assicurata.

Al contrario, chi ha sempre sofferto maggiormente le interrogazioni rispetto alle verifiche scritte riporta una maggiore ansia. Essa è dovuta all’idea di essere valutato su un’unica prova orale, al pensiero di avere una commissione di fronte o al timore che, data la  difficoltà nell’esposizione orale, la modalità a distanza renda tutto più difficile.

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Ma la riflessione dei maturandi va oltre la prova d’esame. Molti di loro infatti, ci riportano  anche considerazioni ed emozioni legate all’esperienza dell’esame di maturità. Sperimentano, in particolare un’emozione di tristezza.

  • È diffusa la sensazione di “perdita” di un evento, di un momento che è una tappa fondamentale nella vita di ogni adolescente. Sulla notte prima degli esami si sono girati film e scritte canzoni. L’attenta valutazione e l’aspettativa creatasi nella loro testa verrà totalmente capovolta lasciando l’amaro in bocca.
  • Un altro aspetto riportato con maggior sofferenza riguarda “l’ambiente classe”. I maturandi del 2020 hanno perso la possibilità di vivere gli ultimi mesi con i compagni e la sensazione di euforia mista a malinconia dell’ultimo giorno di scuola e del grido di liberazione al rintocco dell’ultima campanella.

Queste piccole esperienze scandiscono in realtà un momento importante, perché ci hanno dato e danno ai ragazzi di oggi la consapevolezza di un rito di passaggio, della fine di un percorso e l’inizio di un altro.

La situazione di emergenza sanitaria legata al coronavirus ha interferito con molti aspetti rituali delle nostre vite. E questo è ciò che succederà ai ragazzi del 2001.

Come poter gestire al meglio questo evento?

Possiamo dare ai maturandi alcune indicazioni pratiche su come gestire queste emozioni.

  • Riconosci cosa provi. chiediti che emozioni stai esperendo? Dove le percepisci nel corpo? E quale è il contenuto dei tuoi pensieri?
  • Accetta quello che provi. Ansia e tristezza vengono comunemente etichettate come emozioni “negative”: cerchiamo sempre di non provarle o di “eliminarle” il prima possibile. In questa situazione sono assolutamente congrue quindi, riconoscile e accettale come normali rispetto a questo evento invece di rifiutarle.
  • Datti l’obiettivo di gestire le emozioni, non eliminarle. Ricorda che eliminare le emozioni è impossibile e soprattutto poco utile. Le emozioni hanno un loro scopo e, se gestite bene, sono necessarie. L’ansia per un esame è normale: ti permette di prepararti al meglio, di dedicarci tempo e attenzione i giorni prima invece di stare al pc o alla tv. Quindi:
    • Valuta l’attivazione fisica delle emozioni e prova a ridurla. Cosa significa? Ad esempio, se quando sei agitato il battito cardiaco aumenta e inizi a sudare maggiormente, prova a ristabilire cicli respiratori adeguati rallentando il ritmo e aumentando il tempo destinato all’espirazione;
    • Valuta la natura dei tuoi pensieri e come questi determinino le emozioni che proviamo e la loro intensità. Una volta identificati, prova a ragionare su quale di questi pensieri ti è più o meno utile nel gestire le tue emozioni.

Ad esempio, se mi ripeto che devo assolutamente studiare il capitolo in un’ora o che se non prendo un determinato voto non valgo, l’emozione di ansia sarà sicuramente più intensa. Diverso è se reputo preferibile studiare il capitolo in un’ora, o se penso che nel caso in cui prendessi un voto in meno questo non determinerà il mio valore come persona. Le doverizzazioni e il valutarci per un singolo comportamento non sono pensieri utili.

  • Prova a creare una piccola ritualità che ti aiuti, per quanto possibile, a delineare quel momento di “passaggio”: una video chiamata con i compagni l’ultimo giorno, un ripasso “a distanza” i giorni prima dell’esame. Potete programmare un’uscita appena sarà possibile, festeggiare in casa con la famiglia questi momenti.

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Linguaggio dei bambini: 10 domande alla Logopedista

Il linguaggio dei bambini è uno dei temi più sensibili per i genitori. Ritardi, difficoltà, o addirittura mutismo provocano facilmente – e comprensibilmente – preoccupazione e disorientamento. 

Quando è necessario intervenire? A chi è bene ricolgersi? Durante il Webinar dello scorso 23 Aprile , Come migliorare il linguaggio del bambino stando a casa, abbiamo raccolto le domande più frequenti dei genitori.

Risponde la Dottoressa Marina Vai, Logopedista.

Mio figlio non parla: quando mi devo preoccupare?

Il processo evolutivo fisiologico di apprendimento del linguaggio comporta il raggiungimento di alcune tappe a partire dall’anno di vita. Da questo momento è importante osservare un aumento progressivo del vocabolario, un miglioramento nell’articolazione dei suoni e una sempre maggiore capcità di strutturare la frase.

A tre anni, all’inizio della scuola dell’infanzia, il bambino deve avere un inventario fonetico adeguato, deve formulare frasi strutturate e rispondere alle domande dell’adulto in modo corretto.

Se questo non avviene, è consigliabile rivolgersi ad un centro di Neuropsichiatria Infantile.

A chi mi devo rivolgere se mio figlio presenta solo un ritardo del linguaggio e non nel comportamento?

E’ il Neuropsichiatra infantile il medico che può fare un’anamnesi corretta.

Egli effettua l’esame neurologico, prescrive accertamenti diagnostici, indica le valutazioni logopediche e psicomotorie da fare, e insieme a un’equipe di professionisti formula la diagnosi.

Quali sono le tappe di sviluppo  del linguaggio?

Generalmente a 4 mesi un bambino inizia il vocalizzo.

A 8 il bubbling o lallazione, che consiste nella ripetizione di più sillabe. Più il bubbling è variato più il bambino avrà una facilità articolatoria futura.

A 12 mesi iniziano le prime parole. All’età 20 mesi un bambino utilizza in media 50 parole e formula le prime frasi contratte (due parole per una frase intera senza verbo.

Le prime frasi compaiono tra i 24 e i 30 mesi. E a 3 anni la frase dovrebbe essere completa.

Leggi anche Sviluppo del linguaggio nei bambini: le tappe fondamentali

Mio figlio struttura la frase completa, ma non pronuncia alcuni suoni. Cosa devo fare?

Se il bambino non pronuncia alcuni suoni, ne inverte altri e/o li sostituisce è consigliabile rivolgersi a un Neuropsichiatra Infantile, già a partire dai 3 anni.

Il bambino potrebbe infatti presentare un disturbo specifico nella capacità di co-articolare i suoni del linguaggio.

Alle volte, solo i fonemi /sta/ /spa/ /sca/ /r/ /cia/ e /gia/ tardano a comparire nell’articolazione del bambino .

Non sottovalutiamo, poi, il fatto che un linguaggio poco intelleggibile, potrebbe provocare nel bambino delle difficoltà comunicative che provocano frustrazione edisagio.

Il ciuccio interferisce con il linguaggio?

Il ciuccio impedisce l’allenamento della muscolatura orofacciale,  impedisce la corretta posizione della lingua nell’articolazione dei suoni del linguaggio (foni) , può creare palato ogivale, morso aperto e deglutizione disfunzionale.

Se non si elimina, il bambino avrà bisogno presto di un intervento ortodontico e logopedico che corregga punto e modo di articolazione dei foni alterati.

Mio figlio utilizza il dito come ciuccio. Come posso farlo smettere?

Il bambino che utilizza il dito stimola il recettore palatino che è posto dietro la papilla interincisiva dell’arcata superiore. Questo recettore chiamato spot palatino invia stimolazioni importanti al cervello.

Bisogna dunque sostituire questa stimolazione con esercizi che vadano a stimolare lo spot palatino e togliere piano piano l’uso del dito.

Mio figlio non comprende delle indicazioni semplici che gli comunico. Cosa devo fare?

Ci sono bambini intelligenti che hanno un disturbo di comprensione che va valutato il prima possibile da un Neuropsichiatra infantile, anche per escludere difficoltà reali di interazione e comunicazione.

Solitamente il disturbo di comprensione si accompagna ad altre difficoltà di linguaggio che vanno prese in esame.

Cosa fare per aiutare il racconto il bambino di 5-6 anni che utilizza pochi vocaboli e frasi semplici?

Si possono utilizzare libretti con favole o racconti purchè siano molto figurati, raccontando con enfasi ogni figura e successivamente far raccontare al bambino.

In alternativa, è possibile utilizzare anche video molto brevi, audiolibri, o cartoni, purché si guardino e coommentino insieme.

È importante enfatizzare quanto accade, raccontate insieme al bambino quanto fatto durante la giornata impostandolo come un gioco.

Leggi anche Come stimolare il linguaggio dei bambini a casa

È corretto attendere l’ultimo anno di asilo per una visita dal logopedista?

I ritardi di linguaggio possono provocare in seguito delle difficoltà di letto-scrittura.

Conviene quindi muoversi molto prima dell’ingresso in scuola primaria. Al limite, è possibile fare un primo consulto con una logopedista di comprovata esperienza che possa fare una prima valutazione, dare delle indicazioni e inviare dalla Neuropsichiatra Infantile.

Questo può dare una conferma del ritardo, tranquillizzare i genitori ed indirizzare nel miglior modo possibile.

Le strutture pubbliche hanno lunghe liste d’attesa. Cosa faccio?

C’è la possibilità di mettersi in lista d’attesa nel pubblico ed intanto rivolgersi a centri di Neuropsichiatria Infantile privati.

È sempre possibile possibile rivolgersi alla logopedista, ma è importante avere la consapevolezza che il suo intervento non è esaustivo.

Per essere sicuri del professionista al quale ci si rivolge è possibile consultare il sito della FLI (Federazione Logopedisti Italiani) oppure al nuovo Albo. I Logopedisti ed i Neuropsicomotricisti devono essere assolutamente iscritti  all’Albo che è stato istituito nel 2018 per le professioni sanitarie.

 

L’équipe multidisciplinare di Neuropsichiatri Infantili, Psicoterapeuti e Logopedisti del Centro Medico Vivavoce prende in cura bambini e adulti che soffrono di balbuzie, di problemi legati alla voce e al linguaggio, e alla sfera psicologica ed emotivo-comportamentale.

Per maggiori informazioni scrivi a info@vivavoceinstitute.com.

 

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Burnout universitario: cos’è e come si riconosce

Il burnout universitario è un tema tanto diffuso quanto poco osservato e studiato in chiave sistemica. Questo fenomeno, infatti, non è slegato da quello molto più seguito e documentato dei Neet – dall’acronimo inglese “Not in education, employment or training” – dunque quello dei giovani inattivi o “sdraiati”.

Per comprendere meglio questo fenomeno, abbiamo rivolto qualche domanda a Lucia Ivona, trainer, counselor e coach che da anni lavora a stretto contatto con gli universitari, fornendo percorsi individuali di potenziamento delle capacità di studio e di concentrazione.

Cos’è la sindrome da burnout?

Si parla sempre più spesso di burnout in termini lavorativi.

Il termine burnout nasce negli Stati Uniti alla fine dello scorso millennio, per identificare un insieme di disturbi psichici, derivati da situazioni di eccessivo stress, individuabili nei lavoratori impegnati nelle professioni cliniche e di aiuto.

Successivamente, con l’aumento degli studi e delle ricerche, negli Stati Uniti così come in Italia e in Europa, il suo significato si è ampliato.

Si è identificata con sindrome di burnout ogni situazione di disagio psichico dovuta ad uno stress lavorativo eccessivo.

Tale terminologia è stata estesa al campo di tutte le professioni.

Fu Cristina Maslach, psicologa e sociologa dell’università di Berkeley, in California, a proporre per prima un modello per evidenziare i sintomi e i disturbi psichici attribuibili a tale sindrome.

Quali sono? Te li elenco brevemente.

  • Esaurimento emotivo, ovvero sentimento di stanchezza e di svuotamento di ogni tipo di energia fisica e psichica.
  • Depersonalizzazione, ovvero perdita di ogni atteggiamento positivo verso sé stessi, verso il mondo e verso gli altri.
  • Mancanza di realizzazione professionale, ovvero sentimenti di frustrazione, rabbia, calo di autostima e desiderio di cambiare o di abbandonare il lavoro.

Quali sono le conseguenze del burnout negli studenti?

Rileggendo i tre punti del modello della Maslach e pensando sgli universitari, possiamo cogliere alcune analogie di comportamento.

E a comprendere meglio come il burnout possa investire anche la vita degli studenti universitari, ci aiuta Enrico Montanari. 

Oggi infatti con il termine Burnout identifichiamo una situazione in cui non si riesce ad affrontare lo stress, cosa che può avvenire in un campo dove si hanno molteplici responsabilità, ma anche quando ci si prefigge obiettivi troppo alti da raggiungere o quando si entra in crisi lungo il percorso verso il traguardo.

Questa appena descritta è la situazione in cui non di rado possono trovarsi i nostri giovani. Specialmente quelli iscritti al primo o al secondo anno di università!

Perché mai dico questo? La mia è una osservazione sul campo iniziata circa dieci anni fa, insieme alla mia professione di coach.

Molti studenti si sono negli ultimi dieci anni rivolti a me, spinti dall’esigenza di trovare una soluzione al loro blocco negli studi.

Non di rado sono stati i loro genitori a farlo, mossi dalla frustrazione e dall’impossibilità di sostenere a lungo una situazione economicamente e psicologicamente difficile.

Un figlio iscritto all’università che non sostiene più gli esami, non segue più le lezioni, non riesce a stare dietro agli appelli e al contempo non vuole modificare la sua situazione aprendosi all’aiuto, presenta ai genitori un prezzo altissimo da pagare in termini economici e psicologici.

Il giovane stesso in questa situazione di burnout inconsapevole e non diagnosticato, è portatore di una grandissima sofferenza psichica.

Ma perché un soggetto giovane che studia dovrebbe correre il rischio di burnout?

Le motivazioni possono essere diverse.

Molto spesso, le cause del burnout universitario sono annodate con problematiche di fatica psicologica pregresse e affondano le radici nella nostra attuale cultura educativa e sociale.

I nostri giovani, fin troppo tutelati e protetti, sono poco avvezzi alla gestione prolungata delle fatiche e degli impegni.

Nativi digitali, hanno maturato deficit di attenzione e incapacità di tenuta della concentrazione.

Il carico di impegni e la gestione dei ritmi di studio presentano al giovane studente appena uscito dal liceo un conto troppo alto da pagare in termini di tempo, di capacità organizzativa, di gestione dello stress e di risoluzione di problemi complessi.

Cosa succede quando questi ragazzi arrivano in università?

Inconsapevoli delle proprie scelte e delle proprie reali motivazioni e inclinazioni, carenti nella gestione organizzata del tempo e degli spazi, fanno fatica ad organizzare lo studio, a programmarsi gli esami, a conciliare le esigenze di vita e di svago con il ritmo e la cadenza delle lezioni.

Si approcciano agli studi universitari con quella velata onnipotenza di chi crede di sapere già tutto o molto,  lievitati sotto l’egida di una immagine di sè stessi, se non del tutto ideale, quanto meno enormemente distante dalle istanze reali.

Le basi sulle quali si fonda la loro forza, la loro energia e la loro motivazione sono dunque molto fragili.

Non sanno bene cosa vogliono dagli studi, spesso non hanno una idea, nemmeno vaga, di cosa vorrebbero diventare o di dove potrebbero arrivare.

Davanti alle prime difficoltà e ai primi esami non passati, quella che è una crisi esistenziale rintracciata già da tempo li travolge fino a paralizzarli. E li conduce in uno stato di stagnazione e immobilità che aumenta la spirale di demotivazione, esaurimento emotivo ed allontanamento dallo studio.

Quali sono le conseguenze di questa immobilità?

Accade che non riescono più a studiare, ma non sanno come ripartire.

Gli studenti incappati nel burnout universitario non proseguono negli studi, ma nemmeno scelgono di  ri-orientare il proprio percorso.

Il burnout, appunto.

Nel nostro Paese sono specialmente i giovani, nello specifico il 10% dei circa 8 milioni e 200 mila tra i 12 e i 25 anni (ISTAT 2018), che dichiarano di non essere soddisfatti della propria vita e di non trovarsi in uno stato mentale ottimale.  

Possiamo dire che la sindrome da burnout può insorgere negli studenti universitari e che molto spesso essa provoca un calo di motivazione tale da indurre, nei casi di maggiore gravità, all’abbandono degli studi universitari.

All’abbandono, però, spesso non segue la ricerca di un nuovo percorso di formazione, di orientamento, di presa in carico della propria sofferenza psichica o di ingresso nel mondo del lavoro.

Gli studenti in burnout non diagnosticato vanno dunque ad incrementare il numero dei neet che nella nostra società è già abbastanza elevato.

Secondo la tua esperienza e i dati a disposizione, quanto è pervasivo questo fenomeno?

Il malessere è stato riconosciuto anche dall’OMS ed è sempre più drammaticamente diffuso.

In America, negli ultimi anni è stata riconosciuta questa sindrome anche negli studenti universitari, i quali hanno permessi speciali per poter stare a casa e soprattutto a riposo.

Incrociando i dati di Eurostat con quelli dell’Istat, che riguardano la fascia 15-34 anni, il numero dei Neet in Italia supera i 3 milioni.

È, in effetti, un dato preoccupante.

Ed è alla luce di questo dato, che è importante riflettere sulle possibili soluzioni per aiutare i nostri giovani studenti e le loro famiglie a superare il burnout, soprattutto in questo momento di grande complessità, un momento straordinario.

perché, come scrive Montaigne:

L’anima che non ha uno scopo stabilito si perde: di fatto, come si dice, essere dappertutto è non essere in alcun luogo.

 

Fonti

Michele Serra, Gli sdraiati, Feltrinelli 2015

Daniel Goleman, Focus, BUR 2014

Miguel Benasayag e Gérard Schmit, L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli 2005

Michel de Montaigne, Saggi, Libro 1, cap. 8, Adelphi 1992, Pag.39

Rapporto Eurostat sui Neet, 2018

 

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Fase due: il ritorno alle abitudini tra entusiasmo ed ansia

Fase due ormai dietro l’angolo: è per tutti una buona notizia?

Il lockdown del 9 marzo aveva portato con sè una sensazione di soffocamento ed inquietudine. Ci sembrava impossibile lavorare da casa o rinunciare all’aperitivo con gli amici.

Ma oggi, alle porte del 4 maggio e della fase due, il probabile ritorno alla normalità provoca in tanti di noi emozioni simili. Perché?

Perché ci preoccupa la fase due

Ci siamo adattati a nuove condizioni.

In biologia

l’adattamento indica la facoltà degli organismi viventi di mutare i propri processi metabolici, fisiologici e comportamentali, consentendo loro di adattarsi alle condizioni dell’ambiente nel quale vivono.

La flessibilità ad adattarsi alle diverse situazioni è fondamentale per l’uomo. Gli permette, infatti, di rispondere al meglio alle richieste lavorative quando muta il contesto aziendale, o di cambiare il comportamento in base all’interlocutore.

Dopo due mesi, le nostre abitudini sono cambiate. Posizionarci in salotto per lavorare e organizzare aperitivi a distanza su Zoom: questa è la nostra nuova realtà.

Cosa proviamo quando dobbiamo ri-adattarci

Un nuovo adattamento provoca emozioni contrastanti

Da una parte, l’entusiasmo di poter vivere questa primavera a pieno e riavere la nostra libertà. Dall’altra, l’ansia all’idea di riprendere la quotidianità al di fuori del piccolo mondo che avevamo creare.

Dopo lockdown e smartworking, cocooning è il termine anglosassone che sembra poter descrivere al meglio la situazione attuale. Esso indica la tendenza a chiudersi nel proprio bozzolo.

Questo atteggiamento è significativo soprattutto per chi aveva già qualche timore del mondo esterno. Ad esempio, chi viveva con fatica il lavoro, le relazioni sociali o l’ambiente universitario, in questi mesi probabilmente si è sentito più sereno e leggero, in quanto giustificato a non esporsi alla situazione temuta.

All’idea di un imminente ritorno alla normalità potrebbe quindi sperimentare maggiore ansia, come conseguenza dell’evitamento forzato.

Fase due: come affrontare al meglio il post lockdown

Ecco cosa possiamo fare per non farci prendere dall’ansia

  • Chiediamoci cosa proviamo e cosa pensiamo. Quello che proviamo è determinato da quello che pensiamo. Quando sentiamo un’emozione di ansia soffermiamoci sui nostri pensieri in modo da cogliere cosa ci turba in quel momento.
  • Stiliamo una lista delle situazioni che ci agitano maggiormente e mettiamole in ordine crescente, dalla meno temuta alla più temuta.
  • Valutiamo se abbiamo già affrontate in passato tali situazioni. Ricordare di averle già affrontate ci aiuterà ad avere un pensiero più razionale. In questo modo sarà più semplice concepirle come fattibili. Difficili sì, ma tollerabili, data la nostra pregressa esperienza.
  • Esponiamoci gradualmente. Partiamo dalle situazioni meno indesiderate per procedere pian piano a quelle maggiormente ansiogene. La riapertura graduale e prudente ci aiuterà a riavvicinarci agli elementi ansiogeni con cautela.

Nel caso l’ansia sia estremamente forte e risulti eccessivamente difficile riprendere le attività pre coronavirus potrebbe essere utile chiedere un supporto psicologico.

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L’équipe di Psicologi e Psicoterapeuti del Centro Medico Vivavoce è a disposizione per effettuare un primo colloquio e individuare il percorso più adatto a te.

Contattaci per informazioni: info@vivavoceinstitute.com  | 02.36692464 | 334.7288188

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Capire la rabbia nei bambini: le domande alla psicologa

La rabbia è un’emozione. E come tutte le emozioni, ci è utile, perché ci allerta che dentor o fuori di noi c’è stato un cambiamento cui prestare attenzione. Ecco perché non va eliminata, ma gestita. 

È però comprensibile che questa emozione, magari più delle altre, scateni nel genitore un senso di disorientamento e preoccupazione. Soprattutto quando le sue manifestazioni sono più estreme. Rispondiamo, con l’aiuto della psicologa, alle domande più frequenti dei genitori.

Perché un bambino si arrabbia?

La rabbia è un’emozione primaria ed è una delle più frequenti fin da bambini.

La rabbia è l’emozione che indica che qualcosa si interpone tra noi e il raggiungimento del nostro obiettivo e scatta quando percepiamo che è successo qualcosa di ingiusto.

La rabbia ha quindi un ruolo importante nella nostra vita, soprattutto nell’ambito relazionale. È  quell’emozione che ci permette di far valere i nostri diritti e favorisce l’affermazione di noi come persone autonome all’interno di un contesto sociale.

Come per tutte le emozioni, è molto importante cogliere la stretta connessione tra emozione e pensiero.

Quello che pensiamo determina quello che proviamo.

Nonostante questo, potrebbe sembrare che ci arrabbiamo in alcune situazioni più di altre. Sono le cosiddette  situazioni molla.

Le situazioni molla sono quelle situazioni che viviamo e che fanno attivare automaticamente pensieri disfunzionali. L’attivazione veloce e automatica di questi pensieri rende difficile identificarli e quindi tendiamo, più che in altri casi, ad attribuire la nostra emozione alla situazione.

Ognuno può identificare un canovaccio di situazioni molla in cui prova più facilmente la rabbia, come ad esempio il traffico in città, vedere qualcuno che subisce un’ingiustizia sul lavoro, etc…

Inoltre, è importante ricordare che vi è una soggettiva vulnerabilità alla rabbia. La rabbia è determinata dal temperamento e dal contesto educativo/culturale in cui si è cresciuti.

Come posso capire se mio figlio è arrabbiato?

Come si manifesta la rabbia? Può essere che mio figlio sia arrabbiato, anche se non è aggressivo?

La rabbia, più delle altre emozioni, è caratterizzata da comportamenti esternalizzanti, cioè quelli che i bambini imparano a dirigere verso l’esterno di sè. Essa viene esternalizzata sotto forma di discontrollo e oppositività.

La rabbia è spesso accompagnata da segnali fisici come un senso di calore nel viso e nello stomaco, rigidità delle mascelle, tremore agli altri, tensione muscolare.

La maggior parte dei bambini durante la crescita apprende spontaneamente a controllarla e solitamente le manifestazioni fisiche della collera diminuiscono fra i 3 e i 5 anni.

La rabbia nei bambini si può manifestare sotto diverse forme. Non necessariamente attraverso comportamenti aggressivi. Comportamenti oppositivi, difficoltà nel rispettare le regole e le autorità, perfino i famosi capricci o la difficoltà a relazionarsi con i coetanei sono tutte manifestazioni della rabbia.

Durante la crescita la rabbia può cambiare forma. Spesso nei più grandi si manifesta con conflittualità verbale, aggressività fisica, non comunicazione e chiusura, o addirittura con l’emarginazione o l’ingresso in gruppi dissociali.

 

Mio figlio è aggressivo: mi devo preoccupare?

L’obiettivo del genitore è che il figlio riesca a esprimere la rabbia senza conseguenze.

Pensare che un bambino o un ragazzo non debbano provare rabbia è qualcosa di irrealistico e, a tratti, non utile.

Quando, allora, bisogna intervenire?

L’intervento è consigliato quando la manifestazione della rabbia porta a delle conseguenze e il bambino o il ragazzo non riesce a gestirla diversamente. Se la rabbia è troppa potrebbe portare conseguenze a livello relazionale (Ad esempio: il bambino litiga frequentemente in casa, oppure rompe oggetti, o ancora è aggressivo con i suoi amici), o in termini di benessere (Ad esempio: il ragazzo si è allontanato da altre relazioni, è sempre in uno stato d’allarme, si pente dopo aver avuto uno scatto d’ira, soffre per queste sue risposte e le percepisce come ingestibili).

In questi casi, coinvolgere un professionista potrebbe aiutare il bambino o il ragazzo a modulare meglio questa emozione. A prescindere dall’età, lo psicologo può intervenire sul problema lavorando a priori sull’emozione della rabbia e insegnando delle tecniche di autoregolazione.

Inoltre, dato la frustrazione non è eliminabile dalla nostra vita, lo specialista può aiutare a favorirne la tollerabilità.

Lo psicologo, infatti, non interviene solo in caso di patologia, ma anche per favorire il benessere e l’adattamento all’ambiente.

Perché mio figlio fa il bullo?

Dietro alla rabbia molto spesso non c’è un tentativo volontario di fare del male all’altro, o un sentimento di odio.

Un comportamento aggressivo può essere una strategia utilizzata per non sentire le proprie fragilità e le proprie fatiche.

Cosa può fare il genitore?

  1. Aprite un dialogo e riflettere insieme sui comportamenti e sulle conseguenze che questo può avere, per sè e per gli altri. Nel parlare con il bambino o il ragazzo è importante non essere giudicanti o critici, nonostante possiate provare sentimenti contrastanti (Ad esempio: senso di colpa per quello che è successo, rabbia verso il figlio, preoccupazione per la situazione). Aspettate di aver stemperato meglio le vostre emozioni. Il riprovero in questa fase rischia di interrompere il dialogo e l’ascolto, senza però stimolare nessun tipo di riflessione. Ponetevi come scopo quello di riflettere insieme sul gesto e sulle conseguenze.
  2. Chiedetevi se quel comportamento non nasconda una difficoltà ad affrontare la fragilità, degli altri e propria. Spesso il bullo prende di mira un soggetto fragile. Provate a chiedere cosa ne pensa di quella fragilità, cosa prova a starci vicino.
  3. Siate presenti e contenitivi, ma non punite. Provate a cogliere che tipo di insicurezze ci sono. Nonostante la maschera del bullo o del forte, Cosa lo turba? Cosa lo disturba? Cosa lo spaventa?. Date importanza ai suoi timori e alle sue paure. Provate a immedesimarsi in lui: ad esempio, per un ragazzo, il timore di essere solo o impopolare o brutto ha un valore speciale che, se visto con gli occhi dell’adulto, sembra di poca importanza. Il fatto di sentirsi capiti e di sentirvi presenti è il primo passo.
  4. Accompagnate i bambini nella scoperta di altri modi per gestire la difficoltà. Mostrate alternative per affrontare ed quelle emozioni, altre strategie senza conseguenze.

 

L’équipe multidisciplinare di specialisti del Centro Medico Vivavoce prende in cura bambini e adulti che soffrono di balbuzie, di problemi legati alla voce e al linguaggio, e alla sfera psicologica ed emotivo-comportamentale.

Se hai osservato un cambiamento nel tuo bambino o non comprendi alcuni comportamenti di tuo figlio. Se soffre di disturbi dell’attenzione o dell’apprendimento, Contattaci.

Per maggiori informazioni scrivi a info@vivavoceinstitute.com.

 

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Effetti psicologici della quarantena: quali sono e come limitarli

Gli effetti psicologici della quarantena non si limitano al momento presente, ma potrebbero protrarsi anche nella fase successiva. È quello che emerge dalla review scientifica pubblicata il 26 febbraio del 2020 su The Lancet.

Un periodo di quarantena porta con sè una maggiore probabilità di presentare stanchezza, distacco dagli altri, ansia, irritabilità, insonnia, scarsa concentrazione e indecisione. Si potrebbero osservare anche una diminuzione delle prestazioni lavorative e una maggiore riluttanza al lavoro. 

La quarantena messa in atto dal Governo per evitare una maggiore diffusione del Covid-19, non fa sconti. 

Ma conoscere le possibili conseguenze è il punto di partenza per contenerle.

Quarantena: i precedenti

L’evento di quarantena di massa, adottato nei primi mesi del 2019 in Cina e poi in Europa, non è un caso nuovo nè isolato. Esistono infatti dei precedenti.

La quarantena è stata imposta anche in aree della Cina e del Canada durante lo scoppio nel 2003 della Sindrome Respiratoria Acuta Grave (SARS).

Interi villaggi in molti paesi dell’Africa occidentale sono stati messi in quarantena durante l’epidemia di Ebola del 2014.

Analizzare gli effetti della quarantena per esserne a conoscenza e intervenire in modo efficace per affrontare al meglio questa condizione. 

Quarantena e isolamento forzato: quale differenza

Risulta fondamentale differenziare l’isolamento dalla quarantena.

L’isolamento è la separazione della persona malata dal resto della popolazione, azione messa in atto per evitare che quest’ultima venga a contatto con il virus.

In particolare, l’auto-isolamento è la scelta volontaria di soggetti, che probabilmente hanno avuto contatti con la malattia, di chiudersi nella propria residenza non avendo contatti con l’esterno o con i propri cari per tutelare anche la loro salute.

La quarantena è la limitazione delle uscite e degli spostamento di persone, al fine di controllare il raggio d’azione ed evitare una maggiore diffusione delle infezioni.

Gli effetti psicologici della quarantena

La quarantena è una misura preventiva necessaria durante i maggiori focolai di malattie infettive. Tuttavia, essa si rivela portatrice di effetti psicologici negativi, sia durante 

La review pubblicata il 26 febbraio del 2020 su The Lancet, ha preso in rassegna 24 studi sugli effetti durante e post quarantena. Gli studi sono stati condotti in 20 Paesi, durante le epidemie di SARS (2003), Ebola (2014), la pandemia influenza H1N1 (conosciuta come influenza suina del 2009-2010), la Sindrome Respiratoria Medio orientale (MERS, 2012) e l’influenza equina (2009).

Uno tra gli studi svolti sulla SARS, ha preso in esame gli effetti sul personale sanitario. Già durante la quarantena i medici mostravano i sintomi tipici del disturbo da stress acuto: evitamento emotivo, rabbia, insonnia e irritabilità.

Dopo la quarantena, molti tra loro hanno continuato a manifestare comportamenti di evitamento, come la riduzione al minimo del contatto diretto con i pazienti e la mancata segnalazione al lavoro. Tali sintomi si rivelano perdurare addirittura fino a tre anni dopo l’evento.

I fattori stressanti

Per limitare gli effetti psicologici negativi della quarantena, è necessario individuare i principali fattori stressanti.

  • Durata. Periodi di quarantena più lunghi sono associati a problemi di salute mentale più incisivi. Essi si mostrano soprattutto con sintomi di stress post-traumatico e comportamenti di evitamento. È stato dimostrato che i soggetti che subiscono più di dieci giorni di quarantena, possono provare maggiori sintomi di stress.
  • Paura del contagio. Durante il periodo di quarantena, in alcuni soggetti, come donne in gravidanza e con figli, a causa della paura del contagio vivono i sintomi tipici della patologia anche se non sono realmente presenti.
  • Frustrazione e noia. Il conflitto, la perdita della routine e il ridotto contatto sociale e fisico sono indicati come principalli causa di noia, frustrazione e senso di isolamento. 
  • Aspetto finanziario. La perdita finanziaria a causa della quarantena crea un grave disagio socioeconomico. Questo è un importante fattore di rischio per lo sviluppo di disturbi psicologici, tra cui rabbia e ansia, che si presentano anche per diversi mesi dopo la quarantena. 
  • Stigma. La discriminazione delle persone positive all’infezione è un aspetto ricorrente in tutta la letteratura, da non trascurare. In un confronto tra operatori sanitari in quarantena rispetto ad altri non in quarantena, alcuni partecipanti costretti alle misure di contenimento si mostrano discriminati e rifiutati. 

Cosa fare per limitare i danni

Il vademecum degli Psicologi fornisce alcune linee guida.

  • Scandire una routine. Avere delle cose da fare favorisce un maggior senso di benessere ed evita la nascita di sentimenti di inutilità e noia. Il cambiamento diventa un alleato si decide di adottare un atteggiamento di curioso e determinato problem solver, anziché quello di vittima. Così si dissolvono le resistenze al cambiamento in atto, responsabili della sofferenza e dei disagi. Importante risulta dei micro obiettivi quotidiani da raggiungere con un pensiero positivo.
  • Cercare di mantenere un contatto, anche se virtuale, con i propri cari. Poter condividere gioie e dolori della giornata con le persone care permette maggior tranquillità. Nonostante la lontananza fisica, si possono organizzare momenti aggregativi dalle proprie abitazioni. Si può trascorrere del tempo insieme e garantirsi una forte vicinanza emotiva.
  • Evitare di cercare continuamente informazioni sulla pandemia. È utile darsi un tempo e un orario prestabiliti per guardare le notizie, affidandosi solamente a fonti certe. 
  • Fare attività fisica. Il movimento garantisce una maggiore cura di se e favorisce la nascita di emozioni positive. La reclusione a casa porta a stare molto tempo seduti e garantirsi almeno un intervallo di allenamento giornaliero permette di allontanare i pensieri negativi. 
  • Cercare del tempo per sé e per le proprie passioni. La buona riuscita di queste azioni porterà anche ad un miglior stato di soddisfazione personale.

Cosa possono fare le istituzioni

È necessario garantire la corretta informazione riguardante la malattia, le misure contenitive adottate, la salute pubblica. 

L’informazione chiara e tempestiva è la chiave per supportare le persone a comprendere la situazione, evitando la nascita di sentimenti come smarrimento e incertezza, già di per sé presenti.

La comunicazione deve essere efficace e rapida. No a notizie false, incerte o di difficile comprensione. I siti di riferimento per l’emergenza Coronavirus sono il sito del Ministero della Salute e quello dell’Istituto Superiore di Sanità.

Un aspetto non secondario, è garantire l’approvvigionamento beni di prima necessità. Non far mancare alimenti prioritari nella dieta delle persone crea un senso maggiore di sicurezza.

La necessità di supporto psicologico 

Ogni emergenza, sia essa sanitaria o sociale, è anche un’emergenza psicologica. Come tale, richiede competenze e interventi specifici non delegabili ad altre figure professionali.

Ecco perché diventa necessaria anche l’attivazione di supporti online e sportelli telefonici, sia per l’assistenza del personale sanitario, sia per i cittadini. Questo permette di esporre dubbi e domande ed beneficiare, dove necessario, di un contenimento emotivo.

Come citato da Lev Tolstoj:

La pazienza è aspettare. Non aspettare  passivamente. Questa è pigrizia. Ma andare avanti quando il cammino è difficile e lento.

 

Fonti

Samantha K Brooks, Rebecca K Webster, Louise E Smith, Lisa Woodland, Simon Wessely, Neil Greenberg, Gideon James Rubin (2020), The psychological impact of quarantine and how to reduce it: rapid review of the evidence, The Lancet,  395, issue 10227, pp. 912-920.

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L’équipe multidisciplinare di specialisti del Centro Medico Vivavoce prende in cura bambini e adulti che soffrono di balbuzie, di problemi legati alla voce e al linguaggio, e alla sfera psicologica ed emotivo-comportamentale.

Per maggiori informazioni scrivi a info@vivavoceinstitute.com.

Vivavoce Focus

Università: come affrontare studio, esami e ansia

Università significa tempi, situazioni e modalità differenti da quelli della scuola superiore. In questo senso, il passaggio dalla scuola all’università può essere molto faticoso. La complessità del mondo universitario facilita una reazione di forte stress nello studente, che può sfociare in un vero e proprio burnout. Tale situazione di complessità è a volte riconosciuta, altre non esplicitata o condivisa, e diventa quindi difficile e dolorosa a livello emotivo.

Abbiamo raccolto le domande più frequenti tra gli studenti che faticano ad affrontare questo cambiamento.

Perché le classi numerose mi mettono in difficoltà?

Mi sento in imbarazzo e fatico a conoscere altre persone: cosa posso fare?

Il passaggio all’università comporta un cambiamento tanto nella modalità e nel carico di studio, quanto a livello sociale.

La mattina quando entri in aula non vedi più le stesse persone, non hai più lo stesso compagno di banco. Questo, soprattutto inizialmente, potrebbe destabilizzarti e portare a emozioni di ansia o imbarazzo in alcune situazioni.

Come affrontare al meglio queste situazioni?

Autosservati. Porta, cioè, l’attenzione su di te e non sugli altri. Fai attenzione a:

  1. Quali sono le situazioni che ti mettono più in difficoltà? Che cosa hanno in comune? Ad esempio: situazioni in cui vi è tanta gente, in cui bisogna esporre la propria idea, o dove c’è quel gruppo specifico di persone…
  2. Che emozione provi in quei momenti? Cosa senti nel corpo? Come lo percepisci? Ad esempio: inizi a sudare, diventi rosso, ti sembra i non avere più pensieri…
  3. Come ti comporti in quel momento? Ad esempio: ti siedi in disparte, o diventi molto silenzioso o al contrario diventi eccessivamente loquace? Ricorda che il tuo comportamento verso l’altro scatena in lui una risposta. Questi processi, esemplificati di seguito, si chiamano cicli interpersonali.
  • Aggredisco una persona: lui proverà rabbia e risponderà di conseguenza.
  • Rispondo a monosillabe alle domande che mi vengono fatte: invio all’altro il messaggio che non voglio parlare . Di conseguenza dopo un po’ non mi chiederà più nulla.
  • Tendo a stare sempre lontano dagli altri: comunico che preferisco stare da solo. Di conseguenza gli altri potrebbero starmi lontano.

4. Cosa pensi in quei momenti? Ma soprattutto, pensi che gli altri ti giudicheranno o penseranno qualcosa di te? Spesso abbiamo paura del giudizio altrui e questo ci provoca emozioni di ansia e vergogna! Sei sicuro che questi pensieri siano davvero aderenti alla realtà? Di solito tendiamo a mettere i nostri pensieri nella testa degli altri. Ma puoi davvero sapere cosa pensa l’altro?

Perché non riesco ad ottenere buoni risultati nonostante lo studio?

Alle scuole superiori avevo voti alti. Perché in università non funziona più quello che facevo prima?

Ognuno di noi, durante la sua vita, sperimenta che, in alcune situazioni, determinate strategie lo aiutano a risolvere il problema. Ad esempio, può accadere che io abbia numerosi impegni nel weekend e mi risulti utile pianificarli minuziosamente. Oppure, avendo un qualsiasi problema, pensarci per ore o piuttosto confrontarmi con qualcuno potrebbe aiutarmi a risolverlo.

Lo stesso può valere nello studio. Posso aver imparato che prendere appunti a lezione e poi rivederli a casa, o ancora leggere e poi ripetere più volte, sono le stratgeie più utili per raggiungere buoni risultati.

La risoluzione dei problemi mi porterà, nel tempo, a mettere nuovamente in atto le strategie migliori.

Quando però ti accorgi che, nonostante adotti le stratregie vincenti, non riesci a raggiungere i risultati che vorresti, potresti sentirti scosso e frustrato.

Cosa puoi fare?

  1. Valuta se le condizioni sono cambiate. Ad esempio: prima avevi 10 pagine da studiare ora hai 3 libri. Prima avevi scadenze settimanali, ora hai un esame ogni sei mesi.
  2. Prendi consapevolezza che le condizioni sono cambiate e che le vecchie strategie, nelle nuove condizioni, non portano più al risultato. Può sembrare ovvio, ma non è sempre facile! Spesso siamo ancorati alle nostre abitudini e ci risulta molto difficile decidere di cambiarle.
  3. Cerca delle alternative: pensa a tutte le possibili strategie che puoi mette in atto. Se non ti vengono in mente alternative, prova a chiedere ad amici o compagni cosa fanno loro, non per copiare la loro strategia, ma per riflettere su quelle possibili.
  4. Valuta i pro e i contro di ogni alternativa trovata.
  5. Sperimenta: inizia a testare la strategia che ti sembra più vantaggiosa. Se non dovesse funzionare come pensavi, non abbatterti! Ricordati che hai un elenco di strategie che puoi sperimentare.

La vera soluzione è la capacità di adattarsi, cambiando strategia quando ci accorgiamo che non è più utile.

Perché, da quando sono in università tendo a rimandare tutto?

Nonostante abbia più tempo di prima, mi riduco sempre all’ultimo a studiare e non riesco ad organizzare il tempo.

Organizzare lo studio o attività a lungo termine non è semplice. Bisogna valutare il tempo che si ha a disposizione e il tempo necessario per svolgere le attività. Quanto ci metto a fare la prima lettura del libro? Quanti giorni ho bisogno per rivedere appunti? Quanto tempo ho bisogno per ripetere?

Una volta pianificato il lavoro da fare giornalmente o settimanalmente, può essere che alcune persone tendano comunque a procrastinare, rimandando l’attività decisa per quella giornata finchè questa non risulta urgente e necessaria.

La tendenza a procrastinare ha degli svantaggi.

  • Più rimando, maggiore sarà il carico di lavoro da svolgere in breve termine.
  • Più rimando, più aumenterà il mio carico emotivo, come ad esempio l’ansia (Che ansia mi mancano pochi giorni e sono indietro), il senso di colpa (Perchè arrivo sempre all’ultimo?), la tristezza (Non riuscirò mai a farcela!).
  • Più rimando, più aumenterà la possibilità di avere conseguenze in termini di risultato (Ho studiato poco dato il poco tempo che ho dedicato alla preparazione).

Perché, allora procrastiniamo?

La procrastinazione può essere la conseguenza di uno stato emotivo.

Ad esempio, il pensiero di dover studiare e del futuro esame può crearmi un sintomo ansioso e di conseguenza, per gestire questa emozione, posso decidere di non pensarci e di rimandare l’attività. Quindi, nel breve termine procrastinare avrà un effetto positivo riducendo l’ansia, ma nel lungo termine potrà portare alle conseguenze che abbiamo visto.

Cosa si può fare per evitare di procrastinare?

Osservati e prova a rispondere a queste domande.

  • Ho programmato bene lo studio? Valuta se ti sei fatto un buon piano di studio valutando il tempo che hai a disposizione e il tempo necessario per le attività che devi svolgere.
  • Cosa sto provando e pensando nel momento esatto in cui decido di rimandare qualcosa a domani? Il pensiero che ti passa in testa ti genera un’emozione di ansia?
  • Che vantaggi e svantaggi ho nel rimandare a domani l’attività?

Autosservati per un po’ di giorni, provando a capire quante alternative riesci a mettere in atto, nel momento in cui cogli che ci sono solo svantaggi nel procrastinare quella singola attività.

Nel caso in cui non riesci a darti alternative potrebbe essere necessario affrontare meglio la natura dei pensieri e dell’emozione che provi, magari con l’aiuto di uno specialista.

Perché all’esame sono così agitato da non ricordare nulla?

Perché stai provando un’emozione che si chiama ansia.

L’ansia è l’emozione dell’incertezza. Prima di un esame, è normale provarla: si è incerti rispetto al risultato dell’esame.

L’ansia può essere sentita in diversi modi: sudiamo di più, aumenta il nostro battito cardiaco, respiriamo in modo irregolare, abbiamo mal di pancia ma anche confusione mentale o la sensazione di perdere il controllo.

Più l’ansia che proviamo è forte, maggiore sarà la manifestazione fisica e mentale: possiamo arrivare persino alla sensazione di perdere il controllo e di non ricordare più nulla.

Perché l’ansia ti porta ad avere difficoltà nella prestazione all’esame?

C’è uno stretto legame tra performance e grado di ansia provato. Questo legameè raoppresentabile tramite una curva gaussiana. Se l’ansia è troppo bassa o troppa alta la performance non sarà soddisfacente. Al contrario se l’ansia ha una intensità media e ottimale la prestazione sarà migliore.

In pratica, possiamo dire che un po’ di ansia prima dell’esame ti sprona a ripassare e studiare bene, quindi ti è utile. Se tu non provassi ansia probabilmente non dedicheresti del tempo a ripassare o a ripetere accuratamente. Ma se, al contrario, l’ansia è troppo alta, questo potrebbe paralizzarti davanti al professore.

Attenzione: non possiamo porci come obiettivo eliminare l’ansia a un esame, sarebbe impossibile e davvero poco utile!

Possiamo invece darci come obiettivo quello di imparare a riconoscere l’ansia e gestirla, essendo consapevoli che non è piacevole essere agitati, ma che possiamo tollerarla e gestirla.

Perché ho perso interesse per quello che studio?

Spesso non ho voglia di studiare, sono demotivato. Cosa posso fare?

Partendo dal presupposto che è normale poter avere dei momenti di maggior fatica e di demotivazione nel percorso di studi, è importante riflettere sulla frequenza, sull’intensità e sulle conseguenze di questa demotivazione.

Ecco alcune domande guida.

  1. Quanto spesso provo questa sensazione? È costante o ci sono momenti in cui ti piace quello che fai e non ti pesa? Se sono periodi di breve durata è normale, succede a tutti di sentirsi stanchi e demotivati. Se, invece la sensazione è costante, vale la pena porci attenzione e riflettere.
  2. Percepisco questa sensazione come intollerabile? O poco piacevole ma tollerabile? Mi pesa ma riesco comunque ad andare avanti o mi blocca totalmente? Se l’obiettivo che ti sei posto, ad esempio in termini lavorativi, o l’interesse per la materia sono importanti per te, probabilmente è più tollerabile il percorso di studi. Questo non vuol dire non fare fatica, ma che è possibile tollerarlo. Talvolta l’obiettivo che ci poniamo a lungo termine ci aiuta ad ancorarci a un percorso. Se, al contrario, ti risulta faticoso tanto da bloccarti o farti stare male a livello emotivo, è necessario porci attenzione. Potrebbero esserci diverse ragioni sottostanti!
  3. Quanto questa sensazione mi condiziona? Cosa mi porta a fare? Smetti di studiare, sei particolarmente triste o, al contrario, ti sembra di studiare e basta e tralasci altri aspetti importanti per te? È  importante valutare l’impatto del percorso universitario sulla tua vita: se influenza fortemente il tuo stato emotivo o le altre aree di vita probabilmente bisogna porci attenzione.

Una ulteriore riflessione da fare è il rapporto tra il devo e il voglio.

Nella vita non possiamo agire solo sulla base dei nostri devo ma neanche solo su quella dei nostri voglio. Riuscire a trovare un buon equilibrio tra questi due aspetti ci permette di raggiungere dei risultati, ma soprattutto di riuscire ad affrontare i percorsi che intraprendiamo in maniera funzionale e quindi inserendoli all’interno di un sistema di esperienze e attività (percorso di vita) piu ampio.

Vivavoce Focus

Scuola a casa: come posso aiutare mio figlio con DSA?

Scuola a casa: le lezioni online e la didattica a distanza sono (quasi) ormai parte della routine di bambini, ragazzi… E genitori. Ma cosa accade quando, alla fatica che questa situazione comporta, si aggiunge un Disturbo Specifico dell’Apprendimento? Come il venir meno del contesto scuola e del supporto di insegnanti e tutor influisce sui bambini e ragazzi con DSA. E, soprattutto, cosa possono fare i genitori per sostenerli?

Martina Tramontano, psicologa e psicoterapeuta, ci aiuta a orientarci.

1. Come posso aiutare mio figlio con DSA con i compiti?

Con i bambini con DSA è importante partire dall’organizzazione del tempo.

Questo, infatti, specialmente in un periodo in cui sono chiamati a gestire più tempo da soli è l’aspetto più difficile.

Potete innanzi tutto aiutare il bambino a valutare il carico di compiti, le priorità e il tempo necessario, con l’aiuto di semplici domande.

  • Cosa dobbiamo fare? Ad esempio “Ci sono compiti scritti? Letture? Dobbiamo preparare una verifica?”
  • Quali sono i compiti più urgenti da fare? Quando possiamo farli? Ad esempio “Studiamo prima e poi lasciamo i compiti scritti per quando sei più stanco.
  • Quanto tempo impieghiamo per ciascun compito?

Fatte queste valutazioni, potete costruire un calendario giornaliero o settimanale insieme al bambino.

Per un bambino con DSA, questo lavoro non è automatico. Il bambino ha bisogno di voi per confrontarsi, per poi nel tempo riuscire a fare in autonomia queste valutazioni. Infatti, sapere organizzare il proprio tempo e i compiti da svolgere ha come obiettivo a lungo termine l’autonomia nella gestione del carico scolastico.

È poi importante continuare a valersi di tutti gli strumenti che il bambino utilizza normalmente durante l’anno scolastico. Le mappe, i colori, gli schemi e i video.

Utilizzate mappe e schemi, creati su carta o con software digitali (l’uso dei pc è importantissimo per i bambini con DSA).

La creazione di una mappa prevede delle strategie che potete apprendere e poi suggerire.

  • Gardate immagini e titoli prima di leggere il testo per farsi un’idea dell’argomento
  • Individuate parole chiave da cerchiare.
  • Create uno schema base per individuare gli elementi fondamentali di un testo ad esempio: Chi ha fatto qualcosa? Che cosa è stato fatto /è successo? QuandoDovePerchéCome? Queste domande aiutano a comprendere quali sono gli elementi da evidenziare in un testo per lo sviluppo di una mappa.

Utile anche l’utilizzo di evidenziatori per differenziare i vari elementi.

Potete anche ricercare insieme al bambino video esplicativi di argomenti poco chiari o difficili: questo può facilitare l’apprendimento anche in una maniera più giocosa e attraente.

In questo periodo di emergenza, fate attenzione a non creare confusione o discontinuità rispetto alla quotidianità. Se il bambino era seguito da un tutor, è bene assicurarvi di conoscere le strategie e la modalità di lavoro che utilizzava.

Nel dubbio, è consigliabile contattare il tutor DSA.

2. Mio figlio con DSA mi chiede spesso di aiutarlo. È giusto fare i compiti con lui?

È normale che in questo momento ci siano maggior richieste da parte del bambino.

Il cambiamento delle abitudini causa in lui difficoltà a livello emotivo. La vostra vicinanza nel momento dei compiti può rassicurarlo e riorientarlo rispetto al cambiamento che sta avvenendo, anche nella didattica.

È importante che abbiate una funzione di guida iniziale, supervisione e che siate presenti se e quando il bambino manifesta una difficoltà particolare.

Attenzione, però, a non sostituitevi totalmente al bambino, altrimenti rischiate di vanificare il percorso di raggiungimento di autonomia fatto fino ad ora a scuola.

Potete sostenere la sua autostima con il rinforzo verbale. Frasi come Bravo, ho visto che ti sei impegnato!, Oggi sei riuscito meglio! sono un aiuto valido!

 

3. Cosa posso fare se mio figlio fa fatica a stare fermo e perde la concentrazione mentre fa i compiti?

La situazione attuale di scuola a casa non favorisce la concentrazione del bambino.

Le emozioni, l’ambiente domestico ricco di stimoli diversi, e un tempo non definito dedicato ai compiti, non aiutano a mantenere l’attenzione e l’interesse. Anche noi adulti siamo facilmente distratti dalla presenza di tanti stimoli o da un’attività prolungata nel tempo.

In più, se già prima di questa situazione il bambino aveva delle difficoltà a stare attento per lungo tempo, sicuramente la sua fatica a concentrarsi può essere maggiore.

Potete aiutare i bambini con qualche accorgimento pratico.

  • Definite un ambiente per i compiti che sia privo il più possibile di stimoli esterni, come il computer o la tv accesi. Se ci sono fratelli più piccoli, organizzate i compiti nel momento del riposo.
  • Stabilite dei tempi specifici e non troppo lunghi in cui fare i compiti, intervallati da pause ben definite. Per favorire questo ritmo, potete scandire il tempo di lavoro e le pause utilizzando delle sveglie o i timer, oppure scriverli su un foglio.
  • Riconoscete al bambino quando i tempi prestabiliti vengono rispettati, Sia verbalmente, sia proponendo attività piacevoli. Non rimproveratelo se questo non avviene, ma al contrario, incoraggiatelo.

Una disattenzione e un bisogno irrefrenabile di muoversi particolarmente alti rispetto alla situazione pre-emergenza, potrebbero essere legati alle emozioni del momento che il bambino non riesce a verbalizzare. Provate a parlare della situazione, per capire come il bambino la sta vivendo.

La verbalizzazione delle emozioni aiuta a gestirle!

Per evitare che il bambino costruisca un’idea sbagliata della realtà è importante raccontargli cosa sta accadendo, attraverso un linguaggio semplice che trasmetta sicurezza e fiducia. Iniziate con delle semplici domande, per capire quello che il bambino sa già sul coronavirus, quali informazioni ha compreso e quali no.

4. Come mai, con la scuola a casa, mio figlio soffre più di prima per la sua fatica?

Il bambino attualmente non ha nè l’aiuto degli insegnanti, nè il sostegno quotidiano del tutor.

Inoltre, è più frequente il confronto con i fratelli, che hanno tempistiche e modalità di studio diversi (generalmente migliori).

Paradossalmente, quindi, il bambino potrebbe accorgersi della sua difficoltà molto di più adesso che è a casa. Questo aumenta la sua consapevolezza di fare fatica e accentua le emozioni negative. Il risultato potrebbe essere una ancora maggiore sensazione di incapacità.

Il miglior modo per attenuare questa difficoltà è assicurarsi che utilizzi tutti gli strumenti compensativi di cui si avvaleva a scuola per riuscire nelle attività scolastiche (software o strategie che lo aiutino a studiare, leggere, etc.).

Aiutatelo a pensare alla sua difficoltà come a una miopia.

Fare fatica a leggere, a scrivere o a fare i conti è come essere miopi, cioè non vedere da lontano. Se una persona è miope, per vedere da lontano mette gli occhiali! E così riesce a vedere come gli altri. Allo stesso modo, se tu se applichi gli strumenti che hai imparato ad usare a scuola (le mappe, la sintesi vocale) riesci a studiare, come tutti gli altri.

Se il bambino era seguito dal tutor, un contatto diretto può aiutare a tranquillizzarlo.

 

L’équipe multidisciplinare di specialisti del Centro Medico Vivavoce prende in cura bambini e adulti che soffrono di balbuzie, di problemi legati alla voce e al linguaggio, e alla sfera psicologica ed emotivo-comportamentale.

Se hai osservato un cambiamento nel tuo bambino o non comprendi alcuni comportamenti di tuo figlio. Se soffre di disturbi dell’attenzione o dell’apprendimento, Contattaci.

Per maggiori informazioni scrivi a info@vivavoceinstitute.com.

 

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Ragazzi in quarantena: come supportare la fatica emotiva degli adolescenti

Ragazzi in quarantena: in questo mese le loro abitudini sono state stravolte e con esse i comportamenti. Ma quando questo cambiamento è la normale conseguenza dello sconvolgimento emotivo dovuto alla reclusione forzata e quando, invece, può preoccupare?

Giada Sera, Psicologa e Psicoterapeuta del Centro Medico Vivavoce risponde alle domande dei genitori.

Come accettare e far accettare questa reclusione? 

Il primo passo è avere la consapevolezza che questa situazione – in cui dobbiamo stare in casa, vengono meno le relazioni sociali e tutte le nostre abitudini – porta innanzi tutto noi adulti ad uno sconvolgimento emotivo.

In questi giorni, anche io genitore posso essere più agitato, più arrabbiato o più triste di prima.

Avendo in mente questo cambiamento emotivo, sarò sicuramente agevolato nel comprendere i cambiamenti di mio figlio, e quindi anche a modificare le aspettative o le richieste sia verso di lui, sia verso di me.

Fatto questo primo passo, potrò aiutare il ragazzo a fare lo stesso: riconoscere che è un momento difficile, comprendere, contestualizzare e accettare quello che prova e di conseguenza i sui cambiamenti (ad esempio il fatto che ha meno vogli di fare, mangia di più, dorme meno ecc..).

Il comportamento di mio figlio mi preoccupa. Cosa posso fare?

In questo momento non è solo importante osservare se mio figlio adotta un comportamento più o meno preoccupante, ma anche capire se e come questo comportamento è cambiato rispetto alla situazione precedente all’emergenza sanitaria.

Il cambiamento può avvenire in due modi.

  1. Nel primo caso vi è un cambiamento radicale di alcuni comportamenti.
  • Ad esempio, era un ragazzo molto attivo e sportivo, ora noto che è più silenzioso e non si allena a casa.
  • Oppure, non ha mai fatto fatica con il cibo, ha sempre mangiato durante i pasti, e invece in questi giorni sembra pasticciare di più.
  • O ancora, solitamente è un ragazzo preciso e puntuale, ma in questi giorni sembra rimandare di più quello che deve fare (ad esempio “Pulisco dopo”, “Faccio i compiti dopo”, “Mi alleno più tardi”).

2. Nel secondo caso, invece, accade che la tendenza ad un determinato si amplificata molto, e si irrigidisce.

  • Ad esempio, mio figlio in questi anni è sempre stato irascibile, ma ora non gli si può proprio dire nulla.
  • Oppure ha sempre passato tanto tempo sul divano o ai videogiochi, ma in questo periodo sembra fare solo questo.
  • O magari è sempre stato silenzioso e solitario, ma in questo periodo lo è particolarmente.

Quando un comportamento diventa “problematico”?

Per i ragazzi in quarantena, questi comportamenti diversi dal solito possono essere la normale manifestazione di un’emozione. Quindi assolutamente comprensibili in questo momento. Anche noi adulti possiamo sentirci più irascibili, più affamati o inappetenti o apatici.

Quando, allora, bisogna attenzionare il ragazzo in maniera diversa?

La bussola che può orientarci deve essere muoversi su tre assi:

  1. La durata. Questo cambiamento perdura nel tempo? Percepisco, cioè, che persista nonostante passi il tempo? Potrebbe essere indicativo, ad esempio, se tale aspetto durerà anche quando finalmente potremo riacquistare pian piano le nostre autonomie. Se, nonostante la ripresa di piccole attività mio non manifesterà entusiasmo o comunque una tendenza, seppur graduale, a ritornare alle sue vecchie abitudini o ai suoi vecchi comportamenti, potrebbe essere indice di un disagio da tenere in considerazione.
  1. L’ intensità. Noto che il comportamento di mio figlio tende ad irrigidirsi? Aumentare di intensità tanto da comportare piccole difficoltà anche in famiglia? Ad esempio, diventa così intrattabile da litigare molto di più con i fratelli e non parlarci per molto tempo? Oppure mangia molto di più e manifesta mal di stomaco o disturbi digestivi?  O ancora, non dorme tanto da svegliarsi la mattina molto stanco per seguire le lezioni?
  1. La compromissione. Questo nuovo atteggiamento o comportamento va a compromettere le relazioni sociali o la scuola? Questi sono infatti i due aspetti di vita fondamentali per un adolescente. Ad esempio, Mio figlio è diventato così solitario che non sente nessun amico nonostante sia sempre stato un ragazzo socievole? Oppure passa così tante ore sul pc da non fare i compiti e ricevere annotazioni negative?

Se il ragazzo riporta un cambiamento tale da portare una di queste caratteristiche potrebbe essere che ci sia uno stato emotivo molto alto, e quindi da prendere seriamente in considerazione.

Come mi devo comportare adesso?

L’obiettivo possiamo prefiggerci in questo momento non può essere non far provare emozioni di ansia o tristezza ai ragazzi in quarantena, o pretendere che non risentano di questo momento.

Sarebbe un obiettivo impossibile e irrealistico.

Quello che possiamo fare è renderci disponibile, una base sicura a cui ricorrere se il ragazzo si sente in difficoltà.

Come?

  • Parlargli, dicendogli che ci sembra di aver notato un comportamento diverso e normalizzarlo rispetto alla situazione attuale (che è difficile per tutti).
  • Validare le sue emozioni, magari condividendo anche le nostre (“Capisco che tu ti possa sentire cosi anche io mi sento più stanco e giù di morale, ma penso sia normale in questa situazione”).
  • Offrire la nostra disponibilità ad accoglierlo se ha bisogno (“Se hai bisogno sono qui, se posso aiutarti in qualche modo ci sono), senza obbligarlo a parlare nel caso in cui non sia pronto in quel momento.
  • Evitare consigli specifici su cosa fare. Facciamo attenzione a non cercare di imporre quello che è giusto per noi e a non dare consigli sulla base di ciò che è più utile a noi. Ad esempio, chiamare più amici o leggere di più, o fare più esercizio fisico, potrebbero essere modi che aiutano noi a gestire le emozioni ma magari non il ragazzo. E lui potrebbe vivere tutto come intrusivo e una forzatura. Possiamo invece dire che per noi è stato utile fare qualcosa, lasciando aperta la possibilità che lui, con i suoi tempi e modi, sperimenti ciò che lo fa stare meglio.

Se questa fatica perdura e il ragazzo vi riporta un disagio forte potrebbe essere utile un consulto con un esperto, anche a distanza. Ma potrebbe anche aiutare innanzi tutto i genitori a comprendere meglio la situazione, e in un secondo momento anche il ragazzo stesso. 

 

L’équipe multidisciplinare di specialisti del Centro Medico Vivavoce prende in cura bambini e adulti che soffrono di balbuzie, di problemi legati alla voce e al linguaggio, e alla sfera psicologica ed emotivo-comportamentale.

Se hai osservato un cambiamento nel tuo bambino o non comprendi alcuni comportamenti di tuo figlio. Se soffre di disturbi dell’attenzione o dell’apprendimento, Contattaci.

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Foto: Freepik

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Bambini a casa: come gestire l’incertezza

Come vivono i bambini a casa questi tempi duri fatti di incertezze e di apprensione? Quali sono le loro emozioni e, soprattutto, come possono i genitori rispondere alle loro domande?  

Come vivono la quarantena i bambini a casa?

Ci siamo ritrovati a ridefinire la nostra vita, le nostre priorità, i nostri confini.

La quotidianità di ognuno ha subito una battuta di arresto e ci siamo ritrovati a guardare alle nostre vite con occhi diversi. L’isolamento forzato mette a dura prova la nostra resilienza e si accompagna ad un forte senso di disorientamento e incertezza per un futuro sospeso nel tempo.

E i bambini?

Lontani dalle angosce economiche che tormentano i pensieri degli adulti, i bambini si ritrovano reclusi in casa, accomunati dal fatto di non poter uscire, neanche per fare una passeggiata. Soffrono di un isolamento forzato che toglie loro il bene più grande: l’abbraccio di un amico, della maestra, o di un nonno distante per una lontananza non capita, né condivisa.

Cosa provano i bambini in questo momento?

Durante questa reclusione forzata, i bambini a casa fronteggiano due incertezze.

Da un lato lo stravolgimento delle proprie giornate, fatte di ritmi più o meno frenetici ma ben definiti. Dall’altro la convivenza forzata con l’altro.

Non più la voglia e il bisogno di stare insieme e di stare in casa; ma una sosta forzata, appesantita dalle ansie degli altri, i grandi, altrettanto smarriti ed emotivamente fragili.

Sappiamo bene che quanto più un bambino è piccolo, tanto più è fondamentale scandire la sua giornata con attività strutturate. Solo così è possibilie mantenere una routine capace di dare senso di contenimento e stabilità. Per un bambino sapere cosa succede dopo è fonte di sicurezza. È la certezza che tutto ha un ordine e che tutto ritorna al suo posto.

Da un mese non è più così! Da un mese tutta la routine, tutti i ritmi, sono fermi, sospesi senza tempo. La scuola ha cercato di mantenere una struttura, un po’ forzata e un po’ sprovveduta, per lasciare la continuità illusoria di un filo che non si è interrotto.

Ma cosa serve veramente ai bambini a casa in questo periodo? Riprodurre, falsamente, i ritmi di una ormai “vecchia” normalità ha davvero senso?

Cosa fare per aiutare i bambini a casa?

Ecco alcuni aspetti su cui riflettere e che possono essere per un genitore fonte di riflessione e di supporto.

1) Creare una routine

È importante scandire la giornata con dei riti quotidiani. Ciò permette di non destrutturare del tutto il quotidiano dei bambini.

Stabilite insieme ai bambini a casa attività strutturare in modo da non lasciare tutto all’improvvisazione o alla buona volontà. Ad esempio, avere dei compiti da svolgere in casa, degli orari per alzarsi, per fare i compiti, per giocare al computer, diventano aspetti salienti da mantenere quotidianamente e con coerenza.

Non dobbiamo dimenticare, inoltre, che molti genitori sono impegnati nel proprio lavoro da casa. Anche su questo punto è importante strutturare la giornata in modo tale che si rispettino tempi e spazi in modo funzionale. Ad esempio, definite la stanza di lavoro del genitore.

La routine è fatta anche di regole. Diventa allora prioritario stabilire insieme degli orari della giornata in cui, mentre la mamma è impegnata a lavorare, il bambino deve autogestirsi, magari annoiandosi anche un po’, sforzandosi di non invadere continuamente gli spazi dei genitori. Se è vero che i figli possono risentire di questo sconvolgimento della vita quotidiana è altrettanto vero che è importante non sovvertire completamente le priorità della famiglia.

2) Valorizzare talenti e capacità

Spingere i bambini ad assumersi un impegno o un compito in casa può diventare l’occasione per valorizzare le loro capacità. Significa puntare sul loro senso di responsabilità e su come possono contribuire in modo opportuno alla gestione complessa dello stare insieme, mettendo in campo quello che sanno fare meglio.

Aiutare il fratellino più piccolo nei compiti, prendersi il compito di cucinare, essere un valido aiuto per genitori e nonni nel gestire la tecnologia, tanto indispensabile in questi giorni, può diventare un momento in cui ognuno di loro può sentirsi efficace e capace. Paradossalmente la tecnologia tanto demonizzata può diventare per loro un’arma di riscatto agli occhi degli adulti, spesso costretti a familiarizzare con uno strumento fino ad allora poco conosciuto.

3) Abbassare la conflittualità

In una convivenza forzata non è facile mantenere sempre i toni placati e la convivenza armonica e gioiosa rischia di diventare una chimera.

Non dobbiamo dimenticare che in queste situazioni, e per un periodo ancora troppo lungo e indefinito, sono saltati i confini, la privacy, la solitudine di alcuni attimi della giornata fondamentale per contattare sé stessi e gli altri.

È  frequente, pertanto, che il livello di tensione e di conflitto con i propri figli possa portare a scontri. Gestiamoli con sapienza: smorziamo i toni e cerchiamo punti di incontro, contrattando e rispettando le diversità di bisogni che dovessero emergere.

4) Gestire rabbia e capricci senza durezza

I bambini, dopo tanti giorni di reclusione iniziano ad essere emotivamente provati, aumentano i capricci, le ribellioni, gli atteggiamenti oppositivi.

Non è però questo il momento di andare allo scontro. Non serve affrontare questi episodi con durezza, con punizioni o con scontri frontali. Al contrario, è importante prendersi cura delle emozioni che sottendono questi comportamenti.

Spesso, dietro un capriccio o una presa di posizione, si nascondono emozioni e sentimenti più complessi. Dalla paura inconsapevole e pervasiva per quello che sta accadendo nel mondo, alla frustrazione e senso di impotenza per qualcosa che ad oggi sembra non arginabile. Non è solo il bisogno di tornare alla normalità, al proprio universo fatto di scuola, amici, sport, ma la necessità da dar nome e senso a quello che sta accadendo.

La tensione emotiva, che può manifestarsi con un capriccio o con un atteggiamento oppositivo, nasconde la fatica, e spesso l’inconsapevolezza, di saper chiedere con chiarezza aiuto per un malessere che resta troppo grande e indefinito.

5) Essere aperti al dialogo

Se per i più piccini può essere sufficiente una favola per spiegare di questo “mostro” che ci limita e ci chiude in casa, per i più grandi non basta.

Questa condizione di dolorosa sofferenza può essere una grande occasione per scoprire un aspetto essenziale della genitorialità: insegnare ai propri figli la resilienza, la capacità di gestire le difficoltà.

Per rendere questo momento più sopportabile e accettabile non dobbiamo nascondere le difficoltà che si stanno vivendo, né tantomeno le emozioni che ci attanagliano.

È sempre importante verbalizzare le proprie emozioni, anche le più dolorose. Questo, non solo facilita il processo di condivisione, ma evita anche che il bambino sperimenti una differenza tra le rassicurazioni verbalizzate del genitore e le sue espressioni – non verbali – che fanno trasparire ansia o sofferenza.

I bambini sanno soffrire e adattarsi molto più di quanto non sembra, ma hanno bisogno di presenze rassicuranti. Essere presenti con il nostro carico di paure, angosce e speranze permetterà al bambino di poter raccontare le sue angosce e le sue speranze. Lo “strumento” più importante è la presenza dell’adulto, e ogni genitore ha dentro di sé un mondo da cui attingere da trasmettere al proprio figlio.

6) Non avere paura di parlare del dolore

È importante dare spazio a temi legati al dolore, alla morte, alla perdita. Questo è, forse, per il genitore il tema più difficile da affrontare, ma va data al bambino la possibilità di parlare e di essere ascoltato su questo argomento.

Non temete il dolore dei bambini.

Come spesso accade negli eventi critici si tende a pensare che i bambini sono lontani, distratti, dai temi che riguardano lutti e perdite. Ma questo è un momento in cui la paura della perdita è forte: la perdita di un genitore, o di un nonno, la perdita della stabilità emotiva (che spesso intravedono e intuiscono nelle espressioni dei grandi), la perdita della stabilità sociale.

Parlare di questi aspetti con i propri figli ci permette non solo di essere presenti con il nostro carico di paure e angosce, ma anche di essere promotori di speranza.

Speranza che nasce dalla condivisione, dal dialogo e dal confronto.

 

L’équipe multidisciplinare di specialisti del Centro Medico Vivavoce prende in cura bambini e adulti che soffrono di balbuzie, di problemi legati alla voce e al linguaggio, e alla sfera psicologica ed emotivo-comportamentale.

Se hai osservato un cambiamento nel tuo bambino o non comprendi alcuni comportamenti di tuo figlio. Se soffre di disturbi dell’attenzione o dell’apprendimento, Contattaci.

Per maggiori informazioni scrivi a info@vivavoceinstitute.com.

 

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Come stimolare il linguaggio dei bambini a casa: i consigli della logopedista

Come stimolare il linguaggio dei bambini stando a casa? Questo tempo di reclusione forzata può trasformarsi in occasione per arricchire il vocabolario e favorire lo sviluppo del linguaggio. Per i più piccoli, gioco e attività quotidiane come la cucina, sono aiuti preziosi per l’ampliamento del vocabolario. Per i bambini dai 5 anni in poi, invece, è il momento giusto per attività che aiutano a sviluppare capacità propedeutiche all’ingresso in scuola primaria.

Come imparare nuovi vocaboli? 

Il modo più efficace per stimolare il linguaggio dei bambini è giocare.

Qualsiasi gioco o attività proponete è importante dare enfasi a linguaggio utilizzando toni di voce diversi e una mimica molto variabile.

Utilizzate frasi semplici fino ai quattro anni e mezzo e più complesse dai 5 anni in su.

Mentre giocate, fate domande, in modo tale da suscitare l’interesse e verificare la padronanza del vocabolario. Evitatete di correggere il linguaggio del bambino: quando fa qualche errore, ripetete piuttosto la parola o la frase se è mal costruita.

Giocando con il vostro bambino, migliorerete anche l’attenzione, l’ascolto, la capacità di aspettare il proprio turno, il rispetto delle regole.

Per ridestare la curiosità del bambino, può essere utile nascondere un gioco e ritirarlo fuori dopo qualche giorno, in modo da utilizzarlo come novità.

Inoltre, in questo periodo di reclusione forzata è importante dare un senso al tempo che passa.

Potete farlo attaccando sul calendario un piccolo disegno di quanto è stato fatto nella giornata scegliendo le attività che sono piaciute di più al vostro bambino. Al termine di questo periodo di reclusione avrete un bellissimo diario illustrato.

 

Come stimolare il linguaggio attraverso il gioco

Tutti i giochi che abbiamo in casa sono un aiuto valido per sviluppare il linguaggio.

Macchinine e mezzi di trasporto si prestano per essere denominati, per imparare la varietà d’utilizzo e i luoghi in cui vengono parcheggiati (autorimessa, garage, porto, aeroporto, etc..).

Potete descriverne le parti, confrontarle (più gande, più piccolo, ha 4 ruote , ne ha solo 2, etc…) e raccontare chi li utilizza (“Il pompiere utilizza l’autopompa”).

Proponete e commentate tutti i tipi di azioni: fare gare, metterle in garage, farle salire, scendere, spostarle.

Le bambole, invece, permettono di denominare le parti del corpo e i vestiti, ma anche di imparare la sequenza di azioni. Vestire la bambola permette di dare un ordine e denominare un prima e un dopo (“Prima mettiamo la maglietta e dopo la felpa”).

Con la casa delle bambole è molto facile denominare tutte le azioni che si compiono nella vita quotidiana in casa. Potete inoltre dare qualche ordine per stimolare l’attenzione e la memorizzazione verbale.

I giocattoli non permettono solo la denominazione degli oggetti, ma anche l’apprendimento delle parole riferite alle posizioni nello spazio (sul, nel, sopra, dietro, ecc. ), ai concetti temporali, alle azioni.

Come imparare numeri e quantità: costruzioni e travasi

Dai 5 anni in poi, le costruzioni si prestano per la verbalizzazione delle quantità e dei numeri.

Domande come “Quanti mattoncini rossici servono? Sono di più o di meno? Quanti ne mancano per finire? Ho messo una tegola per ogni mattoncino?” stimolano il confronto di quantità, la corrispondenza biunivoca e mostrano come stesse quantità possono occupare spazi diversi.

Con l’acqua e i recipienti, potete proporre questo gioco anche a bambini più piccoli portandoli al ragionamento voi stessi. Versate la stessa quantità in recipienti diversi e fate notare che le quantità si distribuiscono a seconda del recipiente, dando l’impressione di essere cambiate.

In questo modo, lavorate anche sull’organizzazione spaziale e sulle funzioni esecutive, cioè la capacità di programmare ed eseguire due azioni in successione.

Imparare le regole con i giochi di società

I giochi di società, utilizzabili dai 3 anni, favoriscono la comprensione delle regole.

Il bambino può ripetere le regole, allenandosi così a formulare due o tre frasi in successione (“Adesso tocca a te, dimmi cosa devi fare?”).

Distribuendo le carte da gioco si avvia il concetto di corrispondenza biunivoca: dare le carte ad ogni giocatore in modo tal che il numero sia uguale. Se distribuite voi, fate finta di sbagliare: “Io ne ho una di meno”, “Me ne mancano due: vedi che tu ne hai di più”, “Lui ne ha tre in più”.

I giochi di società si prestano per verbalizzare e imparare tantissime tipologie di azione: mescolare, dividere, distribuire, raccogliere, mettere da parte, eliminare, contare, vincere, perdere, ritirarsi dal gioco.

Come arricchire il vocabolario con libri, cartoni animati e video

I libri sono lo strumento per eccellenza per perfezionare il vocabolario.

Scegliete dei libri di favole adeguate all’età del bambino e assicuratevi che conosca il vocabolario inerente alla storia. I libri devono avere molte figure in modo tale che il bambino possa memorizzare la storia con l’aiuto delle immagini e poterla poi raccontare ad un altro familiare.

Per spiegare parole nuove, laddove è possibile, è molto utile cercare foto, immagini o video, oppure disegnarle.

Si consiglia di utilizzare brevi cartoni animati o video da guardare insieme, per poi raccontare e far raccontare di nuovo quanto è successo.

Il genitore può fare il racconto utilizzando enfasi e mimica in modo tale da facilitare l’impatto emotivo e la memorizzazione.

Con i bambin più grandi, può essere divertente rimettere in ordine la libreria, suddividendo i libri secondo spessore, altezza, argomento.

Imparare parole nuove in cucina

La cucina è manualità, travasi, ma anche sequenze di azioni e nuove parole.

Cucinate insieme al vostro bambino, facendogli fare quanto possibile, e nello stesso tempo verbalizzate quanto dovrete fare, anticipando l’azione successiva.

Fare domande tipo “Cosa prepariamo?”, “Cosa ci serve?”, “Dove lo mettiamo? Dopo?”. Allo stesso modo verbalizzate le azioni: “Quanto deve cuocere?, “È tanto o poco tempo?”.

Potete anche sfruttare le posate e le pentole, riponendole negli appositi spazi secondo tipo e grandezza. Nel frattempo, verbalizzate più volte il concetto di moto da luogo “Prendo i cucchiai dalla lavastoviglie e li metto nel cassetto in alto, in basso, sopra, dentro, etc”.

Allenamento metafonologico: un aiuto per i più grandi

Per bambini dai 5 anni in su, è propedeutico all’apprendimento di lettura e scrittura.

La metafonologia è la capacità di un bambino di comprendere i fonemi (suoni) che costituiscono una parola, e la loro sequenza corretta per pronunciarla (patata è costituita da   pa-ta-ta ).

L’allenamento metafonologico allena proprio questa consapevolezza, in modo tale che il bambino all’ingresso alla scuola primaria sappia poi “tradurre” i fonemi in lettere e grafemi, cioè imparare a scrivere.

Per allenare questa consapevolezza, potete quindi giocare ad indovinare l’inizio della parola, la fine, la parte centrale.

Potete far suddividere la parola in sillabe (pallone diventa pal-lo-ne)  o farla fondere detta da voi   “Se dico  ta-vo- lo cosa ho detto? Tavolo”)

Potete anche giocare con le rime.

 

L’équipe multidisciplinare di Neuropsichiatri Infantili, Psicoterapeuti e Logopedisti del Centro Medico Vivavoce prende in cura i problemi della voce, i Disturbi del Linguaggio e dell’Apprendimento e i disturbi di natura psicologica.

Per maggiori informazioni scrivi a info@vivavoceinstitute.com.

 

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Il tempo nei processi di apprendimento

Come si imparano cose nuove? Quali sono i processi alla base dell’apprendimento? E che rapporto c’è con il tempo? Cosa accomuna i processi di apprendimento motorio alla balbuzie?

Imparare cose nuove è comune e automatico a ciascuno di noi ed è insito nel percorso di crescita personale. Ciò inizia in età scolastica e ci accompagna poi nella vita di tutti i giorni.

Inconsapevolmente nel voler aumentare le nostre competenze e conoscenze ci troviamo di fronte a difficoltà che superiamo solo con una costante applicazione.

Cosa c’è alla base di questi processi di apprendimento?

L’evoluzione delle neuro-immagini ha permesso di poter vedere come avvenga una riorganizzazione funzionale delle aree corticali e sottocorticali associate all’acquisizione e al consolidamento delle abilità motorie.

I cambiamenti plastici coinvolgono riorganizzazioni strutturali nell’architettura della sostanza grigia e bianca, che avvengono in un tempo minore di quanto si pensasse in precedenza.

L’acquisizione e il consolidamento a lungo termine delle abilità motorie giocano un ruolo fondamentale nella nostra vita quotidiana. Abilità come andare in bicicletta, scrivere, giocare a tennis sono acquisite attraverso pratiche ripetute.

L’apprendimento delle attività motorie si riferisce a quei processi attraverso i quali i movimenti vengono eseguiti più velocemente e in modo più accurato con la pratica.

C’è quindi una relazione diretta tra l’acquisizione delle abilità motorie e la plasticità neurale nel sistema nervoso centrale, che si manifesta con nuove interconnessioni distribuite in differenti regioni cerebrali che si sviluppano nel tempo.

Tempo e neuroplasticità

Una variabile fondamentale da prendere in considerazione in questi processi di neuroplasticità è il tempo.

A seconda di quanto tempo rimaniamo esposti a un determinato stimolo, o in base a quanto tempo dedichiamo ad un’attività esercitandoci in modo specifico, i cambiamenti corticali tendono a “strutturarsi”. È il motivo per cui, imparare una nuova lingua in un paese straniero confrontandosi costantemente con persone che parlano quella lingua, è più prolifico rispetto a chi segue lezioni una volta a settimana e si trova ad esercitarsi meno.

Questa considerazione di senso comune avviene per il motivo già detto in precedenza. Un esercizio costante e continuo modifica e ottimizza le reti neurali deputate a quell’abilità specifica (imparare una lingua, imparare un gesto sportivo etc..).

L’osservazione di cosa avviene al sistema nervoso centrale in seguito all’esercizio è stato ed è tuttora oggetto di studio in ricerche scientifiche, comuni a discipline diverse.

Pensiamo a quanto questo aspetto sia studiato, per esempio, in pazienti che hanno subito un danno neurologico, in coloro affetti da dolore cronico oppure nelle persone che presentano disturbi del linguaggio.

Le aree corticali si modificano

I mesi necessari per ottenere una modifica strutturale delle aree corticali interessate cambiano in base al tipo di pazienti presi in esame o alle diverse abilità che i soggetti devono apprendere.

Se pensiamo, per esempio, a soggetti con dolore lombare cronico, sappiamo che a livello motorio molto spesso hanno dei pattern (degli schemi) di movimenti alterati, ovvero la loro schiena non si muove più come dovrebbe. Questo non è tanto dovuto a un eventuale danno articolare o muscolare, quanto invece a modifiche delle aree corticali deputate al controllo della colonna.

In questo caso si è visto che, nonostante ci sia una risposta sintomatica positiva anche nel primo periodo della riabilitazione, per ottenere una modifica degli schemi di movimento e dei cambiamenti corticali sono necessari tre mesi di esercizio.

Riportando lo stesso discorso nell’ambito dei disturbi del linguaggio come la balbuzie, è comune un miglioramento in poco tempo in seguito all’esercizio, ma è necessario un periodo molto maggiore affinché possano modificarsi i circuiti neurali deputati al controllo del linguaggio stesso.

È soltanto attraverso le modifiche corticali strutturali che le nuove “abitudini” acquisite diventano automatiche.
Il mezzo per facilitare e indirizzare tali modifiche è un costante esercizio giornaliero.

Bibliografia

Willingham DB. A neuropsychological theory of motor skill learning. Psychol Rev. 1998 Jul; 105(3):558-84

Chunming Lu , Lifen Zheng . Reorganization of brain function after a short-term behavioral intervention for stuttering. Brain & Language 168 (2017) 12–22

Wand B, Parkitny L, O’Connell N et al. Cortical changes in chronic low back pain:

Current state of the art and implications for clinical practice. Manual Therapy 2011; 16: 15-20.

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Balbuzie e traumi: oltre i luoghi comuni per superare i sensi di colpa

Se mio figlio balbetta è dovuto a un trauma? Cosa dice la scienza in proposito? L’articolo spiega, superando i luoghi comuni e i sensi di colpa dei genitori, quali possono essere le manifestazioni della balbuzie.

La balbuzie, secondo il pensiero comune, è ancora oggi associata ad esperienze traumatiche vissute in ambito familiare, anche se l’ipotesi è da tempo confutata in ambito scientifico.

L’evento traumatico è causa di balbuzie?

Infatti, quando emerge durante l’infanzia, i genitori tendono ad andare alla ricerca di un evento traumatico (il cosiddetto “trauma infantile”), nella storia familiare, che possa esserne la causa, ad esempio: separazione dei genitori, aspettative troppo elevate o anche un rimprovero troppo severo.

Questo pensiero è così radicato che i genitori possono arrivare a convincersi che siano i loro comportamenti la causa della balbuzie.

È necessario quindi fare chiarezza su questo punto:

  • i dati scientifici non supportano in alcun modo questo stereotipo, anzi mostrano che non c’è alcuna correlazione tra i cosiddetti “traumi infantili” e l’insorgenza della balbuzie;
  • la balbuzie da trauma esiste, ma fortunatamente è molto più rara della balbuzie che emerge in età evolutiva. I “traumi infantili”, cui si attribuisce spesso la causa della balbuzie, difficilmente sarebbero considerati tali in ambito clinico. Il DSM-V, il più usato e diffuso sistema di classificazione dei disturbi mentali, definisce un trauma come “un’esperienza che implica morte, o minaccia di morte, o gravi lesioni, o minaccia all’integrità fisica propria e/o altrui”.

Appare chiaro che nessuno degli episodi citati all’inizio (divorzio, rimproveri, …) risponde a questi criteri. Eventi traumatici – secondo la definizione appena riportata – sono invece aggressioni fisiche, maltrattamenti o abusi, rapimenti o situazioni di particolare stress emotivo, come disastri naturali o incidenti.

Un evento di questo tipo può avere gravi conseguenze sul piano emotivo e cognitivo (ad esempio, il disturbo da stress post-traumatico).

Le manifestazioni della balbuzie

Nel caso in cui la balbuzie emerga dopo un evento traumatico, si parla di balbuzie psicogena o da trauma, che è a sua volta un sottotipo di quella che si definisce balbuzie acquisita.

La balbuzie acquisita non ha un’origine evolutiva e si sviluppa in un individuo che non ha sempre balbettato. È legata a un momento specifico, prima del quale non c’era alcun problema di fluenza.

Essa comprende:

  • balbuzie psicogena, una forma di balbuzie legata a un problema psicologico o a un evento traumatico;
  • balbuzie neurogena, la più comune forma di balbuzie acquisita; si sviluppa in seguito a una lesione cerebrale, ad esempio un ictus;
  • balbuzie indotta da sostanze, una forma di balbuzie associata all’uso di droghe o medicinali.

È bene chiarire che questi tipi di balbuzie rappresentano comunque una minoranza.

Il disturbo in età evolutiva

Nella maggior parte dei casi essa emerge spontaneamente durante l’infanzia (tra i 2 e i 4 anni di età), in un periodo fondamentale per lo sviluppo delle funzioni cognitive superiori, tra cui il linguaggio. È durante questi anni che le lievi anomalie cerebrali, riscontrate nelle persone che balbettano, entrano in gioco, causando la manifestazione del disturbo.

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Gestire la rabbia. Consigli per genitori ed educatori

Cosa succede quando un bambino o un ragazzo sono arrabbiati? Quando e come intervenire? Nell’articolo della dottoressa Giada Sera alcuni consigli per genitori ed educatori alle prese con le reazioni dei piccoli.

Cosa possono fare i genitori?

I comportamenti di un bambino o di un adolescente con molta rabbia possono evocare anche nel genitore forti sentimenti di rabbia e di frustrazione.

Spesso però i genitori provano sentimenti di colpa per queste loro reazioni. Importante, a questo proposito, è ricordare che l’emozione di rabbia che suscita un comportamento disfunzionale del bambino è normale ed è un’emozione diretta al comportamento e non al bambino in quanto persona.

Risulta importante considerare i cicli interpersonali che si instaurano nei rapporti sociali: davanti all’aggressività possiamo rispondere con altrettanta rabbia con l’obiettivo di difenderci da una minaccia o da un’ingiustizia.

 

Come possono intervenire i genitori alle prese con la rabbia dei loro figli? E’ importante:

  • riconoscere l’attivazione della come rabbia conseguente a “un attacco” per identificarla come adeguata e consentita, questo permette di osservare che dietro questa rabbia (di colore nero) non ci siano altre emozioni come preoccupazione, tristezza, paura;
  • aiutare il proprio figlio a realizzare che il comportamento messo in atto o l’attivazione fisiologica che sta sperimentando sia rabbia;
  • aiutarlo a verbalizzarla; in particolare, con gli adolescenti la verbalizzazione, traendo spunto da episodi personali sulla sperimentazione della rabbia, permette di normalizzare l’emozione e di renderla più tollerabile;
  • validare l’emozione: è normale arrabbiarsi, succede a tutti, ciò che conta è la reazione che consegue alla rabbia;
  • porre attenzione alla propria risposta: i bambini apprendono osservando gli adulti che hanno quindi una funzione di modello.

E gli educatori?

L’insegnante o l’educatore ha un ruolo privilegiato nell’osservare bambini e adolescenti in situazioni che il genitore non può cogliere. Quindi è molto importante una comunicazione scuola- famiglia.

L’osservazione dell’insegnante dovrebbe focalizzarsi non solo sull’aspetto prestazionale ma, per quanto possibile, relazionale e dovrebbe essere finalizzata a comprendere quali siano le situazioni che scatenano più facilmente rabbia nel bambino (le molle),  l’agito che ne consegue, il grado di impulsività e le conseguenze (esempio diverso è rispondere male al professore dal chiedere spiegazioni rispetto all’evento che mi ha fatto innervosire).

Spesso i ragazzi/bambini che hanno manifestazioni esternalizzanti tendono ad avere difficoltà nelle relazioni e quindi a percepirsi come inadeguati, non accettati, esclusi. L’insegnate avendo una buona posizione da osservatore può segnalarlo al genitore e rinforzare i comportamenti in cui il bambino è riuscito a gestire l’impulsività.

Quando serve l’esperto?

La risposta è complessa. In generale, potremmo dire quando il livello di rabbia è troppo elevato da interferire con la salute o con le relazioni sociali.

Lo psicologo può intervenire con l’obiettivo di intervenire sul problema riportato (iperattività, aggressività, impulsivoità) lavorando sull’emozione della rabbia e insegnando delle tecniche di autoregolazione.

Ricordiamo però che lo psicologo non interviene solo in condizioni di patologia ma anche di benessere e adattamento all’ambiente (per esempio lavorando sulla tolleranza alla frustrazione).

 

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Rabbia: come si manifesta nel bambino e nell’adolescente?

La rabbia è un’emozione primaria e riconoscerla consente di imparare le regole sociali. Se nei bambini, però, si assiste a una sorta di autoregolamentazione, nei più grandicelli le esplosioni possono essere incontrollabili. Ecco alcune manifestazioni tipiche per imparare a comprenderla.

La rabbia: come si manifesta nel bambino 

La maggior parte dei bambini durante la crescita apprende spontaneamente a controllare la propria rabbia.

Le manifestazioni fisiche della collera tendono solitamente a diminuire fra i 3 e i 5 anni. Tuttavia, per alcuni bambini, le difficoltà a contenere le proprie reazioni di rabbia continuano a persistere durante la frequenza della scuola primaria, determinando problemi nella relazione con i pari.

La rabbia, considerata tra le emozioni primarie, può tradursi in comportamenti oppositivi, come, ad esempio, nella resistenza a rispettare le regole e le autorità. In alcuni casi è facile riconoscerla nei famosi “capricci”.

Ecco allora che l’ingresso nella scuola primaria può rendere evidente questa difficoltà, già presente in precedenza. L’ambiente scolastico è infatti un ambiente strutturato, con regole, figure di riferimento, tempi e spazi ben definiti. Tutto questo può amplificare la gestione difficoltosa dell’impulsività, dell’attenzione e dell’iperattività.

Cosa succede nell’adolescente?

Nell’adolescenza non è insolito provare rabbia.

In particolare, gli adolescenti tendono a manifestare questa emozione nei confronti dei genitori, dai quali sentono il bisogno di allontanarsi per affermare la propria identità. Si trovano, a tutti gli effetti, a vivere una fase di transizione e sono alla ricerca di una maggior autonomia.

Per questa ragione l’aspetto normativo genitoriale viene tollerato con maggiore difficoltà.

Inoltre, visto che il gruppo dei pari diventa fondamentale, se vi è una bassa capacità di gestione della rabbia questo avrà un grande impatto sulle relazioni.

In generale, la difficoltà nella gestione della rabbia potrebbe avere delle conseguenze sul funzionamento in diversi ambiti di vita:

  1. scolastico: scarso rendimento, deficit attentivo, fallimento scolastico, espulsione;
  2. familiare: conflittualità verbale, aggressività fisica, non comunicazione e chiusura;
  3. sociale: emarginazione, ingresso in gruppi dissociali.

 

Il Centro Medico Vivavoce opera nell’ambito dei Disturbi del Linguaggio e dell’Apprendimento, della Psicologia e della Neuropsichiatria infantileVivavoce è in particolare specializzato nel trattamento riabilitativo della balbuzie. Per maggiori informazioni o per un primo appuntamento gratuito è possibile scrivere alla segreteria a info@vivavoceinstitute.com.

 

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Rabbia: che cos’è?

La rabbia è un’emozione forte, che talvolta riesce a creare un filtro spesso che copre i nostri pensieri offuscandoci. Ma è estreamente importante perché ci permette di focalizzarci sui nostri obettivi. Essenziale diveta però imparare a canalizzarla.

La rabbia fa parte di quelle emozioni che chiamiamo primarie – insieme alla paura, alla tristezza, alla gioia, alla  sorpresa e al disgusto – cioè quelle emozioni che tutti gli essere umani provano e che non sono mediate dalla cultura, a cui apparteniamo.

Che cos’è la rabbia?

La rabbia indica che qualcosa si interpone tra noi e il raggiungimento del nostro obiettivo (per esempio quando non riusciamo ad ottenere ciò che desideriamo o quando non possiamo fare quello che vogliamo).

Quando scatta la rabbia? Essenzialmente quando percepiamo che noi stessi o qualcuno vicino a noi sta subendo un’ingiustizia: possiamo quindi arrabbiarci quando ci sentiamo non capiti o quando ci sentiamo presi in giro. Inoltre a volte possiamo arrabbiarci anche per piccole frustrazioni che incontriamo nella quotidianità.

Questa emozione è accompagnata da segnali fisici quali

  • senso di calore nel viso e nello stomaco,
  • rigidità delle mascelle,
  • tremore agli altri,
  • tensione muscolare.

Spesso è caratterizzata da “comportamenti esternalizzanti“: in cui i bambini imparano a dirigere la rabbia verso l’esterno, sotto forma di impulsività, oppositività e iperattività. Molto conosciuti sono i disturbi dell’attenzione e dell’iperattividità (ADHD) o i disturbi oppositivi provocatori e della condotta. Nel trattamento di questi disturbi il trattamento della rabbia assume un ruolo centrale.

Qual è il ruolo della rabbia?

L’attivazione neurofisiologica e l’impulsività dei comportamenti conseguenti l’emozione sono buoni indicatori della “temperatura” della nostra emozione, seguendo il concetto di termometro delle emozioni. Un livello di “temperatura” 1-3 indica una lieve irritazione mentre un livello 8-10 indica un livello di crescente furore.

La rabbia quindi ha un ruolo importante nella nostra vita, soprattutto nell’ambito relazionale. È quell’emozione che ci permette di far valere i nostri diritti e favorisce l’affermazione di noi come persone autonome all’interno di un contesto sociale.

Più di ogni altra emozione, se non viene gestita in maniera adeguata, può avere ripercussioni sulle relazioni, mettendo a dura prova tutte le figure relazionali con le quali i bambini o adolescenti entrano in contatto: genitori, insegnanti, educatori, pari.

Come tutte le emozioni, la rabbia non va eliminata ma al contrario va riconosciuta e gestita in modo funzionale.

Come riconoscere la rabbia?

Riconoscere la stretta connessione tra emozione e pensiero è fondamentale. In questo processo ci viene in aiuto la metafora della molla.

Le molle sono quelle situazioni che succedono a noi o vicino a noi che fanno attivare “pensieri disfunzionali” in modo quasi automatico e molto veloce. Queste caratteristiche rendono difficile individuare i pensieri che facciamo rispetto alla situazione, tanto che la situazione stessa sembra legata direttamente alla nostra reazione di rabbia.

Facciamo un esempio: un compagno di classe mi prende in giro; in una simile situazione la rabbia può derivare da un pensiero del tipo: non è giusto che si comporti così, adesso gliela faccio pagare.

Ognuno ha una certa vulnerabilità alla rabbia, che è determinata a livello di temperamento e dal contesto educativo/culturale in cui sono cresciuto. Ognuno, se fa un lavoro di autosservazione, può riconoscere un canovaccio di situazioni “molla” in cui prova più facilmente la rabbia: il traffico in città, vedere qualcuno che subisce un’ingiustizia sul lavoro.

Il colore della rabbia

Possiamo pensare alla rabbia con il colore nero.

Il nero copre tutti gli altri colori, così come la rabbia impedisce di vedere la presenza delle altre emozioni quali tristezza, paura, vergogna, colpa.

Parlando di rabbia non possiamo non parlare di frustrazione. Nel corso della nostra vita ci troviamo a vivere quotidianamente delle frustrazioni:

  • il bambino la sperimenta quando non riceve il gioco che vuole, prende un brutto voto anche se ha studiato o in quelle situazioni in cui oggettivamente non ha ancora le competenze per farvi fronte.
  • l’adolescente può sperimentarla in ambito scolastico quando non raggiunge l’obiettivo che si era prefissato, quando riceve un rifiuto da una ragazza o ragazzo, quando si scontra, metaforicamente, con un compagno.

La tolleranza alla frustrazione è essenziale per l’adattamento all’ambiente e per acquisire nuove capacità. Si pensi, per esempio, a  quando abbiamo imparato ad andare in bicicletta: non siamo riusciti al primo tentativo ma la capacità di tollerare la frustrazione del cadere ci ha permesso di acquisire una nuova competenza.

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Perché balbetta mio figlio? La prima domanda dei genitori

La balbuzie viene percepita in modo differente dai bambini e dai loro genitori. Da un lato il piccolo tende a diventarne consapevole nel confronto, talvolta diretto e ostile, con i coetanei. Dall’altro il genitore tende a porre gli accenti su senso di colpa e ricerca delle cause. Ecco cosa succede realmente.

Ho iniziato a balbettare – io, come la maggior parte delle persone che balbettano – durante l’infanzia. Credo, inparticolare, durante il primo anno della scuola primaria. Non ricordo esattamente quando.
Per quanto mi riguarda ho sempre balbettato, non c’è un “prima”.

I miei genitori mi portarono da diversi specialisti (neurologi, psicologi, …): alcuni li ricordo, altri, la maggior parte, no. Ne sono a conoscenza solo grazie a racconti successivi.

Tuttavia, da bambino la balbuzie non era un grosso problema per me. Sapevo di esprimermi in modo diverso dagli altri, mi chiedevo perché balbettassi solo quando parlavo e non quando pensavo. Era una cosa stranissima per me, ma era solo una piccola parte della mia vita. Non ricordo di essermene curato molto fino all’inizio delle scuole secondarie di primo grado.

La balbuzie per il bambino

Scopo di questa breve introduzione di carattere personale è spiegare il “mondo dentro”.  Per un bambino che balbetta, spesso, la balbuzie è una “sensazione” distante. Ne diventa consapevole solo entrando in contatto con gli altri, in particolare con i coetanei.

Sono i genitori, invece, a cercare risposte, a soffrire e a preoccuparsi. A volte danno la colpa a sé stessi o al contesto scolastico. Altre volte cominciano ad agire sul bambino, credendolo troppo timido e ansioso.

Qualche altra si cerca la risposta in un evento traumatico, e a questo proposito le domande più frequenti dei genitori sono due:

  • È successo qualcosa a scuola, con gli insegnanti o i compagni?
  • Ci siamo comportati in modo sbagliato? Abbiamo mancato in qualcosa?

Informarsi sulla balbuzie

Purtroppo la qualità dell’informazione in merito alla balbuzie è ancora scarsa e i luoghi comuni sono molto diffusi, anche tra i professionisti.

Fortunatamente, negli ultimi anni si è manifestato un crescente interesse verso la balbuzie, soprattutto da parte di discipline come le neuroscienze e la genetica, che forniscono delle risposte ad alcune delle domande più comuni:

  • La balbuzie non è causata da un evento traumatico, ma è legata a una predisposizione genetica, dimostrata anche dall’alta ereditabilità del disturbo. Sono persino stati identificati alcuni geni che potrebbero svolgere un ruolo causale (Frigerio-Domingues & Drayna, 2017).
  • Questi geni potrebbero avere un impatto sulle regioni cerebrali legate al linguaggio, causando lievi anomalie strutturali e funzionali (Chow & Chang 2018).
  • Ne consegue che la balbuzie è un fenomeno cognitivo complesso (ovvero un fenomeno che ha a che fare con i nostri processi mentali, come apprendimento, memoria e linguaggio) legato all’esecuzione e alla coordinazione degli atti motori necessari alla produzione linguistica (Chang et al., 2018); si rende necessario, quindi, un trattamento multi-fattoriale che coinvolga diverse discipline.

Il Centro Medico Vivavoce ritiene fondamentale fare tesoro delle informazioni e delle ricerche condotte dalla comunità scientifica e metterne al corrente anche i genitori di bambini che balbettano, in modo che possano gestire al meglio la situazione e agire in modo tempestivo e adeguato.

Cliccando sui link attivi puoi scoprire di più sul Metodo MRM-S – l’unico all’ultima fase della validazione scientifica – o sulla ricerca, oppure scrivici per maggiori informazioni: info@vivavoceinsitute.com

Vivavoce Focus

Balbuzie: si può guarire?

Balbuzie: si può guarire? La risposta è sì. Occorre impegnarsi in un percorso di riabilitazione. Solo questo permette di riacquistare il proprio controllo motorio. Ma, la tecnica, da sola, non è sufficiente. Serve un esercizio costante per conservare i risultati ottenuti.

Balbuzie: gli studi recenti

Le cause della balbuzie non siano ancora chiare. Tuttavia, gli studi condotti nell’ambito delle neuroscienze mostrano la presenza di lievi anomalie nella struttura e nel funzionamento del cervello delle persone che balbettano.

Come queste anomalie possano avere un impatto sulla capacità di parlare in modo fluente è ancora oggetto di indagine scientifica. I dati a disposizione consentono di ipotizzare che esista un problema nella corretta esecuzione e coordinazione – da parte degli organi dell’apparato fono-articolatorio – dei movimenti necessari alla produzione linguistica.

La balbuzie si configura, quindi, come un fenomeno cognitivo complesso che necessita di un percorso riabilitativo di natura multi-fattoriale che vada ad agire su diverse componenti.

Perché una riabilitazione?

Si parla di una vera e propria riabilitazione. La persona che balbetta, infatti, deve disapprendere le vecchie abitudini disfunzionali ed essere rieducata a parlare in un modo che riduce o elimina la balbuzie, riacquistando il controllo del proprio corpo.

Nel corso del tempo sono stati proposti innumerevoli trattamenti volti a modificare il modo in cui viene prodotto il linguaggio:

  • allungare i suoni,
  • rallentare l’eloquio o
  • parlare in modo ritmico.

Queste tecniche migliorano la fluenza nel breve termine, ma i loro effetti sono difficili da conservare nel tempo e spesso esse risultano complicate da applicare al di fuori dell’ambiente terapeutico, in contesti quotidiani.

L’efficacia di un metodo

Il Muscarà Rehabilitation Method for Stuttering (MRM-S) si propone di restituire alla persona che balbetta la sua voce naturale. Soprattutto, segue i pazienti per tutto il tempo, anche da remoto, affinché possano conservare e migliorare i risultati ottenuti anche nel lungo termine.

Questo modo di agire affonda le sue radici in una nozione da tempo acquisita nell’ambito delle neuroscienze: il nostro cervello non è statico, ma viene plasmato dalle esperienze.

E’ noto che i musicisti mostrano un aumento della materia grigia nelle regioni uditive del cervello. Ugualmente i taxisti, dovendo imparare a memoria tutte le strade e i percorsi della città, mostrano un aumento delle dimensioni dell’ippocampo (una regione cerebrale legata alla memoria a lungo termine).

Nella persona che balbetta, un allenamento intenso e costante nel tempo, può permetterle di compensare le già citate anomalie strutturali e funzionali del cervello.

Perché si può guarire

Per “guarire” dalla balbuzie non è però sufficiente la tecnica: spesso, infatti, entrano in gioco anche componenti di natura emotiva (come ansia, frustrazione e vergogna) che rendono talvolta difficile l’applicazione della tecnica nella vita “vera”.

Il MRM-S aiuta la persona che balbetta a estendere i propri risultati anche al di fuori dell’ambiente terapeutico e offre, se necessario, un supporto di tipo psicologico, fondamentale per affrontare problemi di natura emotiva che potrebbero ostacolare il percorso terapeutico.

Puoi scoprire di più sul Metodo MRM-S o sulla ricerca in corso, oppure puoi scriverci per maggiori informazioni: info@vivavoceinsitute.com

 

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Bambini e logopedia: quando è necessario rivolgersi allo specialista

Mio figlio non parla bene. Devo rivolgermi a uno specialista? Chi è il logopedista e che tipo di patologie tratta? Cosa potrei fare per favorire il linguaggio in mio figlio ancora piccolo? Sono alcune delle domande che ci rivolgono i genitori.

Che cos’è la logopedia?

La logopedia è una branca della medicina e si occupa dei disturbi del linguaggio e della comunicazione. Non solo in età evolutiva, ma anche in età adulta e perfino geriatrica, quando può essere causata da problemi collaterali. Nei bambini è soprattutto legata ai diversi gradi di impedimento o ritardo nel linguaggio, nell’apprendimento (lettura, scrittura, calcolo), i semplici disagi legati alla deglutizione o i disturbi complessi come una disfagia.

Chi è il logopedista?

Il logopedista è una figura professionale specializzata riabilitativa. Tratta tutte le patologie che hanno a che fare con i disturbi della comunicazione e/o del linguaggio.
Opera in modo autonomo nel suo ambito di competenza, in équipe con altri specialisti, ma non può fare diagnosi. Per questa, i genitori si devono rivolgere sempre a un medico: neuropsichiatra infantile, ortodontista, otorinolaringoiatra, foniatra.
Il logopedista interviene poi sulla rieducazione.
La sua attività è infatti legata alla educazione o rieducazione dei diversi disturbi di carattere linguistico-cognitivo: ritardi nello sviluppo del linguaggio, anomalie nell’articolazione della voce, disturbi fonologici, della fluenza verbale, dell’apprendimento, dell’attenzione, patologie cerabrali o neurologiche, sordità sensoriali disfonia, disartria e, in alcuni casi, anche autismo.

Perchè un genitore si rivolge a un logopedista?

Nella maggior parte dei casi perchè da un’osservazione e confronto con gli altri bambini, si accorge di un ritardo o di una difficoltà del proprio bambino nel parlare: parla male, poco o per niente.
Nessun allarme, ma è sempre bene osservare e, in presenza di reali difficoltà – ad esempio, assenza di lallazione, vocabolario sotto le 50 parole a 24 mesi, ritardo nella combinazione gesto-parola, ritardo nella comprensione di consegne semplici date al bambino – ricorrere a uno specialista che può avvalersi di test specifici che consentono di verificare l’esistenza o meno di un disturbo.
Un’altra situazione in cui il genitore può rivolgersi al logopedista è quando ci sono problemi di fluenza: rotture, blocchi, ripetizioni, pause eccessive che impediscono una normale fluidità nel discorso. Potrebbe trattarsi di balbuzie, ma essendo questo un disturbo cognitivo complesso, necessita di una valutazione multidisciplinare.

Consigli per aiutare il bambino a parlare

Cosa puoi fare tu per sostenere il linguaggio nei più piccoli?

C’è qualcosa che è possibile fare fin da quando i bambini sono molto piccoli per stimolare il linguaggio.

  • raccontare – parlare con calma e costantemente delle diverse azioni del quotidiano, narrare ciò che si sta facendo, dare un nome agli oggetti, possono essere attività di grande supporto per favorire lo sviluppo del linguaggio
  • fare domande e attendere pazientemente la risposta, anche solo un tentativo o uno sforzo per parlare o esprimersi
  • evitare di utilizzare un linguaggio inappropriato per abbreviare o storpiare le parole
  • utilizzare melodie ed espressioni facciali quando parlate al bambino per interessarlo all’atto del parlare
  • leggere, leggere, leggere – più leggiamo ai nostri piccoli, più li esponiamo a una varietà linguistica che porteranno nella loro memoria per il futuro.
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Professione logopedista: chi è e come lo inquadra la normativa?

Il Logopedista è il professionista sanitario specializzato nella valutazione, riabilitazione, prevenzione ed educazione di tutte le patologie che provocano disturbi della comunicazione e/o del linguaggio. Specifici o secondari ad altre patologie.

Si occupa, di fatto, dei disturbi dell’apprendimento, della lettura, della scrittura e del calcolo, della voce e delle funzioni orali come la disfagia.

Chi è il logopedista?

Per rispondere a questa domanda ci siamo avvalsi della definizione proposta dal sito della Federazione Logopedisti Italiani (FLI).

Questa definizione riassume in poche righe le principali competenze e atti professionali del Logopedista. Per conoscere le aree d’intervento logopedico in modo più specifico ed approfondito, tuttavia, occorre avere in mente i documenti ufficiali e la normativa che identificano e riconoscono questa figura professionale.

Cosa dice la normativa vigente?

La professione del Logopedista in Italia ha avuto come precursori una serie di figure che si occupavano a vario titolo di linguaggio, voce e di corretta articolazione delle parole: maestri di canto e di dizione, educatori e maestri di bambini sordi, fisioterapisti o infermieri specializzati.

Ma è solo a partire dagli anni ’70, grazie alle nuove conoscenze in ambito scientifico, all’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale (SSN, Legge 833/78) e al successivo riordino delle prestazioni e del personale sanitario, che il Logopedista viene identificato come un professionista appartenente ad uno specifico settore sanitario, che è quello della riabilitazione.

Da allora è stata emanata (e continuano ad essere emanate) una serie di normative, che hanno permesso via via di riconoscere la figura del Logopedista come professione sanitaria dotata di autonomia e responsabilità e di inquadrare il suo ambito di competenza rispetto a quello delle altre figure professionali.

Quali sono le disposizioni che definiscono il campo di attività?

In base a quanto stabilito dalla Legge 42/1999 “Disposizioni in materia di professioni sanitarie”, il campo di attività, di autonomia e di responsabilità del logopedista, è determinato da tre principali normative, che riportiamo di seguito nei loro punti principali.

1) Il Profilo Professionale (Decreto Ministeriale 14 settembre 1994, n.742)

Contiene una delle prime definizioni di logopedista: “Il Logopedista è il professionista sanitario che, in possesso del diploma universitario abilitante, svolge la propria attività nella prevenzione e nel trattamento riabilitativo delle patologie del linguaggio e della comunicazione in età evolutiva, adulta e geriatrica” (Art.1).

Questa definizione ad oggi non risulta essere del tutto aggiornata ed esaustiva. A essa si può dunque aggiungere quella del Profilo Professionale Europeo (emanata dal Comité Permanent de Liaison des Orthophonistes / Logopèdes de l’Union Européenne, CPLOL):“Il Logopedista è il professionista sanitario che, formato in ambito universitario, svolge autonomamente la propria attività nella prevenzione, nella valutazione, nel trattamento riabilitativo e nello studio scientifico della comunicazione umana, dei disturbi a essa associati e della deglutizione”.

2) Il Codice Deontologico (FLI, 13 febbraio 1999)

E’ un documento ufficiale, elaborato dalla Federazione Logopedisti Italiani (organo rappresentativo della categoria, in assenza di un albo professionale) che ha lo scopo di delineare l’identità culturale e i valori che guidano l’operato del Logopedista, rispetto alla sua istruzione, alle sue competenze e ai suoi comportamenti, in ambito professionale.

L’articolo 8 del Codice Deontologico elenca gli atti professionali del Logopedista:

“L’assunzione in carico del paziente nella gestione terapeutica avviene in piena autonomia, sulla base delle competenze ed in conformità all’insieme degli atti professionali peculiari del Logopedista.

L’esercizio della professione si attua mediante i seguenti interventi logopedici:
a) Valutazione e Bilancio nella Clinica Logopedica;
b) assunzioni di informazioni oggettive e soggettive attraverso utilizzo di strumenti standardizzati, test, colloqui, osservazioni;
c) analisi della documentazione clinica prodotta dalla persona assistita;
d) consulenza/counselling;
e) cura, educazione/abilitazione/riabilitazione;
f) monitoraggio degli interventi;
g) programmazione del trattamento/intervento;
h) prevenzione;
i) revisione del programma di intervento;
j) semeiotica;
k) valutazione/verifica dell’efficacia del trattamento;
l) ricerca;
m) formazione”.

Nello stesso articolo è espresso un altro aspetto importante che riguarda l’attività logopedica:

“L’esercizio della professione si realizza secondo un rapporto di dipendenza, in ambito pubblico o privato, oppure di tipo libero-professionale; esso si attua in riferimento ad una esplicita diagnosi medica.”

Il logopedista esercita la propria attività in piena autonomia nell’ambito degli atti professionali previsti dalla sua professione, tuttavia tra questi non c’è la formulazione di diagnosi. Il logopedista, infatti, è tenuto ad operare solo in riferimento ad una diagnosi medica.

3) Ordinamenti Didattici della formazione di base e post-base.

Attualmente per esercitare la professione è necessario conseguire la specifica laurea triennale in Logopedia afferente alla facoltà di Medicina e Chirurgia, il cui ingresso è a numero chiuso.

La laurea in Logopedia ha una storia relativamente recente, se si considera che la prima Scuola Diretta a Fini Speciali per tecnici di Logopedia nacque nel 1969 a Padova. Essa faceva parte della facoltà di Lettere e aveva un’impostazione più linguistica che medica.

Successivamente ci fu la trasformazione in Diploma Universitario, ma solo nel 2001 in Italia il Logopedista ha ottenuto un titolo universitario di laurea con valore abilitante all’esercizio della professione.

Di cosa si occupa il logopedista?

La formazione del logopedista comprende le patologie elencate nel Catalogo nosologico del Logopedista:

  1. Disfonie o disturbi della voce (infantili, adulte, senili, nei professionisti della voce, nella voce artistica, nei laringectomizzati);
  2. Dislalie o alterazioni della pronuncia (meccanico-periferiche, evolutive fonologiche, in soggetti oligofrenici o con insufficienze encefaliche);
  3. Disfagie o disturbi della deglutizione (infantili, adulte, senili, in soggetti con malocclusioni dentarie, con oligofrenia, palatoschisi, turbe neurologiche, meccaniche, post operatorie, alimentazioni vicarianti, alternative, con protesi);
  4. Disfluenze o disturbi del flusso verbale (balbuzie);
  5. Disturbi della codificazione e decodificazione comunicativa (afasie) e delle funzioni corticali superiori (agnosie, aprassie);
  6. Disartrie o disturbi centrali della motricità del distretto fono-articolatorio da alterazione del I motoneurone (paralisi cerebrali infantili, encefalopatie dell’adulto demielinizzanti, neurodegenerative, ecc);
  7. Turbe comunicative negli oligofrenici: di origine genetica (per es. Sindrome di Down) o acquisite in età evolutiva (meningoencefaliti neonatali, prenatali, ecc) e demenziali (Alzheimer, multinfartuali, ecc);
  8. Disturbi da lesione sensoriale (Turbe comunicative nella sordità pre-linguale) e atti inerenti il loro emendamento (protesizzazione acustica, impiego di vibratori, impianti cocleari);
  9. Disturbi dell’apprendimento o learning disease (dislessie, disortografie, discalculie);
  10. Turbe comunicative da inadeguatezze socio-culturali e affettive;
  11. Turbe comunicative con alterazione della relazione dualistica;
  12. Disturbi linguistici miscellanei e loro correlati (dislalie funzionali di varia origine, disturbi fonologici, disprassia articolatoria, dispercezioni uditive e visive, disturbi semantici, disturbi morfo-sintattici, disturbi pragmatici).

Il team multidisciplinare di specialisti del Centro Medico Vivavoce effettua diagnosi e riabilitazione dei disturbi del linguaggio, della comunicazione, delle funzioni orali e della deglutizione, sia in età evolutiva, sia in età adulta. Per maggiori informazioni scrivici a info@vivavoceinstitute.com.

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Bibliografia:
Castagna L.M., De Cagno A.G., Il core competence e il core curriculum del logopedista.  Springer-Verlag Italia, 2012.
Vernero I., Schindler O., Storia della logopedia. Springer-Verlag Italia, 2012.
Schindler O., Catalogo Nosologico Foniatrico-Logopedico.

Sitografia:
http://www.cosp.unimi.it 
https://fli.it
https://www.flipiemontelogopedia.it

Vivavoce Focus

Balbuzie ed esame di maturità: vademecum per viverlo al meglio

Dal Centro Medico Vivavoce un vademecum per affrontare con meno ansia la prova d’esame.
E se la balbuzie è un problema, qui trovate qualche consiglio per aiutare ragazzi e famiglie a comprendere questa fatica e a gestirla con minore stress.

Maturità e ansia

La maturità è alle porte.
Manca poco più di un mese alla prima prova scritta e l’ansia può cominciare a farsi sentire, soprattutto per l’orale. Il timore di non farcela, la mole di pagine da affrontare possono indurre a procrastinare o a sottovalutare il problema, anziché cercare la forza per trovare un rimedio.

Del resto, l’esame, qualunque esso sia, ci sottopone a una valutazione e questa è accompagnata da emozioni spesso contrastanti.

Le espressioni più frequenti

“Non ce la farò mai a studiare tutto”, “Non riuscirò a finire il programma”, “E se ho il vuoto totale?”, “Se perdo le parole?”. Se da un lato si fa sentire la paura di non riuscire, dall’altro è normale temere il giudizio degli altri.

E se il candidato è un balbuziente?

L’ansia sale e il rischio è di non riuscire, nella prova orale, a dare il massimo, a dimostrare la propria preparazione e tutto ciò che si è studiato. “Se mi blocco, come farò davanti alla commissione d’esame? Se comincio a balbettare, penseranno che mi agito perchè non ho studiato abbastanza?”.

Se è vero che le manifestazioni comunemente più note della balbuzie sono la ripetizione dei suoni o il loro prolungamento, le esitazioni e le pause prima del discorso, essa è in realtà un disturbo molto complesso in cui interagiscono fattori motori, linguistici, cognitivi, affettivi e comportamentali. Per questo affrontarla richiede un approccio multidisciplinare.

Inoltre, al contrario di quello che si potrebbe pensare, la balbuzie non compromette solo l’esposizione, la forma con cui viene espresso il messaggio, ma in molte occasioni ne condiziona anche il contenuto. Chi balbetta è quindi spesso costretto, soprattutto in una situazione di stress emotivo, a cercare termini che gli consentano di avere una maggiore fluenza, a discapito della qualità e della pertinenza del discorso. E il risultato potrebbe non corrispondere alle aspettative.

L’ansia: un’emozione normale

Va detto che l’ansia è un’emozione normale e comune che ha origine dalla nostra natura primordiale, quando dovevamo letteralmente “fiutare” il pericolo e scappare. È dunque un meccanismo di difesa, una reazione a ciò che – in qualche forma – ci minaccia. Ciò che cambia, da individuo a individuo, è il modo di viverla. Ma, imparare a dominarla è possibile, limitando la temperatura emotiva.

Come? Con qualche accorgimento e l’esercizio.

  1. Dare un nome all’ansia. Riconoscere l’emozione e mettersi in ascolto è il primo passo per superarla.
  2. pensieri attorno all’ansia mi aiutano oppure mi ostacolano? Perché mi siano d’aiuto, occorre trasformarli. “Non ce la farò mai!” può diventare “Ce la faccio, dipende da me!”
  3. Il mio comportamento mi sta aiutando? “Cosa posso fare per sentirmi meglio e più preparato?”; “Cosa posso fare per abbassare la temperatura emotiva e arrivare all’obiettivo?”

Studio
Programmo per tempo le ore di studio in base alle materie
Programmo le pause
Studio con gli amici
Chiedo ai miei amici o ai mei di ascoltarmi mentre ripeto

I consigli allo studente

Nel caso lo studente sia disfluente è importante ricordargli che:

1)    La balbuzie può rappresentare un limite, ma affrontarla e superarla può trasformarsi in opportunità per la vita

2)    Sarà valutato sul contenuto, non sulla forma

3)    La sua ansia è generata dall’esame e non dalla balbuzie, su quest’ultima si può intervenire

4)    L’esame non valuterà il suo valore di persona

5)    L’ansia è normale e può dare gli stimoli giusti

I consigli ai genitori

Quali sono invece i consigli per i genitori? Come possono sostenere i ragazzi senza sostituirsi a loro?

  1. Importante è osservare i propri figli quando si notano segni di inappetenza, irritabilità, tristezza, difficoltà a memorizzare, desiderio di procrastinare
  2. aiutarli a verbalizzare le emozioni che stanno provando
  3. chiedere loro cosa può sostenerli e mettersi in ascolto per indirizzare meglio il loro dialogo interiore per aiutarli a trasformare i pensieri e a renderli positivi e tollerabili.

Per supportare la genitorialità e approfondire l’alfabetizzazione emotiva con insegnanti ed educatori, il Centro medico Vivavoce ha ideato una serie di dirette Facebook trasmesse dalla pagina e focalizzate secondo il seguente calendario:

  •        Mercoledì 5 Giugno -“Sono TRISTE, non mi va di fare niente”. Il confine tra emozione e disagio.

Non serve alcuna prenotazione, è sufficiente collegarsi alla pagina e assistere alla diretta, intervenendo nei commenti. Sarà possibile anche lasciare un commento nei post che annunciano l’iniziativa nei giorni precedenti, in caso si volesse anticipare un argomento di particolare interesse.

Puoi scoprire di più sul Metodo MRM-S o sulla ricerca in corso, oppure puoi scriverci per maggiori informazioni: info@vivavoceinsitute.com

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Balbuzie: cos’è davvero?

Cos’è la balbuzie? Sembrerebbe una domanda a cui è facile rispondere. Le definizioni più comuni e utilizzate della balbuzie ne forniscono, tuttavia, un’immagine parziale e stereotipata.

Balbuzie: una classificazione

La balbuzie è un fenomeno che interessa una percentuale tra l’1,5% e il 3% della popolazione mondiale. Solo in Italia, si parla di circa 1 milione di persone.

Secondo l’ICD-10 (International Classification of Diseases), la classificazione internazionale delle malattie stilata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, la balbuzie è

un disordine del ritmo della parola, nel quale il paziente sa con precisione ciò che vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non è in grado di dirlo a causa di arresti, ripetizioni e/o prolungamenti di un suono che hanno carattere di involontarietà”.

Nel DSM-5 (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), il più utilizzato sistema di classificazione dei disturbi mentali, la balbuzie è considerata un disturbo della comunicazione che si manifesta come una

alterazione della normale fluenza e della cadenza dell’eloquio, inappropriata per età e per abilità linguistiche, che persiste nel tempo ed è caratterizzata dal frequente e marcato verificarsi di uno (o più) dei seguenti elementi: ripetizioni di suoni e sillabe, prolungamenti dei suoni, interruzione delle parole, blocchi udibili o silenti, circonlocuzioni, parole pronunciate con eccessiva tensione, ripetizione di intere parole monosillabiche”.

I limiti delle definizioni

Queste definizioni, è evidente, si basano unicamente sulla descrizione dei sintomi manifesti: ciò che è possibile osservare e udire.

Ma, prendendo in prestito un’espressione di Sheehan (1970), questi aspetti rappresentano solo la punta visibile di un iceberg. La maggior parte rimane nascosta sotto il livello del mare.

Infatti, se il linguaggio è, come è evidente, una funzione cognitiva straordinariamente complessa, risultato di numerosi meccanismi in interazione tra loro, allora anche la balbuzie deve essere considerata un fenomeno cognitivo altrettanto complesso.

Una risposta soggettiva

Nonostante le sue cause non siano ancora chiare, i più recenti studi e modelli neurolinguistici ci forniscono alcuni indizi.

Secondo il Muscarà Rehabilitation Method for Stuttering (MRM-S), il cui background teorico fa riferimento al modello DIVA (Directions Into Velocities of Articulators) (Guenther, 2006), la balbuzie potrebbe dipendere da una eccessiva attività del sistema di controllo e monitoraggio del linguaggio.

Il risultato è allora un blocco fisico che viene percepito a livello addominale, toracico o diaframmatico.

I sintomi della balbuzie

I sintomi più o meno manifesti sono, di fatto, la risposta soggettiva a questo blocco. Le manifestazioni più comuni e note sono ripetizioni, prolungamenti, blocchi, spasmi e tic che possono interessare diverse parti del corpo.

Alcuni potrebbero ricorrere a manifestazioni più sottili per aggirare i blocchi, come sinonimi, giri di parole e intercalari.

Nel caso in cui la persona che balbetta rinunci a parlare, la balbuzie assume la forma di un silenzio.

Modi e intensità

La balbuzie si presenta in modi e intensità diverse da persona a persona (variabilità interindividuale), ma può assumere forme diverse anche nella stessa persona (variabilità intraindividuale). Essa non è, infatti, un fenomeno statico, ma dinamico: potrebbe rimanere silente o attenuarsi per un certo periodo di tempo, per poi riapparire o intensificarsi all’improvviso.

Se prendiamo in considerazione anche aspetti di natura psico-emotiva, allora la balbuzie è anche ciò che si verifica prima e dopo il blocco.

La persona che balbetta prevede il blocco prima che si verifichi, cioè sa già che non riuscirà a parlare. Questo causa frequentemente ansia anticipatoria (che in casi estremi può portare al ritiro sociale), che a sua volta può intensificare la balbuzie.

Balbuzie e ansia

L’ansia conduce a condotte di evitamento quando la persona che balbetta, per il timore di bloccarsi, comincia a evitare situazioni ansiogene che implicano l’interazione con le altre persone (ad esempio parlare al telefono o ordinare qualcosa).

A differenza di quanto si ritiene nel senso comune, l’ansia è uno degli effetti della balbuzie, non la causa.

Cosa comporta il blocco

La balbuzie è anche ciò che viene dopo il blocco: senso di sfiducia, frustrazione, affaticamento mentale e fisico, vergogna e perdita di autostima sono solo alcune delle sue conseguenze.

Risulta evidente, quindi, come il trattamento di un fenomeno così complesso e sfaccettato richieda un approccio multifattoriale, che il MRM-S si propone di offrire proprio per intervenire sulla persona nella complessità del fenomeno.

Scopri il Metodo MRM-S e il Percorso Riabilitativo per la Balbuzie del Centro Medico Vivavoce, oppure scrivici per maggiori informazioni: info@vivavoceinsitute.com.

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Come gestire le emozioni

Come gestire le emozioni? Come stemperarle quando le nostre di genitori si sommano a quelle di bambini e adolescenti e la temperatura cresce? Saperle riconoscere e imparare a guardare oltre e dietro le semplici manifestazioni può aiutarci a contenerle per trovare una soluzione.

Gestire le emozioni può risultare un compito complesso per un genitore. Le emozioni dei bambini sono spesso contrastanti e loro stessi faticano a dare loro un nome se non vengono abituati fin da piccoli a condividere un codice emotivo con il mondo degli adulti. Più facile per loro mettere in atto comportamenti che attirano l’attenzione. Quello che emerge in superficie sono allora capricci, inappetenza, insoddisfazione, un malessere non sempre comprensibile.

Come quella volta che vi siete impegnati per ore a cucinare per lui ogni genere di prelibatezza e il suo dolce preferito. Gli avete organizzato la più bella festa di compleanno in compagnia di tutti i suoi compagni di classe. Alla sera siete esausti, la casa è un disastro e già pensato che la mattina seguente si va al lavoro.

Arriva l’ora della buonanotte e il vostro piccolo è tutto fuorché felice. Vi guarda sbuffando con gli occhi al cielo e dice: “Mamma, oggi mi sono proprio annoiato, uffa”.

Quali sono le vostre emozioni?

Probabilmente vi sentite arrabbiati e avreste voglia di alzare la voce. Ma è questo ciò di cui ha bisogno? E’ importante riconoscere la propria emozione, ma non possiamo negare quella che prova nostro figlio o nostra figlia.

 

Infografica gestire emozioniIl nostro compito allora in questo frangente è aiutarlo a trovare le parole per dirlo, a verbalizzare ciò che sente dentro e lo turba e che noi non riusciamo a vedere.

Accettare che possa provare emozioni in contrasto con le nostre è il primo passo per gestirle.

L’atteggiamento più costruttivo è creare una modalità di cooperazione ed evitare lo scontro.

“Ok, sono arrabbiata, ma non me ne vado o lo mando a letto per chiudere il discorso”.

Nel momento in cui lo sosteniamo rivolgendogli delle domande per far emergere ciò che lo ha ferito, ammettendo il nostro dispiacere senza far pesare il nostro disappunto.

“Mi dispiace tu non ti sia divertito. Ricordi come ti sei divertito a giocare con le macchinine con Filippo?”

Aiutandolo a riflettere possiamo entrare in sintonia con il suo stato d’animo. E, dopo averlo ascoltato e dopo aver accolto la sua insoddisfazione, possiamo spostare la sua attenzione sulle cose più belle e positive che, a causa delle emozioni negative, non riesce a ritrovare nella memoria. Possiamo offrirgli un’alternativa su cui pensare.

Come gestire le emozioni se tuo figlio è un adolescente?

E’ importante evitare di invadere il suo spazio e di insistere se ancora non ne vuole parlare. E’ utile cominciare da se stessi e identificare cosa ci ha fatto innervosire. Siamo arrabbiati per ciò che ci ha detto o per ciò che ha fatto, ma non lo siamo con lui direttamente. Prendere distanza dall’emozione che stiamo provando ci consente di guardare a nostro figlio o a nostra figlia con occhi diversi.

L’aspetto emotivo rimane la chiave per comprendere e lasciare aperto il dialogo, senza giudicare il suo comportamento e ritrovare un approccio cooperativo per entrare in sintonia con il suo dialogo interno. In un secondo momento potremo approfondire, se lui o lei ce lo permetterà.

E intanto potreste chiedere qualche consiglio.

Bibliografia

E. Castelli Gattinara, Dieci lezioni sulle emozioni. Cosa provano gli adolescenti. Come aiutarli a scoprirlo con noi. Copertina flessibile, 2018, Giunti Ed.

 

 

 

Vivavoce Focus

Le emozioni dei bambini: consigli a genitori e insegnanti

Le emozioni dei bambini non sempre sono chiare e facili da gestire. Genitori e insegnanti hanno un ruolo essenziale nel fornire a bambini e ragazzi gli strumenti per la gestione delle emozioni.

Consigli per i genitori

A volte per il genitore non è facile riconoscere cosa prova il proprio figlio, cosa ci sia dietro un certo comportamento e quindi come agire.

Pensiamo per esempio a un bambino che fa molti capricci o che non vuole andare a scuola. Oppure a un adolescente che mette il muro e fatica a raccontare cosa è successo a scuola o con gli amici. In queste situazioni lo stato emotivo non è dichiarato e i genitori possono sentirsi spaesati.

Anche in quelle situazioni in cui l’emozione viene verbalizzata dal bambino o dall’adolescente, ci possono essere delle difficoltà. Il genitore potrebbe fare fatica ad accettare quello che prova il figlio.

Le emozioni dei bambini e le nostre

Immaginiamo, per esempio, di aver preparato con grande cura la festa di compleanno di nostro figlio. Alla sera, ci sentiamo dire che si è annoiato tutto il giorno. È importante in questo caso riconoscere che ci sentiamo arrabbiati, che questo è comprensibile. Però ricordiamoci che se neghiamo l’emozione di nostro figlio non lo aiutiamo a verbalizzarla e a costruire un dialogo interno differente.

Dobbiamo, infatti, accettare che nostro figlio provi delle emozioni che non ci piacciono: è una persona diversa da noi. Così facendo potremo entrare in una modalità cooperativa con lui, piuttosto che di scontro.

Potrei dirgli che mi dispiace che non si sia divertito e chiedergli il motivo. Solo dopo averlo accolto e ascoltato, potrei aiutarlo a notare qualcosa della festa che gli è piaciuto. Lo aiuto a trovare un altro punto di vista a cui magari non riesce ad accedere.

Cosa fare quando si comporta male?

Speso non sappiamo che fare con i comportamenti, dal capriccio al muro adolescenziale.

È fondamentale che il genitore accetti per se stesso il fatto che quel comportamento lo irrita, lo rattrista o gli faccia provare ansia. Queste emozioni, però, sono legate a un comportamento del figlio. Non è quello che provano in generale per il bambino in sé.

Un’emozione riportata spesso dai genitori è il senso di colpa.

La colpa non aiuta nella relazione.

Deriva spesso da un rimprovero fatto a se stessi per aver provato una certa emozione o per non aver agito nel modo migliore in assoluto.

Sicuramente non bisogna ragionare sulla risposta migliore in assoluto che un genitore può dare. Al contrario, bisogna guardare al meglio che si può e si riesce a fare in quello specifico momento, avendo la consapevolezza che non esiste un libretto di istruzioni.

Emozioni a scuola: consigli per gli insegnanti

La scuola rappresenta per il bambino un luogo di vita. Non si limita a dare un’istruzione, ma contribuisce alla crescita e allo sviluppo della persona.

Gli anni scolastici costituiscono un importante momento per lo sviluppo delle competenze emotive e della propria identità. Attraverso le relazioni con i coetanei e con gli insegnanti i bambini e gli adolescenti hanno l’opportunità di acquisire molte abilità. Ad esempio, conquistano la capacità di leggere stati emotivi e intenzioni altrui, imparano le modalità di relazione, il rispetto e le regole.

Il contesto scolastico ha il grande compito di aiutare gli alunni a rispondere alle sfide connesse all’apprendimento. E insieme a questo insegna molto anche a riguardo della gestione del proprio comportamento e alla costruzione delle relazioni con i pari, promuovendo lo sviluppo di abilità di tipo emotivo e sociale.

Fondamentale in questo percorso è il ruolo degli insegnanti.

Ruolo che non sempre è semplice. Non dimentichiamoci che gli insegnanti hanno un notevole carico emotivo, dovendo gestire classi numerose di alunni con caratteristiche uniche cui prestare attenzione.

Cosa può fare l’adulto per migliorare la competenza emotiva?

La cosa importante nella relazione con un bambino o un adolescente è cooperare con lui. Bisogna aiutarlo a riconoscere le emozioni, non a negarle. Si può suggerirgli di riflettere sul pensiero che ha fatto, per costruirsi un dialogo interno più positivo e confortante.

L’adulto può favorire una comunicazione aperta, parlando per primo delle proprie emozioni. È importante raccontare di come anche anche lui ha avuto difficoltà, mostrando che ci può essere una risoluzione.

Ad esempio, l’insegnante può condividere le passate difficoltà in matematica, la fatica nel superamento di un esame all’università o il disagio di inserirsi in una nuova squadra di calcio.

Spesso alle emozioni dei bambini seguono comportamenti problematici: non rispetto delle regole, comportamenti impulsivi, forti chiusure. In questi casi ci esistono tante strategie (semplici ma ben strutturate) che il genitore può applicare a casa sotto il suggerimento e la guida di un esperto.

La prima cosa in assoluto che suggeriamo a genitori o insegnanti è quella di diventare ottimi osservatori valutando le ricorrenze di comportamenti, emozioni o sensazioni fisiche in modo da comprendere se sono conseguenti a qualcosa.

Cosa invece non fare? Creare uno scontro o dei tabù sulle emozioni.

Ruolo dello psicologo in ottica di benessere

Sempre di più lo psicologo non si occupa solo di patologia ma anche di benessere. Fornisce guida e supporto durante i momenti di difficoltà. Lavora con il bambino o l’adolescente con lo scopo di insegnargli a conoscere le emozioni e gestirle al meglio. Lo aiuta a sviluppare abilità sociali, relazionali, dandogli un aiuto per aumntare la tolleranza alla frustrazione o per imparare a fare scelte più serenamente.

Il lavoro dello psicologo può essere utile anche con i genitori. Li aiuta a utilizzare delle strategie diverse rispetto a quelle che sembrano non funzionare più. Così facendo si modifica la risposta del bambino, diminuendo il comportamento difficile.

In generale, quando si ha a che fare con le emozioni dei bambini, rivolgersi a uno psicologo potrebbe essere utile quando:

  • le vecchie strategie educative non funzionano più,
  • si è osservato un cambiamento nel bambino,
  • si ha un dubbio su come aiutarlo,
  • non si sa come gestire al meglio una situazione,
  • a seguito dell’osservazione qualcosa ci risulta strano.

 

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Le emozioni di mio figlio: conoscerle riconoscerle e gestirle

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Motor Imagery o Immaginazione motoria

L’immaginazione motoria è la simulazione mentale di un atto motorio, senza la sua effettiva esecuzione. Immaginare un movimento è utile non solo per apprendere un’abilità motoria, ma anche per migliorare il movimento stesso. Vediamo come.

Come programmiamo le nostre azioni?

La programmazione di un atto motorio, è fondamentale per ottenere una buona esecuzione dell’azione che vogliamo svolgere.

Allo stesso tempo, l’efficacia e soprattutto il buon esito di una nostra azione è nettamente migliore nel momento in cui siamo in grado di immaginare l’azione che vogliamo svolgere senza eseguirla realmente.

Ad esempio, attraversare una strada senza incorrere in alcun incidente presuppone una buona programmazione e una buona esecuzione dell’azione stessa.

Ciò a livello neurofisiologico si traduce in un’attivazione di differenti aree motorie.

Chiudiamo ora gli occhi e immaginiamo di svolgere la stessa azione. Che cosa sta succedendo all’interno del nostro sistema nervoso?

Se fossimo collegati ad uno strumento che monitora l’attività cerebrale, vedremmo in tempo reale una cosa particolare: non c’è una grossa differenza nell’attivazione delle aree cerebrali tra quando immaginiamo un gesto motorio e quando lo eseguiamo realmente.

Cos’è l’immaginazione motoria?

L’immaginazione motoria (Motor Imagery) descrive la simulazione mentale di un atto motorio volontario, senza la sua reale esecuzione. È uguale alla pianificazione del movimento cui però non fa seguito l’esecuzione.

Si può fare esperienza di un’immagine mentale motoria in terza persona quando s’immagina, da spettatori esterni, se stessi mentre si compie un’azione. Oppure si può immaginare un movimento in prima persona, in altre parole dall’interno, quando ci s’immagina direttamente coinvolti nell’atto motorio.

Oggigiorno è utilizzata per:

  • guidare e attivare la plasticità cerebrale,
  • migliorare le abilità di acquisizione e l’apprendimento motorio in numerosi sport,
  • ed è sempre più impiegata in neuro-riabilitazione.

Immaginare un movimento porta ad un miglioramento della performance motoria e a cambiamenti funzionali e strutturali di aree corticali e sotto-corticali.

È sempre più frequente osservare durante importanti eventi sportivi atleti che, prima di eseguire la loro prestazione, si concentrano ad occhi chiusi immaginando lo sviluppo del loro gesto futuro. Nella loro mente vivono la gara preparandosi ad affrontare gesti atletici che richiedono un’elevata destrezza.

Mentre in passato l’immaginazione motoria era impiegata come metodo complementare per apprendere abilità motorie (Schuster 2011), con il tempo è stato dimostrato che

allenamenti basati sull’immaginazione hanno effetti simili all’allenamento motorio vero e proprio.

Il motivo per un tale risultato si giustifica dal momento in cui la ripetizione mentale di un movimento attiva le stesse aree corticali di un’esecuzione reale.

La ripetizione di azioni motorie attraverso la pratica fisica e mentale può indurre cambiamenti cerebrali di tipo plastico.

In ambito sportivo atleti di discipline differenti usano l’immaginazione motoria per rinforzare la memoria cinestesica (o di movimento) tra le sessioni di allenamento. In questo modo possono mantenere il livello di performance o stabilizzare i gesti complessi.

Quali sono i benefici in termini di riabilitazione?

Appare oggi confermato che pratiche di allenamento mentale motorio potenzino gli effetti della riabilitazione prettamente fisica. Specialmente se le ripetizioni mentali sono in numero sufficiente e precedono gli esercizi motori.

Il principale vantaggio dell’utilizzo delle immagini mentali in riabilitazione è che la rievocazione mentale del compito motorio consente al paziente di incrementare il numero di ripetizioni dell’atto in modo autonomo, sicuro e con minor fatica fisica.

Inoltre tale allenamento mentale è possibile anche per quei pazienti impossibilitati ad eseguire fisicamente il movimento.

Gli studi riportano prove dell’efficacia della riabilitazione basata sulle immagini motorie in casi di malattia di Parkinson, dolore cronico, dolore connesso all’arto fantasma, ictus (Birbaumer et al., 1997; Chan et al., 2007; Tamir et al., 2007; Malouin et al., 2012).

Un fattore determinante per la riuscita del training basato sulle immagini motorie è l’integrità dei processi di base dell’imagery nei pazienti. Danni alle strutture sottocorticali possono ridurre la capacità di creazione della rappresentazione interna dell’atto motorio. Da qui l’importanza cruciale che riveste un’ accurata valutazione delle capacità di base come l’attenzione e la memoria di lavoro, e delle capacità di costruire, riconoscere e trasformare le immagini (Collet et al., 2011).

Anche il linguaggio è un atto motorio

Le parole sono come gesti vocali. Si può immediatamente riflettere su quali potenzialità si possano celare dietro l’applicazione di esercizi e allenamenti basati sull’immaginazione motoria per quanto concerne il recupero di disfunzioni del linguaggio.

Oltre a migliorare l’attivazione corticale delle aree strettamente legate al linguaggio, un allenamento di questo tipo permetterebbe di destrutturare i circuiti disfunzionali creatisi nel tempo. La ripetizione dell’errore nella fase parlata, infatti, potrebbe contribuire ad alimentare un errato funzionamento del meccanismo di feedback-feedforward che è alla base di alcune disfunzioni del linguaggio.

 

Foto: Freepik

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Il termometro delle emozioni

Le emozioni sono utili. Creano problemi quando la loro intensità è fuori controllo. Il termometro delle emozioni ci aiuta a capire quando la temperatura è troppo alta.

Il Termometro delle emozioni è un’immagine che mostra come tutte nostre emozioni variano di intensità, da poco intensa a molto intensa. A volte proviamo le emozioni in modo molto lieve, altre volte invece l’emozione si manifesta a un livello così intenso da non riuscire a controllarla. In quest’ultimo caso si potrebbe dire che è l’emozione a controllare noi.

 

Il termometro indica il livello di intensità delle emozioni da 1 a 10

 

Quando le emozioni mantengono una temperatura normale, allora sono utili. Ad esempio, quando si deve sostenere un esame o una verifica, una certa dose di ansia serve. Aumenta la motivazione e permette di studiare con attenzione.

Ma se la temperatura sale troppo, le emozioni possono diventare un problema (diventano, cioè, disfunzionali). 

La preoccupazione per un esame può diventare ansia. Il fastidio per un’offesa subita può trasformarsi in rabbia. La semplice tristezza per un insuccesso può diventare depressione. Ciascuna emozione è utile e diventa disfunzionale solo quando raggiunge intensità troppo basse o troppo elevate.

Come funziona il termometro delle emozioni?

Riconoscere e capire le proprie emozioni non è sempre facile e immediato, soprattutto nei più piccoli.

Il Termometro delle emozioni è uno strumento utile che, nelle attività educative così come in terapia, aiuta a prendere consapevolezza della temperatura delle loro emozioni in un determinato momento. Evitando così che il termometro si scaldi troppo.

Come usarlo?

Quando proviamo una certa emozione è utile domandarsi quanto l’emozione sia intensa: quali emozioni sto provando? Da 1 a 10 a che livello di intensità si colloca sul termometro? Lo chiediamo ai nostri bambini, ma possiamo chiederlo anche a noi stessi.

È il primo passo per imparare a gestire le emozioni, anche se molto forti, soffermandosi sul pensiero che le ha generate.

Bibliografia

Di Pietro, L’ABC delle mie emozioni. 8-13 anni. Programma di alfabetizzazione socio-affettiva secondo il metodo REBT, 2007, Ed Erickson, Trento.
Di Pietro, L’ABC delle mie emozioni. 4-7 anni. Programma di alfabetizzazione socio-affettiva secondo il metodo REBT, 2007, Ed Erickson, Trento.

Di Pietro, Bassi, L’intervento cognitivo-comportamentale per l’età evolutiva. Strumenti di valutazione e tecniche per il trattamento, 2013, Ed Erickson, Trento.

 

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Cos’è e come si cura il Disturbo Post Traumatico da Stress

Le vittime di un trauma oscillano fra la negazione dell’evento, e la sua ripetizione compulsiva, attraverso flashback o incubi. In questo modo, la mente cerca di elaborare e organizzare stimoli traumatici ed eccessivamente opprimenti. Queste strategie rischiano però di congelarsi e cronicizzarsi in un disturbo specifico: il Disturbo Post Traumatico da Stress.

Cos’è il Disturbo Post Traumatico da Stress

L’evento traumatico rappresenta un’onda che si infrange sull’esperienza quotidiana della persona. Ma cosa succede dopo che l’onda si è infranta?

Alcuni dei suoi effetti possono manifestarsi per molto tempo, arrivando a concretizzarsi in una sindrome chiamata Disturbo Post-Traumatico da Stress (DPTS in italiano, PTSD – Post Traumatic Stress Disorder in inglese).

Se il Trauma è l’onda, il Disturbo Post Traumatico da Stress è uno degli strascichi che l’onda può lasciarsi dietro.

Attualmente il Disturbo Post Traumatico da Stress è incluso nel DSM 5, Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, nella categoria Disturbi correlati agli eventi traumatici e stressanti. Il manuale individua una serie di criteri di riconoscimento validi per adulti, adolescenti e bambini al di sopra dei sei anni.

Quali sono gli eventi scatenanti del Disturbo Post Traumatico da Stress?

Il primo criterio definisce

l’insorgenza in seguito ad esposizione a morte (reale o minacciata), violenza sessuale o grave lesione.

Le tipologie di eventi in grado di scatenare PTSD possono essere dunque varie, ad esempio disastri della natura, incidenti, violenza umana.

Denominatore comune è il fatto che la vittima sia stata esposta all’esperienza di un evento traumatico di grave minaccia alla vita, o all’integrità fisica, per sé o per altri.

Il PTSD colpisce solo le vittime o anche i testimoni?

Anche essere testimoni di un evento traumatico può produrre PTSD, perché essi condividono la stessa dialettica del Trauma.

Nello specifico, infatti, essere testimoni di un’esperienza gravemente traumatica o può provocare la stessa impossibilità di elaborare i fatti, la stessa impotenza, e la stessa destabilizzazione, che provoca l’esserne vittime.

Pensiamo ad esempio ai soccorritori che accorrono dopo un grave incidente e vengono a contatto con i dettagli più crudi relativi all’evento.

Disturbo Post Traumatico da Stress: quali sono i sintomi? 

I sintomi compaiono in seguito all’evento traumatico, restano presenti nel tempo per un periodo superiore a un mese, e rientrano in quattro categorie specifiche.

  1. Sintomi intrusivi (almeno uno tra i seguenti). Tendenza a rivivere l’evento sotto forma di ricordi, pensieri, percezioni, sogni, flashback. Tali immagini si presentano in modo ricorrente e involontario, producono sofferenza psicologica e reazioni corporee di allarme. La persona può arrivare a sentire e agire come se l’evento si stesse ripresentando.
  2. Sintomi di evitamento (almeno uno tra i seguenti). La persona tenta di evitare le situazioni esterne (persone, luoghi, conversazioni, attività, oggetti, situazioni) o interne (ricordi, pensieri o sentimenti) associate all’evento
  3. Alterazioni negative del pensiero e dell’umore (almeno due tra i seguenti). Umore negativo, riduzione dell’interesse nelle proprie attività abituali, pensieri eccessivamente negativi riguardo a sé o al mondo, incapacità di ricordare elementi centrali dell’evento, tendenza eccessiva a incolpare sé stessi o altri per aver causato il trauma, tendenza ad estraniarsi dagli altri, difficoltà a sperimentare sentimenti intensi nei confronti dell’altro, o a costruirsi prospettive future.
  4. Alterazione dello stato di arousal e attivazione. I sistemi di attivazione dell’individuo si mantengono continuamente in stato di allerta. Questo può provocare ipervigilanza, difficoltà di concentrazione, irritabilità, difficoltà nel sonno, comportamenti autodistruttivi.

Viene specificato anche un dato sul decorso temporale dei sintomi, che devono manifestarsi per un periodo superiore a un mese.

Non tutti gli individui esposti a grave trauma sviluppano PTSD.

Le capacità di risposta individuali dipendono da fattori differenti: l’intensità del trauma sperimentato e la sua pervasività nella storia di vita dell’individuo hanno un ruolo determinante. È importante però anche la presenza o meno di altri fattori stressanti nella vita della persona, così come la stabilità della rete supporto sociale di cui dispone.

Il riconoscimento del PTSD: un evento importante

L’American Psychiatric Association (APA) riconosce per la prima volta la categoria del PTSD nel 1980, sulla scia degli studi sui veterani del Vietnam e dell’impatto dei movimenti di denuncia alla violenza contro le donne.

È un riconoscimento importante: essere sottoposti ad un trauma può produrre effetti tali da richiedere una diagnosi, ed una cura, specifiche. Da allora gli studi sul trauma hanno fatto molta strada.

Come si cura il Disturbo Post Traumatico da Stress

Nell’affrontare il PTSD di grande importanza è la tempistica dell’intervento.

Esistono delle tecniche che hanno scopo preventivo e che devono essere messe in atto il prima possibile, nei momenti immediatamente successivi all’evento traumatico.

Le terapie invece proposte una volta che il disturbo è conclamato sono la psicoterapia psicodinamica e le terapie cognitivo comportamentali.

La psicoterapia psicodinamica lavora soprattutto sulla possibilità di ri-narrare il trauma, affrontandone le varie sfaccettature e mettendolo in parole, per arrivare ad elaborarlo.

Le terapie cognitivo comportamentali lavorano invece attraverso tecniche di esposizione graduale allo stimolo traumatico, e di ridefinizione dei pensieri e dei comportamenti connessi al trauma. Fra queste, una tecnica di elaborazione del trauma che sta avendo grandi riscontri di recente, è l’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing).

La terapia EMDR affronta i ricordi non elaborati, originati da un trauma o da un evento fortemente stressante, attraverso la desensibilizzazione e ri-processamento del movimento oculare.

Il programma si compone di un protocollo di rievocazione delle esperienze negative del paziente. Mentre si propongono le varie fasi del programma, si conduce il paziente ad una rielaborazione profonda del ricordo attraverso movimenti oculari ritmici.

 

Bibliografia

Pettirossi, Psichiatria, 2008, Centro Scientifico Editore, Torino.

Gabbard, Psichiatria Psicodinamica, 2007, Raffaello Cortina Editore, Milano.

Angelini, www.angelini.it

State of Mind, www.stateofmind.it

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La balbuzie è una questione di carattere? Risponde la ricerca

La balbuzie è una questione di carattere? I bambini che balbettano sono più timidi degli altri? Si balbetta perché si è più ansiosi? In generale, temperamento ed emotività sono spesso associati alla balbuzie. Proviamo a rispondere alle domande grazie ad una revisione scientifica sulla balbuzie in relazione con ansia, temperamento e personalità, pubblicata dal Journal of fluency disorders nel 2014.

La balbuzie è una questione di carattere… o di temperamento?

Ti hanno mangiato la lingua? Molti bambini timidi si sono sentiti fare questa e simili domande fra i banchi di scuola. Vivacità, timidezza, sensibilità, introversione… Quando si è piccoli molte delle differenze fra un bambino e l’altro vengono spiegate come questioni di carattere. O meglio, di temperamento.

Infatti, quello che nel linguaggio comune è chiamato carattere, in psicologia si definisce temperamento.

Il temperamento è

l’insieme della disposizioni comportamentali presenti dalla nascita, le cui caratteristiche definiscono le differenze individuali nella risposta all’ambiente. Il temperamento è immodificabile perché frutto di variabilità biologica.

Il carattere invece è

la modalità strutturata di pensare, sentire e comportarsi, risultante dall’interazione dell’ambiente sul proprio patrimonio genetico e culturale. Il carattere è modificabile perché costruita dall’esperienza e dall’adattamento tra i propri bisogni e desideri e la realtà esterna.

Queste due parole, spesso utilizzate come sinonimi, sono in realtà ben diverse.

E questa differenza aiuta a comprendere perché le ricerche più significative per quanto riguarda l’associazione tra temperamento e balbuzie, si concentrano su campioni di bambini in età prescolare.

Scopriamolo insieme.

Come indagare il legame tra balbuzie e temperamento

In genere, i primi segni di balbuzie insorgono quando il bambino acquisisce la capacità linguistiche, intorno ai due anni e mezzo, tre.

Più un bambino è piccolo, più è semplice distinguere tra i suoi tratti comportamentali costituzionali (temperamento) e cosa invece sarà successivamente influenzato dell’esperienza, in questo caso l’esperienza stessa del balbettare).

Saranno questa esperienza e l’interazione con l’ambiente e a definire nel tempo il suo carattere.

I bambini che balbettano sono più timidi degli altri?

Nessuno studio effettuato finora sembra individuare nei gruppi di bambini che balbettano maggiore timidezza, ansia sociale o altri tratti simili.

Al contrario, alcuni studi sembrano dimostrare una tendenza opposta, seppure ridotta. I bambini che balbettano mostrerebbero un livello di funzionamento sociale maggiore rispetto a quelli che non balbettano.

Inoltre, non ci sono indicazioni del fatto che temperamenti maggiormente emotivi siano un fattore di rischio per la permanenza della balbuzie in età scolare e successivamente.

Non solo, ma non è nemmeno dimostrata una correlazione fra la severità dei sintomi motori connessi alla balbuzie e temperamenti specifici.

Balbuzie e carattere negli adulti: qual è il legame?

Diverso è il caso degli studi su persone adulte che permettono di valutare maggiormente l’effetto sociale prodotto dall’esperienza del balbettare. Cioè quanto e come la balbuzie può influenzare nel tempo il carattere della persona.

Le ricerche in merito sottolineano come molti adulti che balbettano sperimentano elevati livelli di ansia ed altri stati d’umore negativi.

Questo aumento dell’ansia è strettamente legato alle situazioni sociali in cui la persona deve parlare, molto probabilmente, a causa della paura di un giudizio negativo.

Le persone che balbettano, nel tempo, possono sviluppare ansia sociale come conseguenza della loro fatica di comunicare, non viceversa.

A conferma di questo, sta il fatto che le terapie finalizzate alla riduzione dell’ansia negli adulti che balbettano, sembrano portare ad un miglior benessere psicologico, ma non a un incremento effettivo della fluenza.

Non ci sono informazioni chiare su quale sia l’età entro cui si sviluppa la correlazione fra balbuzie e ansia sociale. Sembra però che il periodo scolare e quello adolescenziale, siano periodi significativi per l’instaurarsi di questo processo.

Balbuzie, temperamento, carattere: facciamo chiarezza

Pensare che la balbuzie è una questione di carattere, nel senso che è causata da un temperamento o da un carattere particolari è un pensiero tanto diffuso quanto privo di fondamento scientifico.

Tutte le ricerche effettuate dimostrano che i bambini che balbettano non sono più timidi o ansiosi degli altri. Non c’è un dunque un legame causale tra un temperamento specifico (ad esempio la timidezza) e la balbuzie.

E lo stesso possiamo dire del carattere.

Infatti, la maggior tendenza all’emotività e, in particolare, all’ansia sociale, compare successivamente, nel corso della vita. Questo tratto del carattere, è quindi da considerarsi come conseguenza (non causa) delle esperienze negative associate alle proprie difficoltà di comunicazione.

 

Bibliografia

Per A. Alm, Stuttering in relation to anxiety, temperament and personality: Review and analysis with focus on causality, Journal of fluency disorders, 40 (2014), 5 – 21.

Vivavoce Focus

Balbuzie: una definizione a colori

Cos’è la balbuzie? La risposta si trova apparentemente, dappertutto. Dall’opinione pubblica ai manuali di classificazione internazionale. Il risultato è, spesso, una visione della balbuzie parziale o stereotipata. Una visione in bianco e nero. Ma, come da un vecchio film, di scarsa risoluzione, è possibile ottenere una versione restaurata, così possiamo restituire alla balbuzie tutti i suoi colori.

Cos’è la balbuzie secondo il pensiero comune

Per chi non balbetta la balbuzie è semplicemente una difficoltà di comunicazione ben visibile che non permette di esprimere i propri pensieri.

A prima vista, la balbuzie è facile da definire. E, in questo senso, ognuno di noi ha – o pensa di avere – un’idea piuttosto chiara di  cos’è la balbuzie.

La televisione ci restituisce un’immagine netta: la balbuzie è qualcosa di buffo, che fa sorridere. In poche battute le difficoltà del personaggio balbuziente si palesano agli occhi e alle orecchie del pubblico. Pensiamo a Pallino, timido maialino dei Looney Tunes. Oppure a Cateno, fratello maldestro di Leonardo Pieraccioni in Ti amo in tutte le lingue del mondo.

In più, quasi tutti abbiamo parlato, almeno una volta, con una persona balbuziente. Riconoscerla ci è stato facile e immediato. Ripete suoni, sillabe o intere parole? Fa numerosi tentativi prima di riuscire a dire qualcosa? La voce si strozza in gola e fa degli enormi sforzi per farla uscire? Allora balbetta. Non servono radar, corsi avanzati o lauree per capirlo!

La balbuzie secondo la classificazione internazionale

Anche i manuali diagnostici, utilizzati a livello internazionale per classificare tutte le malattie e i disturbi conosciuti, forniscono una definizione di balbuzie.

Secondo il manuale ICD-10, riferimento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la balbuzie è

Un disordine nel ritmo della parola, nel quale il paziente sa con precisione ciò che vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non è in grado di dirlo a causa di arresti, ripetizioni e/o prolungamenti di un suono che hanno carattere di involontarietà.

Nel DSM-5 invece, il manuale di riferimento per i disturbi psicologici, la balbuzie viene descritta come

Alterazione della normale fluenza e della cadenza dell’eloquio, inappropriata per età e per abilità linguistiche, che persiste nel tempo ed è caratterizzata dal frequente e marcato verificarsi di uno (o più) dei seguenti elementi: ripetizioni di suoni e sillabe, prolungamenti dei suoni, interruzione delle parole, blocchi udibili o silenti, circonlocuzioni, parole pronunciate con eccessiva tensione, ripetizione di intere parole monosillabiche.

Queste definizioni sono però limitate. Perché?

  1. Si basano esclusivamente sulle manifestazioni della balbuzie, cioè su quello che è possibile osservare (o udire).
  2. Offrono una visione statica della balbuzie, che è invece un fenomeno che cambia nel tempo e a seconda della persona.
  3. Non avanzano ipotesi sulle cause della balbuzie.

Ma soprattutto, queste definizioni risultano aride perché non lasciano spazio alle peculiarità della singola persona. E, di conseguenza, non tracciano linee guida per un intervento mirato.

Da una parte, lo stereotipo del balbuziente è spesso molto distante da come la balbuzie si manifesta nella singola persona. Dall’altra, chi balbetta può non riconoscersi nelle classificazioni standard.

Possiamo dire che sia il pensar comune, sia le classificazioni internazionali restituiscono una versione della balbuzie solo in bianco e nero.

Cos’è davvero la Balbuzie?

La balbuzie è la risposta soggettiva a qualcosa che non si vede.

Cosa non si vede?

Un blocco. Un blocco fisico, che può essere percepito più a livello addominale, toracico o diaframmatico. Ma comunque un blocco fisico .

Questo blocco fa percepire con certezza a chi balbetta che non riuscirà a dire quello che vuoi dire. Oppure che lo dirà con grande fatica.

C’è chi decide di fermarsi rinunciando a parlare, e in questo caso la balbuzie assume la forma di un silenzio.

C’è chi invece, grazie a una abilità che chi balbetta sviluppa fin da bambino, riformula il messaggio usando sinonimi, giri di parole, intercalari, che però spesso stravolgono il concetto che inizialmente voleva dire.

E poi c’è chi, con tenacia e ostinazione, prova comunque a parlare. In questo caso si assiste alle manifestazioni più note: ripetizioni, prolungamenti di suoni, in alcuni casi addirittura spasmi, perdita di controllo del viso, del collo

La balbuzie è quindi una risposta personale, frutto del carattere, del temperamento, della sensibilità e della motricità di ognuno.

La persona con un carattere più freddo e controllato riuscirà sempre a fermarsi prima, quindi avrà una balbuzie invisibile.

La persona più impulsiva, esagitata tenterà di sfondare questo blocco, come se fosse una porta chiusa, attivando diverse parti del suo corpo, con conseguenti spasmi.

Come e quando si manifesta la balbuzie?

La balbuzie interessa circa l’1,5% della popolazione mondiale e compare, mediamente, tra il 2° e il 3° anno di vita. In quasi il 90% dei casi scompare naturalmente entro il 6° anno di vita.

Nei restanti i casi permane, manifestandosi in modi e tempi diversissimi da persona a persona.

La balbuzie non è dunque un fenomeno statico, ma fortemente dinamico.

Le sue manifestazioni cambiano sia da persona a persona (variabilità interindividuale), sia nella stessa persona, nell’arco della sua vita (variabilità intraindividuale)

Questa variabilità può essere descritta attraverso alcuni parametri.

  • Frequenza. La balbuzie non è sempre sistematica. Può manifestarsi esclusivamente in rare e specifiche situazioni e non verificarsi minimamente in tutte le altre.
  • Durata. La balbuzie non è sempre costante. Può rimanere totalmente invisibile, silente per alcuni periodi, anche molto lunghi della vita. E poi riapparire improvvisamente con frequenza o sporadica o più continuativa.
  • Severità. La balbuzie è di intensità variabile. Nel caso di balbuzie lievi magari una difficoltà viene percepita in modo chiaro da chi balbetta ma non da chi ascolta.
  • Tipologia. Oltre a ripetizioni, prolungamenti, interruzioni, blocchi e circonlocuzioni esistono manifestazioni più sottili. Ad esempio, l’utilizzo di intercalari (cioè) e interiezioni (beh, ehm), il ricorso a frasi brevi o spezzettate, l’alterazione del ritmo del discorso (parlare più in fretta). Anche un aumento intenzionale della velocità di articolazione può rappresentare una strategia per superare il blocco.
  • Comportamento. La balbuzie può manifestarsi anche tramite silenzi o rinunce a comunicare qualcosa. Spesso queste manifestazioni sono confuse con riservatezza, introversione o scarsa partecipazione alla comunicazione.

Cosa comporta la balbuzie?

  1. Ansia anticipatoria

La balbuzie non è solo un problema di fluenza.

Chi balbetta ha chiaro cosa vuole dire, ma la difficoltà nel passaggio dal pensiero alla parola ne condiziona il contenuto.

Quando il blocco diventa insuperabile, chi balbetta è soggetto ad un sovraccarico cognitivo perché continua a riformulare il proprio pensiero.

La balbuzie quindi è anche prima che uno balbetta, quando sa già che sta per bloccarsi.

Situazioni di agitazione, nervosismo o ansia possano influenzare in modo negativo la balbuzie. Per questo, ansia e balbuzie vengono spesso messe sullo stesso piano, ma l’ansia non è la causa della balbuzie.

Situazioni molto cariche emotivamente richiedono grandi risorse di controllo soprattutto è già ampiamente impegnato a monitorare faticosamente il suo eloquio.

Quindi, in condizioni di ansia, la balbuzie può aumentare.

  1. La frustrazione e il senso di sfiducia

La balbuzie è anche dopo che uno ha balbettato. Il senso di sfiducia, di frustrazione, di affaticamento anche fisico, dovuti all’impossibilità di riuscire a dire ciò che si voleva dire.

La balbuzie è come un iceberg, di cui solo una piccola parte è visibile al di sopra del livello del mare, mentre la maggior parte rimane al di sotto, nascosta.

  1. La rinuncia a dire e a fare

Imbarazzo, vergogna e frustrazione sono solo alcuni dei vissuti che accompagnano chi balbetta nella vita quotidiana e che spesso inducono la persona a continue rinunce, a non mettersi in gioco.

Sul lungo termine, questo progressivo ritiro può generare condotte di evitamento che si estendono ai più svariati contesti, fino ad arrivare, in casi estremi, all’abbandono scolastico o a precludersi di una opportunità lavorativa.

La balbuzie intacca la qualità della vita stessa.

Come risolvere la balbuzie?

Cos’è la balbuzie? Di nuovo, possiamo dire che è un fenomeno multifattoriale, cioè che interessa diversi fattori della persona.

  • Linguistici, perché la balbuzie condiziona certamente la formulazione del messaggio
  • Motori, perché è legata alla coordinazione dei movimenti fono-articolatori e respiratori necessari a produrre un suono
  • Cognitivi, perché questa fatica influisce su pensieri, sulle autopercezioni e sulla consapevolezza della persona
  • Affettivi, perché colpisce sentimenti, emozioni e atteggiamenti
  • Comportamentali,  perché spesso porta a rinunciare, a non fare pur di non dover parlare.

Per superare la balbuzie, quindi è necessario agire su tutti questi fattori.

Il percorso  rieducativo dovrebbe comprendere un lavoro sulla persona nella sua interezza e totalità, attraverso l’intervento integrato di diverse figure professionali (logopedista, fisioterapista, psicologo).

Un team multidisciplinare che lavora in modo sinergico può infatti agire su tutte le sfumature che questa fatica assume su ogni persona.

Data la complessità del fenomeno occorre però prima conoscere a fondo cos’è la balbuzie, insieme a tutte le sfaccettature.

Solo così è possibile intraprendere un percorso rieducativo mirato che tenga insieme tutti gli aspetti che caratterizzano questo mondo a colori.

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Balbuzie: verso una definizione?

Cos’è la balbuzie? Sembra una domanda dalla risposta semplice, ma non è così. Come hanno affermato due importanti ricercatori, solo 20 anni fa, se 10 esperti di disturbi del linguaggio fossero riuniti in una stanza ne uscirebbero con almeno 11 definizioni diverse di balbuzie.

Vi sembra strano? Scopriamo quali (e quante sono) le definizioni più comuni.

Cos’è la balbuzie secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS)

Quella dell’OMS, è senz’altro la definizione più diffusa e più utilizzata.

la balbuzie è un disordine nel ritmo della parola, nel quale il paziente sa con precisione ciò che vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non è in grado di dirlo a causa di arresti, ripetizioni e/o prolungamenti di un suono che hanno carattere di involontarietà.

È una definizione completa? Non proprio.

Questa definizione si basa solo su ciò che si osserva e si sente.

In più, i sintomi descritti si verificano, a volte, anche nelle persone che non balbettano. Sulla base di queste manifestazioni, quindi,non è sempre possibile distinguere tra una persona che balbetta e una che non balbetta.

Lo standard della balbuzie secondo Wingate

Un’altra diffusa definizione è quella data nel 1964 dal ricercatore americano Marcel Wingate, uno dei principali studiosi della balbuzie. Per anni, questa è stata considerata la definizione standard.

La balbuzie è un disordine nella fluenza di espressioni verbali, che è caratterizzato da ripetizioni o prolungamenti involontari, udibili o silenti nell’emissione di brevi elementi del parlato, vale a dire: suoni, sillabe e parole di una sillaba.

Queste interruzioni occorrono frequentemente o sono ben definite e non sono facilmente controllabili dal soggetto. Talvolta le interruzioni sono accompagnate da attività accessorie come gesti collegati al parlato, caratteristiche verbali, spostamenti ausiliari del corpo.

Inoltre molto spesso vengono riferiti stati emozionali che vanno da una generale condizione di “eccitamento” o “tensione” a più specifiche emozioni di natura negativa come paura, imbarazzo, irritazione, frustrazione, vergogna, o simili. La manifestazione più visibile della balbuzie è rilevabile in qualche incoordinazione espressa nel meccanismo periferico relativo alla produzione verbale.

Il professor Wingate ci aiuta a rispondere in modo più preciso alla domanda cos’è la balbuzie.

Rispetto all’OMS, egli introduce sintomi secondari (movimenti incontrollati del corpo) e reazioni emotive (es: tensione, imbarazzo, frustrazione). Inoltre, evidenzia la presenza di manifestazioni visibili, udibili e/o silenti.

Wingate utilizza però termini generici, senza porre l’accento sulle manifestazioni sottili, come, ad esempio, il caso della balbuzie nascosta (covert stuttering). Molte delle persone che balbettano sono infatti in grado di nascondere la propria balbuzie, evitando alcune parole e sostituendole con altre, oppure fermandosi quando avvertono il blocco.

Inoltre, la balbuzie ha una forte variabilità intraindividuale, soprattutto in termini di frequenza.

Cosa significa? Che non sempre si balbetta con la stessa frequenza nell’arco della giornata o della vita. E quindi non sempre le manifestazioni della balbuzie occorrono frequentemente come invece sostiene  Wingate.

La balbuzie come perdita di controllo

Il Professor William H. Perkins, direttore dello Stuttering Center alla University of Southern California ha definito la balbuzie come

La temporanea perdita di controllo, latente o manifesta, dell’abilità di procedere con fluenza nell’esecuzione di un enunciato verbale.

La balbuzie viene qui collegata alla perdita di controllo, qualcosa dunque di soggettivo, percepito innanzi tutto dal punto di vista di chi parla, non di chi ascolta.

Il pregio di questa definizione è che non si limita a una descrizione di sintomi esterni, ma dà maggiore rilievo al vissuto della persona.

Il professor Perkins, ha infatti affermato più volte che

Se la scienza intende indagare in modo oggettivo i balbuzienti spogliandoli della loro esperienza soggettiva – perché essa non può essere misurata sulla base di ciò che viene facilmente osservato, allora è la scienza il perdente.

Inoltre individua un nuovo fenomeno da indagare: che cos’è la perdita di controllo che sperimenta chi balbetta? Quali sono le cause?

Questa sembra essere la direzione delle teorie neuroscientifiche più recenti, secondo cui la balbuzie è da ricondurre alla perdita del controllo motorio nella produzione del linguaggio.

Cos’è la balbuzie: perché è così difficile rispondere?

Il dibattito sulla definizione resta ancora aperto.

E il motivo principale è la mancanza di accordo su quali siano le cause del fenomeno.

La neurofisiologa Anne Smith nel 1999 ha chiarito l’origine di questa difficoltà con un curioso paragone.

Studiare la balbuzie a partire dalla descrizione dei sintomi è come studiare l’attività di un vulcano a partire dalla forma o dal fumo.

E in effetti, anche lo studio dei vulcani non ha fatto progressi fino a quando non si è spostata l’attenzione sull’attività sismica che determina il comportamento dei vulcani.

Per capire cos’è la balbuzie, bisogna quindi spostare lo sguardo dalle manifestazioni (ripetizioni, evitamento, silenzi) e conseguenze (ansia, frustrazione) alle cause.

Fonti

Culatta, R., & Goldberg, S.A. (1995) Stuttering therapy: An integrated approach to theory and practice. Needham Heights, MA: Allyn & Bacon.

Jackson E., Quesal R, Yaruss J. S. , What is stuttering: Revisited

Minnesota State University, http://www.mnsu.edu

Onslow M., Stuttering and its treatment: Eleven lectures 2016

Perkins William H. (1983) The problem of definition, Journal of Speech and Hearing Disorders, 48, pp. 241-246

Smith A., Stuttering: a unified approach to multifactorial , dynamic disorder, Stuttering Research and Practice: Bridging the Gap, Nan Bernstein Ratner, E. Charles Healey, Psychology Press, 01 feb 1999.

Wingate M. E. (2964) A standard definition of stuttering, Jounal of Speech and Hearing Disorders, 29, pp. 484-489.

World Health Organization, Manual of the international statistical classification of diseases, injuries, and causes of death. 1977, Geneva.

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Stile genitoriale e balbuzie: nessuna causalità secondo la ricerca

Quanto incidono i comportamenti e gli atteggiamenti dei genitori sulla balbuzie dei figli? Essere molto autoritari o, al contrario, troppo permissivi, può influenzare la comparsa di questa fatica? Ecco come risponde la ricerca.

Stile genitoriale e balbuzie: la ricerca

Uno studio realizzato dall’Università Islamica di Roudehen, in Iran, pubblicato sull’International Journal of Psychological and Behavioral Sciences nel 2015 ha dimostrato che non esistono differenze significative tra i metodi educativi dei genitori di bambini che balbettano e quelli degli bambini che non balbettano.

La ricerca si è svolta confrontando gli stili genitoriali dei genitori di 108 bambini suddivisi in due gruppi. Uno formato da bambini che balbettano e l’altro da bambini che non balbettano. Tutti i bambini avevano un’età compresa tra i 5 e gli 8 anni.

Cos’è lo stile genitoriale e come può influenzare i figli?

Per stile genitoriale si intende

la modalità educativa e di accudimento con cui i genitori svolgono le funzioni genitoriali e si relazionano ai propri figli.

Il questionario sullo stile genitoriale utilizzato dalla ricerca e in generale in psicologia, è quello elaborato nel 1973 dalla ricercatrice Diana Baumrind, Psicologa dello Sviluppo statunitense.

La Baumrind individua tre stili genitoriali.

  1. Stile autoritario. Si esplica con regole rigide e inflessibili e bassa tolleranza
  2. Stile autorevole. È una combinazione tra severità, protezione ed entusiasmo, esercitati con disciplina, ma anche ascolto e tolleranza.
  3. Stile permissivo. È un metodo caratterizzato dall’assenza di regole e controllo

Come è facile intuire e già indagato dalla ricerca, lo stile educativo può avere conseguenze positive e/o negative sui figli, sia in termini psicologici, sia emotivi e sociali.

Ad esempio, è ormai chiaro che lo stile genitoriale influenza il livello di ansia nei bambini.

Un certo stile genitoriale può causare la balbuzie?

Esaminando i questionari somministrati ai partecipanti, non sono risultate differenze tra lo stile genitoriale dei bambini che balbettano e quello dei bambini che non balbettano.

In altre parole, i bambini che balbettano non possono essere distinti dagli altri in base all’educazione ricevuta.

Non vi sono cioè evidenze scientifiche che i comportamenti dei genitori siano all’origine della balbuzie.

Questa ricerca, avvalora ancora di più la non causalità tra stile genitoriale e balbuzie. Così come già è stata dimostrata l’assenza da legame sul modo di parlare ai propri figli e l’insorgenza della balbuzie.

Se regole, rimproveri o problemi  dello stile genitoriale fossero davvero la causa di balbuzie, tutti bambini che li fronteggiano dovrebbero balbettare.

Ma non è così.

Fonte

Farokhzad P., The Comparison of Parental Childrearing Styles and Anxiety in Children with Stuttering and Normal Population, International Journal of Psychological and Behavioral Sciences, 9, No:5, 2015, pp. 1465-469.

I numeri della balbuzie

Determinare i numeri della balbuzie è tutt’altro che semplice. Tuttavia, soprattutto negli ultimi decenni, l’epidemiologia, cioè la disciplina che studia la distribuzione, frequenza e i determinanti di salute e malattia nella popolazione, ha fatto molti progressi nello studio di questo fenomeno. Grazie ai risultati, siamo oggi in grado di rispondere ad alcune della domande più frequenti. Quante persone soffrono di balbuzie nel mondo? A che età si inizia a balbettare? La balbuzie colpisce più gli uomini o le donne?

Quanto conta la balbuzie?

Nel 2013 Yiari & Ambrose, due ricercatori dell’Università dell’Illinois, hanno messo a confronto gli studi classici con i più recenti studi epidemiologici sulla balbuzie.

L’obiettivo dello studio era verificare lo stato dell’arte e mettere in evidenza i punti che ancora richiedono ulteriori approfondimenti. Sintetizzare i risultati di questa meta-analisi è piuttosto complesso, ma ci abbiamo provato lo stesso nell’infografica di seguito.

Leggiamo insieme i numeri della balbuzie e proviamo a comprenderli.

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Prevalenza della balbuzie

Il concetto di prevalenza indica quante persone sono affette da un determinato disturbo in un determinato momento.

Come si calcola? Si prende un campione di popolazione e si contano quanti sono quelli che balbettano.

Facile, no? Per niente.

Innanzitutto bisognerebbe avere chiaro che cosa significa persona che balbetta. La balbuzie presenta infatti una alta variabilità, sia interindividuale che intraindividuale. Le manifestazioni della balbuzie, infatti, cambiano da persona a persona; ma anche nello stesso soggetto, possono variare lungo l’arco della vita in termini di frequenza, durata, tipologia e severità.

Identificare chi balbetta, quindi, non è immediato come potrebbe sembrare.

In secondo luogo: chi è l’arbitro della diagnosi? È sufficiente una autodiagnosi o è necessario un parere clinico o, magari, una registrazione della persona mentre parla, per decidere se censirla effettivamente come balbuziente?

Inoltre, in base al campione che si sceglie potremmo avere stime di prevalenza anche molto differenti tra loro. Per esempio, se il campione non comprende bambini in età prescolare, la prevalenza sarà più bassa, per il fenomeno della remissione (ovvero la scomparsa della balbuzie dopo una fase di balbettii transitori).

Generalmente, gli studi sulla prevalenza si indirizzano per fasce di età, attraverso questionari (compilati dai genitori o dagli insegnanti nel caso di età infantile) o interviste.

In base ai dati al momento disponibili si ipotizza una prevalenza della balbuzie su tutto l’arco della vita di circa l’1 % . Ma nel campione di popolazione sotto i 6 anni si concentrano prevalenze maggiori, intorno al 5%.

Incidenza della balbuzie

Il concetto di incidenza indica una stima di quanti individui nell’arco della loro vita hanno presentato il disturbo.

Come si calcola l’incidenza della balbuzie?

Sappiamo che la balbuzie si sviluppa nella prima infanzia con tassi di remissione vicini al 90%. Il modo più semplice per calcolare quante persone ne hanno sofferto nell’arco della loro vita (anche se ora non balbettano più) è un’indagine retrospettiva, di tipo indiretto. Ovvero per sapere se un bambino a due anni ha balbettato bisogna rivolgersi ai genitori, i quali potrebbero aver dimenticato o identificato come balbuzie un altro tipo di disturbo.

Il metodo più affidabile, ma poco pratico e costoso, invece dovrebbe essere quello di uno studio prospettico longitudinale. Esso permette di monitorare per lunghi periodi di tempo campioni di popolazione molto ampi. Anche qui però emergono gli stessi problemi del calcolo della prevalenza. Se il campione non include bambini fin dai primi mesi, si perderanno molti casi di balbuzie precoce e con remissione precoce.

Per tutti questi motivo gli studi più antichi riportavano dati di incidenza intorno al 4,5-5% su tutto l’arco della vita (Andrews & Harris, 1964), mentre gli studi più recenti hanno ipotizzato un’incidenza anche superiore all’8% (Dworzynsky et al. 2007; Reilly et al., 2009).

Due temi critici sono quindi quello dell’esordio e della remissione della balbuzie

A che età si inizia a balbettare?

Un dato su cui c’è sufficiente concordanza è l’età di esordio della balbuzie, che si colloca generalmente tra i 2 e i 6 anni.

L’intervallo tra i 2 e i 4 anni è quella in cui il dato di incidenza (nuovi casi) e quello di prevalenza (numero di casi al momento della rilevazione) si avvicinano di più. Entrambi si aggirano intorno al 5%, perché i nuovi casi e le remissioni si bilanciano.

33 mesi è l’età in cui mediamente la balbuzie fa la sua comparsa, almeno in base a quanto riportano gli studi più recenti.

Veniamo, quindi ai dati sulla persistenza/remissione della balbuzie sulla popolazione nell’arco della vita.

L’ampia differenza tra incidenza e prevalenza nella popolazione totale è legata al fenomeno della remissione naturale della balbuzie.

Tra i nuovi casi rilevati, quanti sono quelli in cui la balbuzie prosegue come fenomeno persistente e quanti invece quelli in cui scompare?

Basandosi sulle rilevazione di incidenza e prevalenza è possibile fare delle inferenze statistiche indirette, calcolando la persistenza della balbuzie. Secondo le stime dello studio di Yairi e Ambrose, con prevalenza all’1%, l’indice di persistenza è dell’11,7% e la remissione dell’88%.

Per avere un calcolo diretto di questi dati, si possono utilizzare anche studi retrospettivi o studi longitudinali.

In entrambi i casi, esistono diversi limiti di rilevazione rispetto alla balbuzie e i dati sono spesso discordanti. Un aspetto ulteriore di difficoltà in questo caso è come di distinguere tra remissione spontanea e remissione in seguito a trattamenti riabilitativi. Rispetto a questi, il metodo indiretto ha il vantaggio di basarsi su grandi numeri (raccolti da studi differenti), riducendo l’impatto di eventuali variabili.

Esistono differenze tra maschi e femmine?

L’ultimo dato riguardo ai numeri della balbuzie, riguarda il sesso.

La balbuzie colpisce di più i maschi o le femmine?

Non ci sono significative differenze per l’età di esordio, ma è possibile affermare che la balbuzie colpisce di più i maschi e che le bambine vanno incontro più frequentemente alla remissione spontanea.

I dati epidemiologici riportano infatti una variazione del rapporto tra maschi e femmine che balbettano in base all’età. 4 a 1 nella popolazione adulta contro i 2 a 1 dell’età prescolare.

Fonti

Dworzynsky et al. (2007) Genetic Etiology in Cases of Recovered and Persistent Stuttering in an Unselected, Longitudinal Sample of Young Twins,  American Journal of Speech-Language Pathology, 16, pp.169-178

Reilly et al. (2009), Predicting Stuttering Onset by the Age of 3 Years: A Prospective, Community Cohort Study, Pediatrics, 123 (1)

Yiari & Ambrose (2013), Epidemiology of stuttering: 21st century advances, Journal of Fluency Disorders, 38 (2), pp. 66-87.

 

Vivavoce Focus

Balbuzie e ansia sociale: come non confondersi

Balbuzie e ansia sociale non hanno un legame causa-effetto. Molte però sono le caratteristiche in comune, in termini di meccanismi cognitivi e vissuti psico-emotivi. Vediamo quali.

Balbuzie e ansia sociale: un facile confronto?

Chi soffre Disturbo di Ansia Sociale (Fobia Sociale) teme di manifestare sintomi ansiosi in situazioni pubbliche e di essere giudicato. Il pensiero di esporsi al giudizio degli altri diventa fonte di grave ansia anticipatoria e disagio. La persona può allora cercare in tutti i modi di evitare le situazioni temute, arrivando anche a limitare la sua vita sociale.

Pensando alla balbuzie può sorgere un parallelismo.

Anche chi soffre di balbuzie teme di manifestare apertamente la sua difficoltà in occasioni sociali, e di essere sottoposto allo sguardo critico altrui. Il timore di una valutazione negativa rischia di tradursi, anche in questo caso, in ansia anticipatoria e disagio. E chi balbetta può arrivare a fare di tutto per sfuggire alle situazioni temute, anche se questo significa imporsi dei limiti importanti.

Disturbo di Ansia Sociale e Balbuzie sono la stessa cosa?

Assolutamente no.

Vi sono però aspetti comuni che possono creare confusione. Inoltre, balbuzie e ansia sociale possono a volte sovrapporsi ed incrementarsi a vicenda.

Il timore di chi soffre di ansia sociale è quello che il proprio imbarazzo diventi visibile.

Per questo motivo, nelle situazioni temute, l’attenzione dell’individuo si fa selettiva e si concentra sulle manifestazioni fisiologiche dell’ansia. Ad essere monitorati sono

  • tremore
  • rossore
  • sudorazione
  • reazioni incontrollate come lo svenire o il vomitare
  • la voce.

Fra i timori che la persona ha può esserci quello di parlare con voce flebile e incerta, di incespicare, di perdere il filo del discorso, o di non trovare più le parole adatte.

La balbuzie può, quindi, rientrare nelle manifestazioni ansiose che la persona che soffre di Disturbo d’Ansia Sociale sperimenta nelle situazioni pubbliche.

Quindi la balbuzie è causata da un Disturbo di Ansia Sociale?

No, la balbuzie non è una conseguenza del Disturbo di Ansia Sociale.

Tipicamente la balbuzie insorge tra i 2 e i 3 anni, quando i bambini iniziano a sviluppare le abilità linguistiche, ed ha una componente fisiologica importante.

L’ansia sociale, invece, insorge più tardi, quando la persona comincia a confrontarsi con situazioni strutturate, ad esempio a scuola, dove sperimenta esperienze critiche ed è sottoposta al giudizio altrui.

Il Disturbo di Ansia Sociale può causare disfluenze situazionali, che però si presentano in momenti specifici, dentro le situazioni sociali che fanno paura.

Queste situazioni sono infatti caratterizzate da un elevato livello di ansia. Per quanto la persona cerchi di sopportarla o gestirla non può evitarne le manifestazioni fisiche, tra cui l’alterazione della respirazione e della voce.

Ecco quindi che balbettare può rientrare nelle (tante) manifestazioni del Disturbo di Ansia Sociale.

Quindi se io balbetto soffro di ansia sociale?

No! La relazione causa-effetto non è valida nemmeno in direzione opposta.

La balbuzie non porta necessariamente ad ansia sociale.

Nell’insorgere del Disturbo d’Ansia Sociale interagiscono fattori di predisposizione genetica e fattori ambientali. Questo significa che esperienze di vita specifiche, in questo caso legate alla tematica del giudizio critico da parte dell’altro, e in genere vissute durante il periodo infantile, possono contribuire a innescare il disturbo, dove presente una predisposizione genetica familiare.

La balbuzie può rappresentare una delle situazioni critiche in cui il giudizio dell’altro viene sperimentato negativamente.

Il bambino che balbetta può suscitare reazioni negative da parte del gruppo dei pari, diventando bersaglio di prese in giro o bullismo, o cercare di isolarsi dal gruppo nel timore che le sue difficoltà vengano notate e criticate. Tali condizioni sono di per sé ovvia fonte di malessere, ma non necessariamente causa di Disturbo di Ansia Sociale.

Nel caso in cui però tali condizioni critiche si presentino in un quadro di predisposizione ereditaria al disturbo, possono contribuire alla sua manifestazione, anche nel lungo termine.

Meccanismi cognitivi e aspettative negative comuni

Se è vero che balbuzie e Disturbo di Ansia Sociale non solo la stessa cosa, è anche vero che gli elementi in comune non mancano.

A livello di meccanismi cognitivi, entrambe condividono un quadro generico di aspettative negative rispetto alle proprie prestazioni sociali, accompagnato dal forte timore di ricevere un giudizio critico da parte degli altri. Spesso tali cognizioni derivano da esperienze critiche vissute in passato.

Le aspettative negative del tipo Penso in anticipo che tutto andrà storto, e nelle situazioni concrete mi concentro sugli indizi che confermano che è stato proprio così svolgono un ruolo chiave nel mantenimento sia della balbuzie che del Disturbo di Ansia Sociale. Inoltre, innescano in entrambi i casi alcuni meccanismi reattivi, tra cui ansia anticipatoria ed evitamento.

Il circolo vizioso aspettativa negativa – evitamento – limitazione può avere effetti che si ripercuotono sia sull’autostima dell’individuo, sia sulle sue prestazioni scolastiche o lavorative.

Balbuzie e ansia sociale: un legame complesso

Balbuzie e Disturbo di Ansia Sociale non sono la stessa cosa, né sono collegate da un rapporto causa-effetto.

Tuttavia, condividono alcune caratteristiche che rendono il loro legame non sempre facile da chiarire.

Il Disturbo di Ansia Sociale può aumentare la balbuzie, e, allo stesso modo, balbettare può essere fra le condizioni che aumentano la vulnerabilità dell’individuo ai problemi di ansia sociale.

Per questo è molto importante, in ambedue le situazioni, trovare un ambiente esterno supportivo e accogliente, entro cui imparare a sperimentarsi senza giudizio.

 

Fonti

CEDAS, Centro d’Eccellenza per i Disturbi di Ansia Sociale, www.ansia-sociale.it/news/balbuzie-e-ansia-sociale

Pettirossi, Psichiatria, 2008, Centro Scientifico Editore, Torino.

O. Gabbard, Psichiatria Psicodinamica, 2007, Raffaello Cortina Editore, Milano.

Iverach L.,Rapee R. M. (2014) Social anxiety disorder and stuttering: Current status and future directions; Journal of Fluency Disorders  40, 69-82.

Vivavoce Focus

Cos’è il Disturbo Specifico dell’Articolazione dell’Eloquio

Con Disturbo Specifico dell’Articolazione dell’Eloquio si intende un

disturbo evolutivo specifico in cui l’uso dei suoni verbali da parte del bambino è al di sotto del livello appropriato alla sua età mentale, ma in cui vi è un normale livello delle abilità linguistiche.

In altre parole, si fa riferimento ad una fragilità che riguarda in modo selettivo l’aspetto fonetico-fonologico (capacità del bambino di riconoscere, articolare e utilizzare correttamente i suoni del linguaggio). Le competenze linguistiche (lessicali e sintattiche) e la capacità di comunicare in generale non risultano compromesse, né in comprensione né in produzione.

Il Disturbo Specifico dell’Articolazione dell’Eloquio rientra nella classificazione dei Disturbo Specifico di Linguaggio (DSL). Essi si definiscono come deficit significativi nelle abilità linguistiche rispetto alla norma, in assenza di altre cause riconoscibili.

Valutazione logopedica e diagnosi di Disturbo specifico dell’articolazione dell’eloquio

La diagnosi di Disturbo Specifico dell’Articolazione dell’Eloquio può essere posta solo in seguito ad una valutazione logopedica approfondita.

Questa valutazione è volta ad identificare tre seguenti criteri diagnostici (specificati dall’ICD-10).

  1. Capacità di articolare suoni verbali, valutata con test standardizzati, è significativamente al di sotto del livello appropriato all’età del bambino.
  2. Espressione e la comprensione del linguaggio, valutate con test standardizzati, sono comprese entro il limite di normalità per l’età del bambino.
  3. Assenza di altre cause: deficit sensoriale (uditivo), ritardo cognitivo, patologie neurologiche (epilessia, paralisi cerebrale infantile), anomalie morfologiche del distretto orale (labiopalatoschisi), disordini dell’interazione sociale comunicativa (autismo e disturbo pervasivo dello sviluppo) e deprivazione (mancata o inadeguata esposizione al linguaggio e/o carenze affettive e maltrattamento).

Come può presentarsi il disturbo?

La principale conseguenza è la compromissione dell’intellegibilità dell’eloquio, ossia difficoltà o impossibilità di comprendere ciò che il bambino dice.

La gravità del disturbo può variare da un effetto minimo (singole parole) fino a un linguaggio completamente incomprensibile.

Il disturbo di articolazione dell’eloquio include diversi tipi di errori.

  • Errori di articolazione, cioè la capacità di realizzare correttamente i suoni dell’eloquio. Errori di questo tipo sono le distorsioni, che riguardano suoni più complessi e che si sviluppano nelle normali tappe del linguaggio (r, s, z, gl, gn…). In casi di maggior gravità, possono essere distorti anche suoni che si sviluppano precocemente (vocali, p, b, m…).
  • Errori di categorizzazione linguistica dei suoni, cioè la capacità di riconoscere due suoni come diversi e quindi utili a modificare il significato di una parola. Un esempio sono la “P” e la ”B” in “pollo-bollo”. Gli errori di questo tipo sono considerati più gravi rispetto e includono: sostituzioni di suoni, omissioni di suoni o di parti di parole, errori nell’ordine dei suoni o nella struttura della parola.

Quando intervenire?

Se le difficoltà nello sviluppo del linguaggio persistono oltre i 3 anni, è utile rivolgersi ad uno specialista, in modo da riconoscere per tempo un eventuale disturbo. Intervenire precocemente permette di evitare possibili ripercussioni sia sul piano linguistico, sia emotivo e dell’apprendimento.

E’ bene ricordarsi che lo sviluppo del linguaggio nel bambino presenta una grande variabilità inter individuale. La presenza di un ritardo o di una difficoltà nella sua acquisizione non è per forza sinonimo di patologia.

Inoltre, gli errori di tipo fonetico-fonologico sono fisiologici fino ad una certa età di sviluppo e caratterizzano le prime tappe linguistiche di ogni bambino.

 

Fonti

Marotta L., Caselli M.C. I disturbi del linguaggi. Erickson, 2014.

World Health Organization. International statistical classification of disease and health related problems. ICD-10. Ginevra 2007.

 

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Conseguenze del bullismo sugli adulti che balbettano

Uno studio del 2016 condotto dall’Università della Pennsylvania e pubblicato sul Journal of Fluency Disorders suggerisce una relazione tra le esperienza di bullismo vissute nell’infanzia e lo sviluppo di disturbi psicologici negli adulti che balbettano. 

La ricerca

La ricerca ha coinvolto due gruppi di 36 adulti: uno formato da adulti che balbettano, l’altro da adulti che non balbettano. Entrambi i gruppi erano composti da 31 uomini e 5 donne, di età compresa tra i 18 e i 33 anni.

L’obiettivo della ricerca era di verificare l’esistenza di un legame tra gli effetti del bullismo subito nell’infanzia e la successiva comparsa di disturbi psicologici nella persone che balbettano.

Incidenza del bullismo negli adulti che balbettano

In primo luogo, è stata effettuata un’indagine retrospettiva (Retrospective Bullyng Questionnaire) per identificare quanti tra i partecipanti avessero subito atti di bullismo. Sono state considerate tutte le possibili forme di bullismo (fisico, verbale, relazionare e cyberbullismo).

Attraverso apposite scale di misurazione, si sono valutate l’ansia sociale, il livello di autostima , la paura di giudizio negativo e la soddisfazione della vita.

Quasi il 30% dei componenti il gruppo di persone che balbettano ha dichiarato di essere stato vittima di bullismo in età scolare e/o universitaria.

Nell’altro gruppo la percentuale dei bullizzati è risultata solo del 14%.

Quali sono gli effetti psicologici del bullismo sugli adulti che balbettano?

La ricerca ha rivelato che gli adulti hanno maggiore probabilità di sviluppare:

  • ansia dovuta all’interazione sociale
  • paura del giudizio altrui o di valutazioni negative
  • minore soddisfazione in termini di qualità della vita.

Questi dati supportano le numerose evidenze scientifiche secondo cui gli effetti del bullismo persistono nel tempo.

I bambini che balbettano sono dunque esposti ad un doppio rischio. Non solo i bambini e gli adolescenti che soffrono di balbuzie devono fronteggiare i vissuti negativi di questa fatica, la discriminazione e gli stereotipi negativi. Ma sono anche un facile bersaglio dei bulli, a causa delle loro difficoltà nel comunicare.

Le conseguenze del bullismo, a loro volta, incrementano, negli adulti che balbettano, la probabilità di sviluppare disturbi o difficoltà sul piano psicologico.

Fonte 

Blood G.W., Blood I. M. (2016) Disorders Long-term Consequences of Childhood Bullying in Adultswho Stutter: Social Anxiety, Fear of Negative Evaluation,Self-esteem, and Satisfaction with LifeJournal of Fluency Disorders, 50, pp. 72-84.

Vivavoce Focus

Linguaggio dei genitori e balbuzie? Nessun legame secondo la ricerca

Linguaggio dei genitori e balbuzie dei figli non sono correlati. Lo conferma una ricerca condotta dalla University of Maryland e pubblicata sul Journal of Speech, Language, and Hearing Science nel 2001, secondo cui la difficoltà delle parole o delle frasi utilizzate dai genitori per rivolgersi ai propri bambini non può essere legato alla comparsa di questa fatica. 

Le parole delle mamma a confronto: la ricerca

La ricerca ha coinvolto due gruppi di bambini di 12 anni e le relative madri. Il primo gruppo era formato da bambini che balbettano, il secondo da bambini che non balbettano.

L’obiettivo era quello di evidenziare l’esistenza di differenze significative nel modo di parlare delle mamme dei bambini che balbettano, e verificare se l’utilizzo di parole e frasi complesse abbia un ruolo nella comparsa della balbuzie o nella sua evoluzione.

I dialoghi tra i due gruppi di mamme e rispettivi figli sono stati registrati all’interno di una stanza isolata acusticamente.

Si sono poi sono analizzati la lunghezza delle frasi, il numero e la complessità delle parole dette, e il grado di interazione.

Linguaggio dei genitori e balbuzie nei bambini: quali risultati?

I risultati non hanno mostrato differenze significative tra il modo di parlare delle mamme dei bambini che balbettano e quello delle altre mamme.

Entrambi i gruppi di mamme, insomma, utilizzavano un linguaggio adatto all’età e alle abilità linguistiche dei propri figli.

L’attenzione e la sensibilità verso il livello linguistico del proprio bambino è dunque la stessa, indipendentemente dalla presenza della balbuzie.

Questo studio ha in realtà  confermato i risultati di una precedente ricerca, secondo cui

Non si può affermare con certezza che le abitudini linguistiche contribuiscano in qualche modo all’insorgere della balbuzie o che il modificarsi di tali abitudini migliori la fluenza dei figli (Nippold and Rudzinski, 1995).

Linguaggio dei genitori e balbuzie nei figli non sarebbero dunque legate da un legame causa-effetto.

Usare parole più difficili favorisce lo sviluppo del linguaggio

Utilizzare parole troppo difficili o frasi articolate nel dialogo con i propri figli non causa quindi la balbuzie.

Anzi, sebbene – come è naturale – i genitori tendano ad utilizzare un linguaggio più semplice per rivolgersi ai propri figli, numerose ricerche rivelano che un vocabolario più ricco e complesso aiuta molto di più il bambino a sviluppare le abilità linguistiche.

Fonti

Miles, S (2001), Parental Language Input to Children at Stuttering OnsetJournal of Speech, Language, and Hearing Research, 44, pp. 1116–1130.

Vivavoce Focus

Cosa significa soffrire di Disturbo d’Ansia Sociale?

Il termine Disturbo d’Ansia Sociale (o Fobia Sociale) indica, secondo il DSM V, un quadro di

Paura o ansia marcate relative a situazioni in cui l’individuo è esposto al possibile esame degli altri.

 Che cos’è l’Ansia Sociale?

Chi soffre di questo disturbo teme profondamente le situazioni sociali, in particolare quando queste prevedono un potenziale giudizio.

La persona che soffre di ansia sociale è in grado di stabilire rapporti appropriati entro la cerchia delle persone familiari, ma prova un estremo disagio quando questa cerchia si allarga.

La paura dell’individuo è quella di agire, o di mostrare segni di ansia, in modo umiliante o imbarazzante. E quindi di arrossire, sudare, tremare, incespicare nel parlare, mostrarsi goffi, deboli e incapaci.

Alla base della fobia sociale c’è la preoccupazione spropositata che il proprio vissuto ansioso interno possa essere notato e giudicato, provocando imbarazzo.

La manifestazione pubblica della propria ansia si concretizza nell’incapacità del singolo di allinearsi alle richieste sociali. Questo si traduce in vergogna.

Ogni situazione temuta provoca un’ansia ingestibile, sopportata con grande fatica e disagio, oppure evitata del tutto. Vissuti inevitabili, anche se la persona si rende conto della sproporzione delle sue paure.

Imbarazzarsi facilmente nelle situazioni pubbliche, significa soffrire di Ansia Sociale?

Assolutamente no!

Quando ci dobbiamo esporre ad una situazione pubblica o al giudizio altrui, a molti capita di sentirsi un po’ più goffi o inadeguati. Sono manifestazioni emotive frequenti e normali, che possono riflettere temperamenti personali o reazioni a condizioni specifiche.

Come sempre, alla base della definizione di Disturbo, il fattore intensità è molto importante.

I sintomi della Fobia Sociale sono tali da compromettere in modo significativo la vita sociale o lavorativa dell’individuo.

Quali contesti provocano il Disturbo d’Ansia Sociale?

I contesti che innescano Disturbo d’Ansia Sociale possono essere di prestazione oppure d’interazione. Entrambe sono condizioni di esposizione a giudizio sociale.

Per la persona può risultare critico parlare di fronte ad un pubblico, ma anche utilizzare un mezzo pubblico, scrivere o firmare un documento sotto lo sguardo altrui, andare ad una festa o al cinema, o, semplicemente, attendere in fila il proprio turno per fare qualcosa.

Quando le paure arrivano a includere gran parte delle interazioni sociali si parla di Fobia Sociale Generalizzata.

Tutte queste , potenzialmente fonte di ansia vengono spesso fuggite (meccanismo dell’evitamento).

Cause e diagnosi della Fobia Sociale

Non sempre è facile stabilire l’incidenza specifica del Disturbo d’Ansia Sociale. Questo, infatti, si presenta spesso in concomitanza con altri disturbi, e raramente viene diagnosticato da solo.

Spesso, erroneamente, viene sovrapposto a schemi interpersonali di timidezza e evitamento.

Il Disturbo d’Ansia Sociale, così come gli altri disturbi d’ansia a matrice fobica, sembra essere dovuto a diversi fattori, sia di predisposizione genetica sia ambientali.

Cosa significa?

Dove è presente una predisposizione, alcune esperienze di vita specifiche (in genere vissute durante il periodo infantile) possono contribuire a innescare il Disturbo d’Ansia Sociale.

Queste esperienze negative attivanti hanno spesso a che fare con il giudizio altrui, vissuto in modo critico e distruttivo.

Esiste una cura?

Anche il Disturbo d’Ansia Sociale può essere affrontato e superato.

Chi soffre di Disturbo d’Ansia Sociale spesso fatica a chiedere una valutazione o una consulenza. Rivolgersi ad uno psicologo e assumere il ruolo di paziente è, a sua volta, una situazione relazionale. Assumere il ruolo di paziente significa spesso essere al centro dell’attenzione di qualcuno, circostanza che provoca disagio e che l’individuo fa di tutto per evitare.

Sottoporsi ad un percorso di cura è però fondamentale perché aiuta a liberarsi progressivamente dei limiti che il disturbo impone. La terapia del Disturbo di Ansia sociale può riguardare una proposta di tipo psicoterapico o farmacologico.

In genere, la somministrazione di farmaci ha un effetto ad hoc sui sintomi, che può produrre un beneficio immediato su una situazione ansiogena specifica, oppure un generale abbassamento del livello di ansia.

Il farmaco, per quanto efficace, ha però un effetto limitato nel tempo: scompare quando il rilascio farmacologico si esaurisce.

Occorre allora integrare la somministrazione di farmaci con un percorso psicoterapico, i cui effetti si mantengano nel tempo.

Come per le altre forme fobiche, le psicoterapie di matrice cognitivo-comportamentali risultano efficaci nel trattamento del Disturbo d’Ansia Sociale. Esse lavorano sui meccanismi cognitivi disfunzionali che il paziente mette in atto nelle situazioni temute, e sul loro smantellamento graduale.

A questa prima fase fa seguito l’esposizione progressiva alle condizioni che provocano ansia, a cui spesso si associa il rafforzamento delle capacità di rilassamento della persona, attraverso l’insegnamento di strategie di rilassamento specifiche.

Fonti

Pettirossi, Psichiatria, 2008, Centro Scientifico Editore, Torino.

O. Gabbard, Psichiatria Psicodinamica, 2007, Raffaello Cortina Editore, Milano.

http://www.terzocentro.it/disturbi-ansia/fobia-sociale/

Vivavoce Focus

Stanislavskij: la centralità della voce

Tutto ciò che è vivo respira. Anche l’uomo respira, è la prima cosa che fa quando arriva al mondo. Ma annuncia la sua presenza, non con il respiro, ma con un grido. Che cos’è il grido? È un forte respiro con il suono.

Così scrive, parlando della voce, il grande attore, regista e pedagogo russo Konstantin Sergeevič Stanislavskij (1863 – 1938) ne Il lavoro dell’attore su se stesso.

La considerazione di  Stanislavskij, seppur ovvia, ci pone dinnanzi ad un’evidenza. È un suono ad annunciare il nostro ingresso al mondo. Nonostante questo suono sia simile a tanti altri, esso è unico.

Come non esistono due individui identici, così non esistono due voci identiche.

Nella voce si nascondono i tratti del carattere, della personalità e del modo di vivere di ciascun individuo.

Non è un caso che in molte lingue, la parola voce venga utilizzata anche per esprimere altri concetti. Non ha voce in capitoloFai sentire la tua voce! In russo, ad esempio, la parola  voce e voto politico coincidono.

La voce è qualcosa di profondo, legato al cuore e alla ragione.

Il Metodo Stanislavskij e la credibilità scenica

Per riprodurre anche sulla scena una voce credibile, Stanislavskij proponeva ai suoi attori un lavoro continuo. Lui stesso, per tutta la vita, non smise di perfezionare voce e dizione, anche quando lasciò la scena.

Ciò che  Stanislavskij propone è qualcosa di straordinario, perché prende la distanza dal modo di recitare classico.

Gli attori erano infatti abituati a recitare in modo accademico e astratto. Dovevano imparare a memoria non solo le battute, ma anche le intonazioni con cui esse dovevano essere pronunciate.

Stanislavskij desidera invece rendere il teatro realistico e naturale.

Come rendere unica la voce: esercizi di dizione e studio sul carattere

Stanislavskij propone per la prima volta di rendere unici i personaggi interpretati, così come sono uniche le persone che incontriamo nella vita.

Egli propone ai suoi attori di sviluppare l’apparato vocale, con esercizi di dizione e di respirazione. Solo così, gli attori possono utilizzare la voce con diverse sfumature, intonazioni , trasmettendo i tratti unici e distintivi delle emozioni e dei sentimenti del personaggio interpretato.

Agli attori viene anche proposto uno studio sulle abitudini del personaggio, per capire quali siano i motivi che spingono a fare una scelta anziché un’altra.

Non a caso, Stanislavskij dice di non giudicare il proprio personaggio, ma di capirlo e amarlo.

In scena compaiono allora dei personaggi che non sono più o bianchi o neri, ma ricchi di sfumature, come nella realtà. L’attore crea così la vera e propria spina dorsale del personaggio.

La voce come espressione dell’individuo

Nel metodo Stanislavskij la voce occupa un posto di riguardo, non solo come mezzo espressivo fine a se stesso, ma come mezzo di espressione dell’unicità di ogni individuo, che entra nel mondo con un suono unico.

Solo attraverso gli esercizi e lo studio sul carattere, l’attore può finalmente dare sfumature vocali e sfumature di intonazione uniche al personaggio interpretato.

L’influenza del metodo Stanislavskij è viva ancora oggi in tutto il mondo e resta la base delle principali scuole e tecniche di recitazione contemporanee.

Fonti 

Stanislavskij, K.,S. G., Guerrieri (a cura di), E. Povoledo (Traduttore), Il lavoro dell’attore su se stesso, Editori Laterza (2008).

Vivavoce Focus

Disgrafia: significato e campanelli d’allarme

La disgrafia è un disturbo specifico di apprendimento della scrittura che riguarda la competenza grafo-motoria.

La scrittura coinvolge infatti una serie di capacità motorie sequedrinziali e processi di elaborazione del linguaggio. Nei bambini disgrafici queste abilità non sono però completamente integrate.

Le maggiori difficoltà in caso di disgrafia riguardano le abilità  motorie e visuo-spaziali e l’elaborazione linguistica.

Disgrafia: quanto si effettua la valutazione?

Come gli altri  DSA, la  disgrafia  si  presenta  in  bambini o ragazzi con  quoziente  intellettivo  nella  norma,  in  assenza  di patologie  neurologiche  e/o  deficit  sensoriali  e  può  influenzare  sia  l’apprendimento  scolastico  sia  le  attività  di  vita quotidiane con eventuali conseguenze negative a livello emotivo e comportamentale.

La valutazione della competenza grafica viene eseguita dopo la fase di apprendimento che di norma è a fine della seconda elementare.

Talvolta però, alcune difficoltà grafiche emergono già nel disegno in età prescolare.

Disgrafia: quali sono i campanelli d’allarme?

I testi scritti da un bambino disgrafico risultano poco leggibili, anche per il bambino stesso. Le parole appaiono spesso disallineate rispetto alla righe e le singole lettere hanno grandezze diverse.

La disgrafia comporta inoltre una significativa lentezza  nello scrivere.  Come conseguenza, la scrittura prolungata nel tempo per un bambino disgrafico può risultare molto faticosa.

I campanelli di allarme cui prestare attenzione sono:

  • eccessiva pressione sul foglio
  • alterata distribuzione spaziale nel rigo o nella pagina
  • parole e righe fluttuanti
  • eccessiva lentezza di scrittura
  • scatti, interruzioni nel tratto, variabilità della distanza delle parole
  • variabilità dei grafemi, ricalco o sovrapposizioni parziali delle lettere.

Attenzione, però. Una scrittura lenta o sciatta non significa necessariamente che il bambino sia disgrafico.

Per capire se si è di fronte a una pessima grafia, un deficit intellettivo o un disturbo dell’apprendimento è infatti necessaria una valutazione psicodiagnostica specialistica.

Disgrafia e disortografia: qual è la differenza?

Sebbene la disgrafia venga spesso confusa o assimilata alla disortografia, sono disturbi differenti. Nonostante entrambi siano disturbi dell’apprendimento della scrittura, il primo è un deficit di  natura  motoria (coinvolge i  processi  di  realizzazione  grafica); il secondo,al  contrario,    è  un  deficit  nei  progressi  di  cifratura (cioè coinvolge la  componente  linguistica).  (Fonte: Consensus  Conference,  2007).

La disgrafia può essere in comorbilità con.

  • altri DSA (dislessia, disortografia, discalculia);
  • disturbi del linguaggio
  • difficoltà attentive e ADHD
  • difficoltà nella memoria visiva ed uditiva
  • difficoltà di organizzazione visuo-spaziale
  • difficoltà nella coordinazione motoria (disprassie)
  • difficoltà emotive, disturbi del comportamento o dell’umore.

Quanti sono i disgrafici in Italia?

In Italia manca attualmente una statistica certa sull’incidenza di tale disturbo, tuttavia la crescente richiesta di valutazione da parte della scuola e delle famiglie lascia pensare che tale fenomeno sia più diffuso di quanto si possa pensare.

Una ricerca condotta su un campione di 2200 bambini di quinta elementare, età in cui l’alunno dovrebbe aver consolidato un buon sviluppo grafo-motorio evidenzia che il 20,7 % del campione ha difficoltà esecutive nell’atto grafico e il 5% di questo presenta una forma grave. (Fonte: Associazione GraficaMente, Atti del convegno nazionale sulla disgrafia 2008)

Risulta significativo che solo il 0,7% del campione ha diagnosticata tale difficoltà.

Questi dati suggeriscono che la disgrafia è un fenomeno poco riconosciuto e al quale si pone poca attenzione.

Fonti

Associazioni Italiane Disgrafie, http://www.associazioneitalianadisgrafie.it

Convegno Disgrafia, http://www.convegnodisgrafia.it/public/genpags/bigs/DisgrafiaRuggerini.pdf

Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Linee Guida per il Dirtitto Allo Studio degli Alunni e Degli Studenti con Disturbi Specifici dell’Apprendimeto.

Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, LEGGE 8 ottobre 2010, n. 170 Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico.

Educazione & Scuola, http://www.edscuola.it/archivio/handicap/legge_dsa.html

Spazio Acca Onlus, http://www.spazioacca.org/russo_disgrafia_disortografia.pdf

Studio ODIPA, https://www.odipa.it

State of Mind, http://www.stateofmind.it

Stella Giacomo & Grandi Luca, Come leggere la dislessia e i DSA, Giunti EDU, 2016.

Vivavoce Focus

Il linguaggio: significato, usi e ambiguità di una abilità complessa

Il linguaggio è una funzione cognitiva innata dell’essere umano. Esso permette all’essere umano di sviluppare un sistema di comunicazione, cioè di utilizzare un codice (ad esempio la lingua) per esprimere, comprendere e rappresentare il pensiero.

Le funzioni cognitive sono quelle capacità caratteristiche della mente umana con cui l’individuo rielabora le informazioni sensoriali provenienti dall’esterno, per formulare pensieri complessi con cui agire sul mondo per raggiungere scopi.

Anche attenzione, memoria, apprendimento, ragionamento, problem solving, processo decisionale sono tutte funzioni cognitive.

Usi e ambiguità del termine 

Il termine linguaggio oggi è utilizzato in un crescente numero di contesti. Spesso, però, il suo significato è esteso per analogia, ma molto lontani da quello tecnico-scientifico.

In alcune occasioni è usato per indicare la presenza di un codice, ossia un insieme di segni dotati di significato governato da regole. Da qui nascono espressioni come linguaggio dei fiori o dei gesti.

Talvolta esso viene usato in senso più ampio per indicare un sistema di comunicazione, anche nel mondo animale (ad esempio il linguaggio delle api).

In altri contesti ancora è usato con il significato di articolazione, cioè la capacità di produrre i suoni oralmente.

A causa della presenza di queste numerose definizioni, il termine ha finito per portare con sé una certa ambiguità.

Lingua e linguaggio: qual è la differenza?

Il concetto di linguaggio viene poi spesso confuso con quello di lingua.

Tuttavia, la lingua è una delle possibili realizzazioni concrete con cui si manifesta la facoltà del linguaggio all’interno di una comunità.  Si parla infatti di linguaggio al singolare, mentre si può parlare di lingua anche al plurale.

Le lingue del mondo, molte e diverse, sono più precisamente definite lingue storico-naturali. Storiche perché si sono evolute nel corso della storia della civiltà umana, riflettendo mentalità e culture diverse. Naturali in contrapposizione ai linguaggi artificiali.

Quali sono le caratteristiche del linguaggio umano?

Le ricerche e i dibattiti teorici tra linguisti, già a partire dal ‘900, hanno identificato le due caratteristiche che rendono il linguaggio umano diverso da qualsiasi altro sistema di comunicazione.

  1. Produttività. E’ la possibilità di produrre un numero potenzialmente infinito di messaggi, partendo da un numero limitato di unità di base (fonemi e parole) e di regole di combinazione.
  2. Arbitrarietà. Il significato delle parole non può essere ricavato dalla loro forma, ma deve essere appreso e trasmesso culturalmente. Non esiste infatti alcun motivo esterno alla lingua (oggettivo, naturale, logico o psicologico) che colleghi una parola al suo significato. La conseguenza più evidente è che uno stesso concetto è reso con parole diverse in lingue diverse.

Il linguaggio, nel suo significato originario di funzione cognitiva innata nell’uomo è dunque complesso. E soprattutto unico, perché possiede caratteristiche specifiche che lo differenziano da altri sistemi di comunicazione non umani, animali o artificiali.

Fonti

Camaioni L., Psicologia dello sviluppo del linguaggio, Bologna, Il Mulino (2001).

Lena L., Pinton A., Trombetti B., Valutare linguaggio e comunicazione, Manuale per logopedisti e psicologi. Roma, Carocci (2004).

Schindler A., Ginocchio D., Cap.14 Elementi di Fonetica e Linguistica, Da Ambrosetti U., Di Berardino F., Del Bo L., Audiologia protesica. Torino, Minerva Medica (2014).

Vivavoce Focus

La prima voce d’Italia

La prima voce d’Italia fu udita alle 21 del 6 ottobre 1924.

Una giovane violinista di nome Ines Viviani Donarelli annunciava l’inizio delle trasmissioni della neonata Unione Radiofonica Italiana.

La sua fu la prima voce femminile ed essere sentita contemporaneamente da tutti gli italiani, o almeno da quelli che erano accanto ad una radio.

La prima voce maschile fu invece quella di Benito Mussolini che esattamente 24 ore prima annunciava agli italiani la nascita delle trasmissioni radiofoniche.

Il messaggio della prima voce d’Italia

Il messaggio diffuso tramite l’invenzione del premio Nobel Guglielmo Marconi recitava:

Uri, Unione Radiofonica Italiana. 1-RO: stazione di Roma. Lunghezza d’onda metri 425. A tutti coloro che sono in ascolto il nostro saluto e il nostro buonasera. Sono le ore 21 del 6 ottobre 1924. Trasmettiamo il concerto di inaugurazione della prima stazione radiofonica italiana, per il servizio delle radio audizioni circolari, il quartetto composto da Ines Viviani Donarelli, che vi sta parlando, Alberto Magalotti, Amedeo Fortunati e Alessandro Cicognani, eseguirà Haydn dal quartetto opera 7 primo e secondo tempo.

L’attribuzione alla Viviani Donarelli di questo importante primato nella storia della comunicazione in Italia fu in realtà tardiva.

L’annuncio fu infatti modificato con la rimozione della frase che vi sta parlando. Così, per oltre settant’anni si pensò che la prima voce d’Italia appartenesse a Maria Luisa Boncompagni, considerata da molti la prima signorina buonasera.

Quando nel 1997 vennero inaugurati gli archivi della Rai, le ricerche portarono alla luce il nastro originale del 1924. Si scoprì allora che ne esistevano ben due versioni. Uno registrato dalla Boncompagni, più breve e senza riferimenti ai nomi dei musicisti, l’altro, completo, attribuibile alla violinista.

La prima voce d’Italia è quindi quella di Ines Viviani Donarelli.

Suo, per caso, fu il compito di annunciare a tutti gli Italiani il concerto che inaugurava la storia delle radio comunicazioni Italiane.

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Neuroplasticità: come si modifica il sistema nervoso

La neuroplasticità  è la capacità del sistema nervoso centrale di modificare l’intensità delle relazioni interneuronali.

Il sistema nervoso è in grado di modificare la propria struttura e la sua funzionalità instaurando nuove relazione oppure eliminandone alcune.

In particolare, i neuroni hanno la capacità di cambiare la loro struttura e funzione, secondo input generati dall’attività e dall’apprendimento. È proprio il cambiamento neuronale alla base della memoria e dell’evoluzione comportamentale.

Perché parlare di neuroplasticità?

Fino alla metà del ‘900 la medicina ufficiale e la scienza sostenevano che il cervello fosse immutabile.

Si pensava che dopo l’infanzia e l’adolescenza, il cervello non potesse più modificarsi, ad eccezione del lento e continuo deterioramento causato dell’età.

Quest’idea si basava su tre evidenze.

  1. I pazienti con problemi neurologici raramente vanno incontro a una guarigione completa.
  2. Osservare cosa accade nel cervello in vivo è oggettivamente difficile.
  3. Il nostro cervello, quale macchina perfetta e stupefacente, non può cambiare.

Dalla metà del ‘900 alcuni scienziati mostrarono che, al contrario il cervello modifica la propria struttura adattando e affinando i propri circuiti al compito specifico che di volta in volta deve svolgere.

Qual è il vantaggio della neuroplasticità?

Comunemente, la neuroplasticità viene associata al recupero delle funzioni in seguito a lesioni neurologiche importanti (ad esempio l’ictus). La capacità del cervello di riorganizzarsi permette infatti il recupero di alcune funzioni compromesse.

La neuroplasticità, in realtà, è presente anche quando non vi sono lesioni traumatiche.

Grazie alle neuroimmagini (immagini del sistema nervoso centrale acquisite con e tecniche neuroradiologiche e di medicina nucleare) si è osservato che i fenomeni di cronicizzazione producano delle vere e proprie modifiche delle aree corticali. Nel cervello di pazienti con dolore cronico si trovano quindi alterazioni strutturali, funzionali e neurochimiche.

Ad esempio, in base alla variazione di densità della materia grigia è possibile  discriminare i soggetti sani da quelli affetti da lombalgia cronica. Ancora, si è osservato che la riduzione del dolore in pazienti con lombalgia cronica dopo trattamenti  chirurgici o infiltrativi è correlata alla riduzione di anormalità della struttura cerebrale.

Neuroplasticità adattiva e maladattiva: qual è la differenza?

La plasticità avviene costantemente, sia che siamo sottoposti a un intenso allenamento, sia che non stiamo facendo nulla.

Si parla di plasticità adattativa quando il cambiamento è positivo rispetto all’evento lesivo. Si definisce invece plasticità maladattativa se la modifica dovuta a determinati stimoli non porta a risultati positivi.

Come si aumenta la neuroplasticità?

Esistono numerose tecniche per permettere una riorganizzazione e un miglior funzionamento delle aree cerebrali.

Tra le più utilizzate l’esercizio fisico, le tecniche di meditazione, l’allenamento cognitivo e la stimolazione sensoriale.

L’esercizio fisico, con le caratteristiche di intensa ripetitività, rilevanza funzionale e utilizzo di feedback durante il movimento, è una delle tecniche  più incisive sulla plasticità corticale. Esso è infatti in grado di aumentare gli input somato-sensoriali provenienti dalla zona corporea coinvolta nella lesione.

La realtà virtuale e la terapia robotica rappresentano invece tecniche emergenti con alte potenzialità in ambito neuroriabilitativo.

La scoperta che il cervello possa modificare la propria struttura e le proprie funzioni è stata una vera e propria rivoluzione non solo per le neuroscienze, ma anche per le discipline umanistiche, le scienze sociali, e tutto ciò che riguarda l’apprendimento.

Questa caratteristica del nostro sistema nervoso abbraccia ambiti completamente diversi l’uno dall’altro e ci permette di capire fenomeni fino al secolo scorso completamente inspiegabili.

Fonti

Kleim J.A, Jones T.A. (2008), Principles of experience-dependent neural plasticity: implications for rehabilitation after brain damage. Journal of Speech Language and Hearing Research, 51, pp. S225–S239.

Norman Doidge, The brain that changes itself: Stories of Personal Triumph from the Frontiers of Brain Science.

Larden D.S. Why Neuroplasticity? JNPT r Volume 36, 2012.

Tajerian M, Clark DJ. Nonpharmacological Interventions in Targeting Pain-Related Brain Plasticity. Hindawi Publishing Corporation Neural Plasticity, Volume 2017.

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Balbuzie da Trauma: ecco il suo significato (e perché non è ciò che si pensa)

Il termine balbuzie da Trauma indica una piccola minoranza delle forme di balbuzie. E, al contrario di quello che si pensa, non è collegata a un rimprovero severo o alla separazione dei genitori. E nemmeno ad altri episodi familiari che vanno sotto la comune definizione di “traumi infantili”. Perché il Trauma ha un significato e una portata ben precise. Scopriamo quale e quando può essere considerato la causa della balbuzie.

Balbuzie da Trauma: dove ha origine il dubbio?

In passato, l’ipotesi dominante era quella che la maggior parte delle forme di balbuzie derivasse da esperienze vissute nell’ambiente familiare e considerate erroneamente traumatiche.

Questa ipotesi si è radicata nel pensiero comune, tanto che ancora oggi la comparsa della balbuzie in un bambino scatena in un genitore una preoccupazione e un’incertezza tali, da convincerlo di esserne la causa. Come conseguenza, inizia una ricerca (nella memoria) di fatti o comportamenti che possano spiegare la presunta balbuzie da trauma.

Tra questi, ad esempio, un’educazione particolarmente severa, aspettative troppo elevate nei confronti del figlio, oppure contrasti, separazioni. O ancora, la nascita di un fratellino.

Balbuzie e Trauma: qual è l’errore?

Tutti questi episodi sono spesso iperbolicamente ed erroneamente definiti traumi infantili e considerati l’origine della balbuzie.

Erroneamente, appunto: per due motivi.

Il primo è che non è mai stata trovata una correlazione tra comportamenti e scelte dei genitori e insorgenza della balbuzie.

Il secondo è che, in realtà, nessuno degli episodi citati risponde alla definizione di Trauma psicologico.

Cos’è il Trauma per un bambino?

Il Trauma psicologico, per definizione, segna una rottura nello scorrere degli eventi, ed è prodotto da situazioni percepite come di rischio concreto per l’integrità fisica, o psichica, propria o altrui.

Nella vita di un bambino i veri e propri eventi Traumatici, con le caratteristiche del Trauma con la T maiuscola, sono eventi molto gravi. Ad esempio: abusi, maltrattamenti, violenza assistita (situazioni in cui il bambino assiste ad episodi di violenza), gravi incidenti, malattie.

Il Trauma rappresenta un evento destabilizzante e dirompente per l’intensità, che produce effetti di frammentazione importanti sul piano emotivo e cognitivo.

Balbuzie da Trauma: ecco quando insorge

La portata del Trauma è tale che, in determinate circostanze estremamente gravi, i suoi effetti possono incidere sulle capacità verbali dell’individuo, bambino o adulto.

La conseguenza può essere il mutismo reattivo allo stato di shock, o la cosiddetta balbuzie psicogena.

La balbuzie psicogena è una forma di balbuzie che si verifica in individui che presentano psicopatologie specifiche, o che hanno subito gravi Traumi.

È bene però ricordarsi che soltanto una piccola minoranza delle forme di balbuzie ha origine psicogena.

La balbuzie psicogena è infatti causata da esperienze Traumatiche estremamente gravi, che nulla hanno a che vedere con i comportamenti dei genitori o i naturali cambiamenti cui si è soggetti nel corso della vita.

Il ruolo del cambiamento nella balbuzie in età evolutiva

L’errata convinzione che siano vissuti familiari a causare la balbuzie è rafforzata dal fatto che essa insorge e causa le prime vere difficoltà nelle fasi della vita caratterizzate da cambiamenti importanti.

Tra queste, principalmente l’infanzia, l’inizio della scuola e l’adolescenza.

Bisogna però considerare che questi sono momenti in cui bambini e ragazzi rispondono a compiti evolutivi fisici, cognitivi e relazionali completamente nuovi.

  • La prima infanzia è la fase della dipendenza assoluta dalle figure di accudimento e dall’ambiente circostante. Il linguaggio viene acquisito progressivamente, e diventa strumento di relazione con il mondo.
  • Con l’inizio della scuola il bambino esce dal nucleo familiare, e deve imparare a confrontarsi e relazionarsi con gli altri. L’apprendimento apre nuove sfide dal punto di vista cognitivo, rafforzando le dimensioni normative dell’impegno e del dovere.
  • La pubertà segna l’avvio di cambiamenti fisici, ma anche un salto in avanti nel processo di costruzione delle propria identità individuale.

Le fasi evolutive delineate sono fasi di transizione impegnative e difficoltose, in cui il rapporto relazionale con la famiglia e con l’ambiente circostante contano molto.

Tuttavia, né questi cambiamenti, né le dinamiche relazionali familiari possono essere considerate di per sé situazioni in grado di causare una balbuzie da Trauma (né una qualsiasi altra forma di balbuzie).

Come l’ambiente familiare influenza la balbuzie?

La maggior parte delle forme di balbuzie non ha origini psicogene.

Questo però non significa negare che determinate situazioni emotive o relazionali possono influenzare la balbuzie, pur non essendone la causa.

Ad esempio, alcuni stili educativi o relazionali, invece che aiutare il bambino a superare  la sua fatica, potrebbero amplificarla.

Le esperienze che il bambino vive nell’ambiente familiare sono occasioni importanti di apprendimento e di messa alla prova, a 360°, anche per quanto riguarda il superamento delle sue fatiche.

 

Fonti

M.T. Ingenito, A. Ragno, La balbuzie nell’età adolescenziale. Clinica e riabilitazione. Milano, Franco Angeli Editore, 2003.

Van Borsel, J. (2014). Acquired stuttering: A note on terminology. Journal of Neurolinguistics27(1), pp. 41-49.

 

Vivavoce Focus

Balbuzie in Italia: la più sfortunata d’Europa secondo la ricerca

Secondo la ricerca, la balbuzie in Italia non ha vita facile. Un recente studio condotto da un gruppo di ricercatori europei e pubblicato sul Journal of Communication Disorders ha svelato che gli atteggiamenti degli italiani nei confronti di chi balbetta sono tra i peggiori in Europa. E nel mondo.

Atteggiamenti verso la balbuzie: come si misurano

Scopo dello studio era quello di evidenziare differenze o similitudini negli atteggiamenti verso chi balbetta tra i Paesi europei.

L’indagine ha coinvolto per questo 1.111 adulti in Italia, Norvegia, Germania, Islanda, Inghilterra e Bosnia Erzegovina.

Per stabilire se l’atteggiamento verso la balbuzie sia positivo o negativo, viene somministrato un questionario chiamato POSHA–S (Public Opinion Survey of Human Attributes-Stuttering). Questo questionario è riconosciuto e utilizzato da tutta la comunità scientifica internazionale.

Attraverso una serie di domande specifiche, il POSHA-S permette di valutare due dimensioni.

  1. La conoscenza del fenomeno balbuzie, tra cui le sue cause, i tratti di personalità che si pensano essere caratteristici di chi balbetta, cosa si pensa i balbuzienti possano fare nella vita (ad esempio: Le persone che balbetto possono condurre una vita “normale”)
  2. Le reazioni o i comportamenti messi in atto (o che si pensa di mettere atto) nei confronti di chi balbetta (ad esempio: “Dire loro di rallentare e rilassarsi”).

Balbuzie in Italia: i risultati della ricerca

I risultati rivelano che l’atteggiamento degli Italiani nei confronti di chi balbetta è tra i più negativi in Europa e al di sotto della media mondiale.

La conoscenza della balbuzie in Italia risulta ancora incompleta, a tratti scorretta, e ancorata a luoghi comuni e falsi miti, che rafforzano a loro volta i pregiudizi.

Ad esempio, gli Italiani non hanno ancora abbandonato l’idea che la balbuzie sia causata da un evento spaventoso o traumatico. Ancora, chi balbetta in Italia viene spesso percepito impossibilitato a condurre una vita normale, o svolgere una qualsiasi professione lavorativa.

Come conseguenza, anche i comportamenti nei confronti di chi balbetta si rivelano piuttosto stereotipati.

Un esempio? Nell’interazione con chi balbetta, gli Italiani utilizzano molto più frequentemente le frasi Stai calmo, Respira, Rilassati, rispetto agli altri europei.

Frasi che, al contrario di ciò che comunemente si pensa, aumentano la pressione comunicativa e quindi la probabilità di balbettare.

 

Fonte

St. Louis K.O et al. (2016), Public attitudes toward stuttering in Europe: within-country and between-country comparisons. Journal of Communication Disorders, 62, pp. 115-130.

 

Vivavoce Focus

La voce perfetta secondo l’Actors Studio di New York

Una voce perfetta, capace di adattarsi al personaggio interpretato, è la caratteristica fondamentale che ogni attore deve avere.

La bravura di attore consiste soprattutto nell’adattare il proprio parlato a quello richiesto dal regista, e soprattutto dallo sceneggiatore che ha inventato il personaggio.

Per ottenere questo risultato, le scuole di recitazione propongono nei loro corsi esercizi mirati. Essi hanno l’obiettivo non solo di ottenere una voce perfetta, ma anche di formare veri e proprio talenti in grado di modificare all’occorrenza la propria voce.

Dove nasce la voce perfetta di un attore: l’Actors Studio di New York

E’ il caso dell’Actors Studio di New York, tra le più prestigiose scuole di recitazione al mondo. Questa prestigiosa scuola negli anni ha visto passare tra le sue aule alcuni dei più grandi attori di Hollywood, da Robert de Niro ad Al Pacino.

L’Actors Studio è stato fondato nel 1947 da Elia Kazan, Cheryl Crawford, e Robert Lewis. La direzione artistica di Lee Strasberg e il metodo di recitazione da lui inventato, lo hanno reso il punto di riferimento per ogni attore che cerchi di migliorare le proprie capacità interpretative per ottenere una voce perfetta.

Come ottenere la voce perfetta: il metodo Strasberg

Il metodo Strasberg consiste sostanzialmente nella capacità dell’interprete di essere credibile.

Attraverso un continuo ricorso alla memoria, l’attore potrà ottenere la voce rotta dal pianto o quella di una persona perplessa.

Ad esempio, se dobbiamo interpretare un personaggio che scopre il tradimento di un amico, occorrerà ricordarsi quando siamo stati traditi. Al contrario, se il nostro personaggio riceve un regalo inatteso, dovremo fare memoria della gioia provata in un momento simile.

Questo metodo spinge gli attori ad ottenere la voce perfetta per ogni circostanza. Facendo ricorso agli avvenimenti del proprio passato, l’interprete sarà in grado di utilizzare con spontaneità una voce che già conosce.

La voce perfetta di ogni attore quindi esiste già! Ha solo bisogno di essere rievocata attraverso esercizi di memoria mirati a far rinascere delle sensazioni provate in passato.

Vivavoce Focus

Disfonia: il “disturbo” della voce. Significato, cause e sintomi

Il termine disfonia indica in modo generico un qualsiasi disturbo della voce.

La Società Italiana di Otorinolaringoiatria definisce la disfonia come

un’alterazione qualitativa e/o quantitativa della voce parlata che consegue ad una modificazione strutturale e/o funzionale di uno o più organi coinvolti nella sua produzione o ad una inadeguatezza delle relazioni dinamiche fra le diverse componenti dell’apparato pneumo-fonatorio.

Disfonia: quali sono le cause

Ad oggi non esiste una classificazione completa delle disfonie, tuttavia nella pratica clinica a livello mondiale si distingue tra: disfonia organica e disfonia funzionale ( non organica)

Le disfonie funzionali sono disturbi della voce che si verificano in assenza di lesioni o di deficit motori. Esse sono causate da un uso scorretto (malmenage) o eccessivo della voce (surmenage).

Gridare, schiarire frequentemente la voce, oppure parlare per un tempo prolungato, sono comportamenti che pongono sotto sforzo il sistema fonatorio, alterando la qualità della voce.

Questo implica che le persone che utilizzano la voce per svolgere il loro lavoro (cd. Professionisti vocali) siano più a rischio di disfonie. È il caso di avvocati, insegnanti, ma anche dei cantanti.

Se protratti nel tempo, questi comportamenti possono evolvere in disfonie organiche.

Le disfonie organiche sono disturbi della voce dovute a lesioni o alterazioni del movimento degli organi coinvolti.

Alcune alterazioni organiche sono la conseguenza di comportamenti vocali scorretti (malmenage o surmenage). In altri casi, le cause possono essere infiammazioni, malformazioni congenite, esiti di operazioni chirurgiche o di altra natura.

Ad esempio, laringiti, oppure cisti, noduli e polipi alle corde vocali sono tra le cause più diffuse delle disfonie.

Disfonia: quali sono i sintomi

Una qualsiasi disfonia si manifesta attraverso segni oggettivi, cioè osservabili e misurabili, e sintomi soggettivi, cioè sensazioni percepite dal soggetto.

I segni oggettivi  possono essere:

  • Acustici: alterazioni dell’ intensità, della frequenza e del timbro della voce. In questi casi, la voce può risultare rauca, soffiata, instabile o completamente afona.
  • Clinici: alterazioni della struttura o del movimento degli organi coinvolti nella fonazione. Questi ultimi sono identificabili con esami endoscopici effettuati dal medico foniatra.

I sintomi soggettivi possono essere:

  • fisici: dolore, bruciore o alterazioni della sensibilità (parestesie) a carico delle strutture faringo-laringee, sensazione di corpo estraneo (globo) in gola, affaticabilità nell’uso della voce (sensazione di sforzo per continuare a parlare);
  • psicologici: sensazione di sgradevolezza o di inadeguatezza della propria voce.

Disfonie: quando rivolgersi a un medico specialista

Le disfonie possono essere croniche (se perdurano nel tempo) o solo temporanee.

Nel caso in cui si presentino con regolarità uno o più segni o sintomi di alterazione della voce, è opportuno rivolgersi al proprio medico di base e in seguito ad un medico specialista in foniatria e/o otorinolaringoiatria, per un’eventuale diagnosi di disfonia.

 

Fonti

Bergamini G., Casolino D., Schindler O. (2002) Inquadramento delle disfonie. Da Relazione ufficiale le disfonie: fisiopatologia, clinica ed aspetti medico-legali, LXXXIX Congresso Nazionale San Benedetto del Tronto, 22-25 Maggio 2002.

Schindler A., Ginocchio D., Schindler O. Linee guida per la pratica clinica. La raucedine (disfonia). Traduzione e dell’adattamento italiano delle Linee guida per la pratica clinica dell’American Academy di ORL (Head and Neck Surgery Foundation).

Schindler O. La voce: fisiologia, patologia, clinica e terapia. Padova, Piccin (2010).

Federazione Logopedisti Italiani Piemonte, www.flipiemontelogopedia.it.

Vivavoce Focus

Gestire la balbuzie? Ecco perché non mi è bastato

Gestire la balbuzie è una possibilità, per molti.

L’intensità, le manifestazioni e la frequenza di questa fatica variano da persona a persona e non è raro che, nel corso del tempo, si elaborino delle strategie per renderla meno evidente, gestire i blocchi, apparire più fluenti.

G.R. ha a che fare con la balbuzie dall’età di 10 anni, quando ha iniziato a balbettare improvvisamente.

Non ha mai «avuto una situazione drammatica». La fatica nell’esposizione orale, a scuola, non ha impedito di andare avanti. «Ho frequentato l’università. Certo non ero mai fluente. Ma non mi ha mai fatto rinunciare a niente – racconta. E siccome sono molto auto ironico, nemmeno con le ragazze non ho mai avuto problemi».

G.R. oggi ha 42 anni, è sposato, ha un bimbo piccolo ed è ricercatore universitario. La balbuzie non gli ha precluso nemmeno la carriera accademica.

Perché allora afferma con insistenza «Adesso, devo essere fluente»?

Da gestire la balbuzie a volerla superare: cosa ti ha fatto cambiare idea?

Dopo tanti anni, ho finalmente la possibilità concreta di ottenere una cattedra importante. Dovrò parlare e dovrò parlare bene. Voglio fare il mio lavoro nel migliore modo possibile.

La prospettiva della carriera accademica ha peggiorato tutto. Il senso negativo che sentivo a livello del torace è aumentato con l’idea dell’aumento delle mie responsabilità lavorative.

Ciò che dovrebbe essere un orgoglio, fino ad ora [inizio del Percorso in Vivavoce Institute, ndr] è stato uno stress.

Come hai fatto fino ad oggi a gestire la balbuzie?

Uno dei metodi che usavo di più era quello di rilassarmi più del normale.

In situazioni di particolare ansia, ad esempio durante i congressi, cercavo di mettere il mio corpo nelle condizioni di essere rilassato. Una cosa cosa che mi aiutava era pensare a qualcosa di molto positivo durante la fase più negative della balbuzie, ad esempio mia moglie e mio figlio. Per rilassare il torace e liberarlo dal peso che sentivo, irrigidivo gli arti inferiori.

Solo che dopo ogni congresso ero stanchissimo. Se usi queste strategie l’80% della tua energia è impiegata per fare uscire le parole.

Quello che mi feriva di più era di non provare nessun tipo di orgoglio. Non ero contento perché sapevo di non aver detto tutto e di aver mostrato meno sicurezza di quanto avrei voluto.

Pensi che questa fatica ti limiti nel tuo ruolo di genitore?

Non credo che mi limiti a livello di autorità. Ma ho una sorte di pudore verso mio figlio. Vorrei dargli sicurezza, non mostrare questa fatica. La balbuzie non mi rende me stesso.

Non ho paura di fargli vedere la mia fragilità, i miei difetti. I difetti fanno parte di noi. Ma balbuzie non è una fragilità: la balbuzie non sei tu, ti senti nudo.

Io non sono la mia balbuzie: io so parlare! Il 60% delle volte ci riesco. Ma per quel 40% non sono io, sono un altro. Non ti abitui mai ad essere un altro. Ecco perché, in fondo, non ti adatti mai nemmeno a gestire la balbuzie.

Penso anche ai ragazzi che hanno intrapreso questo percorso rieducativo con me. Francesco vorrebbe raccontare le barzellette. Ma non riesce. Stefano è esuberante, ma non può a dare sfogo a quello che è.

È come se fossi in un corpo che non è il tuo.

Questa testimonianza è stata raccolta durante il Percorso di rieducazione della balbuzie di Vivavoce Institute. L’utilizzo di un nome fittizio serve a tutelare la privacy del soggetto intervistato, su richiesta dello stesso e nel rispetto della sua volontà di rimanere nell’anonimato.

Vivavoce Focus

Respirazione: come funziona il «segreto della vita»

Per respirazione si intende

l’insieme degli scambi gassosi tra i tessuti dell’organismo e l’ambiente esterno; negli organismi animali consiste nell’assunzione di ossigeno dall’ambiente, nella sua utilizzazione e nell’espulsione di anidride carbonica.

Respirare, perché mai?

Il filone narrativo fantascientifico, dal Novecento ad oggi, ha immaginato come l’uomo potesse essere e come potesse vivere in un futuro lontano, fantasticando su una possibile vita su mondi lontani e inospitali. In tutte queste condizioni l’uomo aveva sempre escogitato strategie per continuare a garantirsi una funzione fondamentale: respirare.

Scrive lo scrittore americano Gregory Maguire:

Ricordatevi di respirare, dopotutto è il segreto della vita.

Ma cosa succede, in pratica, quando respiriamo?

Inspirare ed espirare: la ventilazione

La ventilazione è il processo meccanico che permette all’aria di entrare nelle vie aeree e nei polmoni (inspirazione) e di fuoriuscire dagli stessi organi (espirazione).

L’aria entra attraverso il naso o la bocca e percorre le vie aree superiori (cavità nasali, faringe e laringe) e quelle inferiori (trachea e bronchi) fino ad arrivare nei polmoni.

È negli alveoli polmonari (componenti del polmone ubicati nella parte terminale dei bronchi ) che avviene lo scambio gassoso. L’ossigeno entra nei capillari arteriosi, mentre dai capillari venosi avviene un rilascio di anidride carbonica.

La ventilazione è guidata da una combinazione di forze attive e passive che alterano il volume del torace. Il cambiamento del volume all’interno de torace causa un cambiamento della pressione dell’aria.

Come dimostra la Legge di Boyle: aumentando il volume del contenitore (torace) diminuisce la pressione dell’aria. Dal momento che i flussi d’aria si muovono spontaneamente da pressioni alte a pressioni più basse, ecco che la differenza di pressione negativa permette all’aria di essere risucchiata nel torace.

Immaginiamo di avere in mano una siringa: se spingiamo lo stantuffo l’aria esce perché stiamo diminuendo il volume del corpo cilindrico ed aumentando la pressione del gas al suo interno. La stessa identica cosa avviene nel nostro torace.

Organi e muscoli coinvolti nella respirazione

Uno dei principali protagonisti della respirazione, oltre alle vie aeree e ai polmoni, è la gabbia toracica.

La gabbia toracica protegge organi vitali (cuore e polmoni), ma deve anche garantire una discreta mobilità per modificare i suoi volumi interni e quindi permettere un continuo flusso d’aria in entrata e in uscita.

Protezione e mobilità sono assicurate da una sviluppata architettura ossea rappresentata da costole, sterno, colonna vertebrale e numerose articolazioni.

I muscoli coinvolti della respirazione sono il diaframma, gli addominali, i muscoli intercostali e gli scaleni.

Inspirazione: espansione toracica e ruolo del diaframma

Durante l’inspirazione  l’espansione della gabbia toracica è resa possibile dalla contrazione del muscolo diaframma, dai muscoli intercostali e dei muscoli scaleni.

Il diaframma (o cupola diaframmatica) è un sottile foglio muscolo-tendineo che separa la cavità toracica da quella addominale. Quando inspiriamo, il diaframma si abbassa, appiattendosi.

A seconda del tipo di inspirazione il diaframma può anche raggiungere una escursione di dieci centimetri.

Espirazione e antagonismo sinergico

Quando espiriamo il diaframma si rilascia, risalendo in una posizione di riposo.

Durante la ventilazione è di fondamentale importanza che sia mantenuto il cosiddetto antagonismo sinergico tra diaframma e addominali.

In pratica durante l’inspirazione, il diaframma si contrae, e contemporaneamente avviene un’inibizione degli addominali affinché esso trovi meno resistenza nella discesa.

Accade invece il contrario durante l’espirazione.

Respirazione diaframmatica e respirazione toracica

La respirazione è il perfetto risultato della collaborazione di gruppi muscolari differenti, che insieme ampliano le dimensioni della gabbia toracica.

Se prevale l’azione del diaframma si parla di respirazione diaframmatica (o addominale). Se, invece, prevale l’azione di intercostali e scaleni, si parla di respirazione toracica (o costale).

In entrambi i casi il diaframma è il muscolo inspiratorio principale. Si occupa infatti di circa il 60% della capacità ventilatoria, ed è il primo muscolo attivato dal sistema nervoso durante uno sforzo inspiratorio.

Al fine di non sviluppare schemi motori stereotipati è importante utilizzare sia una respirazione di tipo toracica che quella diaframmatica.

La meccanica respiratoria cambia in base a molteplici variabili, alcune delle quali non modificabili (età e sesso).

Come cambia la respirazione nel corso della vita

Nel bambino la respirazione è di tipo addominale.

Nella donna è di tipo toracico (costale) superiore: l’escursione massima si ha quindi nella parte alta del torace. Nell’uomo, invece,  è di tipo misto ovvero toracico (costale) superiore e inferiore.

Nelle persone anziane il tipo di respirazione si modifica dal momento in cui aumenta la rigidità a carico della colonna vertebrale e della cassa toracica. Ciò determina una diminuzione della mobilità superiore del torace con una conseguente respirazione di tipo toracico (costale)  inferiore o anche addominale.

 

Fonti

Dizionario enciclopedico di scienze mediche e biologiche e biotecnologie, Seconda Edizione, Zanichelli.

Kapandji I.A. , Fisiologia articolare 3. Tronco e rachide. Monduzzi Editore.

Neumann D. A, Kinesiology of the musculoskeletal syste. Foundations for rehabilitation, 2nd Edition, Springer

Oatis C. A, Kinesiology. The mechanism and patomechanics of human Movement, 2nd Edition, Lippincott Williams and Wilkins.

Vivavoce Focus

Balbuzie negli adulti: «un sollievo» superarla. La storia di Elena

Elena è ingegnere meccanico, ha 45 anni. Ed è una donna che balbetta. Una storia rara la sua, perché la balbuzie negli adulti, secondo le statistiche, preferisce gli uomini.

La convivenza di Elena con la sua fatica non è tra le più lunghe. «Ho iniziato a balbettare molto tardi. Quando dico che fino a prima dell’università parlavo perfettamente, tutti si stupiscono».

La balbuzie negli adulti e la discriminazione sul lavoro

Fortunatamente, la balbuzie non ha impedito a Elena di realizzarsi professionalmente.

Non si è mai sentita discriminata sul lavoro: «La carriera – ci racconta – è arrivata lo stesso», prima che la balbuzie peggiorasse. «Negli ultimi anni – confessa – c’è stato un netto peggioramento. Le mie difficoltà principali riguardano l’ambito lavorativo. Tre anni fa ho cercato di cambiare lavoro. Parlavo malissimo e ho perso un sacco di opportunità dal punto di vista professionale».

Eppure, Elena di strada ne ha fatta. Oggi ha un’azienda, l’intraprendenza certamente non le manca. Nelle relazioni interpersonali non ha mai avuto grandi problemi.

Qual è allora la difficoltà più grande legata alla balbuzie negli adulti?

«È il condizionamento il problema più grosso. Mi sono stancata di fare tanta fatica per qualsiasi cosa. Desidero tornare a fare ciò che facevo prima e farlo bene. Ad esempio parlare in pubblico. Ho sempre fatto molte presentazioni davanti alle persone.

Un condizionamento che investe tutti gli aspetti della vita quotidiana. Anche quelli più semplici che sembrano banali.

Balbuzie negli adulti e quotidianità

«Recentemente, diciamo negli ultimi due anni, le telefonate a clienti, fornitori e installatori erano diventate molto difficili. Ne facevo sempre meno e quindi perdevo l’abitudine. Avevo proprio paura di telefonare. Soprattutto se dovevo chiamare un cliente, magari un po’alterato, mi batteva il cuore a mille. Mi bloccavo subito e questo non favoriva certo il rapporto con lui».

Per chi balbetta, parlare al telefono è un’enorme fatica. Difficile da immaginare se non si hanno particolari difficoltà a comunicare.

Come tanti, Elena confessa: «Preferisco 100 volte parlare con le persone faccia a faccia piuttosto che al telefono. Al telefono manca il contatto visivo e tutta la comunicazione non verbale».

Parole che fanno riflettere su cosa possa significare non soffrire più di e per la balbuzie.

«Accorgermi che potevo farcela è stato un sollievo clamoroso», rivela Elena, nel pieno del lavoro di consolidamento parte del percorso rieducativo di Vivavoce Institute.

«Non considero ancora superata del tutto la mia balbuzie. Voglio migliorare ancora, tornare a parlare come parlavo prima. Soprattutto, voglio tornare a fare le stesse cose senza essere condizionata, senza avere paura e senza questo peggiorare di continuo».

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Respirare per parlare: come emettiamo la nostra voce

Respirare è il primo atto che compiamo nel momento in cui veniamo al mondo, la più essenziale delle alimentazioni, senza la quale non possiamo resistere.

La respirazione rappresenta una delle funzioni primarie del nostro organismo, uno scambio costante con l’ambiente circostante. Respirando il nostro corpo si carica di ossigeno e rilascia l’anidride carbonica accumulata nel sangue. Storicamente il respiro ha rappresentato sempre un elemento importante dal punto di vista simbolico, un simbolo di vita, di unione e di equilibrio fra anima e corpo.

Respirare: un atto volontario e involontario

Respirare sembra semplice e meccanico. In una situazione di normalità l’aria entra ed esce senza richiederci troppo sforzo.

La funzione respiratoria ha però una sua peculiarità: è l’unica funzione fisiologica ad essere al contempo sia volontaria che involontaria.

Quanto spesso ci capita di concentrarci realmente sul nostro respiro? Di ascoltarne le fasi, le pause, il ritmo, la profondità, la tipologia? Raramente. Molto più spesso, il sottofondo ritmico e costante della nostra esistenza resta in secondo piano. È un compagno silenzioso ma fondamentale a cui non facciamo caso se non nelle situazioni in cui si altera.

Tale modificazione può essere involontaria – per esempio a seguito di alcune patologie, durante uno sforzo fisico prolungato, o in una situazione di ansia o di paura – o volontaria. È il caso di un esercizio di riflessione o di un allenamento che abbia come focus specifico quello del respiro. In generale però respirare è considerato un meccanismo automatico del nostro corpo, qualcosa a cui riservare poche attenzioni.

Espirazione e produzione del linguaggio

Parlare e respirare sono due azioni coordinate in modo automatico. Il passaggio del flusso d’aria emesso dai polmoni attraverso la laringe e le corde vocali è necessario per produrre suoni.

In particolare, la produzione del suono avviene durante la fase di espirazione. Affinché ci sia produzione vocale è essenziale che l’aria esca dai polmoni. Immaginiamo di pronunciare il nostro nome: apriremo le labbra, la lingua si muoverà appoggiandosi in punti diversi sul palato, e durante tutto il tempo necessario l’aria verrà emessa dai nostri polmoni in modo costante.

Proviamo adesso a fare il contrario, a dire il nostro nome inspirando. I movimenti messi in atto saranno esattamente gli stessi, ma l’effetto complessivo completamente diverso. Il suono verrà parzialmente emesso comunque ma risulterà come soffocato e alterato. Inspirando riusciamo inoltre a produrre suoni molto più brevi, a causa del fatto che quasi subito ci manca l’aria.

Quando la portata del respiro si riduce anche la voce si fa più sottile. Pensiamo a ciò che accade in un momento di particolare debolezza o nell’anzianità.

Capita spesso, nei momenti di particolare tensione, che il nostro ritmo respiratorio e il nostro timbro vocale si modifichino: incrinature, tentennamenti, suoni più acuti lo evidenziano. Anche gli stati emotivi intensi, come ad esempio quelli di ansia, paura, o rabbia, influenzano l’atto del respirare, e di conseguenza la produzione dei suoni.

Ecco perché spesso la voce ci tradisce, rivelando le nostre vere emozioni.

 

Fonti

Montecucco Nitamo Federico, La respirazione Psicosomatica.

Fossler H. R. (1930). Disturbances in breathing during stutteringPsychological Monographs, 40(1), pp. 1-32.

Laura Pedrinelli Carrara, www.laurapedrinellicarrara.it

 

Vivavoce Focus

Discalculia: cos’è il disturbo delle abilità numeriche

La discalculia è un Disturbo Specifico dell’Apprendimento. I soggetti discalculici vivono una condizione in cui non riescono ad attribuire un significato ai numeri e ai concetti riguardanti la matematica. Nonostante esercizi e attività costanti su numeri e calcoli, questi soggetti non riescono ad apprendere le procedure matematiche.

Questo disturbo viene suddiviso in due categorie. La discalculia primaria rappresenta il disturbo delle abilità numeriche e aritmetiche. La discalculia secondaria si presenta associata ad altri problemi di apprendimento.

Discalculia: quali sono le cause

Ad oggi non si conoscono esattamente quali siano le cause della discalculia, ma si ritengono coinvolti diversi fattori.

È stato scoperto che i soggetti affetti da discalculia spesso hanno parenti affetti dallo stesso disturbo. Questo fa presumere che ci sia un’ereditarietà coinvolta, tuttavia non è stato identificato un gene specifico per questo tipo di disturbi.

Studi di neuroimaging, in cui viene tracciata la funzionalità cerebrale, hanno evidenziato differenze di estensione e volume in alcune aree del cervello dei soggetti discalculici. Queste aree, legate all’apprendimento e alla memoria, secondo Nicolas Molko studioso dell’INSERM, l’Istituto di Salute e Ricerca Medica Francese, risulterebbero meno sviluppate. La principale di queste aree sarebbe il solco intraparietale destro.

Lesioni di alcune aree cerebrali possono inoltre portare a discalculia acquisita.

Anche l’ambiente avrebbe un importante ruolo nell’insorgenza della discalculia. Abusi di alcol da parte della madre durante la gravidanza o la nascita prematura del bambino sono alcuni esempi. (Ianes, Lucangeli, e Mammarella, 2010).

Discalculia: i sintomi

I sintomi principali della discalculia sono quindi:

  • Difficoltà di calcolo
  • Difficoltà nel ricordare sequenze numeriche
  • Difficoltà nel capire il senso dei numeri
  • Evitamento di attività legate alla matematica
  • Scarsa abilità nell’effettuare calcoli mentali

Discalculia: le difficoltà a scuola

Sebbene i sintomi dei disturbi dell’apprendimento siano più facilmente osservabili in età scolare, è possibile riscontrare una serie di difficoltà divisibili per fasce di età.

In età pre scolare il bambino discalculico ha difficoltà nel contare e nell’attribuire numeri a oggetti. Inoltre non riesce a riconoscere i simboli numerici e ad associarli alle parole ad essi corrispondenti. Mostra difficoltà nel ricordare i numeri, ha difficoltà ad ordinare gli elementi per dimensione, forma o colore, ed evita giochi in cui è richiesto l’uso dei numeri.

Durante la scuola primaria il bambino ha difficoltà a riconoscere numeri e simboli. Ha grossa difficoltà nel calcolo di base ed utilizza spesso le dita per aiutarsi nei conti. Inoltre ha difficoltà a distinguere la sinistra dalla destra ed ha uno scarso senso dell’orientamento. Ancora, fatica a ricordare i numeri di telefono e i punteggi ottenuti in un gioco. Un bambino discalculico, infatti, se può evita totalmente i giochi in cui è richiesto l’uso dei numeri.

Durante gli anni del liceo il ragazzo si sforza di applicare i concetti matematici alla vita quotidiana senza però riuscirci. Non riesce a misurare gli ingredienti di una ricetta, cerca strategie per non perdersi, e usa tattiche per aggirare i problemi, per esempio l’uso di tabelle e grafici.

Non esiste uno specifico test che permette di quantificare l’entità del danno, ma ci si avvale di più test o di tecniche comportamentali messi a punto ad hoc. La diagnosi di discalculia avviene nelle UONPIA, Unità Operative di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, presenti sul territorio e in centri privati convenzionati.

Fonti

Ianes D., Lucangeli D., e Mammarella I. C., Facciamo il punto su… la discalculia e altre difficoltà in matematica, Erickson (2010)

Obiettivo Diagnosi e Intervento per l’Apprendimento, www.odipa.it

Tutto DSA, www.tuttodsa.it

State of Mind, www.stateofmind.it

Vivavoce Focus

Stress e balbuzie: un discusso rapporto causa-effetto

Stress e balbuzie vanno spesso a braccetto.

Erroneamente, si tende a indicare l’uno come la causa dell’altra. Questa confusione, come le teorie sull’origine esclusivamente psicologica della balbuzie, è stata smentita dalla ricerca.

È però vero che lo stress ha un impatto notevole sulle nostre capacità verbali.

Lo stress è infatti una pressione che ci tocca tutti e a tutto tondo. Quando siamo sotto stress, iperattivazione corporea ed emotiva si presentano come due facce della stessa medaglia. Queste iperattivazioni  possono avere importanti conseguenze anche a livello comportamentale. Ci distraiamo più facilmente, ricordiamo meno, fatichiamo a rilassarci, soffriamo d’insonnia. Le nostre prestazioni cognitive ne risentono.

Non è difficile quindi immaginare che tra stress e balbuzie esista un rapporto degno di essere approfondito.

Parlare in pubblico è fonte di stress

A tutti è capitato di incepparsi, tentennare, e magari anche bloccarsi nel parlare in una situazione emotivamente significativa. Un esempio può essere la maggiore difficoltà nel trovare le parole quando ci troviamo a fronteggiare una situazione stressante.

Quella di parlare in pubblico è una fonte d’ansia comune e una richiesta stressante per molti di noi. Parlare in pubblico significa esporsi a un giudizio sociale, affrontare l’imprevedibilità della situazione e la conseguente ansia da prestazione. Tutte condizioni associate all’attivazione di una risposta psicologica di stress.

Parlare in pubblico sotto stress: cosa accade al nostro corpo?

In uno studio effettuato su persone normofluenti (non affetti da balbuzie) sono state confrontate due condizioni: una di public speaking ad alto contenuto stressante, e una condizione di stress più ridotto.

Sono stati analizzati:

  • gli effetti fisiologici dello stress (misurazione del battito cardiaco e dei livelli di cortisolo)
  • le variabili linguistiche come la frequenza comunicativa (il numero di parole prodotte per minuto)
  • la produttività verbale (il numero di parole di senso compiuto prodotte rispetto al totale di parole e non parole)
  • le pause e le disfluenze.

I risultati mostrano come la condizione stressante produca un aumento degli indici fisiologici di stress, e un’alterazione delle variabili verbali.

Da un lato aumenta la produttività verbale, il numero e la durata delle pause. In questo caso, per quanto riguarda la frequenza delle pause nell’eloquio, l’effetto è apparso tanto più intenso quanto maggiori erano gli indici fisiologici elicitati dagli stressors.

Dall’altro lato aumentano anche le disfluenze avvertite.

Cosa succede quando stress e balbuzie si incontrano?

Alcuni studi hanno cercato di indagare l’effetto fisiologico dello stress su bambini con una storia di balbuzie.

È stata analizzata la presenza di biomarcatori di stress, come cortisolo e alfa amilasi nella saliva, in risposta a normali fonti di stress quotidiane.

I risultati mostrano come questi bambini non presentassero biomarcatori di stress differenti dalla norma di fronte a normali stressors quotidiani. Normali condizioni stressanti attivano cioè una reazione fisiologica di stress in linea con quella trovata in altri campioni che non presentavano disturbi dell’eloquio.

Lo stress non sembra avere effetti differenti a livello fisiologico sulle persone che soffrono di balbuzie.

Ciononostante, anche in condizioni normali, lo stress sembra influenzare negativamente le nostre capacità verbali, e in particolare la fluenza dell’eloquio, in termini di numero di pause e di disfluenze prodotte.

Stress e balbuzie: quali conclusioni?

Anche se gli studi specifici scarseggiano, possiamo immaginare come in caso di difficoltà oggettiva, come la balbuzie, lo stress, inteso sia come stress cronico sia come evento stressante specifico, risulti un elemento di ulteriore difficoltà.

Ancora una volta è importante disancorarsi dal luogo comune secondo cui fra stress e balbuzie esista un rapporto causa-effetto. E’ fondamentale però tenere in conto di come trovarsi in una situazione stressante, acuta o cronica, metta in campo delle variabili peculiari, come le alterazioni fisiologiche, che possono influenzare intensamente la gravità del problema, inasprendo le difficoltà di chi già presenta problemi nell’eloquio.

Fonti

Buchanan T.W., Laures-Gore J.S. (2014), Duff  M.C., Acute stress reduces speech fluency, Biological Psychology, 97 pp. 100-122

Ortega A.I., Ambrose N.G. (2011), Developing physiologic stress profiles for school-age children who stutter, Journal of fluency disorders, 36(4) pp. 268-73.

 

Vivavoce Focus

Disturbi d’ansia: cosa sono e quali sono

I disturbi d’ansia sono un insieme di condizioni psicologiche caratterizzate da sintomi diversi. Alla base di tutti ci sono paura eccessiva e irrazionale e ansia patologica.

Ansia anormale e patologica

L’ansia è una risposta del nostro corpo. Si manifesta nel momento in cui viene percepito un pericolo o quando viviamo una situazione stressante. Ci permette di rimanere vigili, attivi, e di non sottovalutare alcuni stimoli provenienti dall’ambiente.

L’ansia diventa anormale e disfunzionale nel momento in cui è persistente ed interferisce con il normale svolgimento delle attività quotidiane. Oppure quando è esagerata rispetto alla situazione stressante, o continua quando la situazione stressante si è conclusa, o quando si presenta senza una ragione.

L’ansia in quanto tale non va considerata un disturbo. Si tratta di una dimensione psicopatologica che si può manifestare in ogni forma di disagio psichico.

Disturbi d’ansia: quali sono

Ci sono innumerevoli condizioni che possono essere classificate come disturbi d’ansia. I più comuni sono:

  • Disturbo da attacchi di panico.  L’attacco di panico è un quadro clinico che può comparire in diversi disturbi, oltre a quello di panico propriamente detto. È caratterizzato dall’apparizione improvvisa di vari sintomi, come difficoltà percepita nel respirare, giramenti di testa, e stato confusionale. Queste crisi vengono vissute con un senso di impotenza e paura. La durata è molto breve, in genere è di pochi minuti, o addirittura secondi. In seguito alla crisi vi è un periodo molto prolungato in cui il soggetto può sentirsi confuso, spossato, o può accusare un senso di vertigine.
  • Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC). È caratterizzato da pensieri, immagini o impulsi ricorrenti. Questi pensieri innescano ansia e obbligano la persona ad attuare azioni ripetitive materiali o mentali.
  • Disturbo Post-Traumatico da Stress (DPTS). È caratterizzato dalla combinazione di sintomi di tipo dissociativo e sintomi di tipo ansioso. Vi è inoltre la tendenza a rivivere di continuo l’evento traumatico attraverso immagini, pensieri ricorrenti, allucinazioni e flashback. Il DPTS è un disturbo d’ansia che può presentarsi in conseguenza ad un evento traumatico.
  • Agorafobia. È la paura e l’evitamento di situazioni o luoghi dai quali è difficile allontanarsi o nei quali è difficile ricevere soccorso. Il DSM-5 indica cinque possibili situazioni agorafobiche: trasporti pubblici, spazi aperti, spazi chiusi, stare in fila tra la folla, essere fuori casa da soli. Per identificare un disturbo agorafobico è necessario che il disagio si manifesti in almeno due di queste situazioni.
  • Disturbo d’Ansia Sociale (Fobia Sociale). Il sintomo principale è l’ipervalutazione del giudizio altrui. Inoltre vi è una forte paura di apparire ridicoli o di comportarsi in maniera inadeguata. Le situazioni sociali ansiogene sono situazioni comuni, come contesti sociali amicali o lavorativi.
  • Fobie specifiche. Gli attacchi di panico si possono manifestare in seguito all’esposizione ad un oggetto o ad una situazione specifica. In questo caso, gli attacchi di panico si manifestano sempre o quasi, e non sono quindi inaspettati. Il soggetto cercherà quindi di evitare le situazioni trigger (che possono scatenare l’attacco di panico).
  • Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD). È una condizione di ansia persistente e cronica. Un prolungato stato di preoccupazione per circostanze della vita di tutti i giorni, con un continuo stato di allarme e di vigilanza. Inoltre è caratterizzato da un senso di anticipazione pessimistica di eventi negativi. Il DSM-5 lo definisce come attesa apprensiva per la maggior parte dei giorni e per almeno 6 mesi. Sono presenti irrequietezza, affaticamento, difficoltà di concentrazione o vuoti di memoria, irritabilità, tensione muscolare e alterazioni del sonno.

Secondo gli studi alla base dei disturbi d’ansia, ci sarebbe una combinazione di fattori genetici, ambientali, psicologici e neurologici.

Fonti

Federico Baranzini, www.federicobaranzini.it

Farmaco e cura, www.farmacoecura.it

Studi cognitivi, www.studicognitivi.it

Vivavoce Focus

Superare la balbuzie? È stato come perdere quei 22 kg

Superare la balbuzie non significa semplicemente parlare bene. Significa esprimere finalmente se stessi.

M. 25 anni, ci racconta la sua storia.

Quando hai iniziato a balbettare?

Balbetto da quando avevo 8 anni. Ho iniziato a balbettare all’improvviso. Subito mi sono sentito strano, perché non riuscivo a capirne il motivo.

A scuola tutti se ne sono accorti, hanno iniziato a prendermi in giro. Io facevo di tutto per evitare che se ne accorgessero. Chiedevo alla professoressa di non leggere, non farmi parlare davanti a tutti.

Fortunatamente, gli insegnanti mi hanno sempre aiutato molto, di questo non posso lamentarmi.

Hai mai subito atti di bullismo, a causa della balbuzie?

Sono stato vittima di bullismo dalle elementari fino alle superiori. Non proprio per la balbuzie. Mi prendevano in giro perché ero grasso. Ho perso 22 kg in un mese e  mezzo.

Di quello che mi succedeva a scuola non raccontavo nulla. Ero orgoglioso, non volevo che intervenissero i miei genitori.

Io non ho mai voluto difese. Per me sarebbe stata una grave sconfitta. Ancora oggi sono così: devo farcela con le mie forze, non voglio dipendere da nessuno.

Perché hai deciso di intraprendere un percorso per superare la balbuzie?

La mia balbuzie ormai va avanti da troppo tempo.

Negli anni, a causa di questa fatica, mi sono chiuso molto. Non sono una persona timida, mi sono isolato per evitare di dover parlare. Questo problema mi ha messo da parte: è stata questa è la mia sofferenza più grande.

Vorrei cancellare dalla memoria i miei ultimi anni. Ho fatto fatica a relazionarmi con le altre persone, soprattutto con le ragazze.

Nel lavoro la balbuzie non mi limita. Ho a che fare con delle persone straniere e spesso è più semplice interagire – gli stranieri non capiscono… Però, ho sempre avuto paura di essere giudicato, di essere una persona diversa da quel che sono.

In questi anni neanche per una volta sono stato me stesso. Questo mi ha causato tanta rabbia e dolore.

Cosa significa per te poter superare la balbuzie?

Per me smettere di balbettare è come perdere quei 22 kg in due mesi e mezzo.

La prima settimana del percorso in Vivavoce Institute è stata la settimana più intensa della mia vita e la più bella. Sono contento delle persone che ho conosciuto.

Riuscire finalmente a parlare in pubblico davanti a tante persone è stata la mia soddisfazione più grande. E’ una cosa che non avrei mai fatto, prima.

Chi non balbetta, non potrà mai capire quanto sia complicato convivere con questa fatica. Non riesci a esprimere te stesso fino in fondo: non puoi dare quello che vorresti dare, dire quello che vorresti dire.

La parola è vita. La parola è comunicazione, senza quella non puoi fare nulla.

Il consiglio che do a chi soffre di balbuzie è quello di non arrendersi: è un percorso molto lungo, ma la sfida si può vincere. Bisogna mettersi in gioco, tutti i giorni.

Questa testimonianza è stata raccolta durante il Percorso di rieducazione della balbuzie di Vivavoce Institute. L’utilizzo di un nome fittizio serve a tutelare la privacy del soggetto intervistato, su richiesta dello stesso e nel rispetto della sua volontà di rimanere nell’anonimato.

Vivavoce Focus

BES: Bisogni Educativi Speciali e intervento personalizzato

Lo svantaggio scolastico è un area molto più ampia di quanto si possa pensare. In un quadro così variegato di necessità specifiche si inseriscono i Bisogni educativi Speciali, o BES.

In ogni classe ci sono alunni che necessitano di attenzioni speciali e supporto scolastico personalizzato. Queste necessità possono insorgere per molteplici ragioni. Vi sono comprese tre grandi sotto-categorie: quella della disabilità; quella dei disturbi evolutivi specifici e quella dello svantaggio socioeconomico, linguistico e culturale.

Per garantire ad ogni alunno il diritto a una formazione adeguata, la Direttiva Ministeriale del 27 dicembre 2012introducendo i BES, ha rivolto l’attenzione a queste intricate problematiche.

BES: quali sono?

Contrariamente a quanto spesso si crede i BES non sono una categoria diagnostica.

Qualunque studente può manifestare dei bisogni educativi speciali nel corso del suo percorso di studi. Queste difficoltà, che danno diritto ad un intervento personalizzato, non sono veri e propri problemi clinici, bensì pedagogici.

I BES, ad ora riconosciuti dal Ministero dell’Istruzione, sono:

  • Svantaggio socio-economico
  • Svantaggio culturale
  • Svantaggio ambientale
  • Svantaggio linguistico (come nel caso di alunni extracomunitari)
  • Disabilità (come previsto dalla Legge 104/1992)
  • Disturbi evolutivi specifici ( come DSA, Deficit del linguaggio o della coordinazione motoria, ADHD)

Per l’intervento su queste situazioni il sistema scolastico Italiano in questi anni ha abbandonato il concetto di integrazione, che prevede che avvenga una certificazione delle disabilità degli alunni. Si sta invece concentrando sul concetto di inclusione, attuando strategie che permettano di accompagnare lo studente mediante percorsi di apprendimento individualizzati e personalizzati.

POF: Piano dell’Offerta Formativa

Il POF descrive la singola istituzione scolastica nelle sue linee distintive. Presenta l’insieme dei servizi offerti dalla scuola, le scelte educative, i percorsi didattici, le soluzioni organizzative e operative adottate, le procedure di valutazione dell’offerta e dei risultati ottenuti.

Il POF deve inoltre descrivere l’impegno della scuola per l’inclusione esplicitandone i criteri e le procedure rispetto a tutti gli ambiti dell’insegnamento, nell’organizzazione dei tempi e degli spazi scolastici, nella gestione delle classi e nelle relazioni tra docenti, alunni e famiglie.

PAI: Piano Annuale per l’Inclusività

Il PAI, riferito a tutti gli alunni con BES, è elaborato al termine di ogni anno scolastico dal Gruppo Lavoro per l’Inclusione (GLI), individuato dal dirigente scolastico. Deve essere approvato dal Collegio di docenti e includere tutto ciò che possa rivelarsi utile ed inclusivo per la scuola.

Delinea un’analisi delle criticità e degli interventi effettuati nell’anno trascorso, ponendo le basi per il miglioramento delle pratiche di inclusione dell’istituto scolastico. Oltre ad essere parte integrante del POF, viene inviato agli uffici scolastici regionali di competenza e alle istituzioni territoriali.

Il PAI non è un documento definitivo. La Nota Ministeriale prot.1551 del 27 giugno 2013 afferma:

esso è prima di tutto un atto interno della scuola autonoma, finalizzato all’auto-conoscenza e alla pianificazione, da sviluppare in un processo responsabile e attivo di crescita e partecipazione.

Modello ICF

Il modello ICF dell’OMS (Classificazione Internazionale del Funzionamento, delle Disabilità e della Salute) è il documento in base al quale è elaborato il PAI. Serve a costruire una griglia di conoscenza del funzionamento educativo e/o apprenditivo dell’alunno. Consente inoltre una facile comunicazione delle informazioni sulla salute e le disabilità della popolazione a tutte le figure che operano nell’assistenza sanitaria.

Fornisce una base scientifica per la comprensione della salute, vista come interazione tra individuo e contesto. L’introduzione dei fattori ambientali e sociali come concause della condizione di salute della persona rendono il PAI uno strumento estremamente innovativo, spostando l’attenzione dai deficit degli alunni alle loro potenzialità.

L’attenzione alle potenzialità degli alunni affetti da BES permette agli educatori di programmare percorsi didattici e formativi che ne aiutino l’inclusione.

Il modello ICF è stato proposto anche come base per un nuovo modello di Diagnosi Funzionale. Grazie alla sua attenzione alle potenzialità degli alunni permette inoltre una nuova definizione del concetto di competenza. Inoltre permetterebbe di creare uno strumento informatico per abilitare la scuola a una percezione globale degli alunni con BES.

 

Fonti

Portale Italiano delle Classificazioni Sanitarie, www.reteclassificazioni.it 

Erickson, www.erikson.it

Orizzonte Scuola, www.orizzontescuola.it.

Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, www.miur.gov.it

Training Cognitivo, www.trainingcognitivo.it

Rizzoli Education, www.rizzolieducation.it

Vivavoce Focus

L’illusione del movimento: cos’è e cosa dice del nostro corpo

Che cosa si intende per illusione? In psicologia, viene definita come

ogni percezione della realtà falsata dall’intervento di elementi rappresentativi, associati allo stimolo sensoriale così strettamente, da essere considerati di natura oggettiva e riferiti all’oggetto che il soggetto crede di percepire.

Viene quindi distinta dalla allucinazione, che è invece la percezione di una realtà totalmente inesistente.

Le più frequenti illusioni con cui ci siamo confrontati probabilmente sono quelle ottiche. Chi non ha mai visto quella dei serpenti rotanti del professor Kitaoka in cui le figure sembrano muoversi in cerchio? Oppure la griglia di illusione di Hermann in cui sembra di vedere delle macchie grigie nella zona di intersezione tra le linee bianche e nere, che poi spariscono osservando un solo incrocio?

Illusione motoria: cos’è?

Allo stesso modo esistono illusioni in ambito motorio, situazioni in cui i soggetti percepiscono un movimento senza in realtà farlo.

Consentono di studiare quelle situazioni in cui è possible dissociare la consapevolezza di un proprio movimento dall’attuale performance del movimento.

I principali aspetti su cui si sono approfonditi studi e ricerche sono due: l’illusione del movimento indotto dalla vibrazione e la stimolazione delle aree cerebrali che inducono una sensazione illusoria del movimento.

Con questi studi si dimostrò come la consapevolezza del movimento combaci con le informazioni dei fusi neuromuscolari.

Negli anni ’70 si descrisse l’illusione attraverso la vibrazione. A causa di vibrazioni indotte ai tendini del bicipite e tricipite il soggetto con occhi chiusi non era in grado di identificare la posizione del suo braccio.

Successivamente, il Professore Jean Pierre Roll misurò i feedback propriocettivi di una serie di muscoli mentre venivano effettuati dei movimenti. Trasformò questi feedback in frequenze vibratorie che venivano applicate a persone. Lo scopo era di capire se fossero in grado di identificare a quale movimento appartenesse quella serie di frequenze indotte a livello neuromuscolare. Lo studio mostrò come i soggetti fossero in grado di riconoscere il movimento ottenuto dalla registrazione dei feedback propriocettivi.

L’Illusione di Pinocchio

L’illusione di Pinocchio spiega come l’illusione motoria si con lo schema e l’immagine corporea.

Immaginiamo di  afferrarci il naso con pollice e indice e di mantenere la presa. Nel mentre una persona esterna induce una vibrazione al tendine del bicipite. Il nostro sistema nervoso dovrà gestire un mismatch di informazioni. Il tendine verrà percepito come molto più stretchato di quello che in realtà è, a causa dell’induzione della vibrazione. Contemporaneamente, potrebbe sembrare che il naso ci stia crescendo.

Il nostro cervello trova questa illusione come soluzione ad informazioni contrastanti. Ciò che può essere indotto perifericamente può essere molto diverso da ciò che il cervello rielabora!

L’Illusione della mano di gomma

Un altro esempio di alterazione della consapevolezza corporea viene dato dal paradigma di Botvinick & Cohen attraverso quella che viene chiamata l’illusione della mano di gomma.

L’esperimento consisteva nel sedere un soggetto con un braccio posto sopra un tavolo.

Si collegava uno schermo accanto all’arto al fine di nasconderlo allo sguardo del soggetto. Veniva poi posta sopra il tavolo una mano di gomma di dimensioni simili alla mano del soggetto. Gli si chiedeva quindi di mantenere lo sguardo sulla mano artificiale mentre due piccole spazzole accarezzano contemporaneamente sia la mano di gomma che quella reale. I tocchi di spazzola, eseguiti in modo sincrono, erano somministrati con una frequenza d’intervallo di un secondo.

Il risultato straordinario è che, dopo poco, il soggetto iniziava a sentire la mano di gomma come propria.

Addirittura se, in un secondo momento, i ricercatori tentavano di colpire la mano finta con un coltello o con un ago inducevano i soggetti ad attuare delle risposte di evitamento.

Attraverso tecniche di neuroimaging si è osservato che nel momento in cui i soggetti iniziano a sentire propria la mano finta, le aree del cervello deputate alla coordinazione motoria (corteccia intraparietale e premotoria) si attivano. Quando viene minacciata si attivano invece le aree preposte all’elaborazione del dolore (insula e corteccia cingolata).

Questa illusione produce un cambiamento della sensazione di proprietà del proprio arto. L’oggetto inanimato che si stava osservando in un primo momento, diventa in un secondo momento vivo.

Illusione motoria: cosa dice del nostro corpo?

Da questi esempi si evince come l’esperienza del nostro corpo sembra derivare da diversi canali multisensoriali, integrati in un’unica rappresentazione del corpo costantemente aggiornata dalle informazioni che ognuno riceve da differenti modalità sensoriali.

Quando la consapevolezza del nostro corpo è formata, la vista prevale sulla propriocezione e sulla sensibilità corporea.

Un’informazione addizionale ci viene data dal movimento proveniente da meccanismi efferenti, che danno origine ad un’integrazione unica di informazioni che portano alla sensazione del movimento stesso.

Fonti

Botvinick, M., and Cohen, J. (1998) Rubber hands “feel” touch that eyes see, Nature 391 (6669) pp. 756–756.

Goodwin, G.M., McCloskey, D.I. and Matthews, P.B.C. (1972) Proprioceptive illusions induced by muscle vibration: Contribution by muscle spindles to perception?, Science 175 (4028) pp. 1382–4.

Roll, J.-P., Albert, F, Thyrion, C., Ribot-Cisar, E, Bergenheim, M. and Mattei, B. (2009)
Inducing any virtual two-dimensional movement in humans by applying muscle tendon vibration, J Neurophysiol 101 (2) pp. 816–2.3.

Thyrion, C. and Roll, J.-P. (2010) Predicting any arm movement feedback to induce three- dimensional illusory movements in humans, J Neurophysiol 104 (2) pp. 949–59.

Ehrsson, H.H. (2009) How many arms make a pair? Perceptual illusion of having an additional limb, Perception 38 (2) pp. 310–12.

Ehrsson, H.H. (2007) The experimental induction of out-of-body experiences, Science 317 (5841): 1048.

Longo, M.R., Schüur, F., Kammers, M.J.M., Tsakiris, M. and Haggard P. (2009) Self awareness and the body image, Acta Psychol (Amst) 132 (2) pp. 166–72.

 

Vivavoce Focus

Depressione: cos’è e come si manifesta

La depressione (Disturbo Depressivo Maggiore) è una malattia del tono dell’umore. Affligge la funzione psichica che permette l’adattamento al nostro mondo interno e a quello esterno. L’umore è alto quando siamo in situazioni piacevoli, tende a essere basso quando viviamo situazioni sgradevoli.

Il Disturbo Depressivo Maggiore è un disturbo spesso ricorrente e cronico. Una persona affetta da questo disturbo potrà soffrirne svariate volte nel corso della vita.

Depressione: quali sono le cause

Il Disturbo Depressivo Maggiore non ha un’unica causa.

Al suo sviluppo concorrono fattori genetici, biologici e psicosociali, che interagiscono tra loro.

  • Fattori genetici. Esistono numerose prove che dimostrano un importante componente ereditaria nella depressione. Gli studi dimostrano un maggior rischio dello sviluppo di un disturbo analogo nei familiari di primo grado dei pazienti con depressione. Questo fattore genetico non spiega però interamente il verificarsi del disturbo.
  • Fattori biologiciLa depressione deriva da un’alterazione della regolazione di alcuni ormoni che influenzano umore, affettività, sonno, appetito, e che controllano alcune funzioni cognitive. Essi sono la Noradrenalina, Serotonina e Dopamina.
  • Fattori psicosociali. L’insorgenza della depressione è favorita da eventi stressanti vissuti come perdite irreversibili, irreparabili e totali. Tra gli altri, malattie fisiche, difficoltà nei rapporti familiari o amorosi, fallimenti scolastici, lavorativi o economici, scomparsa di una persona cara.

Gli eventi stressanti giocano solitamente un ruolo importante nel causare il primo o il secondo episodio di depressione. Secondo gli studi, hanno invece meno importanza per l’esordio degli episodi successivi.

Depressione: i sintomi

Soffrire di depressione significa sperimentare angoscia persistente, perdita di interesse in attività piacevoli, avere difficoltà nello svolgere azioni quotidiane.

Il fattore scatenante è spesso un evento stressante vissuto come una perdita importante e non accettabile.

Le persone che soffrono di depressione si percepiscono come inadeguate e senza valore, incapaci di fronteggiare le situazioni. Inoltre considerano l’ambiente circostante come ostile e il futuro come pieno di difficoltà. Questo comporta un’invalidazione dell’individuo e di tutta la sua prospettiva esistenziale: passato, presente e futuro.

Nello specifico, sperimentano perdita di energia, cambiamento dell’appetito, insonnia o ipersonnia, ansia, ridotta concentrazione, indecisione, irrequietezza, senso di inutilità, senso di colpa o di disperazione, pensieri di autolesionismo o suicidio.

La diagnosi di Disturbo Depressivo Maggiore

Secondo il Manuale Diagnostico Statistico, per la diagnosi di Disturbo Depressivo Maggiore deve essere soddisfatto almeno uno dei criteri tra:

  • Umore depresso per la maggior parte del giorno, quasi tutti i giorni.
  • Marcata diminuzione di interesse o piacere per tutte o quasi tutte le attività che prima interessavano e davano piacere.

In più devono verificarsi almeno tre dei seguenti criteri:

  • Aumento o una diminuzione significative dell’appetito e quindi del peso corporeo senza essere a dieta
  • Rallentamento o agitazione 
  • Disturbi del sonno: si dorme di più o di meno, ci si sveglia spesso durante la notte, o non ci si riesce ad addormentare.
  • Faticabilità o mancanza di energia
  • Ridotta capacità di pensare o di concentrarsi, mantenere l’attenzione e prendere decisioni.
  • Pensieri ricorrenti di morte o di suicidio, che possono andare da un vago senso di morte e desiderio di morire fino all’intenzione di farla finita con una vera e propria pianificazione e tentativi di suicidio.

Il sintomo prevalente è la sensazione di essere inutile, negativo o colpevole. Questi sintomi possono trasformarsi in vero e proprio odio verso di sé.

Spesso la depressione si associa ad altri disturbi, sia psicologici (frequentemente di ansia) sia medici. Accade cioè che il fatto stesso di presentare altri disturbi o malattie sia causa della depressione.

Quante persone soffrono di Disturbo Depressivo Maggiore?

Il Disturbo Depressivo Maggiore colpisce oltre 350 milioni di persone nel mondo. Ne soffrono circa 15 persone su 100.

Il disturbo depressivo è più frequente tra i 25 e i 44 anni ed è due volte più comune nelle donne adolescenti e adulte. Bambine e bambini ne soffrono in egual misura. Le frequenze sono più basse sia per gli uomini sia per le donne oltre i 65 anni. Il 20%-25% degli individui che soffrono di un disturbo organico (diabete, cardiopatia, HIV, invalidità corporea, malattie terminali) si ammalano anche di depressione.

Fonti

American Psychiatric Association, Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, Raffaello Cortina Editore (2014).

Istituto di Psicologia e Psicoterapia Comportmentale e Cognitiva,  www.ipsico.it

Istituto A.T. Beck, www.istitutobeck.com

Scuole di Specializzazione in Psicoterapia Cognitiva, www.apc.it

Vivavoce Focus

Balbuzie negli adulti: l’impatto sulle relazioni sentimentali

La balbuzie negli adulti è spesso un ostacolo allo sviluppo e al mantenimento di relazioni interpersonali, amicali o sentimentali. Nel caso della relazione amorosa, gli effetti maggiormente deleteri si subiscono durante l’adolescenza e le prime fasi della vita adulta, quando la paura di balbettare frena le intenzioni comunicative. E inficia la comunicazione soprattutto con i membri dell’altro sesso.

Balbuzie in adolescenza: quali conseguenze sulle relazioni?

In questa delicata fase della vita, chi balbetta può venire percepito come meno attraente rispetto ad un coetaneo non balbuziente.

Alcuni adolescenti, infatti, si dimostrano meno propensi ad intessere relazioni sentimentali con chi balbetta. Se a questo dato si aggiunge la paura nei confronti della parola, e la tendenza al ritiro durante le interazioni sociali, è chiaro come chi balbetta può partire svantaggiato.

Balbuzie negli adulti: cosa succede nella vita di coppia

La balbuzie negli adulti ha un’ influenza negativa sulla vita privata, a livello relazionale prima e famigliare poi.

A fare paura sono inizialmente i primi appuntamenti, dove alla comunicazione verbale, fonte di preoccupazione ed imbarazzo, vengono spesso sostituite forme di comunicazione non verbale. Di conseguenza, viene dato ampio spazio a sguardi e gesti, mantenendo le parole in secondo piano.

La comunicazione con il partner risulta limitata, anche dalla preoccupazione di eventuali blocchi e dall’ansia anticipatoria.

Un altro esempio di come la balbuzie negli adulti possa essere fonte di preoccupazione è  il giorno delle nozze. Solo il pensiero di poter balbettare nel fatidico momento del sì fa paura. Per non parlare della preoccupazione di dover parlare al cospetto di una vasta platea! Ecco perché alcune coppie ricorrono a formule di scambio delle promesse brevi o di fare una cerimonia intima e ristretta.

La balbuzie negli adulti può rappresentare un problema anche nella gestione delle questioni relative ai figli, dalla scelta del nome, ai momenti educativi, dalle riunioni con gli insegnanti, alle interazioni con i genitori degli amici. Questo porta a criticità nella formazione di relazioni a lungo termine, e difficoltà nella gestione delle problematiche familiari.

Balbuzie negli adulti: il ruolo del partner

La figura del partner gioca un ruolo decisivo, perché può assolvere la duplice funzione di sostegno o di alibi.

Generalmente, chi balbetta descrive il proprio partner come empatico, fiducioso e protettivo. La balbuzie negli adulti e le preoccupazioni ad essa associate vengono molto spesso discusse e condivise all’interno della coppia. Quando la balbuzie non è un tabù, l’argomento è comune, i pensieri e le opinioni tra i membri della coppia sovrapponibili.

La vicinanza di un partner si può declinare anche in delega, quando alcune questioni che implicano il discorso possono venire demandante. Il perpetuarsi di questo atteggiamento può portare chi balbetta ad una condizione di sempre minor partecipazione nelle interazioni al di fuori delle mura domestiche.

Il supporto costante ed incondizionato fornito dal partner che non balbetta è molto variegato. Esso può spaziare dal suggerire la parola, al rispondere al posto del compagno, fino ad un atteggiamento generale di pazienza. La pazienza del partner è tesa a far sì che chi balbetta possa esprimersi liberamente senza sentirsi sottopressione. A questo si aggiunge una forte accettazione della balbuzie, intesa come condizione che riguarda sì chi ne è affetto, ma che inevitabilmente influenza la coppia.

Le sensazioni di ansia, stress e anticipazione tipiche di chi balbetta, infatti, sono parimenti sperimentate anche dal partner.

La balbuzie negli adulti, quindi, si condivide a tutto tondo.

Balbuzie negli adulti: conclusioni

L’impatto che la balbuzie ha nella vita di ciascun individuo è notevole, soprattutto a livello sociale e relazionale.

Chi non balbetta, per quanto paziente e comprensivo, non sarà mai completamente consapevole della fatica del/lla compagno/a che balbetta.

Ciononostante, il partner rappresenta una grande risorsa. Esso infatti può fungere da facilitatore per assicurare interazioni comunicative di successo e può rappresentare un importante fonte di sostegno anche durante eventuali percorsi di rieducazione, soprattutto se coinvolto in prima persona.

Vivavoce Focus

Dislessia: cause, sintomi, cosa fare dopo la diagnosi

La Dislessia è un Disturbo Specifico dell’Apprendimento. Viene definita come

una difficoltà che riguarda la capacità di leggere e scrivere in modo corretto e fluente.

Le difficoltà scolastiche derivate dai DSA vengono spesso attribuite a svogliatezza o pigrizia. Questa è però una leggerezza che bisogna evitare.

Un intervento precoce permette di attivare supporti scolastici ed extrascolastici volti a migliorare l’esperienza e la resa scolastica del bambino. È importante, quindi, effettuare il prima possibile una valutazione specialistica approfondita.

Dislessia: quali sono le cause

Secondo Matteo Alessio Chiappedi, neuropsichiatra infantile all’Istituto Neurologico Nazionale Fondazione Mondino di Pavia

Sostanzialmente, i dislessici hanno un cervello che funziona in modo diverso.

La dislessia non è causata da un deficit di intelligenza né da problemi ambientali o da deficit sensoriali o neurologici.

Molte menti brillanti, che hanno segnato la nostra storia, erano e sono affette da tale disturbo. Tra gli altri possiamo citare: Leonardo da Vinci, Albert Einstein, Alexander Graham Bell, Thomas Edison, Winston Churchill, Benjamin Franklin, John F. Kennedy, Mozart, John Lennon, Walt Disney, Tom Cruise, Cher, Pablo Picasso, Napoleone Bonaparte e tantissimi altri.

Vari studi hanno identificato alterazioni specifiche in alcuni circuiti neurali. Per esempio, studi effettuati con la risonanza magnetica hanno trovato che nel cervello dei dislessici c’è un grado minore di attivazione e un volume ridotto di alcune aree cerebrali, in particolare nelle corteccie parietali e temporale sinistra, entrambe coinvolte nell’elaborazione dei suoni.

L’ipotesi oggi prevalente è che la dislessia abbia una importante componente nella disfunzione dei circuiti neuronali impiegati per la lettura. Le difficoltà dei dislessici deriverebbero dall’incapacità di rappresentare mentalmente le parole e i suoni, e a scomporre le parole in suoni distinti.

Secondo alcuni studi svolti al MIT di Boston i dislessici vedrebbero meglio le lettere ai margini di una riga di testo. Per questo, nei compiti che richiedono una buona visione periferica, si dimostrano più abili degli altri.  Per lo stesso motivo coglierebbero immediatamente l’insieme di un’immagine.

Dislessia: i sintomi

La dislessa si presenta in quasi costante associazione ad altri disturbi (comorbidità). Questo comporta la varietà di forme con cui i DSA si manifestano e la difficoltà ad effettuare una diagnosi.

Il sintomo principale è una lettura scorretta e/o lenta e può manifestarsi anche con una difficoltà di comprensione del testo scritto.

La difficoltà di lettura può essere più o meno grave e spesso si accompagna a problemi nella scrittura: disortografia (cioè una difficoltà di tipo ortografico, nel 60% dei casi) e disgrafia (difficoltà nel movimento fino-motorio della scrittura, nel 43% dei casi), nel calcolo (44% dei casi) e, talvolta, anche in altre attività mentali.

Le persone affette da dislessia effettuano spesso errori di lettura e scrittura caratteristici. Ad esempio l’inversione di lettere e di numeri e la sostituzione di alcune lettere con altre (m/n; v/f; b/d).

In ambito scolastico un sintomo rilevante è la difficoltà ad imparare le tabelline ed alcune informazioni in sequenza (giorni della settimana, alfabeto etc.).

Anche la confusione sui rapporti spaziali e temporali, come la distinzione tra destra e sinistra, o la difficoltà ad esprimere verbalmente i propri pensieri, sono sintomi rilevanti. Alcuni casi presentano anche difficoltà in specifiche abilità motorie, nella capacità di attenzione e di concentrazione.

Dislessia: la diagnosi

La diagnosi dei DSA può essere effettuata solo dopo la fine della seconda elementare, ma alcuni indicatori precoci possono essere individuati già dai 4 o 5 anni.

Uno strumento per l’identificazione della dislessia è lo screening da parte di insegnanti formati con la consulenza di professionisti sanitari. Esso si basa sull’osservazione a scuola dei sintomi. Andrebbe condotto all’inizio dell’ultimo anno della scuola dell’infanzia con l’obiettivo di realizzare attività che potenzino le abilità del bambino. Nel caso in cui alla fine dell’anno permangano sintomi significativi è necessario segnalare il bambino ai servizi sanitari in modo che sia possibile attivare le operazioni di supporto sin dall’inizio della scuola primaria (elementare).

La diagnosi viene effettuata da un équipe multidisciplinare composta da Neuropsichiatria Infantile, Psicologo e Logopedista.

Dopo la diagnosi: a chi rivolgersi e cosa fare

Dopo la diagnosi il percorso è differenziato a seconda dell’età del soggetto dislessico, della specificità del disturbo e dalla gravità.

Lo psicologo deve comunicare la diagnosi in maniera chiara e precisa mediante un referto scritto, specificando anche gli aspetti psicologici secondari (demotivazione, bassa autostima, etc…).  In questo referto deve essere esplicitata anche la necessità di strumenti compensativi. È necessario che il professionista comunichi con la scuola per creare degli obiettivi formativi condivisi.

Cosa fare in famiglia

Un clima sereno in famiglia aiuta a ridurre al minimo l’ansia da prestazione del bambino.

Per prendere coscienza della sua fatica e conoscere a fondo il disturbo, è innanzitutto necessario il dialogo con il professionista di riferimento. Qualora necessario, è inoltre utile affidarsi ad una figura di sostegno sia a scuola sia a casa.

Se il bambino frequenta il primo ciclo della scuola primaria è consigliabile una terapia logopedica o neuropsicologica. Nelle fasi successive è consigliato un intervento metacognitivo, che permetta al bambino di comprendere gli scopi dell’attività di lettura a seconda del materiale da studiare. In questo si aumenta la consapevolezza dei meccanismi che intervengono nella lettura.

L’ambiente familiare deve essere supportivo ed aiutare il bambino nell’apprendimento delle strategie di compenso e nella costruzione di un’immagine positiva del sè. A questo scopo è importante che i genitori riconoscano l’importanza di strumenti alternativi alla lettura, come software, cd, supporti audiovisivi.

Gli strumenti compensativi per la dislessia

L’utilizzo di software specifici permette al bambino dislessico di affrontare più serenamente le richieste scolastiche e di riabilitare le competenze deficitarie.

Sul mercato si trovano diversi programmi per automatizzare il processo di lettura per quanto riguarda le abilità strumentali (correttezza e rapidità). Altri programmi permettono di migliorare la comprensione del testo scritto.
Esistono anche software che fungono da strumenti compensativi:

  • L’editor di testi, che consente di scrivere e può essere usato in abbinamento o in sostituzione al tradizionale quaderno.
  • La sintesi vocale, che trasforma in audio il testo digitale, importato o scritto.
  • Il traduttore automatico, in grado di tradurre testi in diverse lingue.
  • I libri digitali, libri scolastici forniti dalle case editrici direttamente in formato digitale.

Dislessia: i numeri 

In Italia si calcola che la dislessia colpisce il 3-4% della popolazione, sebbene sia un disturbo ancora poco conosciuto.

I dati forniti dal MIUR parlano però di percentuali di incidenza dei DSA. Ciò significa che i numeri disponibili indicano  una stima di quanti individui nell’arco della loro vita hanno presentato il disturbo. A causa della forte comorbidità con altre patologie ed in particolare con altri DSA, fare una stima delle persone effettivamente affette da dislessia è pressochè impossibile.

Fonti 

State of mind, www.stateofmind.it.

Associazione Italiana Dislessia, www.aiditalia.org/it.

Osservatorio Regionale sui Disturbi Specifici dell’Apprendimento, www.dislessia.sanita.basilicata.it.

Palmerini Chiara, Dislessia: che cos’è e come riconoscerla, Focus, 26 Novembre 2017, https://www.focus.it/scienza/salute/dislessia-cause-rimedi-significato-sintomi

Vivavoce Focus

ADHD: il Disturbo da Deficit Attentivo con Iperattività

Il Disturbo da Deficit Attentivo con Iperattività (ADHD) è

un disordine dello sviluppo neuropsichico del bambino e dell’adolescente, caratterizzato da inattenzione e impulsività/iperattività.

ADHD: quali sono le cause

Le cause dell’ADHD sono state a lungo studiate. Negli ultimi dieci anni si è cercato di capire se i sintomi del disturbo fossero spiegabili da un cattivo funzionamento di alcune aree cerebrali. Stando a questi studi, sembrerebbero coinvolti la corteccia pre-frontale, parte del cervelletto e almeno due gangli della base.

Le immagini raccolte hanno mostrato che nei soggetti affetti da ADHD queste aree cerebrali risultano essere di dimensioni ridotte.

I fattori non genetici collegati all’ADHD includono la nascita prematura, l’uso di alcool e tabacco da parte della madre durante la gravidanza, l’esposizione a elevate quantità di piombo nella prima infanzia e le lesioni cerebrali.

Tuttavia questi fattori possono spiegare dal 20 al 30% dei casi di ADHD tra i maschi, ancora meno tra le femmine.

ADHD: classificazione

Il disturbo da deficit attentivo può essere classificato in tre forme diverse:

  • La forma classica, caratterizzata da iperattività, impulsività e disturbo d’attenzione.
  • Una meno frequente e più difficile da riconoscere in cui compare solo il deficit di attenzione (presente soprattutto nelle femmine).
  • Una terza forma caratterizzata da prevalente iperattività e impulsività.

La disattenzione si manifesta come difficoltà a concentrarsi e a mantenere l’attenzione nelle attività che richiedono uno sforzo mentale protratto nel tempo. Il bambino si lascia facilmente distrarre da stimoli esterni e ha difficoltà a prestare attenzione ai particolari. Per questo, compie molti errori.

L’iperattività si manifesta invece come la necessità del bambino di essere sempre in movimento, di passare rapidamente da un’attività ad un’altra e nella difficoltà di dedicarsi ad attività in modo continuativo. Questo fenomeno si manifesta anche quando il bambino svolge attività piacevoli come il gioco.

L’impulsività si manifesta con la difficoltà ad attendere il proprio turno, a rispettare regole e ad essere frequentemente invadente nei confronti sia dei coetanei che degli adulti. Essa è spesso associata al comportamento iperattivo.

ADHD: i sintomi

Disattenzione, iperattività e impulsività sono i comportamenti chiave che caratterizzano il comportamento di soggetti colpiti da ADHD. I sintomi specifici sono più difficili da elencare e da distinguere.

La maggior parte dei bambini sani è disattenta, iperattiva o impulsiva di tanto in tanto. Ed è normale che i bambini in età prescolare si distraggano facilmente e non siano in grado di concentrarsi troppo a lungo su un’attività.

Anche nei bambini più grandi e negli adolescenti la capacità di concentrarsi dipende spesso dall’interesse che si prova per l’attività che si svolge.

La normale iperattività, impulsività e instabilità attentiva non hanno conseguenze così gravi da inficiare la vita sociale.

Il vero Disturbo da Deficit Attentivo con Iperattività comporta invece conseguenze negative a breve e lungo termine.

Spesso i bambini affetti da ADHD hanno l’esigenza di alzarsi frequentemente e muoversi senza uno scopo o un obiettivo preciso. A questo comportamento è associata una sensazione interna soggettiva di tensione che deve essere scaricata. Questa sensazione diventa predominante in adolescenza o in età adulta, quando si riduce l’iperattività motoria.

ADHD: la diagnosi

Tutti questi sintomi non sono causati da deficit cognitivo.

I soggetti affetti da ADHD presentano infatti un quoziente intellettivo nella norma, ma difficoltà oggettive di autocontrollo di pianificazione.

Affinché possa essere diagnosticato l’ADHD occorre un’osservazione dei sintomi in due situazioni diverse per almeno sei mesi, al fine di valutare se il comportamento sia diverso da quello degli altri bambini della stessa età.

Lo strumento diagnostico principale per porre un sospetto diagnostico fondato è il DSM, Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders.

Si tratta di un questionario in grado di esplorare i sintomi tipici che appartengono ai tre aspetti comportamentali classici dell’ADHD :

  • Iperattività
  • Deficit d’Attenzione
  • Impulsività

L’ottenimento di un alto punteggio pone solo il sospetto della presenza di un ADHD. È quindi necessaria l’attenta visita di uno specialista per definire la diagnosi.

ADHD: i numeri 

L’ADHD è uno dei problemi di condotta principali della dimensione infantile moderna.

La prevalenza degli ADHD varia in base agli strumenti utilizzati per diagnosticarla e al contesto sociale in cui viene studiata. Nonostante questa variabilità si stima che, quando adeguatamente ricercato, il disturbo mostri una prevalenza attorno al 4%.

Il disturbo è maggiormente rappresentato nel sesso maschile secondo un rapporto che va da 3 a 9 maschi ogni femmina.

 

Fonti

Agenzia Italiana del Farmaco, www.aifa.it

Torrioli Maria Giulia , Cos’è il Disturbo da Deficit di Attenzione/iperattività: la situazione Italiana, Università Cattolica di Roma.

Istituto Superiore di Sanità, www.old.iss.it.

 

Vivavoce Focus

Stress: le cause, i sintomi, i disturbi

Uno dei grandi protagonisti della società moderna e dello stile di vita contemporaneo è senza dubbio lo stress. E’ facile pensare che abbia come cause eventi vissuti come particolarmente negativi, ma in realtà basta molto meno.

Ogni cambiamento vissuto come significativo, e che dunque richiede un certo grado di adattamento individuale, può risultare stressante.

Può sembrare paradossale ma anche cambiamenti positivi possono essere importanti stressor, cioè cause/fonti di stress. In genere un evento risulta più o meno stressante per l’individuo in base al suo grado di prevedibilità e controllabilità. Più un evento risulta prevedibile, più sarà, teoricamente, controllabile. Di conseguenza, risulterà meno stressante, perché sarà possibile mettere in atto delle azioni volte a gestirne le possibili conseguenze.

Cos’è lo stress: alcune definizioni

Il termine preso in prestito dalla fisica indica

la pressione esterna che può danneggiare un oggetto o fargli perdere la sua forma.

Lo stress è dunque una forza che può causare delle vere e proprie modificazioni a livello fisico.

Dal punto di vista psicologico lo stress, o Sindrome Generale di Adattamento, viene definito come

la risposta messa in atto da un organismo di fronte a qualsiasi richiesta proveniente dall’ambiente.

In questa prima definizione non c’è nessun riferimento alla dimensione di negatività che generalmente si tende ad associare al termine. A emergere è la dimensione adattiva. Lo stress è una forma di risposta dell’organismo verso l’ambiente che lo circonda, ed è dunque necessario alla sua sopravvivenza.

Così come esistono fattori di stress (stressor) negativi, che mettono in tensione il nostro organismo, riducendo anche le sue capacità immunitarie (distress), allo stesso modo possono esistere anche forme benefiche, che attivano positivamente l’organismo (eustress).

Secondo una connotazione più contemporanea, lo stress è

la risposta dell’individuo a tutte le sollecitazioni considerate eccessive: emotive, cognitive, sociali o ambientali.

Questa definizione introduce un forte elemento di individualità nell’identificazione degli stressor. Come anticipato, infatti, quello che per un individuo può essere fortemente stressante, per un altro potrebbe non esserlo affatto.

Stress: quali sono i sintomi?

Così come le cause dello stress variano da individuo a individuo, anche i sintomi possono assumere diverse forme, si combinano in svariati modi.

I sintomi possono investire la dimensione fisica, la sfera emotiva o cognitiva, o possono tradursi in aspetti osservabili sul piano comportamentale.

Dal punto di vista corporeo, i sintomi che percepiamo riflettono l’attivazione del sistema limbico, una parte primitiva del nostro cervello deputata alla gestione delle emozioni e al riconoscimento dei pericoli.

Di fronte ad uno stimolo percepito come minaccioso, la risposta del nostro cervello emotivo è quella di secernere i cosiddetti ormoni dello stress: cortisolo, adrenalina e noradrenalina. La funzione fisiologica di questi ormoni è quella di preparare il nostro corpo alla lotta o alla fuga, mettendolo in uno stato di alta attivazione. Tale stato di allerta, sopratutto se prolungato in una condizione di stress cronico, produce tutti i sintomi associati alla tensione da stress. In questo caso di parla di iperattivazione.

Ai sintomi fisici – mal di testa, difficoltà ad addormentarsi, nausea, difficoltà digestive, contrazione e indolenzimento dei muscoli, tachicardia, stanchezza, aumento della sudorazione – si accompagnano sintomi emotivi – nervosismo, irrequietezza, irritabilità, ansia, preoccupazione generalizzata – e sintomi cognitivi – difficoltà di concentrazione, fatica nel prendere delle decisioni, mancanza di creatività, e perdita di memoria.

Stress acuto e stress cronico: le differenze

Per molti di noi lo stress è diventato, nel bene e nel male, un compagno quotidiano. La modalità in cui può manifestarsi, però dipende dal tipo di pressione/sollecitazione a cui l’individuo è sottoposto.

Si parla di stress acuto quando la reazione fisiologica dell’organismo è attivata da un evento esterno circostanziato e facilmente identificabile.

Questa è la forma più comune. Ha una durata limitata e induce reazioni volte ad aumentare la prontezza delle risposte di fronte ad un pericolo. Se l’evento stressante è preciso e di durata limitata nel tempo, così sarà l’attivazione corporea. Quando l’evento stressante viene superato si attiva una risposta di rilassamento, che ripristina il normale funzionamento dell’organismo.

Si parla invece di stress cronico se la causa coincide con una condizione prolungata. In questo caso l’individuo si sente costantemente sotto pressione, e lo stato di allerta e l’attivazione corporea che ne derivano rischiano di cronicizzarsi.

Quando questo avviene, il sistema di recupero del meccanismo di sovraeccitazione non funziona più come dovrebbe, e l’organismo resta in uno stato di allarme costante. L’eccesso di sovraeccitazione rischia di avere conseguenze potenzialmente dannose (per esempio una riduzione delle difese immunitarie). Dobbiamo quindi imparare ad ascoltare il nostro corpo quando la soglia di attivazione viene superata troppo spesso o troppo a lungo.

I Disturbi da Stress, o Disturbi dell’Adattamento

L’essere umano possiede la capacità innata di adattarsi alle situazioni di tensione. Anche se non ce ne accorgiamo, quando ci troviamo in presenza di potenziali fattori stressanti mettiamo in atto una serie di meccanismi di adattamento, recupero e riequilibrio che non solo ci aiutano a gestire la situazione, ma che ci permettono di tornare allo stato fisiologico precedente rispetto all’evento stressante.

Quando i fattori stressanti sono vissuti come eccessivi i meccanismi di adattamento non riescono più a funzionare. Ecco che allora emergono veri e propri Disturbi da stress, detti anche Disturbi dell’Adattamento.

Nei Disturbi dell’Adattamento, l’esposizione a uno o più stressor vissuti come fortemente stressanti produce un quadro di sintomi emotivi e comportamentali clinicamente significativi.

I livelli di sofferenza sono spesso sproporzionati rispetto al peso effettivo dell’evento. A volte i sintomi arrivano a compromettere il funzionamento dell’individuo in ambito sociale/relazionale o in ambito lavorativo.

I Disturbi dell’Adattamento possono insorgere a causa di eventi stressanti di qualsiasi tipologia e gravità. Per questo si distinguono dal Disturbo Acuto da Stress e dal Disturbo Post Traumatico da Stress. Questi ultimi, infatti, si caratterizzano per la presenza di  un evento oggettivamente classificabile come traumatico, di natura dirompente, catastrofica e violenta.

 

Fonti

Istituto di Psicologia e Psicoterapia Comportamentale e Cognitiva, www.ipsico.it

Selye Hans, Stress without distress, Philadelphia, J. B. Lippincott(1974)

State of Mind, www.stateofmind.it

Van Der Kolk Bessel, Il corpo accusa il colpo, Raffaello Cortina Editore (2015)

 

Vivavoce Focus

Disturbi del linguaggio (DSL): cosa sono e quando insorgono

I Disturbi Specifici del Linguaggio (DSL) vengono diagnosticati quando lo sviluppo del linguaggio di un bambino è carente senza un’ovvia ragione.

I Disturbi del Linguaggio: cause

Per molti anni si è creduto che i disturbi del linguaggio fossero causati da fattori legati all’ambiente di sviluppo dei bambini, ad esempio l’incapacità dei genitori di rispondere ai bisogni del figlio. Successivamente divenne chiaro come i fattori ambientali fossero poco importanti per determinare la comparsa di questi disturbi. 

Sebbene si sia cercato a lungo il gene responsabile dei DSL, gli studiosi sono giunti alla conclusione che, nella maggior parte dei bambini, questi disturbi hanno origini complesse, generate da molti di fattori ambientali e genetici che interagiscono tra loro.

Quindi è impossibile identificare un’unica causa per questo genere di disturbi.

I Disturbi del Linguaggio: definizione e sintomi

Ad oggi i disturbi del linguaggio sono considerati un insieme di sintomi. I bambini con disturbi specifici di linguaggio presentano difficoltà, di vario grado, nella comprensione, produzione e uso del linguaggio.

L’evoluzione di questi sintomi dipende dalla gravità e dalla persistenza del disturbo linguistico.

Normalmente i bambini affetti da DSL ottengono una diagnosi attorno ai tre anni di età, con l’ingresso alla scuola materna. Tuttavia la fase più delicata di insorgenza di questi disturbi è attorno ai due anni.

Alcuni esempi di disturbi del linguaggio sono:

  • Disturbo del Linguaggio Espressivo: la capacità del bambino di esprimersi tramite il linguaggio è al di sotto del livello appropriato alla sua età. La comprensione del linguaggio invece è normale.
  • Disturbo Specifico della Comprensione: la comprensione del linguaggio da parte del bambino è al di sotto del livello appropriato alla sua età mentale. Anche l´espressione del linguaggio è marcatamente disturbata.
  • Afasia acquisita con Epilessia (Sindrome di Landau-Kleffner): è una perdita, improvvisa o nell’arco di due anni, delle capacità linguistiche accompagnata da epilessia. Il bambino si esprime con un linguaggio simil-generale e ripetitivo e ha problemi comportamentali ed emozionali.

I Disturbi del Linguaggio: diagnosi per esclusione

La diagnosi viene definita per esclusione rispetto alle condizioni sopra elencate.

Per determinare se un bambino è affetto da DSL è importante valutare se l’intelligenza del bambino risulta normale.

Inoltre i disturbi del linguaggio non devono essere causati da altre patologie, né da deficit sensoriali: un bambino sordo ha più difficoltà a formulare le parole correttamente senza essere necessariamente affetto da DSL.

Non devono poi essere presenti importanti carenze socio-ambientali. Un bambino cresciuto in un contesto privo di interazioni sociali può avere difficoltà a parlare, senza essere necessariamente affetto da disturbi linguistici.

Per effettuare diagnosi di DSL va utilizzato un doppio parametro. Bisogna che il QI sia nella norma e che il punteggio di valutazione delle competenze linguistiche sia sotto la media.

È importante infine valutare alcuni indici predittivi non linguistici. Un esempio è l’assenza dei comportamenti deittici, il più comune tra i quali è il gesto di indicare.

Tutti queste valutazioni non possono essere eseguite in contesti familiari ma devono essere fatte da professionisti.

I Disturbi del Linguaggio: fasi di sviluppo

Lo sviluppo dei disturbi specifici del linguaggio si articola in quattro fasi:

  1. Fase di emergenza, tra i 18 e i 36 mesi, in cui lo sviluppo del linguaggio o si verifica in maniera anomala o non si verifica affatto.
  2. Fase di strutturazione, tra i 36 mesi e i 5 anni, momento in cui il DSL si stabilizza.
  3. Fase di trasformazione, tra i 4 e i 5 anni, caratterizzata dall’insorgenza dei disturbi neuropsicologici e psicopatologici secondari.
  4. Fase di strutturazione, che dura fino all’adolescenza, comporta la predominanza del disturbo di apprendimento e/o del disturbo psicopatologico sul disturbo di linguaggio.

I Disturbi del Linguaggio: i numeri in Italia

In Italia i Disturbi specifici del linguaggio sono molto diffusi. Ne sono afflitti il 10% dei bambini in età prescolare e il 5-6% dei bimbi in età scolare.

Purtroppo i disturbi del linguaggio sono così numerosi che non è possibile avere delle statistiche più definite.

 

Fonti

Letizia Sabbadini, Disturbi specifici del linguaggio in Disturbi specifici del linguaggio, disprassie e funzioni esecutive. Metodologie Riabilitative in Logopedia, Milano, Springer (2013).

Bishop D.V. (2006), What causes specific language impairment in children?Current Directions in Psychological Science, 5, pp. 217-221.

Federazione Logopedisti Italiani: www.fli.it

Intendenza Scolastica, Provincia di Bolzano: www.provincia.bz.it/intendenza-scolastica/download/ICD10_Linguaggio.pdf 

 

Vivavoce Focus

Evitamento: una strategia per la gestione della balbuzie

Evitamento: di cosa si tratta?

L’evitamento è una delle strategie difensive attuate dall’individuo per non entrare in contatto con ciò che viene considerato un pericolo.

In biologia la difesa indica l’insieme di strategie che un essere vivente (animale o vegetale) mette in atto in una situazione potenzialmente pericolosa. Il corpo di molti esseri viventi prevede strutture atte alla difesa: artigli, denti, veleni, pungiglioni, spine e colori mimetici. Questi elementi servono a combattere il pericolo, oppure, se la disparità di forze non lo consente, di evitarlo, sottraendosi alla vista di ciò che è percepito come una minaccia. Biologicamente parlando, sapersi difendere attraverso la lotta o la fuga significa salvarsi. La mente umana non fa eccezione: l’esigenza di proteggersi dai pericoli è la stessa, cambiano solo i metodi per farlo.

In psicologia, meccanismi di difesa indicano tutte quelle strategie che l’essere umano mette in atto per distorcere, negare e/o rendere gestibile ciò che percepisce come rischio potenziale.

Evitamento: l’arte della difesa

La risposta atavica del corpo di fronte a un pericolo reale o percepito è quella di combattere o fuggire. Nel caso dell’evitamento, la scelta cade chiaramente sulla seconda via: fuggire, ritirarsi, evitare di trovarsi in una situazione considerata pericolosa.

La direzione su cui l’evitamento può orientarsi è duplice: si può rivolgere verso l’esterno, oppure verso l’interno. Nel primo caso, a essere evitate sono specifiche situazioni o persone. Nel secondo, l’evitamento si indirizza verso la propria esperienza psichica. Sono rifuggiti pensieri, emozioni o vissuti il cui carico ansiogeno o doloroso è tale da essere sentito come intollerabile.

Evitamento e balbuzie: il ruolo dell’ansia anticipatoria

L’evitamento è, in genere, un meccanismo associato all’ansia e ai vissuti di ansia anticipatoria correlati. La strategia dell’evitamento riflette un atteggiamento comune, volontario o meno. Quello di sottrarsi a una situazione o a un confronto per non doverne affrontare le conseguenze emotive. Ad esempio, quando evitiamo qualcosa che ci spaventa ci sentiamo momentaneamente sollevati, come alleggeriti.

Siccome l’evitamento ha come effetto immediato la netta riduzione dell’emozione negativa che stavamo sperimentando, finiamo per convincerci che fuggire da quello che ci spaventa sia una strategia efficace. Il rischio è però quello di finire in una situazione senza via d’uscita. Più evitiamo  le situazioni e le persone che ci causano ansia, meno ci sentiamo efficaci e capaci di trovare altre strategie per affrontare le difficoltà.

Fuggire significa non darsi la possibilità di mettersi in gioco, di sperimentare, di affrontare le proprie paure. Così riduciamo effettivamente i rischi, ma non abbiamo l’occasione di provare a noi stessi che avremmo potuto farcela, con ripercussioni importanti sulla nostra autostima.

Evitamento e balbuzie: dire, non dire, fuggire

Per chi balbetta, quella dell’evitamento è una strategia di gestione del sintomo importante. Le strategie di evitamento utilizzate da chi ha difficoltà nella comunicazione sono variegate. Si può fuggire un’intera situazione, oppure evitare specifici elementi del proprio parlato (parole o suoni).

In alcuni casi si tratta di un vero e proprio evitamento della situazione comunicativa. Si evitano situazioni specifiche (ad esempio contesti in cui ci sono molte persone, o esperienze particolarmente intense dal punto di vista emotivo), si rimane in silenzio, si volge altrove lo sguardo quando ci si trova in prossimità di potenziali interlocutori, si distrae l’attenzione dalle proprie mancanze comunicative.

Altre volte la comunicazione vocale è elusa attraverso l’utilizzo di movimenti corporei o spostando la comunicazione verbale su piani differenti. In determinate situazioni si tende invece ad aggirare certe parole o certi suoni considerati particolarmente problematici. In questo caso l’evitamento avviene attraverso l’utilizzo di giri di parole o di termini differenti. Secondo alcune ricerche quest’ultima sarebbe la strategia maggiormente utilizzata.

Evitamento: un meccanismo naturale?

In natura i meccanismi di difesa hanno una loro utilità. Esistono per difenderci, permetterci di affrontare i pericoli e restare integri. Anche nel caso della balbuzie l’evitamento è una difesa naturale e potenzialmente utile.

Affinché resti tale, l’evitamento non deve essere l’unico strumento per affrontare, o non affrontare, situazioni percepite come ansiogene. Evitare ciò che causa ansia dà subito sollievo, ma sul lungo termine risulta dannoso. Il rischio è non darsi mai il tempo per fare, l’opposto dell’evitare, e che in questo modo ci si senta sempre più incapaci, più timorosi, più limitati.

Fare, nel rispetto dei propri tempi, limiti e risorse, è l’unico modo per dimostrare, soprattutto a se stessi, che l’ansia non è così invalicabile.

 

Fonti

Ursin H. (1982), Il sistema d’allarme, Rivista Sfera, 11.

Lingiardi Vittorio, Madeddu Fabio, I meccanismi di difesa. Teoria, valutazione, clinica, Raffaello Cortina Editore, 2002.

State of Mind: www.stateofmind.it

 

DSA, Disturbi Specifici dell’Apprendimento: cosa sono

I Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) sono

un ampio gruppo di disordini che si manifestano con notevoli difficoltà nell’apprendere ed utilizzare il linguaggio orale, le espressioni linguistiche, la lettura, la scrittura o la matematica.

Ad oggi, si presume che siano legati a disfunzioni del sistema nervoso centrale. Tuttavia, nessuna ipotesi ha portato ad individuare una causa certa per i DSA.

I DSA: definizione pratica

Il termine DSA ovvero Disturbo Specifico dell’Apprendimento, comprende numerose problematiche dello sviluppo dell’apprendimento scolastico.

I DSA sono identificati quando un soggetto ha un rendimento scolastico inferiore a quello che teoricamente dovrebbe avere. Questo scarso rendimento non deve però essere dovuto a pigrizia o scarsità di impegno.

Per essere considerati tali, i disturbi non devono essere causati da handicap mentali gravi. I soggetti che presentano Disturbi Specifici dell’Apprendimento hanno, al contrario, un’intelligenza nella media o addirittura superiore.

I DSA: la diagnosi

Il criterio principale su cui si basa la diagnosi dei DSA è quello chiamato della discrepanza. Essa si definisce come la differenza tra i risultati che un individuo ottiene rispetto a quelli che ottengono altre persone con caratteristiche simili.

Ad esempio, un bambino che durante un dettato sbaglia a scrivere moltissime parole in più rispetto ai suoi compagni.

Chi fa la diagnosi dei DSA?

La certificazione diagnostica dei Disturbi Specifici di Apprendimento può essere rilasciata sia da strutture pubbliche del Servizio Sanitario Nazionale sia da strutture sanitarie private accreditate.

L’Equipe multi professionale di valutazione deve essere costituita da: Neuropsichiatra Infantile, Psicologo e Logopedista.

Quando viene fatta la diagnosi?

Le tempistiche di insorgenza dei DSA variano per ogni tipologia di disturbo.

La diagnosi di dislessia, disortografia e disgrafia può essere fatta alla fine della seconda elementare. La diagnosi di discalculia viene invece tipicamente fatta alla fine della terza elementare.

La diagnosi dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento può essere inoltre precoce o tardiva.

Si definisce precoce una diagnosi che venga effettuata alle primissime fasi della comparsa del Disturbo Specifico dell’Apprendimento. É tardiva una diagnosi effettuata successivamente ai periodi di insorgenza indicati come tipici.

I DSA: quali sono

Ecco come sono suddivisi i Disturbi Specifici dell’Apprendimento.

  • Dislessia: disturbo della lettura caratterizzato dalla difficoltà di effettuare una lettura accurata e/o fluente.
  • Disortografia: difficoltà nel rispettare le regole del linguaggio parlato quando si passa alla forma scritta. Vengono quindi commessi molti errori di ortografia.
  • Disgrafia: difficoltà nella scrittura. La grafia è irregolare, c’è scarsa capacità di utilizzare lo spazio sul foglio e i margini. C’è difficoltà a mantenere la direzione orizzontale dello scritto e gli spazi tra lettere e tra parole sono irregolari.
  • Discalculia: deficit del sistema di elaborazione dei numeri e/o del calcolo. Può esserci difficoltà nell’associare il numero alla quantità e a capire che un numero e la parola ad esso corrispondente abbiano lo stesso valore.

I DSA: i numeri in Italia

L’incidenza dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento nella popolazione varia in base alla lingua e alla cultura.

Non esistono in Italia dati univoci sull’incidenza dei DSA, ma si stima che in media ne sia afflitto il 4-5% della popolazione.

I dati sulla dislessia invece sono più accurati, poiché questo disturbo è attualmente il DSA più studiato. In Italia si stima che il 3,7% della popolazione sia affetto da dislessia, per un totale di 1.500.000 persone.

I DSA: legislazione

A differenza di molti altri disturbi i DSA sono regolamentati dalla Legge 8 ottobre 2010, n. 170.

Il diritto allo studio degli alunni con DSA è garantito dal Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca (MIUR) attraverso la realizzazione di percorsi individualizzati nell’ambito scolastico. Viene cioè data alle scuole l’opportunità per riflettere sulle metodologie da mettere in atto dare spazio al potenziale tutti gli studenti in base alle loro peculiarità. Questo si realizza in un Piano Didattico Personalizzato (PDP) con il quale la scuola definisce gli interventi da mettere in atto nei confronti degli alunni con esigenze particolari.

Regolamentare questo tipo di disturbi è importante perché permette alle persone affette da DSA di non precludersi l’apprendimento e l’istruzione. Tuttavia la legislazione non è ancora applicata in tutti gli ambiti. Ad esempio, fino al 2016 non era stato considerato il caso in cui una persona dislessica partecipasse ai test nazionali per accedere alle specializzazioni mediche.

 

Fonti

Associazione Italiana Dislessia, www.aiditalia.org

Ministero dell’Università e della Ricerca, www.istruzione.it

Giovanni Simoneschi (a cura di), La dislessia e i disturbi specifici di apprendimento, Teoria e prassi in una prospettiva inclusivaAnnali della Pubblica Istruzione, 2010.

Anna La Prova, Disturbi Specifici dell’Apprendimento: Cosa fare a scuola

Paola Eleonora Fantoni, I Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA)

 

Vivavoce Focus

Schema corporeo e immagine corporea: dove siamo, come siamo

Schema corporeo e immagine corporea: cosa sono?

Il termine schema corporeo definisce

una rappresentazione cognitiva della posizione e dell’estensione del corpo nello spazio e dell’organizzazione gerarchica dei singoli segmenti corporei, finalizzata principalmente all’organizzazione dell’azione nello spazio.

L’immagine corporea, invece, è

un costrutto multidimensionale caratterizzato dalle percezioni e dalle valutazioni dell’individuo in merito al proprio aspetto fisico, quindi la rappresentazione soggettiva che ogni persona ha del proprio corpo.

Schema corporeo e immagine corporea

Lo schema corporeo e l’immagine corporea sono termini che spiegano come il cervello riesca a creare una rappresentazione del corpo.

Il nostro sistema nervoso elabora e mette continuamente in relazione le informazioni che giungono dal nostro corpo. E vi sono organi deputati a renderci conto della posizione che stiamo assumendo nello spazio.

Può capitare, però, di assistere a scene in cui si vedono chiaramente le conseguenze di calcoli non troppo precisi. Ad esempio quando qualcuno fa cadere qualcosa nel riporlo perché non ha calcolato bene le distanze. Oppure, il tentativo di infilarsi in uno spazio troppo stretto perché convinti di poterci passare. Ancora, quanti di noi passando sotto una porta un po’ più bassa della norma hanno chinato il capo per paura di sbattere contro l’architrave?

Schema corporeo e immagine corporea: le differenze

Lo schema corporeo è legato al movimento e alle azioni, mentre l’immagine corporea è una rappresentazione percettiva delle proprietà del corpo. Essa è cioè l’immagine di come il corpo appare dall’esterno (dimensione, forma, colore). L’immagine corporea è inoltre un’informazione che richiede consapevolezza, cosa di cui non necessita lo schema corporeo.

Inoltre, lo schema corporeo è caratterizzato da una maggiore adattabilità dell’informazione. Se un braccio si muove nello spazio, è ovvio che le informazioni debbano essere adattabili, cambiando di continuo nel tempo. Al contrario, l’informazione dell’immagine corporea risulta più statica. La forma del nostro corpo, ad esempio non cambia così di frequente.

Schema corporeo e immagine corporea: quale legame?

Lo schema corporeo e l’immagine corporea sono tra loro indipendenti. É stato infatti rilevato che pazienti con lesioni cerebrali selettive sono in grado di eseguire movimenti in modo appropriato, ma senza consapevolezza dei loro movimenti e del loro corpo, e viceversa.

Ad esempio, i pazienti con agnosia visiva (un disturbo della percezione caratterizzato dal mancato riconoscimento di oggetti, persone, suoni, forme, odori già noti, in assenza di disturbi della memoria e in assenza di lesioni dei sistemi sensoriali elementari) non possono descrivere la forma, il colore, e l’aspetto di un oggetto che avevano di fronte. Tuttavia, ma se viene chiesto loro di effettuare un’azione diretta verso quello stesso oggetto, sono in grado di farlo.

Al contrario, pazienti affetti da atassia ottica (disturbo della coordinazione visiva che consiste in grossolani errori nel cercare di raggiungere un oggetto visto) sono in grado di dare giudizi sulla forma degli oggetti, ma non di effettuare un’azione su e verso di essi.

Schema corporeo e immagine corporea: implicazioni nella scoliosi

Schema corporeo e immagine corporea possono contribuire alla genesi di una patologia o, all’opposto, esserne interessati.

La scoliosi è una forma di dismorfismo che implica una complessa curvatura laterale e di rotazione della colonna vertebrale. È una patologia che ha un esordio in età prepuberale/adolescenziale. Il sistema nervoso centrale arriva alla maturazione grazie anche alla creazione di un’immagine del corpo e del suo movimento. Questa immagine assume un ruolo importante nel controllo degli input sensitivi in entrata, al fine di calibrare gli output motori. Il suo obiettivo è quello di comparare gli input in entrata e le risposte in uscita.

Uno schema corporeo distorto può essere implicato nello sviluppo della scoliosi. Infatti, è stato dimostrato come l’efficienza del sistema propriocettivo migliori l’utilizzo del corpo. Tutte le componenti della propriocezione vanno stimolate, sia quella incosciente sia quella cosciente, in quanto entrambe funzionali al controllo neuromotorio.

Il percorso da seguire è composto da esercitazioni per il senso di movimento, di posizione, di forza, per ottimizzare l’immagine corporea. La corretta rappresentazione di sé in rapporto al mondo esterno consente di interagire in modo funzionale e di consolidare pattern motori aderenti alle reali esigenze.

La capacità di percepire il corpo in ogni fase del suo movimento con consapevolezza crescente permette alla persona il riconoscimento dell’errore e la riproduzione corretta del gesto.

Schema corporeo e immagine corporea: il caso dell’arto fantasma

La sindrome dell’arto fantasma è una sensazione anomala di persistenza di un arto dopo la sua amputazione o dopo che questo sia diventato insensibile. La persona avverte la posizione dell’arto nonostante questo non ci sia più e avverte percezioni fastidiose e molto spesso dolorose.

Questa sensazione è assolutamente normale e che non rientra in nessun tipo di problema psichico. Ma è anche la dimostrazione dell’esistenza dello schema corporeo, che persiste nonostante dall’arto amputato non giungano più impulsi nervosi. In questi pazienti il ruolo della neuroriabilitazione risulta fondamentale nella gestione del dolore. Questo avviene attraverso esercizi atti a riorganizzare e riprogrammare le aree corticali e sottocorticali agendo sull’immagine motoria.

Schema corporeo e immagine corporea: in conclusione

Lo schema corporeo e l’immagine corporea  sono due concettualizzazioni associate ma allo stesso tempo distinte. Sono importanti in quanto ci permettono di relazionarci in modo continuo con l’ambiente che ci circonda.

La consapevolezza di quanto può essere rilevante una loro disfunzione nel provocare numerose patologie, fa comprendere l’importanza di un approccio riabilitativo che consideri questi fattori.

 

Fonti

Paillard, J. (ed) (1991), Knowing where and knowing how to get there, in J. Paillard (ed.) Brain and Space, Oxford University Press.

Picelli A, Negrini S, Zenorini A,  (2015), Do adolescents with idiopathic scoliosis have body schema disorders? A cross-sectional study, Journal of Back and Musculoskeletal Rehabilitation, vol. 29 (1) pp. 89-96.

Smania N., Picelli A., Romano M., Negrini S. (2008), Neurophysiological basis of rehabilitation of adolescent idiopathic scoliosis, Disability and Rehabilitation , vol. 30 (10) pp.763-71.

 

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Comorbidità: di cosa si tratta veramente

La comorbidità (o comorbilità) è definita come:

ogni distinta entità clinica aggiunta, che c’è stata o può comparire durante il decorso clinico di un paziente che è sotto osservazione per una determinata patologia.

In poche parole, la comorbilità è la presenza concomitante di due o più disturbi nella stessa persona.

La comorbidità: qualche esempio

La balbuzie nei bambini può essere correlata a disturbi quali DSA (dislessia, disgrafia, discalculia), ADHD (deficit di attenzione e iperattività) o sindromi genetiche. Tuttavia la compresenza di questi disturbi non implica una connessione diretta tra le loro cause.

Negli adulti questo termine può essere utilizzato nel caso in cui un paziente soffra contemporaneamente di diabete e di una malattia cardiovascolare.

La comorbidità: da dove deriva il termine

Il concetto di comorbidità nasce in ambito medico. Il primo utilizzo di questo termine è attribuito all’epidemiologo americano Alvan R. Feinstein il quale nel 1970 lo inserì in uno studio sulle malattie croniche. 

La comorbidità: la diagnosi

Per uno specialista identificare questa coincidenza di disturbi è difficile a causa di sintomi che possono essere connessi a più diagnosi. La nozione di comorbilità, tuttavia, è importante in ambito medico in quanto permette di tenere conto dei differenti sintomi che possono manifestarsi a causa di una stessa malattia, in relazione alla presenza o meno di altre patologie. In medicina questo concetto quindi è estremamente utile sia per la scelta della terapia, sia per una corretta valutazione dei risultati delle cure.

La comorbidità: il termine in ambito psichiatrico

Il termine comorbilità viene oggi utilizzato in ambito psichiatrico e psicologico, seppur causando qualche disaccordo. Secondo lo psicolologo e psicoterapeuta tedesco Hans-Ulrich Wittchen, infatti, il concetto originario di questo termine non potrebbe essere applicato alla maggior parte degli attuali lavori psicologici e di clinica psichiatrica per descrivere la sovrapposizione tra diagnosi.

 

Fonti

Gaspare Vella, Massimiliano Aragona (1998), La comorbidità in Psichiatria , I Clinica Psichiatrica, Università La Sapienza, Roma.

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Balbuzie e anticipazione: cosa è importante sapere

Balbuzie e anticipazione: di cosa si tratta?

La balbuzie (comunemente intesa come la presenza di blocchi e/o ripetizioni) c’è e si sente. Vi sono alcune manifestazioni oggettivamente riscontrabili, quali blocchi e ripetizioni, più o meno percepibili a qualunque interlocutore.

C’è però anche tutta una parte, sempre associata al linguaggio parlato, che esiste ma non è esteriormente percepibile. Questa componente non viene percepita da chi ascolta, ma viene sentita e vissuta da chi balbetta. L’anticipazione è una sensazione propriocettiva e/o cognitiva predittiva grazie alla quale chi soffre di balbuzie percepisce quando sta per bloccarsi su un suono o una parola prima di parlare.

Balbuzie e anticipazione: modalità prospettica e modalità immediata

L’anticipazione può attuarsi in due modalità: prospettica e immediata.

In caso di predizione prospettica, chi balbetta sa che incontrerà un blocco o una ripetizione nel pronunciare la parola o il suono temuto. La predizione prospettica riguarda infatti determinate parole o suoni target. Chi soffre di balbuzie conosce le parole che causano i maggiori problemi: il proprio nome, il nome della città in cui si vive, etc.

In caso di anticipazione immediata la sensazione di blocco viene esperita nel momento stesso in cui si parla, non prima.

Non tutti i blocchi e le ripetizioni sono preceduti da anticipazione e viceversa. La capacità predittiva di chi balbetta si dimostra molto affidabile, e si affina con lo sviluppo e con la crescita. In breve, gli adulti sono maggiormente capaci di predire rispetto a bambini e adolescenti. Questi fenomeni non dipendono né dalla gravità delle manifestazioni di balbuzie né dall’averla superata. L’anticipazione è associata ad alterazioni delle funzioni corporee: variazioni della frequenza cardiaca, vasocostrizione, aumento della rigidità muscolare di tutto il corpo.

Balbuzie e anticipazione: pro e contro

Nell’esperienze di chi balbetta l’anticipazione è vissuta come un’arma a doppio taglio.

L’aspetto positivo è quello di fornire un campanello d’allarme tramite il quale è possibile attivare delle strategie di gestione. In questo senso, l’anticipazione può aiutare chi balbetta ad arrivare preparato al blocco e a riuscire a gestirlo al meglio. Le strategie di rilassamento aiutano, ad esempio, a rendere più agevole la conversazione.

Ma attenzione: anticipare non equivale a non balbettare!

L’anticipazione può addirittura inficiare la comunicazione quando genera in chi balbetta il dubbio di sbagliare, portandolo a concentrarsi ancora di più su quello che deve dire. Uno degli aspetti negativi dell’anticipazione, infatti, è il fatto di poter creare insicurezza e ansia anticipatoria in chi balbetta. In tal caso, la persona che soffre di balbuzie si ritrova paralizzata e concentra le sue attenzioni sul blocco imminente. A volte poiché tutti gli sforzi sono sul blocco, ci si dimentica persino cosa si stava dicendo. Ritardando l’eloquio e allungando i tempi di reazione comunicativi, l’anticipazione può essere disturbante. Può accadere, infatti, che altri prendano la parola, o addirittura che l’argomento venga cambiato. Da ciò possono scaturire la sensazione di perdere il controllo e reazioni emotive di imbarazzo, paura e vergogna.

Balbuzie e anticipazione: le reazioni

L’anticipazione causa ansia e incertezza, ma anche tensione fisica e una riduzione della fiducia in se stessi. Come reazione possono venire messe in atto diverse strategie di autogestione, di evitamento o di approccio.

Condotte di autogestione e/o evitamento vengono messe in atto prima che il blocco diventi osservabile e sono utilizzate con la medesima frequenza per nascondere o scappare dalla balbuzie. 

Le condotte di autogestione sono una maggiore attenzione alla preparazione del discorso, il cambiamento del ritmo dell’eloquio o tentativi di rilassamento e di respirazione guidata.

Le strategie di evitamento sono invece tese ad aggirare il blocco, e comportano l’alterazione del messaggio verbale. In questo caso non si pronuncia esattamente la parola che si voleva dire, ma se ne cerca un’altra oppure si utilizzano giri di parole o riempitivi (ehhmm) per evitare o posporre il momento di balbuzie. Altrettanto diffuso è fingere di dimenticarsi un nome, guardare altrove, distrarsi, far parlare qualcun altro o cambiare argomento. Similmente vengono impiegati anche movimenti non verbali (muovere la testa, le mani, le gambe o deglutire).

In alcuni casi la reazione di fronte all’anticipazione può anche essere proattiva: anziché evitare il blocco, chi balbetta decidere di balbettare. In questo caso si sperimentano ansia e incertezza di fronte al blocco, in misura minore rispetto a quanto ci si aspettava nella scelta di dover gestire il blocco con altre strategie.

Balbuzie e anticipazione: quali conclusioni?

Anticipare, dunque percepire l’imminenza di un blocco può essere utile quando facilita una più corretta gestione del linguaggio, il recupero di strategie utili, e una maggior conoscenza e consapevolezza in chi balbetta. L’anticipazione può però anche far aumentare ansia e preoccupazione o far perdere il controllo di quello che si sta dicendo. Ad ogni modo l’anticipazione non risolve la balbuzie.

Il blocco, infatti, viene sempre sperimentato da chi balbetta, anche se l’interlocutore potrebbe non percepirlo.

Vivavoce Focus

Donne e balbuzie, tra ieri e oggi

Forse non tutti sanno che la balbuzie preferisce il genere maschile. Secondo le statistiche, ad esserne maggiormente colpiti sono i maschi, con un rapporto di 4:1. Ovvero, ogni 5 persone (bambini, adolescenti, adulti) che soffrono di balbuzie, una sola è donna. La scienza si sta interrogando sulla questione ipotizzando il coinvolgimento di una componente genetica, che sarebbe trasmessa prevalentemente dal padre al figlio maschio (e in misura minore alla figlia femmina). In realtà, nella primissima infanzia, quando la balbuzie esordisce, la percentuale tra i generi è molto più simile, con un rapporto di 2 maschi e 1 femmina. Questa discrepanza tra gli albori e la vita adulta, implica che, durante lo sviluppo, naturali fenomeni di regressione spontanea giochino maggiormente a favore del genere femminile, svantaggiando quello maschile, che va maggiormente incontro alla cronicizzazione delle difficoltà dell’eloquio. Ma al di là delle statistiche, ampiamente diffuse e riconosciute, per la balbuzie non è stata dimostrata nessun altra differenza legata al genere. Insomma, in termini di gravità o manifestazioni esternamente osservabili non vi sarebbero differenze tra uomini e donne.

Sappiamo però anche che la balbuzie è molto di più che la ripetizione dei suoni o la presenza di blocchi. Se nell’immaginario comune parlare è un atto volontario (basta cioè voler dire qualcosa per dirlo, e per dirlo bene), una persona che soffre di balbuzie sa bene che la questione non è così semplice. Per chi balbetta, infatti, parlare è una fatica, un lavoro estenuante dal punto di vista mentale, emotivo, psicologico e fisico. Il conseguente impatto si riscontra poi a 360 gradi nella vita di ciascuno, a livello scolastico, famigliare, lavorativo e sociale.

Come viene declinato al femminile l’impatto della balbuzie?

In modo molto interessante, forse per la minor presenza di balbuzienti donne, forse per i costumi socioculturali del tempo, le ricerche più datate, risalenti agli anni 70, riportavano come fossero soprattutto gli uomini ad essere maggiormente colpiti dall’impatto negativo della balbuzie. Le donne, dal canto loro, sembravano quasi convivere pacificamente con la balbuzie, senza stravolgimenti importanti nella vita di tutti i giorni. In realtà, con l’evoluzione della società e il concomitante cambiamento dei ruoli, anche nel mondo della balbuzie viene riconosciuto un nuovo interesse alla figura femminile. E alcune ricerche ad hoc rivelano molti aspetti in comune con la controparte maschile. Non sorprendentemente, anche per le donne, la presenza della balbuzie si ripercuote negativamente a livello sociale, occupazionale, accademico e finanziario.

Balbuzie in rosa: le difficoltà di lavoratrici, compagne e madri

Innanzitutto, le reazioni degli altri (anche) di fronte ad una donna che balbetta sono in prevalenza negative. L’immagine stereotipata di una donna che balbetta è altrettanto negativa: la balbuzie sembra automaticamente garantire l’etichetta di persona insicura e accondiscendente, forse nervosa, sicuramente paurosa e timida. Le esperienze di vita di donne che balbettano ci riportano difficoltà quotidiane, dall’essere state oggetto di scherno a scuola, a derisioni anche nell’ambiente famigliare, fino a mancate opportunità e promozioni sul posto di lavoro. Un aspetto cruciale riguarda proprio l’esperienza lavorativa, soprattutto se la donna è inserita in un contesto dove la presenza maschile è predominante. In questo caso, non solo la donna si ritrova in minoranza, ma la sua balbuzie la rende ancora più vulnerabile.

Le difficoltà vengono evidenziate anche nel dominio delle relazioni sentimentali, dove a preoccupare sono soprattutto i primi appuntamenti, durante i quali la strategia frequentemente riportata è quella di fare maggior uso di linguaggio non verbale, per nascondere la presenza della balbuzie. Balbuzie che viene unanimemente riconosciuta come pericolosa minaccia all’autostima e alla creazione di un senso di sé efficace.

Le prime ricerche incentrate sulla balbuzie al femminile, evidenziavano come la donna con balbuzie si sentisse quasi protetta dalla figura maschile dominante. Al contempo, però, secondo un rigido gioco dei ruoli, questa dominanza riduceva la loro libertà di azione. La situazione veniva ulteriormente esacerbata dalla presenza dell’elemento balbuzie che faceva apparire la donna ancor più vulnerabile. Oggi, invece, i partner vengono descritti come empatici, fiduciosi e protettivi. La vicinanza di un partner si può declinare anche in delega, quando alcune questioni che implicano il discorso (dalle ordinazioni al ristorante, alla riunione con gli insegnanti) possono venire demandante.

Certo, la questione non è sempre rosea. La donna che balbetta, nel ruolo di madre, ha timore che anche i suoi figli possano soffrire le medesime difficoltà e fatiche. Ancor oggi, purtroppo, in alcuni casi, la balbuzie resta un argomento tabu, di cui non si deve parlare, nemmeno tra le mura domestiche.

Un mondo da scoprire. Come le donne

L’impatto che la presenza della balbuzie ha sulla vita di ognuno deve essere adeguatamente riconosciuto per rendere giustizia alle difficoltà e alla fatica di ciascuno. Questo è vero anche per la donna, nei suoi molteplici possibili ruoli di amica, collega, compagna, madre.

Globalmente, un adeguato riconoscimento del multi-sfaccettato mondo della balbuzie e delle sue variegate ripercussioni non può che migliorare la presa in carico del singolo durante percorsi mirati di rieducazione, dove il focus non è solo la parola, ma la persona nella sua interezza e unicità.

Foto: Gratisography

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Sistema nervoso centrale e sistema nervoso periferico

Il sistema nervoso è l’insieme degli organi e delle strutture che permettono di trasmettere segnali tra le differenti parti del corpo e di coordinare le sue azioni e le sue funzioni volontarie e involontarie, sia fisiche che psicologiche. Grazie al sistema nervoso possiamo metterci in relazione con l’ambiente che ci circonda e possiamo controllare molti meccanismi interni al nostro corpo. Questo processo avviene attraverso i nostri sensi che inviano le informazioni necessarie affinché vengano processate dando così il via ad una serie di reazioni. Immaginiamo la seguente situazione: campo da tennis, due giocatori, racchette e pallina. Se ad un certo punto del gioco la pallina si avvicina pericolosamente al viso di uno dei due giocatori, i sensi si attivano istantaneamente inviando informazioni sulla velocità, sulla traiettoria e sulla direzione della pallina, le quali vengono a loro volta elaborate in modo immediato dal nostro cervello. Il cervello a questo punto progetta e trasmette il comando per attuare una strategia che permetta di evitare il colpo.

Sistema nervoso centrale e periferico

Il sistema nervoso a livello anatomico, ovvero in base alla sua localizzazione nel corpo umano, viene diviso in due parti chiamate Sistema Nervoso Centrale (SNC) e Sistema Nervoso Periferico (SNP).

Il sistema nervoso centrale include i neuroni e le fibre nervose che si trovano nel cervello (encefalo), protetto all’interno della scatola cranica, e nel midollo spinale, contenuto all’interno del canale vertebrale della nostra colonna. Il rimanente tessuto nervoso è definito sistema nervoso periferico. Il sistema nervoso centrale è il luogo in cui le informazioni provenienti dalla periferia vengono raccolte e rielaborate, e da cui partono i comandi verso il sistema nervoso periferico. Centro nevralgico del SNC è il cervello suddiviso in aree cerebrali, che hanno funzioni specifiche: ad esempio la corteccia motoria (M1) è deputata al movimento, la corteccia visiva è invece deputata all’elaborazione delle informazioni provenienti dagli occhi. Il midollo spinale, invece, è una colonna di fibre nervose all’interno del canale vertebrale che mette in comunicazione il cervello con il resto dell’organismo.

Il sistema nervoso periferico è invece costituito dai recettori e dai nervi che dalla periferia inviano informazioni verso midollo e il cervello, e dalle fibre motorie che dal midollo si dirigono verso i muscoli scheletrici. Contrariamente al SNC, quello periferico non è protetto dallo scheletro né dalla scatola cranica.

Sistema nervoso volontario e autonomo

Indipendentemente dalla localizzazione anatomica, il sistema nervoso può essere diviso in volontario o autonomo.

Il sistema volontario (o somatico), come dice la parola stessa, si occupa di tutte le attività che facciamo consapevolmente, come per esempio prendere un oggetto, muovere una mano o una gamba. Il sistema autonomo (sistema nervoso involontario o vegetativo), invece, regola tutti quei processi automatici su cui non possiamo esercitare un controllo diretto. Ad esempio, durante la giornata il nostro cuore batte costantemente indipendentemente dalla nostra volontà.  Lo stesso vale per altre funzioni indispensabili come la respirazione, i processi metabolici etc. Il sistema nervoso involontario è in grado di reagire velocemente ai cambiamenti, in modo tale che il corpo si adatti a tali variazioni. Supponiamo per esempio di trovarci di fronte ad un pericolo imminente: il sistema nervoso autonomo verrà azionato all’istante in modo tale da attuare una risposta immediata di tipo “combatti” o “scappa” al fine di predisporre il nostro corpo ad affrontare tale minaccia perseguendo un istinto di sopravvivenza.

Il sistema nervoso autonomo a sua volta è costituito da sistema nervoso simpatico, sistema nervoso parasimpatico e sistema nervoso enterico. Mentre il parasimpatico è responsabile delle funzioni corporee quando siamo a riposo (stimola la digestione, attiva diversi processi metabolici etc..), il simpatico si occupa di preparare il nostro corpo all’attività fisica e mentale nel momento in cui svolgiamo delle attività (accelerando il ritmo cardiaco, aprendo maggiormente le vie respiratorie, inibendo le funzioni digestive). Il sistema nervoso enterico è invece il responsabile dell’innervazione dei visceri: il tratto gastrointestinale, il pancreas e la cistifellea.

Foto: Nervosando

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Homunculus: la caricatura di sensi e movimento

A tutti noi sarà capitato di svegliarci di notte e, senza accendere la luce, cercare la sveglia per capire che ore sono. Tastando lungo tutta l’area del comodino sono le nostre mani che ci confermano se l’oggetto trovato è realmente quello che stavamo cercando. Vi siete mai chiesti come è possibile? Informazioni riguardanti la forma, la consistenza, la temperatura di quello che stiamo cercando vengono inviate al cervello attraverso i recettori cutanei, articolari e muscolari. Il cervello si occupa quindi di unire ed elaborare tutti i dati e ci conferma se l’oggetto che ora si trova nel palmo della nostra mano è realmente una sveglia o no.

Pensiamo ora di effettuare lo stesso tipo di ricerca utilizzando non più con la mano, specificatamente deputata alla prensione, bensì un piede. Al di là della differente forma che funzionalmente non è adatta a questo tipo di prensione, le informazioni recepite con il piede sarebbero simili o accurate come quelle ottenute utilizzando la mano? Ovviamente no, c’è una notevole differenza!

Rappresentare i cinque sensi

Erano gli anni ’30, quando le tecniche elettrofisiologiche cominciarono ad essere utilizzate per studiare la rappresentazione corticale del sistema somatosensoriale (il sistema che ci permette di percepire tatto, pressione, temperatura e dolore). Attraverso un’osservazione casuale su gatti e su scimmie, si scoprì che quando veniva toccato un particolare punto della superficie corporea, si registrava una risposta in un’area del cervello. Questa risposta prende il nome di potenziale evocato, un segnale elettrico derivato dalla somma dell’attività di migliaia di cellule recettoriali.

Fu il neurochirurgo canadese Wilder Penfield fu il primo ad effettuare gli studi sugli essere umani. Durante interventi in anestesia locale su pazienti affetti da epilessia, stimolando la superficie della corteccia primaria sensoriale (S1), Penfield chiedeva ai pazienti cosa sentissero: i pazienti riferivano sensazioni tattili, di pressione, di formicolio in particolari sedi nella metà del corpo dal lato opposto all’area che veniva stimolata. In questo modo fu possibile tracciare una mappa della rappresentazione neurale del corpo nella corteccia somatosensoriale: l’homunculus somatosensoriale.

Cosa è l’homunculus somatosensoriale?

L’homunculus somatosensoriale è una mappa visiva di come le diverse parti del corpo vengono rappresentate a livello corticale. Le aree sono tanto più grandi, di dimensione maggiore, quanto maggiore è la loro importanza ai fini della percezione sensoriale.

Per esempio, la faccia è molto grande in confronto alla parte posteriore del capo, come l’indice molto lungo rispetto all’alluce. Questa distorsione tra le dimensioni delle diverse parti corporee nell’homunculus dipende dalle differenze nella densità d’innervazione. Quanto più un’area del corpo è densamente innervata tanto più grande è la sua rappresentazione a livello corticale. Aree cutanee come quelle della lingua o della punta delle dita posseggono un numero elevatissimo di recettori per unità di area ed il loro campo recettivo (regione dello spazio nella quale deve essere localizzato uno stimolo sensoriale affinché un neurone possa rispondere) è in proporzione più piccolo. La densità d’innervazione si ripercuote sulla capacità discriminativa tattile ed è grazie a questo che la mano è uno strumento estremamente sensibile se messo a confronto con il piede.

 

Là dove il movimento è più fine: l’homunculus motorio

In modo simile, la capacità che le parti del nostro corpo hanno di muoversi ha una controparte a livello cerebrale.

L’homunculus motorio è una mappa che riproduce lo schema corporeo dell’uomo, con una regola simile a quella dell’homunculus sensoriale: maggiore è la dimensione della parte del corpo raffigurata, maggiore è la relativa precisione e finezza di movimento.

La rappresentazione non è quindi la trasposizione diretta delle diverse parti del corpo, che risultano distorte, poiché sono impiegati più neuroni dove è necessario un controllo più fine.  È per questo motivo che nell’homunculus motorio le mani, le labbra e la lingua sono ad esempio molto grandi, se paragonate ad altre parte del corpo il cui controllo motorio è più grossolano.

La porzione di corteccia cerebrale che contiene l’homunculus motorio è l’area (o corteccia) motoria primaria (M1 o di Brodmann). Quest’area è deputata all’esecuzione del movimento, in quanto contiene i neuroni piramidali giganti, (ovvero motoneuroni la cui funzione è quella di causare la contrazione dei muscoli).

Queste caricature, apparentemente buffe e distorte, e che non rispettano le reali proporzioni anatomiche, sono in realtà una fedele riproduzione sia della nostra abilità sensoriale, sia della finezza e accuratezza dei nostri movimenti.

 

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Balbuzie e bullismo, perché?

Perché la balbuzie è una tra le cause più frequenti di bullismo. Rappresenta una diversità: una condizione di difficoltà per chi ne soffre, un motivo di scherno per chi vuole mostrare il proprio potere, come il bullo.

Abbiamo chiesto a Ivano Zoppi, presidente di Pepita Onlus e responsabile operativo del CO.NA.CY. (Coordinamento Nazionale del Cyberbullismo) di spiegarci il fenomeno e perché ha partecipato con il Vivavoce Institute alla ideazione di una campagna di sensibilizzazione su balbuzie e bullismo.

«Il bullo è un ragazzino di per sé arrabbiato che per non esporre la propria debolezza reagisce con aggressività per mettere una distanza con l’altro e dimostrasti subito più forte. Quando trova la vittima che meglio identifica lo stereotipo di fragilità, attacca. Il bullismo può manifestarsi fisicamente quando sfocia in un atto di violenza fisica oppure può nutrirsi di una violenza psicologica più sottile che isola, con il compiacimento dei compagni da cui riesce a farsi seguire, la sua vittima. In questo secondo caso si tratta di una forma di bullismo verbale che mina fortemente l’autostima della vittima con insulti e derisioni costanti e ripetute per metterlo in ridicolo.

Pensiamo allora a come un bambino o un adolescente che balbetta, che impiega secondi interi per pronunciare il proprio nome o presentarsi in classe il primo giorno di scuola, possa sentirsi. Già riconosce di essere inadeguato nell’affrontare serenamente alcuni compiti che gli insegnanti possono affidargli: un’interrogazione orale, un’esposizione di una ricerca di gruppo, la scelta dei compagni per una gara a squadre.

E allora mentre approfondiamo il tema della balbuzie, entriamo nel mondo di tanti bambini e ragazzi che subiscono continue prevaricazioni e non hanno sempre gli strumenti per raccontarlo.

La nostra campagna, Libera la voce. Anche TU, vuole fare molto di più che sensibilizzare il pubblico, di genitori, insegnanti, educatori e ragazzi, sulla balbuzie come fatica, sul problema per chi ne soffre. Vuole andare oltre, proponendo in chiave positiva che qualunque difficoltà può essere risolta con l’aiuto dell’altro. La comunità, la famiglia prima, la scuola poi, ha bisogno di essere educata all’ascolto attivo, all’attenzione paziente, che non giudica e porge la mano in un tempo adeguato. Abbiamo tutti da imparare da questo video. Non solo i bambini. Non solo i ragazzi. L’autostima va coltivata e nei minori dipende da noi adulti. Per una volta, rendiamo virale qualcosa che fa bene a tutti. Uniamo le forze e… condividiamo».

Il video è stato realizzato da Dajko Comunicazione, parte di Collettivo virale.

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B come Balbuzie. B come Bullismo.

Le ricerche lo confermano: chi balbetta vittima di bullismo con una frequenza maggiore rispetto a chi non presenta difficoltà nell’eloquioLa balbuzie non si vede, ma non si può nascondere.  Le manifestazioni esternamente osservabili della balbuzie (come i tentennamenti, le frequenti pause e le possibili ripetizioni) fanno sì che chi ne soffre possa divenire facile bersaglio di benevolo scherno e leggere derisioni. Ne sono esempi le molte barzellette e le figure caricaturali di alcuni film e cartoni animati. D’altro canto, però, le difficoltà della comunicazione e la diversità dell’eloquio possono purtroppo facilmente degenerare in pesanti prese in giro e scherzi di cattivo gusto.

Se a questo aggiungiamo l’evidenza che la balbuzie può determinare condotte di ritiro e di isolamento sociale, dettate dalla tendenza di evitare il coinvolgimento in situazioni con tante persone, e il silenzio in interazioni con più interlocutori, capiamo bene come chi balbetta possa essere percepito come un membro anomalo o debole del gruppo. Questo, soprattutto in età adolescenziale e preadolescenziale, quando l’appartenenza al gruppo è fondamentale, può trasformare chi balbetta in facile bersaglio di fenomeni di bullismo e prevaricazione.

Balbuzienti e bulli: cosa dice la ricerca

Le ricerche lo confermano: chi balbetta è spesso vittima di fenomeni di bullismo, e con una frequenza maggiore rispetto a chi non presenta difficoltà nell’eloquio. In modo speculare, la percentuale di persone che balbettano che riportano di aver ricoperto nel corso della propria vita il ruolo di bullo, è molto ridotta. Esperienze di bullismo associate alla balbuzie sono fatte risalire a tutte le situazioni scolastiche di ordine e grado, fino ad arrivare a presentarsi con una percentuale molto bassa (ma non assente) all’università. Questo dato conferma i risultati degli studi sull’andamento temporale del bullismo che sottolineano come gli episodi di sopruso siano caratteristici soprattutto della fase di costruzione dell’identità corrispondente al periodo delle scuole medie e superiori, andando poi a ridursi con l’acquisizione di una struttura identitaria più stabile.

Il bullismo però, può comportare importanti conseguenze che si trascinano per molto tempo, in alcuni casi fino all’età adulta. A livello accademico, psicologico, sociale e fisico vengono frequentemente riscontrati un drastico peggioramento nelle attività scolastiche, una riduzione dell’autostima, una maggiore probabilità di sviluppare sintomatologie depressive, e una maggior incidenza di malattie a carico dei sistemi respiratorio e digerente. L’essere stato vittima di fenomeni di bullismo determina, inoltre, una maggior tendenza all’isolamento sociale, paura del giudizio altrui e una riduzione della qualità della vita. Questo quadro riguarda in misura maggiore chi balbetta.

Secondo alcune ricerche esisterebbe in generale una relazione causale tra l’esperienza di bullismo e lo sviluppo di ansia sociale. La relazione si complica con l’aggiunta dell’elemento balbuzie. Balbuzie e bullismo avrebbero entrambi un ruolo nell’attivare vissuti di ansia sociale, riducendo la motivazione del soggetto a vivere esperienze sociali, in un pericoloso circolo vizioso, in cui finiscono per essere evitate anche esperienze sociali positive che potrebbero migliorare il quadro. E’ l’esperienza del bullismo ad esacerbare o addirittura causare l’ansia sociale o è il ritiro sociale che fa apparire target ideali? Questa rimane tutt’ora una questione aperta.

Accanto all’ansia sociale e all’evitamento, altri fattori che sembrano accomunare balbuzie e bullismo sono la paura di una valutazione negativa da parte degli altri e la percezione di una cattiva qualità di vita. Il timore del giudizio altrui è una costante nella vita di chi balbetta, caratteristica che viene senza dubbio esacerbata nel caso di esperienze altamente negative come quelle associate al bullismo. In modo simile, la percezione di una cattiva qualità della vita viene negativamente influenzata dalle esperienze di bullismo e le conseguenze negative si ripercuotono per tutto l’arco della vita. Al contempo, la presenza di alcuni fattori, quali una buona autostima e il supporto della famiglia, sarebbero invece associati ad una maggiore qualità della vita anche nelle persone che balbettano. L’identificazione e lo sviluppo di questi fattori psicosociali ha sicuramente un ruolo chiave nel migliorare la vita di chi balbetta.

Difficoltà comunicative e bullismo: un circolo vizioso da spezzare

La situazione è complessa: da un lato, la balbuzie determina stereotipi negativi e stigma sociale; dall’altro, chi balbetta può divenire facile vittima di fenomeni di bullismo proprio a causa del suo modo di comportarsi nelle situazioni sociali, determinato dalla presenza stessa della balbuzie. Il circolo che si instaura è senza dubbio vizioso e determina l’esacerbarsi della tendenza al ritiro delle situazioni sociali per il timore di venire derisi. E’ sicuramente necessaria una maggiore consapevolezza dell’intricata relazione tra balbuzie e bullismo e le sequele psico-sociali (ansia sociale, paura di essere valutato negativamente, ridotta soddisfazione riguardante la qualità della propria vita).

Anche in questo ambito la prevenzione risulta fondamentale: un’attenzione precoce su questi fragili equilibri e le loro micidiali interazioni, potrebbe aiutare a prevenire l’instaurarsi di problematiche durature, naturalmente connesse alla presenza della balbuzie e pesantemente inficiate da eventuali fenomeni di bullismo, le cui conseguenze negative si trascinano con pesanti ripercussioni anche nella vita adulta.

Foto: Flickr, Jody Sticca

 

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Bullismo: debolezze, sofferenza e aggressività. La complessità del fenomeno.

Bullismo, cyberbullismo, branco, abusi. Parole all’ordine del giorno, nessuna ci stupisce, nessuna ci è nuova, ciascuna a suo modo ci spaventa un po’, si porta dietro un’eco minaccioso più o meno intensa a seconda del rischio che qualcosa del genere possa succedere anche a noi, o alle persone che amiamo. Pensiamo di sapere – più o meno –  di cosa si tratta e la cronaca quotidiana aggiunge ogni giorno episodi nuovi al nostro archivio di immagini allarmanti. Sempre, dalle situazioni meno eclatanti ai casi in cui l’escalation di violenza si fa dirompente, in gioco c’è una dinamica di sopraffazione intenzionale e ripetuta di chi appare più forte su è considerato più debole. Tale prevaricazione può avvenire attraverso canali differenti, assumere forme diverse (offese, insulti per il proprio modo di vestirsi, di comportarsi o di parlare, esclusione sociale, ma anche diffamazione ed aggressioni fisiche) e insinuarsi silenziosamente entro qualsiasi tipo di ambiente sociale. In una realtà sempre più interconnessa come la nostra, anche il mondo virtuale, con la sua garanzia di anonimato e il suo pubblico potenzialmente smisurato, sta diventando un palcoscenico privilegiato per i fenomeni di bullismo e di sopruso.

Bullismo: una ferita per tutti

Quello che accomuna tutti gli episodi è la ferita, non necessariamente visibile ma non per questo meno profonda, che resta addosso alle vittime. Nel riconoscere la sofferenza di chi è bersaglio degli atti di bullismo non bisogna però dimenticare che anche i bulli nascondono un malessere silenzioso, che si esprime attraverso i gesti, e che è essenziale imparare ad ascoltare e ad affrontare. I gesti trasgressivi, e più nello specifico l’azione violenta del bullo, coprono una fragilità e un disagio che possono avere origine su piani diversi (familiare, sociale, emotivo, di personalità), e che, oltre ad essere sanzionati, devono trovare un aiuto specifico. Il fragore degli episodi violenti fa si che spesso ci si dimentichi che sul palcoscenico del bullismo anche gli spettatori giocano un ruolo importante. Gli Altri, quelli che non sono coinvolti in maniera diretta ma che sono comunque a conoscenza dei fatti, spesso assumono un atteggiamento di omertà difficile da scardinare, in parte per paura, in parte perché stando dalla parte di chi appare più forte, credono di essere dalla parte giusta. Il bullismo, anche nelle sue forme più aspre, si delinea oggi come un fenomeno collettivo vasto e complesso, con radici lontane, che si esprime all’interno del gruppo dei pari come strumento brutale ma usuale attraverso cui viene contrattata la posizione sociale del singolo individuo nei confronti del gruppo.

L’adolescenza, il gruppo, il bullo

Nel parlare di bullismo, l’associazione con il periodo adolescenziale è automatica. Gesti aggressivi si riscontrano anche durante il periodo della scuola dell’infanzia e della scuola primaria, ma il loro significato è tendenzialmente differente, e riflette più una difficoltà a gestire gli impulsi aggressivi, e la tendenza a reagire immediatamente alla frustrazione con l’azione, che non un’effettiva intenzione di nuocere all’altro. Il periodo in cui i gesti di bullismo si riscontrano con maggiore frequenza e in cui raggiungono il maggior grado di gravità è quello che copre la fine delle scuole medie e gli anni delle scuole superiori. Con la pubertà il corpo è cambiato, e l’immagine restituita dalla famiglia e dai genitori non è più sufficiente a rispondere alla domanda «Chi sono io?». Durante questa fase evolutiva il gruppo gioca un ruolo essenziale, diventa il contenitore psichico collettivo entro cui costruire progressivamente la propria identità. Perché questo avvenga in modo completo il riconoscimento da parte degli altri è essenziale. Il gruppo inizia i suoi membri ai ruoli e alle responsabilità della vita adulta, diventa uno specchio entro cui riflettersi: l’immagine che ci proietta addosso, con i suoi spazi di luce e quelli di ombra, gioca un ruolo determinante nello stabilire chi siamo e chi potremmo diventare.

Entro il difficoltoso percorso di costruzione della propria identità, il bullo può presentarsi come un leader negativo incapace di governare i propri impulsi in modo maturo, che per confermare e rinsaldare la propria instabile struttura identitaria ha bisogno di trovare un nemico a cui contrapporsi. La vittima rappresenta allora il bersaglio su cui proiettare tutto ciò che sente di non potere o non voler essere. «Sei come me?»: l’omologazione rispetto a determinanti standard di comportamento, il fatto di vestire, agire, parlare in un certo modo, diventano prove di appartenenza al gruppo, tutto ciò che appare come estraneo a questo modello è visto come minaccioso, e per questo motivo deve essere allontanato, emarginato, umiliato, distrutto.

Subire il bullismo

In un quadro in cui il gruppo conta così tanto nella definizione di Sé appare evidente come chi è vittima di bullismo viva una situazione di profonda sofferenza psicologica nonché di esclusione sociale. Essere oggetto di comportamenti prevaricatori influisce profondamente sull’autostima del singolo, nonché sulla costruzione della propria concezione di Sé, e dell’immagine di Sé in relazione agli altri. Quelle inferte dai bulli sono ferite spesso invisibili, ma profonde e difficili da rimarginare, che possono produrre un effetto dirompente sulla costruzione dell’identità e causare conseguenze importanti nel tempo, anche in età adulta.

Aggressività: tra necessità e violenza

E’ evidente come la problematica del bullismo rifletta un problema sfaccettato, che va a toccare almeno tre universi distinti, ma tutti ugualmente fragili: quello delle vittime degli abusi, quello dei loro perpetuatori, e quello degli spettatori silenziosi che osservano, incapaci di agire, il palcoscenico. Come si sa una certa dose di aggressività è vitale e necessaria, nonché parte determinante del patrimonio istintuale di ciascuno di noi. Il compito di questa aggressività è spingerci avanti, incanalarsi verso mete socialmente utili; il rischio però, soprattutto in una società liquida come la nostra dove precarietà, incertezza e competitività pervadono tutti i livelli del vivere, è che la direzione di questa energia vitale si faccia altrettanto incerta, facendo cadere il confine sottile che distingue aggressività e violenza.  E’ essenziale allora non negare l’aggressività, ma imparare ad utilizzarla e a gestirla. Perché questo sia possibile è necessario favorire un atteggiamento critico, in cui la costruzione della propria identità passi attraverso il riconoscimento del fatto che la diversità è ricchezza e non minaccia. Al contempo è fondamentale insegnare a  conoscere e gestire la propria sfera relazionale ed emotiva, permettendo l’interiorizzazione progressiva del controllo esterno esercitato da genitori, famiglia ed educatori, ed una sua trasformazione in controllo interno.

Foto: Flickr, Pixabay

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E se a balbettare fosse il genitore?

Siamo soliti pensare alla balbuzie di un bambino, e di conseguenza all’impatto che essa può avere sugli altri componenti della famiglia: genitori, fratelli e sorelle. Ma cosa succede quando il bambino che balbetta diventa adulto e a sua volta genitore? In altre parole, qual è l’impatto della balbuzie sulla propria vita e sul proprio ruolo di genitore?

Balbettare: un ostacolo alla genitorialità?

La balbuzie può portare ad una generale riduzione della qualità della vita di un genitore, nonché ad alcune limitazioni nelle attività quotidiane. Secondo alcune ricerche, il fatto di balbettare può persino influenzare la scelta dei nomi dei figli, che devono essere facili da pronunciare, anche per il genitore che balbetta. Altri genitori confessano la brutta sensazione di non essere in grado di leggere le favole ai propri bambini, o ancora di sperimentare la paura di non riuscire a chiedere aiuto nel caso in cui il figlio si possa trovare in difficoltà. Pur nella loro semplicità, questi esempio ci fanno intuire più chiaramente come balbettare possa condizionare enormemente la vita di chi ne soffre.

Lo stesso ruolo genitoriale può venire messo in discussione, tra grande preoccupazione e frequente imbarazzo. «Parlerò abbastanza ai miei figli? Proveranno imbarazzo o vergogna per le mie difficoltà?». Alcuni genitori, chiedono al partner di intervenire al posto loro durante un rimprovero o un momento emotivamente carico. Ovviamente queste esperienze non valgono per tutti: vi sono genitori che non balbettano affatto quando devono gridare o sgridare i propri figli. Alcuni studi, mostrano infatti che a volte chi balbetta può parlare fluentemente proprio quando prova sensazioni forti, quali la rabbia o l’orgoglio, l’entusiasmo o la paura.

Le difficoltà quotidiane di un genitore che balbetta si manifestano anche quando ad essere protagonisti sono i figli, con le loro attività, lo sport, la scuola e le relazioni sociali che essi instaurano, con gli amici, i compagni o gli altri genitori. Queste relazioni possono provocare emozioni negative. Da una parte, l’interlocutore potrebbe incutere timore per la sua autorità, come nel caso di genitori, insegnanti, o medici. D’altra, gli interlocutori potrebbero essere numerosi, come nel caso delle riunioni di classe. In questi casi, le preoccupazioni per le proprie difficoltà di espressione, possono portare all’evitamento. Per esempio, alcuni genitori evitano colloqui con gli insegnanti, i professionisti o i conoscenti, delegandoli al coniuge. Similmente, non investono nelle relazioni con i genitori dei compagni di classe o degli amici dei propri figli.

La paura che la presenza della balbuzie possa indurre critiche o giudizi, oltre a essere una potenziale minaccia alla propria identità e al proprio senso di competenza comunicativa, può causare maggior sconforto e inadeguatezza nel prendersi cura dei propri figli.

Pazienza, sensibilità, empatia: quando balbettare diventa una risorsa

La balbuzie non è solo portatrice di sensazioni negative: molte sono, anzi, le sfaccettature positive.

L’esperienza con la balbuzie può fornire ai genitori risorse utili nel supportare la crescita dei figli.

Alcuni genitori riconoscono che la balbettare ha insegnato loro ad essere più pazienti, più introspettivi e più capaci di entrare maggiormente in contatto con le proprie emozioni. Questa capacità ha permesso loro di insegnare ai figli ad esprimere con più facilità i propri stati affettivi, favorendo di conseguenza la comprensione degli stati emotivi sia propri sia altrui.

L’aver avuto a che fare con difficoltà nella comunicazione sembra rendere i genitori maggiormente in grado di comprendere la frustrazione e, grazie a questo, aiutare i figli a essere più empatici e comprensivi anche delle sofferenze altrui.

Nel caso in cui anche il figlio balbetta, il genitore ha il “vantaggio” di sapere sulla propria pelle cosa significa il mondo della balbuzie e questa conoscenza diretta può aiutarlo nella gestione del figlio. Non solo riconosce la fatica nel figlio, ma, avendola vissuta in prima persona, la comprende perfettamente e ne rimane più colpito e coinvolto.

La balbuzie è senza dubbio un fenomeno che può avere impatti molto differenti nelle diverse fasi di vita.  E la genitorialità non è un’eccezione. Soffrire di balbuzie porta con sé una serie di ostacoli anche nelle relazioni familiari, ma l’aver affrontato e l’affrontare quotidianamente queste difficoltà può dare a un genitore un’esperienza di efficacia e resilienza che può trasmettere ai propri figli, consentendogli di avere più risorse nel percorso di crescita.

Foto: Flickr, Emanuele Rosso

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Ansia anticipatoria e balbuzie. Quando le parole fanno paura

Cosa significa anticipare?

Anticipare significa

spostare in un tempo precedente, attraverso l’azione o l’immaginazione, quello che nei fatti sarebbe dovuto accadere in un momento futuro.

Nel linguaggio quotidiano anticipare significa fare una cosa prima del previsto, avvantaggiarsi.

Ma anche immaginare scenari futuri, proiettarci virtualmente in situazioni non ancora vissute, che potenzialmente potremmo non sperimentare mai. Prefigurare il futuro, e imparare dall’esperienza, sono capacità tipicamente umane che risultano molto utili in diverse circostanze.

Anticipare qualcosa che potrebbe succedere serve, in condizioni normali, a portarci avanti, riducendo i rischi e massimizzando le possibilità.

Ci mettiamo alla prova, ci assicuriamo la possibilità di affrontare il futuro con passo più saldo.

E se tutto andasse storto?

Ogni tanto la nostra capacità di guardare al futuro s’inceppa.

L’ansia è, per definizione, l’anticipazione di un pericolo in assenza di stimoli minacciosi reali. 

Nell’ansia anticipatoria il vissuto ansioso si manifesta alla sola idea di dover sperimentare in futuro determinate situazioni temute.

Cosa potrebbe andare storto? Nei fatti non lo sappiamo, non l’abbiamo ancora vissuto, ma in potenza tutto può andare storto, e allora è come fosse già stato così.

In ambito clinico l’ansia anticipatoria si associa in particolare al Disturbo di Panico e al Disturbo d’Ansia Sociale.

Viaggiare, spostarsi da soli, parlare in pubblico, affrontare situazioni che prevedono un potenziale giudizio, guidare diventano azioni difficili da compiere, anzi, addirittura situazioni al cui solo pensiero il corpo risponde in modo incontrollato. Come se si trovasse di fronte ad un grave pericolo che minacci la sua integrità e la sua sopravvivenza.

La frequenza cardiaca e quella respiratoria aumentano d’intensità, i muscoli si contraggono, la postura cambia per garantire una possibilità di difesa maggiore. Il corpo, insomma, si prepara a combattere o fuggire.

Ansia anticipatoria e balbuzie: la paura di balbettare

La capacità che abbiamo di prevedere le situazioni che di potenziale difficoltà deriva dai vissuti di successo o di fallimento che connettiamo alle nostre esperienze passate.

In altre parole: l’esperienza insegna.

Ma la nostra abilità predittiva non è perfetta! Possiamo sovrastimare rischi piccoli, e sottostimarne di grandi, ma ogni nuova esperienza, una volta messa alla prova dei fatti, crea un precedente, un’eco che porteremo con noi sotto forma di traccia.

Per chi sperimenta la difficoltà della balbuzie

L’ansia anticipatoria è associata alla paura di balbettare e tende ad essere tanto più forte quanto più in esperienze precedenti si è vissuta l’interruzione della parola. E quindi la riduzione della propria capacità di comunicare, e fonte di imbarazzo nel rapportarsi con gli altri.

Qual è il legame tra ansia anticipatoria e balbuzie?

E’ importante sottolineare che l’ansia anticipatoria è un effetto delle precedenti esperienze di balbuzie e non la loro causa.

L’ansia anticipatoria rischia però di aggravare la balbuzie. Come si è visto in precedenza l’effetto immediato dell’ansia anticipatoria è quello di generare nel corpo alcune risposte primitive di difesa, fra cui l’irrigidimento dei muscoli e l’alterazione della frequenza respiratoria.

Entrambe condizioni possono avere un’influenza importante sulla fluenza e sui comportamenti motori secondari di chi balbetta, amplificando il problema.

Anticipare le parole difficili: l’esperienza di chi balbetta

La capacità predittiva di chi balbetta sembra essere particolarmente sviluppata, al punto che chi balbetta conosce già in alcuni casi quali saranno le parole o i suoni specifici su cui si bloccherà.

Questa capacità di anticipazione sembra essere presente in grado variabile in individui diversi, e affinarsi progressivamente all’aumentare dell’età.

Anche in questo caso le esperienze precedenti giocano un ruolo importante. I singoli episodi di balbuzie associati ad una parola o ad un suono rappresentano per la persona

  • momenti di interruzione della comunicazione
  • situazioni emotivamente difficili da gestire
  • fonte di imbarazzo che spesso producono risposte negative da parte dell’ambiente circostante, ad esempio negli ascoltatori.

Tali vissuti negativi possono non essere ricordati consapevolmente, ma rimanere associati come un’eco alle parole e ai suoni che li hanno evocati inizialmente.

Nel momento in cui chi balbetta si trova a ripronciare questa parole, si attiva l’ansia anticipatoria. Questo porta spesso la persona a balbettare con frequenza maggiore su quelle stesse parole, in un circolo vizioso che si autoalimenta.

In conclusione: l’ansia come effetto, non come causa

Ridefinire i rapporti fra ansia anticipatoria e balbuzie è importante, e permette di inquadrare il problema attraverso una prospettiva diversa che non confonda cause ed effetti.

A tutti capita di ricordare episodi in cui le cose non sono andate come avremmo voluto, che instaurano in noi un meccanismo per cui il ripetersi di situazioni simili viene vissuto con grande ansia.

Questo tipo di ansia è un effetto, non la causa, dell’episodio che fa paura.

Essere consapevoli di questo cambia la nostra prospettiva sulla cose, e può permetterci di vederle, e di affrontarle, sotto una luce nuova.

Foto: Flickr, Filippo Traversa

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Sistema Nervoso Centrale: dal neurone al neurotrasmettitore

Il Sistema Nervoso Centrale (SNC), ed in particolar modo il cervello, sono da sempre avvolti da un fascino particolare. Nei secoli, hanno attirato l’attenzione di scienziati ed artisti. Andiamo in profondità, per cercare di capire cosa avviene microscopicamente e cosa c’è alla base del suo funzionamento.

Quali sono le cellule che costituiscono il Sistema Nervoso Centrale?

Nel sistema nervoso esistono due classi di cellule: i neuroni, anche chiamati cellule nervose, e le cellule gliali o glia.

I neuroni sono cellule costituite da 4 parti:

  • corpo cellulare, che è il centro metabolico
  • assone, ovvero la principale via di conduzione dei segnali del neurone
  • dendriti, arborizzazioni che prendono origine dal corpo cellulare
  • terminazioni pre-sinaptiche, ovvero dei rigonfiamenti localizzati alla fine dell’assone deputati alla trasmissione dei messaggi. È attraverso queste terminazioni che i neuroni trasmettono informazioni circa la propria attività ai dendriti ed ai corpi cellulari di altri neuroni.

I punti di contatto tra i neuroni vengono definiti sinapsi, strutture che consentono sia la comunicazione tra neuroni sia quella tra neuroni ed altre cellule (muscolari, sensoriali, endocrine).

Le cellule gliali, invece, sono molto più numerose delle cellule nervose e circondano il corpo dei neuroni stessi. Assumono molteplici funzioni: sembra fungano da sostegno dando forma e consistenza al tessuto nervoso, danno origine ad una guaina che avvolge la parte assonale dei neuroni permettendo all’impulso che viene trasmesso di andare più veloce, hanno una funzione fagocitaria in seguito a lesione o morte dei neuroni, danno origine alla barriera tra vasi sanguigni ed encefalo (emato-encefalica) e sembrerebbe che possano avere anche una funzione nutritiva.

Da neurone a neurone: gli impulsi nervosi

Tutti i neuroni impiegano gli stessi meccanismi per inviare i propri messaggi. Il carattere del messaggio, che viene inviato da un neurone, non dipende tanto dalla proprietà del messaggio stesso quanto dal tipo di connessioni specifiche che la cellula nervosa stabilisce con altri neuroni.

I messaggi nervosi sono determinati da modificazioni delle proprietà elettriche dei neuroni. Come tutte le cellule dell’organismo, anche ai capi della membrana cellulare si dispongono cariche elettriche (ioni), che permettono alla cellula nervosa di mantenere una differenza di potenziale ai lati della membrana plasmatica. Per membrana plasmatica si intende quel sottile rivestimento che delimita la cellula in tutti gli organismi viventi, la separa dall’ambiente esterno e ne regola gli scambi di elementi e sostanze chimiche.

La differenza di potenziale viene determinata dalla presenza di ioni sodio e di ioni potassio, la cui distribuzione di segnale viene garantita e mantenuta da un meccanismo chiamato pompa sodio-potassio, il quale permette di trasportare sodio all’esterno della membrana e potassio all’interno.

Le cellule nervose come quelle muscolari hanno la caratteristica di essere particolarmente eccitabili in quanto il loro potenziale a riposo di membrana può andare incontro a notevoli variazioni. Nel momento in cui il potenziale si modifica, variando anche di solo 10mV (a riposo il potenziale è di -65mV), si viene a generare un potenziale di azione.

Che cosa è il potenziale d’azione?

Il potenziale d’azione è  una rapida variazioni nel potenziale di membrana che passa dal normale valore negativo verso un valore positivo, e termina con una variazione che ripristina il potenziale negativo. Il potenziale d’azione nelle cellule del sistema nervoso permette la trasmissione di informazioni fra cellule: esso si trasmette simultaneamente a tutte le membrane della cellula e dunque anche alle diramazioni più distanti costituite dagli assoni. Quando il potenziale di azione raggiunge le terminazioni del neurone si determina la liberazione di neurotrasmettitori.

I neurotrasmettitori

Il neurotrasmettitore è una sostanza che veicola le informazioni fra le cellule che compongono il sistema nervoso attraverso la trasmissione sinaptica. La liberazione dei neurotrasmettitori costituisce il segnale di uscita e la quantità di neurotrasmettitore liberato è una funzione graduata del numero e della frequenza dei potenziali d’azione arrivati. Il neurotrasmettitore, una volta liberato, determina a sua volta l’insorgenza di un potenziale sinaptico. Una cascata di potenziali di azione con il rilascio di neurotrasmettitori e di potenziali post-sinaptici sono quindi alla base del funzionamento del nostro sistema nervoso.

Foto: iStockphoto, Sebastian Kaulitzki

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Balbuzie infantile: l’impatto sul legame fraterno

La balbuzie esercita la sua influenza a 360 gradi e, nel caso in cui l’esordio esordio avvenga durante l’infanzia, è la famiglia ad esserne maggiormente interessata. Oltre che sul genitore la balbuzie ha un impatto importante anche su fratelli e sorelle. Che però, non sempre è negativo. Ecco perché.

Un legame privilegiato

Nella vita di un bambino, il legame emotivo che lo lega ad eventuali fratelli o sorelle è secondo di intensità solo rispetto a quello con i genitori. Durante l’infanzia, infatti, i fratelli condividono non solo l’ambiente famigliare e relazionale, ma passano tra di loro la maggior parte del tempo, rispetto a quanto non facciano con i genitori. Questo rapporto stretto, esclusivo e unico può essere fonte di arricchimento e crescita, ma anche disagio e frustrazione, ad esempio qualora emergano delle difficoltà durante lo sviluppo.  La balbuzie infantile ne è un esempio. Infatti, la sua sola presenza in uno dei membri della fratria, al di là di peculiarità e sfaccettature (entità, frequenza, gravità) ha un impatto a molteplici livelli sugli altri fratelli. L’influenza la si ritrova all’interno della relazione tra i fratelli stessi, nella relazione tra fratelli e genitori e anche nella relazione dei fratelli con altre persone estranee alla ristretta cerchia famigliare.

I risultati di alcune ricerche ci dimostrano come le esperienze emotive di un bambino che si trova a dover affrontare la balbuzie di un fratello sono variegate. Esse possono essere collocate lungo un continuum che vede ai due poli opposti reazioni  negative e positive.

Dal fastidio alla forza: le reazioni dei fratelli alla balbuzie infantile

Reazioni negative includono rabbia e frustrazione nel dover sopportare la balbuzie del fratello, ma anche fastidio e gelosia, e talvolta tristezza e noia.

Tra di esse, la sensazione più frequentemente riportata è il fastidio: fastidio per dover attendere che il fratello finisca di parlare, per essere messo in secondo piano rispetto, eccetera. Per esempio, il fratello che non balbetta può sentirsi spinto ad intervenire per aiutare l’altro fratello, parlando al suo posto o difendendolo in caso di scherno. Questi atteggiamenti possono favorire l’insorgere di frustrazione, ma anche un eccessivo aumento di responsabilità. Lungo questo versante negativo vengono riportate altre reazioni rispetto alla balbuzie del fratello quali senso di imbarazzo e senso di colpa, ma anche sensazioni di isolamento e di risentimento.

Le reazioni positive sono invece riconducibili a sensazioni di orgoglio e forza, ma anche maggiore maturità e capacità introspettiva. Alcuni bambini raccontano di come la balbuzie dei fratelli li abbia resi più tolleranti e leali nei confronti degli altri, soprattutto se in difficoltà. Tra le reazioni positive ritroviamo anche la tendenza a sentirsi utile, soprattutto quando ci si può mettere in gioco in prima persona per alleviare la sofferenza altrui.

Dal momento che la balbuzie influenza tutto il nucleo familiare, le reazioni emotive descritte possono interessare non solo i fratelli, ma anche i genitori. Molto spesso, però, sono proprio le reazioni emotive dei fratelli ad essere sottostimate e non adeguatamente riconosciute.

Balbuzie infantile e legame tra fratelli: quando e come intervenire?

Assumere il punto di vista dei fratelli ci permette di conoscere la prospettiva di chi potrebbe rivelarsi un prezioso alleato nel caso in cui la famiglia decida di inserire il figlio che balbetta in un percorso di rieducazione. In questo caso, anche i fratelli possono giocare un ruolo fondamentale per creare un ambiente favorevole: per esempio possono supportare durante il percorso, sollecitare nello svolgimento degli esercizi, ricordare i metodi appresi.

Alcuni studi riportano come un maggior coinvolgimento del fratello che non balbetta aumenta il suo interesse e la sua attenzione, che si traducono in un maggior desiderio di conoscere e di aiutare. Tale coinvolgimento dà al fratello che non balbetta la sensazione di essere allo stesso passo del fratello che affronta balbuzie. Un atteggiamento di questo tipo non può che giovare al rapporto fraterno, evitando che la balbuzie infantile scateni sensazioni negative come invidia, rabbia o fastidio ed esacerbi ulteriormente i normali conflitti tra fratelli.

Foto: Flickr, Racchio

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Balbuzie o balbuzia? Cosa dice il dizionario

Sarà capitato anche a te di sentire qualcuno parlare di balbuzie usando balbuzia. Ma si dice balbuzie o balbuzia? Il termine esatto, quello contenuto nel dizionario della lingua italiana è balbuzie. Tuttavia, poiché si riferisce a un sostantivo femminile, a mote persone viene spontaneo usare balbuzia come se avesse un singolare. Invece proprio no. È un errore grammaticale.

Il lemma [bal-bù-zie] è un sostantivo femminile invariabile, cioè che mantiene la stessa forma anche per il plurale, modificando solo l’articolo determinativo o indeterminativo che lo precede. deriva da balbuziente e indica, nel Vocabolario Treccani online,

un disturbo dell’articolazione della parola (disartria) dovuto a uno spasmo intermittente dell’apparato fonatorio per cui il discorso riesce esitante, tronco e presenta ripetizioni; a seconda della sede dell’inceppamento (faringe, glottide, lingua, labbra), si parla di bgutturalelinguale e labiale.

Il Grande Dizionario Italiano di Aldo Gabrielli, edito da Hoepli, definisce invece la balbuzie, in senso medico, come

un disturbo dell’eloquio consistente nella ripetizione convulsa di sillabe o parole, causato da spasmi intermittenti dell’apparato fono-articolatorio.

La [balbuzie] rientra, quindi, tra i nomi femminili che terminano in “–ie” e restano invariati al plurale, come ad esempio la calvizie – le calvizie, la specie – le specie o la serie – le serie. Nonostante sia forte la tentazione di utilizzare la desinenza a, la lingua italiana spazza via ogni dubbio: si dice balbuzie, non balbuzia.

Balbuzie: un’origine antica

Dal punto di vista etimologico, il termine balbuzie nasce dal latino balbus (cioè balbuziente), una parola onomatopeica creata per imitazione del suono bar, bal, che emette chi pronuncia con difficoltà le parole. Da Balbus deriva anche l’aggettivo balbo [bàl-bo] usato, raramente o in letteratura, per indicare il balbuziente. Lo troviamo, ad esempio nella Divina Commedia Dante: «mi venne in sogno una femmina balba». Anche La diffusione del cognome Balbo a Torino, Roma, Napoli, Venezia, Cuneo e Ferrara, sembra suggerire l’utilizzo di questa parola come un soprannome prima che un cognome.

Prima ancora, ritroviamo la stessa radice e lo stesso significato dalla parola balbuzie nel nome proprio Barbara. Il greco antico bàrbaros, indica, infatti “chi non sa parlare”. Ecco perché tutti i popoli che non parlavano la lingua greca venivano chiamati con questo termine. In seguito passò al latino barbarus, barbaro, per indicare, allo stesso modo, chi non parlava né latino né greco e, più tardi in età cristiana, per definire chi non era né ebreo né cristiano. Ecco perché il significato del nome proprio Barbara può essere, più in generale, “straniera”.

 

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La parola ora è il mio lavoro. Superata la balbuzie, vivo davvero la mia vita

«La parola ora è il mio lavoro e vivo davvero la mia vita». Queste sono le parole di Stefano, 19 anni, diplomato al liceo classico ed ora studente in Economia all’Università Cattolica, di professione arbitro. Fino all’età di 15 anni, Stefano soffriva di balbuzie, la sua fatica era molto pronunciata.

«Ho iniziato a balbettare all’età di tre anni – racconta – ho ricordi di grandi fatiche, soprattutto alle elementari, quando era davvero difficile rapportarmi con gli altri. Solo grazie al mio carattere aperto e solare, sono riuscito a sopperire a questa mancanza».

Chi balbetta sa già quale parola non uscirà, quale parola del suo discorso farà contrarre i muscoli facciali, facendolo sudare e alla fine rinunciandoci. «A quel punto chi ti sta di fronte ti dice: stai tranquillo che, penso, sia per tutti i balbuzienti la frase più odiosa – confessa Stefano. «Non si è mai tranquilli quando si balbetta e dire stai tranquillo mi è sempre sembrato un modo per darmi il contentino, un modo per compatirmi, una cosa che detesto».

Stefano, il liceo classico è stato impegnativo a causa della tua balbuzie?

Le interrogazioni erano un trauma, per non parlare del greco, una lingua così articolata e complessa. Ricordo che per dire alla prof. di scienze la parola botanica ci impiegavo circa tre minuti. Ai più parrà esagerato ma se incontravo gli amici per strada anche dire un semplice ciao era devastante, per non parlare della fatica nei ristoranti, ordinare era un vero problema.

Cosa ha aiutato la tua balbuzie?

Un giorno mio zio disse che aveva letto di un centro a Milano, specializzato nella cura della balbuzie e i miei genitori decisero di iscrivermi al corso. Era il dicembre del 2013. Un corso veloce ma molto serrato, si lavorava duramente, per dieci ore al giorno c’erano tutor che mi insegnavano a parlare, come se fosse la mia prima volta. Dopo il corso i risultati arrivarono subito, anche a scuola riuscii a prendermi grandi soddisfazioni, ad esempio durante le interrogazioni. Anche se il vero successo fu leggere greco ad alta voce, davanti alla mia classe.

Com’è cambiata la tua vita dopo aver superato la tua fatica?

Ora sono felice e non smetto più di parlare, sono contento, il corso mi ha cambiato la vita, mi ha donato la sicurezza, il controllo della parola e mi ha tolto la paura. Oggi sono anche un arbitro di calcio, la parola è il mio lavoro, ma sono davvero tranquillo non ci penso nemmeno più alla balbuzie. Capita solo raramente di incespicare ma come può capitare a chiunque.

Ricordi la prima frase detta senza balbettare?

La mia presentazione alla fine del primo giorno di corso, quando Giovanni Muscarà (fondatore di Vivavoce Institute, ndr) ci fece dire il nostro nome e cognome, la nostra età e le nostre passioni. Indimenticabile.

Foto: Flickr, Maristella Carnio

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Percepirsi nello spazio: la propriocezione

Chi di noi non è in grado con gli occhi chiusi di dire esattamente in che posizione si trovano le proprie mani o le proprie gambe? Oppure se il proprio busto è piegato in avanti e la propria testa ruotata? È grazie ad una serie innumerevole di dati, che dalle periferie del nostro corpo giungono al nostro cervello, che conosciamo in ogni momento e perfettamente la posizione dei nostri arti nello spazio.

Tali informazioni giungono attraverso organi di senso come gli occhi e le orecchie, ma anche dai recettori che si trovano nei muscoli, nelle articolazioni, nei tendini e nella pelle.

La capacità di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio e lo stato di contrazione dei propri muscoli, anche senza il supporto della vista, viene definita propriocezione.

Se in ogni momento non ci fosse una buona comunicazione tra corpo e sistema nervoso, o se per un qualche motivo fossero danneggiati gli i recettori in grado di rilevare l’allungamento dei nostri muscoli, la posizione delle nostre articolazione o, perfino la condizione della nostra pelle ci troveremmo ad affrontare spiacevoli situazioni.

Una alleata del movimento

Gli sportivi si ricorderanno sicuramente di aver subito durante le loro attività una distorsione alla caviglia, la cosiddetta storta, a causa di un movimento sbagliato o di una caduta. Un problema ricorrente in questo tipo di lesioni sono le recidive, ovvero la possibilità di incorrere nuovamente in un infortunio simile. Perché?

In condizioni ottimali, proprio grazie alla propriocezione, noi siamo in grado di reagire con la corretta attivazione muscolare e mobilità articolare a una possibile perturbazione dei nostri movimenti, ad esempio la buca in cui, distratti, abbiamo messo il nostro piede, oppure una qualsiasi caduta durante una performance sportiva. In presenza di una distorsione di caviglia, però, è estremamente probabile che avvenga una lesione ai legamenti. Uno dei compiti principali dei legamenti, è quello di sostenere la caviglia mantenendola “stabile”, limitando alcuni di quei movimenti sbagliati che sono all’origine dell’infortunio. Nel momento in cui il legamento è leso, questa sua capacità viene notevolmente ridotta, il che aumenta la probabilità di recidive .

Per ridurre il rischio che queste perturbazioni impreviste possano essere nuovamente causa di incidenti e infortuni, solitamente ci si sottopone ad un allenamento per affinare la propriocezione, in modo da favorire una migliore comunicazione tra la parte lesa ed il cervello. Questo permette sia di diminuire i tempi di comunicazione tra periferia e centro di elaborazione, sia di migliorare il controllo della parte lesa, permettendo una migliore reazione a quelle situazioni perturbanti che potrebbero causare un danno.

Gli organi propriocettori

Migliorare la propriocezione significa lavorare sugli organi che rilevano le informazioni sulla situazione del nostro corpo nello spazio, i cosiddetti organi propriocettivi: i fusi neuromuscolari, gli organi tendinei del Golgi, i recettori articolari ed infine i recettori cutanei.

I fusi neuromuscolari si trovano all’interno dei muscoli striati e rilevano lo stato di contrazione e stiramento della fibra muscolare; al contrario gli organi tendinei del Golgi, come dice la parola stessa, si trovano all’interno dei tendini. La loro attività viene rilevata nel momento in cui il muscolo si contrae rapidamente e il tendine subisce una conseguente trazione. Anche i recettori articolari contribuiscono all’informazione propriocettiva, attivandosi a seconda della posizione in cui si trova la stessa articolazione e adattandosi più o meno rapidamente alle condizioni dinamiche. Infine ci sono i recettori cutanei. In posizione eretta il nostro peso crea una pressione a livello della pianta dei piedi e noi percepiamo la sensazione di deformazione temporanea della nostra pelle; allo stesso modo, quando strofiniamo le nostre mani su una superficie avvertiamo uno spostamento sulla cute. Tutte queste informazioni ci vengono date attraverso recettori cutanei sensoriali, detti anche meccanorecettori, perché catturano le informazioni su questa temporanea deformazione meccanica.

Propriocezione e controllo motorio: quale legame?

Un danno a uno degli organi propriocettivi può inficiare seriamente la performance di movimento. Ad esempio, una lesione ai recettori cutanei che rilevano cambiamenti di pressione del piede può causare non poche difficoltà nel mantenere l’equilibrio. Anche dalla rapidità con la quale si riesce a rispondere ad uno stimolo tattile può dipendere l’efficacia di alcuni movimenti. Se stiamo sollevando un piccolo oggetto, bastano 80 millisecondi per accorgerci che il nostro oggetto sta scivolando leggermente e che quindi dobbiamo serrare di più la presa. La capacità di percepire come siamo nello spazio, la posizione dei nostri arti, lo stato di deformazione della nostra pelle e la tensione dei nostri muscoli coinvolge a trecentosessanta gradi il nostro corpo. Vi è cioè una relazione strettissima tra l’attività degli organi propriocettivi e il controllo motorio, quel complesso processo di iniziazione, comando, valutazione e correzione dei nostri movimenti volontari.

Così come avviene durante tutti i movimenti volontari che compiamo, anche mentre noi parliamo, è in atto un fitto dialogo tra gli organi propriocettivi e il sistema nervoso. Sappiamo in ogni momento cosa accade alla nostra bocca grazie ai recettori nell’articolazione temporo-mandibolari (l’articolazione che collega la mandibola all’ osso temporale, ndr). Anche la posizione e il movimento della nostra lingua ci sono noti grazie alle continue informazioni inviate dai recettori.

È dunque attraverso il continuo scambio di informazioni che siamo a conoscenza di cosa succede al nostro corpo e questa comunicazione, non soltanto ci permette di sapere come siamo e come ci muoviamo nello spazio, ma ci garantisce un perfetto controllo motorio, il cui fine ultimo è la produzione di movimenti precisi e accurati.

Foto: Flickr, Luca Cerabona

 

 

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«Mio figlio balbetta». Ecco i passi da affrontare per essere preparati

Mio figlio balbetta: e adesso?  Il timore che possa non essere un fenomeno passeggero crea subito ansia nei genitori. E nei bambini. Ecco quali sono le reazioni dei genitori quando compare la balbuzie e cosa è bene fare.

1. «Mio figlio balbetta». Non sei da solo   

No, non sei da solo. Una ricerca del 2009  condotta dal Dottor Italo Farnetani e da altri 119 pediatri, ha stimato che in Italia circa 150.000 tra bambini e ragazzi balbettano*. Quindi, almeno altrettanti genitori che vivono le tue stesse preoccupazioni.

È vero che indipendentemente dall’intensità e dalle tipologie di manifestazioni  la sola presenza della balbuzie ha un impatto importante sui genitori.

Se tuo figlio ha difficoltà comunicative o relazionali (vale per qualsiasi difficoltà minore possa incontrare), l’impatto emotivo è fortissimo. Incertezza, preoccupazione, frustrazione senso di colpa rischiano di farla da padrone.

È normale. Ti trovi ad affrontare all’improvviso una situazione inattesa, non usuale. Tuo figlio all’improvviso balbetta e tu non sai come reagire, a chi rivolgerti, cosa fare.

2. «Mio figlio balbetta». Sai come riconoscere i primi segnali?  

Di solito la balbuzie compare tra i 2 e i 3 anni di vita, ma non sempre viene riconosciuta immediatamente.

Il motivo è semplice.

Spesso, la balbuzie non è distinguibile dai primi stadi di acquisizione del linguaggio, naturalmente caratterizzati da inceppamenti e incertezze.

Inoltre, le manifestazioni della balbuzie sono tantissime e cambiano da bambino a bambino. La balbuzie non è solo la ripetizione di sillabe e parole. Può essere un silenzio, una pausa in mezzo al discorso, un comportamento particolare, un movimento incontrollato.

3. «Mio figlio balbetta». Sì, ma non è colpa tua!

Quando i tentennamenti non scompaiono spontaneamente entro i 6 anni, come avviene nella maggior parte dei bambini, nel genitore cresce la consapevolezza: «Mio figlio balbetta!».

A questo punto, purtroppo, il senso di colpa è senz’altro il vissuto più comune. Da una parte, il genitore si sente responsabile per non aver identificato e riconosciuto subito il problema.

Dall’altra, la malfondata convinzione che la balbuzie sia originata da traumi infantili induce il genitore a sentirsi la causa.  «É colpa nostra? Cosa abbiamo sbagliato?», sono le domande più comuni e diffuse.

Le ricerche scientifiche degli ultimi anni hanno dimostrato che i comportamenti dei genitori non sono l’origine della balbuzie.

La balbuzie, non è un problema di origine psicologica, e non deriva da uno stato emotivo alterato (ansia, agitazione, timidezza).

4. «Mio figlio balbetta». Le emozioni dei genitori (da eliminare)

Se provi tristezza, frustrazione e impotenza, sappi che è normale.  A volte, inutile negarlo, i genitori sono i primi ad avere difficoltà a comprendere quello che il figlio vuole dire.

La fatica fisica e mentale vissuta da chi balbetta si riflette anche sui genitori. È un circolo vizioso che va spezzato.

Senza contare che, sulla difficoltà oggettiva, si innesta un’altra preoccupazione. «La balbuzie può influenzare negativamente il futuro di mio figlio/a?»

La speranza che i figli possano condurre una vita serena si scontra con la preoccupazione che la balbuzie rappresenti un ostacolo al pieno sviluppo personale, sociale e lavorativo.

«Se mio figlio balbetta e io fatico a comprenderlo, come potrà esprimersi con gli altri?». Il timore dell’esclusione sociale, del bullismo e della discriminazione è dietro l’angolo.

Sappi però che difficoltà di chi balbetta non sono eterne: sulla balbuzie si può intervenire in modo efficace.

Superato (o meno) l’impatto emotivo iniziale, devi andare oltre, per capire come aiutarlo/a, comprendendo quali sono i trattamenti più efficaci al momento.

Mantieni la calma. L’ansia dei genitori aumenta nei bambini la pressione comunicativa. Invece, trasmetti a tuo figlio/a la certezza che questa fatica può essere superata.

5. Non dare retta ai luoghi comuni

Ad alimentare queste paure vi è l’idea diffusa che con la balbuzie si debba convivere per sempre.

Sono luoghi comuni, convinzioni di un passato (ormai superato) in cui non esistevano trattamenti efficaci, che dipingevano la balbuzie come quello che non è: un fenomeno duraturo e destinato a peggiorare nel tempo.

6. «Mio figlio balbetta». Conosci e affronta insieme a lui questa fatica

Ti sei mai chiesta: «Mio figlio balbetta, come posso comprenderlo?»

Anche se la balbuzie è un fenomeno poco conosciuto, soprattutto a causa della scarsità di fonti affidabili e della diffusione di falsi miti, sappi che, come in qualsiasi altro ambito, conoscere il fenomeno è il primo passo per non allarmarsi.

Alcuni studi condotti hanno evidenziato come la balbuzie abbia un impatto minore sui genitori  che hanno già avuto esperienze in precedenza. Ad esempio, nel caso di fratelli che soffrono entrambi di balbuzie.

Esperienze simili vengono riportate da quei genitori che soffrono o hanno sofferto di balbuzie. Essi si descrivono come meno preoccupati nel caso in cui anche il proprio figlio balbetti.

Aver provato la stessa fatica, permette spesso una maggiore empatia e una migliore condivisione dei problemi.

Nel caso della balbuzie, poi, dialogare con educatori e insegnanti permette di monitorare le fatiche del bambino nel suo contesto sociale.

Solo così, è possibile comprendere quanto la balbuzie sia limitante per il bambino e quale sia l’effettivo impatto sulla sua vita.

Contattaci per informazioni sul trattamento riabilitativo della balbuzie: 02.36692464 | 334.7288188

Fonti

*Fonte AdnKronos, http://www1.adnkronos.com/Archivio/AdnSalute/2009/08/03/Medicina/pediatria-150-mila-bimbi-italiani-balbettano-fino-a-6-anni-nessun-allarme_131857.php

Armstrong E,, O’Malley Keighran M, Collins P & Clare C (2014), A Qualitative Exploration of Maternal Perspectives on the Impact of Stuttering on the lives of 6–10-year-old childrenJournal of Clinical Speech and Language Studies, 21, pp.41-62.

Plexico, L,W. & Burrus E (2012), Coping with a child who stutters: A phenomenological analysis, Journal of Fluency Disorders, 37, pp. 275–288.

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Ho iniziato a balbettare

Un tavolo rotondo e una manciata di amici. Si parla della vita e sempre dei figli, di scuola, di adolescenza. Poi,: «Ragazzi, l’altra sera ho cuccato Manu davanti ad un sito a luci rosse, cavolo, non l’ho sgridato, eh… però gli ho fatto capire che non si fa e che ne può parlare con me e la sua mamma, può contare su di noi, solo che… (pausa, occhi bassi ndr) dopo tre giorni ha iniziato a balbettare e in un lampo mi sono ricordato di quando lo aveva fatto, alcune volte, anche da piccolo».

Un’altra cena, un tavolo rettangolare messo a ferro di cavolo, un gruppo di amici che non si incontra da 30 anni, dai tempi della politica e delle piccole rivoluzioni dove si credeva di cambiare il mondo e renderlo perfetto, a misura d’uomo. Tra il chiasso della cena ad un tratto Paolo dice, a voce bassa con il ciuffo che gli cade davanti agli occhi: «Ragazzi ma Davide balbetta, ma da quando?», Riccardo, gomiti sul tavolo, risponde mentre addenta un salame che fa quasi pendant con la camicia a scacchi rossa e nera, da vero taglialegna: «Ma da sempre, dai! Ha iniziato a balbettare da ragazzo: lo faceva ogni volta che si trovava in una situazione pesante, opprimente, emotivamente difficile o emozionante. Da qualche anno, ha iniziato a bloccarsi sulle parole e ora si fa davvero fatica a stargli davanti».

Intorno al tavolo a forma di ferro di cavallo c’è anche Maurizio (caspita Maurizio, era il bello del gruppo, il guru in ogni situazione e le donne facevano la fila per sentirlo parlare durante i collettivi all’università Statale!). Maurizio, ora stempiato con gli occhiali che inforca, a causa della presbiopia, per leggere la lista dei vini, ha fatto carriera, fa il regista televisivo e ci diverte sentirlo parlare di veline e miss bellissime. Racconta che si è separato da pochi mesi, che la figlia maggiore è felice che lui se ne vada dalla casa coniugale, mentre la piccola sta soffrendo tantissimo e ogni volta che lo rivede lo abbraccia sino a soffocarlo: «Ehi, si parla di balbuzie? Pensate che ho iniziato a balbettare da qualche mese. Mentre la testa formula la frase io so già qual è la parola che non uscirà, in quale parola cadrò, quale parola mi fa dire: co-co-co-co come? Sono in difficoltà, mi sento insicuro, in quei momenti la memoria fa un viaggio nel passato e ricordo che mio nonno balbettava, mio padre ogni tanto si interrompeva ed io oggi faccio lo stesso, mi blocco. Soprattutto dopo la separazione».

L’istante preciso in cui questa fatica è iniziata, è impresso in maniere indelebile nella mente di chi balbetta e in quella dei suoi genitori. Chi balbetta ha spesso l’urgenza di rispondere ad un’unica assillante domanda: «Perché?». Così per molto tempo, magari anni, il pensiero vola al momento precedente a quell’istante in cui tutto è iniziato, a ricercare l’origine della balbuzie, la causa, a determinarne il «prima».

Se i nostri amici chiedessero per la strada, a scuola, in ufficio «Perché ho iniziato a balbettare?» molto probabilmente, poche e scontate sarebbero le risposte «Ti agiti troppo», «Sei molto ansioso», «Sei rimasto traumatizzato da bambino». Culturalmente, alla balbuzie si attribuiscono diverse cause: un trauma psicologico, uno stato psico-emotivo alterato, un temperamento particolarmente ansioso o timido, o ancora dei comportamenti sbagliati da parte della famiglia.

La scienza, fortunatamente, è andata oltre:  le teorie che attribuiscono alla balbuzie cause puramente psicologiche sono state ormai superate, in favore di altre che considerano molteplici fattori tra loro interagenti, prima fra tutti la componente motoria. D’altronde, la tendenza, sia in ambito clinico sia nei contesti rieducativi, è ancora oggi quella di considerare la balbuzie da una sola prospettiva, senza valutarne la sua complessità.

Un disordine nel ritmo della parola, nel quale il paziente sa con precisione ciò che vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non è in grado di dirlo a causa di arresti, ripetizioni e/o prolungamenti di un suono che hanno carattere di involontarietà. Così l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la balbuzie.

Ma è davvero tutto qui?

Foto: Flick, Federica Orlati

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Balbettare da adulti: oltre i pregiudizi, dentro la fatica

Balbettare da adulti: un’ipotesi da considerare

Balbettare da adulti è spesso considerato un problema da poco. E di pochi. La balbuzie, infatti, compare generalmente in tenera età. Se non scompare naturalmente, viene spesso affrontata attraverso percorsi di rieducazione mirati. Quando però questo non accade, chi balbetta convive per anni con questa fatica. Balbettare da adulti significa allora avere alle spalle una lunga relazione con la propria balbuzie.

Avete mai provato a chiedervi cosa vuol dire non potere, non riuscire, pronunciare ciò che si vuole, liberamente?

«Balbettavo e questa cosa mi rendeva la vita impossibile»

Ogni giorno le nostre conversazioni passano attraverso centinaia di situazioni diverse: il buongiorno del mattino, ordinare il cappuccino al bar, prendere il biglietto della metro in edicola, chiedere il giornale, salutare il collega o il compagno di università, rispondere al telefono. Per non parlare di una qualsiasi occasione in cui occorre presentarsi: «Piacere, Tommaso». E tu?

E se l’interlocutore è del sesso opposto? Magari interessante e attraente… Tutto si trasforma in una montagna da scalare, senza percorsi dolci o scorciatoie.

Balbettare da adulti significa che ogni telefonata è un’angoscia. Pensate a quante volte usare il telefono può rivelarsi risolutivo. Siete stanchi e preferite ordinare una pizza a casa, avete dimenticato il portatile sul treno, lo scarico della lavatrice perde e vi serve l’idraulico. Prendete il telefono, senza pensarci: necessità, urgenza, chiamata, soluzione a portata di smartphone.

La balbuzie è un’insidia dietro ogni parola, è quella consonante che diventa un incubo. Proprio quella, perché ogni parola che non esce, ogni suono che non viene pronunciato, rimane nella memoria: il cervello ricorda e dentro si scatena la tempesta. Già si conosce l’esito finale di quello sforzo che blocca, che moltiplica l’inutile e improduttiva attivazione di troppi muscoli. E il normale fluire delle parole si interrompe.

Balbettare da adulti: tra rinunce e strategie

Balbettare da adulti vuol dire spesso aver imparato negli anni a evitare quelle parole, quei suoni, a cercare dei sinonimi, o elaborare incredibili strategie. Ad esempio, aspettare che gli altri parlino per poter dire semplicemente «Anche io». Ma non è lo stesso!

Esprimersi come si desidera non solo resta una fatica, ma diventa imperfetto o impossibile, perché il mondo dentro con la sua ricchezza di sfumature e la varietà di vocaboli non riesce a trovare un equivalente nell’eloquio. Balbetta da adulti significa essere abituati a rinunciare alle parole che si desiderano e utilizza semplicemente quelle che riescono a pronunciare.

Smettere di balbettare da adulti: una conquista che libera

Non è raro che balbettano da adulti porti a interrompere o rinunciare agli studi o a posizioni lavorative di prestigio. Anche gli adulti che balbettano possono essere vittime di pregiudizio dovuto a informazioni scorrette. Spesso evitano o riducono le relazioni sociali, parlano e interagiscono poco.

Ecco perché, smettere di balbettare da adulti significa un ineguagliabile senso di libertà. È come vincere una medaglia d’oro alle olimpiadi e sentire che il senso di fatica e spossatezza cedono finalmente posto all’entusiasmo. O come alla fine di una lunga e faticosa salita, quando si arriva in  cima alla montagna, e ci si accorge che ciò che da sotto impediva alla vista ogni possibilità, dall’alto regala un panorama ancora più bello di quanto si fosse immaginato.

Foto: Gratisopraphy

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E se ti chiedessero: cos’è la balbuzie?

La balbuzie fa riflettere, qualche volta mette ansia ai passanti che, un po’ imbarazzati, trovano le parole e le emozioni per darne una definizione, a volte precisa e puntuale, altre basata sulla propria esperienza.

Per tutti, lo si evince dalle risposte, è una difficoltà nell’eloquio, per alcuni è un disturbo legato all’emotività, per altri è una sorta di disallineamento tra pensiero e parola, mentre alcuni ne cercano la causa nell’inquietudine generata dalla consapevolezza di non riuscire a esprimersi.

Ogni risposta contiene la sua verità, ma ogni vissuto, partendo da queste suggestioni, ci deve far riflettere sul mondo chiuso dentro le persone che balbettano per aiutarci a creare attorno a loro una cultura dell’inclusione, della pazienza nell’ascolto, del rispetto dei turni di parola per facilitare loro il percorso rieducativo, senza praticare sconti sull’impegno che questo cammino richiede.

Questo è solo il punto di partenza per condividere un’esigenza: sensibilizzare per comprendere.

Alla fine del video, non perdetevi il messaggio di positività di Gabriele Cirilli: fa bene al cuore e mette di buon umore, sia che siate alle prese con la balbuzie, sia che siate sul punto di risolverla.

La balbuzie è la risposta soggettiva di ogni persona a qualcosa che il mondo esterno non vede: un blocco. E allora, cominciamo a fare il primo passo, attorno a noi.

 

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Dentro il movimento: il muscolo

Ogni movimento che compiamo avviene come risposta a segnali di diversa natura che provengono tanto dall’ambiente esterno quanto da quello interno. Immaginiamo di trovarci in un bosco: basta un rumore improvviso di un ramo che cade o una lucertola che ci taglia inaspettatamente la strada  per far sì che abbia inizio un movimento. O ancora, pensiamo a cosa succede al nostro corpo quando ci ricordiamo improvvisamente di un appuntamento. Se consideriamo per un attimo i movimenti descritti, o un qualsiasi altro movimento compiuto durante la giornata, possiamo facilmente distinguere quelli involontari, che avvengono cioè “senza pensarci” – come schivare un oggetto che ci sta per colpire, togliere velocemente la mano da un fornello che non ci siamo resi conto essere ancora bollente – da quelli volontari.

In entrambi i casi, ciascun singolo movimento coinvolge un gran numero di muscoli, che si contraggono senza che noi ce ne rendiamo conto. Fortunatamente! Se dovessimo pensare ad ogni singolo muscolo non saremmo più in grado di muoverci abilmente.

Ma come funziona questo complesso sistema che ci permette di muoverci in modo così apparentemente naturale e finalizzato? In che modo il sistema nervoso permette di compiere la nostra azione e quali sono gli attori che partecipano all’esecuzione del movimento?

Comprendere il movimento: il “circuito” del controllo motorio

Se, semplificando al massimo, pensassimo al controllo motorio come ad un circuito elettrico collegato ad una lampadina, la lampadina rappresenterebbe il nostro sistema muscolare e il filo elettrico le vie nervose che portano lo stimolo alla lampadina (tessuto muscolare). Il tutto comandato attraverso un interruttore (encefalo).

L’encefalo ed il midollo spinale costituiscono il sistema nervoso centrale, l’insieme dei gangli nervosi e dei nervi esterni ad encefalo e midollo che giungono alle strutture periferiche (organi di senso, cute, muscoli, ossa etc..) formano invece il sistema nervoso periferico. Le vie nervose che dalla periferia si dirigono verso l’alto al cervello portano informazioni sensitive (afferenze sensitive), mentre quelle che dall’encefalo si dirigono verso il basso, con lo scopo di inibire o eccitare i neuroni che controllano direttamente o indirettamente il muscolo, regolano la motilità.

Perché e come il muscolo si contrae?

Il muscolo si contrae (cioè si accorcia) per permettere di muovere o di stabilizzare il nostro sistema scheletrico e la contrazione muscolare avviene in risposta ad uno stimolo del neurone motorio (motoneurone). Il motoneurone trasmette dall’encefalo un impulso elettrico a livello della giunzione neuromuscolare (la sinapsi che si crea tra il motoneurone e la fibra muscolare) provocando il rilascio di un neurotrasmettitore, l’acetilcolina, che attiva chimicamente la membrana cellulare generando la contrazione muscolare.  Lo stimolo elettrico in sé non sarebbe in grado di permettere la contrazione della fibra muscolare. È la trasformazione chimica, avvenuta in seguito al rilascio dell’acetilcolina, che permette meccanicamente la contrazione della fibra muscolare. Si è infatti scoperto che questa reazione chimica permette a due proteine filamentose (actina e miosina) di legarsi e scivolando tra loro,  permettere la contrazione (come mostra l’immagine).

Dentro-il-movimento

Dentro il muscolo: l’unità motoria

Il muscolo è composto da fibre muscolari innervate dai motoneuroni; l’insieme di tutte le fibre muscolari innervate dallo stesso motoneurone, è definita unità motoria. Il numero di unità motorie però varia in funzione della funzione di ciascun muscolo. Perchè?

Immaginiamo quale movimento millimetrico debba eseguire il globo oculare per catturare un’immagine in movimento, oppure che capacità fine debbano avere le dita di una mano per raccogliere un foglio caduto per terra se paragonate alla funzione dei muscoli degli arti inferiori mentre effettuiamo un salto. I primi due dovranno avere un’accuratezza ed una precisione del movimento sicuramente maggiore ed è per questo motivo che una singola unità motoria conterrà meno fibre muscolari.

Ci rimane da capire come il nostro sistema nervoso sia in grado di gestire la contrazione muscolare, per esempio se dobbiamo sollevare una scatola vuota piuttosto che una valigia piena. Come saranno reclutate le unità motorie? O meglio, come il nostro sistema nervoso può aumentare la forza nella contrazione di un muscolo? L’argomento è ancora dibattuto, ma ad oggi è ancora l’intuizione di Henneman (Size Principle, noto come Legge di Henneman) ad essere maggiormente presa in considerazione. Le unità motorie attivate prima sono quelle le cui fibre muscolari sono più piccole e meno forti, successivamente qualora il reclutamento continuasse verrebbero messe in gioco quelle le cui fibre sono più grandi e più forti. Il principio fisiologico alla base del Size Principle è che i motoneuroni più piccoli avrebbero una soglia di attivazione più bassa, quindi verrebbero attivati prima. Soltanto quando la forza dell’input cresce, inizierebbero ad essere coinvolti motoneuroni più grandi che necessitano di una soglia di attivazione maggiore.

Muoversi, quindi, è un processo tanto spontaneo, quanto meravigliosamente complesso. E… Sì, oggi abbiamo parlato solo di lampadine…

Foto: Flickr, Qrodo Photos

Vivavoce Focus

Non solo parole: balbettare, tra emozioni e rinunce

«In Italia non si lavora sulle emozioni». Così rifletteva Diego Mortalò, maestro della scuola primaria del Collegio San Carlo di Milano, intervistato, insieme ad altri 4 insegnanti, in merito allo stato di salute dell’approccio alla balbuzie nella scuola italiana. Un appunto profondo, non trascurabile, e provocante al punto da dedicarci un altro articolo.

Perché le emozioni sono parte costituente della persona, sono la fibra vibrante, sono il materiale umano da maneggiare con cura per ottenere il risultato. Il dizionario dice che emozione significa: Impressione, sensazione forte, turbamento, agitazione. Intensa esperienza psichica, piacevole o spiacevole accompagnata da reazioni fisiche e comportamentali che creano commozione o turbamento. Mentre Wikipedia parla di: Avventura rischiosa ed eccitante. Mettendo insieme la carta profumata del dizionario e la tecnologia si riesce a dare un senso a questa parola, anche attraverso le emozioni scritte e descritte dagli allievi del Vivavoce Institute prima di iniziare il loro percorso di rieducazione alla balbuzie.

Emozioni che racchiudono parte di un vissuto, quello di chi balbetta, poco sconosciuto e, spesso, minimizzato. Ma chi, davvero, si è mai chiesto cosa significa balbettare?

Balbettare mi fa sentire…

«Diverso, escluso, ridicolo, inutile, vuoto, incompleto, osservato negativamente, a disagio, in difetto». Così rispondono i 40 allievi di Vivavoce Institute. Sono tristi, timidi, impauriti, bloccati, imbarazzati, nervosi, stanchi: «Mi sento piccolo davanti alle situazioni». Si ritrovano a rinunciare ad affrontare gli avvenimenti della vita a causa della vergogna o per la paura di essere derisi. Balbettare rende incompleti senza poter essere se stessi pienamente: «Non posso utilizzare tutte le mie potenzialità». Non poter avere la certezza di una socialità libera dove la comunicazione permette di esprimere il mondo interiore, crea nelle persone fortissima ansia, imbarazzo o vergogna. «Mi fa sentire molto male perché ho in mente tante cose da dire ma non ho la capacità di dirle». Un senso profondo di inadeguatezza e frustrazione dove in un attimo si ha l’impressione di essere in ridicolo e nel posto sbagliato: «Mi fa sentire debole e insicuro, vorrei finalmente riuscire a fare un discorso senza aver bisogno di cambiare alcune parole con altre per riuscire a non balbettare».  «Fisicamente mi affatica, psicologicamente è indescrivibile». Alla fine parlare è molto doloroso: «Mi fa sentire non all’altezza degli altri che parlano tranquillamente, sto molto male alla fine di una prestazione verbale». Leggere queste emozioni fa tremare il cuore: «Balbettare è come se facessi perdere tempo alla persona che ho di fronte». Nessuno, e in nessun contesto, dovrebbe sentirsi così: pur incespicando, pur sobbalzando, oppure in silenzio, siamo meraviglia creata, un bene prezioso da maneggiare con cura, ecco cosa dovrebbe essere la vita di quello che abbiamo di fronte, vicino di banco, gomito a gomito sul lavoro.

La balbuzie, però, fa compiere rinunce a volte pesanti come macigni che rendono davvero faticosa la vita.

Una cosa a cui ho rinunciato a causa della balbuzie é…

La parola, quella parola. E non solo. Balbettare significa rinunciare alla vita sociale, ad amici, fidanzati, alle passioni, come la musica o lo sport, alla carriera, sia scolastica, con l’abbandono, sia professionale, perché rende incapaci di mettersi in mostra e valorizzarsi. E ancora, balbettare vuol dire rinunciare a parlare, ad esporre le proprie idee, a fare politica o a fare l’influencer, a mettere le propria intelligenza in azione, come se si fosse nati muti, avvolti nel silenzio.

Per non soffrire è meglio tacere e ingoiare il timore di una sconfitta: «Ho rinunciato ad allargare le mie esperienze nel campo sociale, a creare interazioni in ogni campo». Qualcuno ha scritto: «Non ho rinunciato a niente» ma la motivazione in sé è la rinuncia più grande: «Non ho mai rinunciato a nulla di importante; ho sempre cercato di convivere e superare il problema. A scuola rinunciavo a fare domande riuscendo a cavarmela se qualcun altro chiedeva la stessa cosa» oppure: «Non ho rinunciato a nulla in particolare anche perché fin da bambino ho avuto difficoltà, quindi a prescindere non mi sono fatto illusioni».

Balbettare è anche questo: un iceberg, secondo una famosa metafora, di cui solo una piccola parte è visibile al di sopra del livello del mare, mentre la maggior parte rimane al di sotto. Per superare questa fatica, non basta agire sulle emozioni, occorre un lavoro sulla persona a 360 gradi. Ma intanto, conoscerla e capire quanta fatica comporti nella vita quotidiana, aiuta ad accorciare le distanze con chi la vive, a non percepirla semplicemente come un disturbo, un problema di pochi.

Allora ritorna alla memoria la frase del maestro Mortalò: «Bisogna lavorare sulle emozioni»: esatto, occorre insegnare fin dalle scuole primarie che siamo esseri unici e irripetibili, che le fatiche ci sono, ma possono diventare un’occasione, per tutti. E che il rispetto e l’ascolto sono gli strumenti migliori per incontrare l’altro, evitando così che la sua fatica o le sue emozioni rappresentino un ostacolo. Vivere liberamente le emozioni è davvero la più grande delle avventure, rischiosa ma davvero eccitante. Ha ragione anche wikipedia!

 Foto: Skuawk, Robert de Bock

Vivavoce Focus

Cosa è davvero la balbuzie? Nel cuore di una mamma

La balbuzie è una fatica spesso associata traumi infantili, stati psico-emotivi alterati, reazioni sbagliati in famiglia. In realtà, numerose ricerche hanno dimostrato che questa fatica non ha origini psicologiche o emotive. E non è influenzata dai comportamenti o dal linguaggio dei genitori. Tuttavia, un figlio che balbetta scatena immediatamente preoccupazione, allarmismo e sensi di colpa. 

Abbiamo chiesto alla mamma di Filippo, 10 anni, di condividere con noi la sua storia.

Cosa ha provato quando le hanno detto che suo figlio era balbuziente? Ci racconta la vostra prima reazione?

Filippo ha cominciato a balbettare quando era molto piccolo. Non è stato difficile accorgersene. Ha iniziato a fare fatica a parlare, a noi sembrava proprio un problema a livello motorio, fisico. Per lui era molto faticoso iniziare la frase.

Un episodio, avvenuto qualche giorno prima di iniziare a balbettare, ci aveva fatto pensare a uno shock. Avevamo dovuto tenerlo fermo per fare il suo primo taglio di capelli. La mia prima reazione, da mamma, è stato un forte senso di colpa (soprattutto per me, mio marito è più razionale).

Mi sono chiesta cosa potevamo aver fatto di sbagliato per scatenare una simile reazione.

Filippo alternava periodi faticosi a periodi tranquilli. E io spesso associavo dei miei comportamenti o alcune situazioni difficili ai suoi peggioramenti. Ad esempio, periodi intensi al lavoro che mi tenevano molto impegnata e, in qualche modo, lontana da lui.

La neuropsichiatra che abbiamo consultato durante la scuola dell’infanzia ci ha un po’ tranquillizzati, confermando che non c’erano problemi a livello cognitivo. Per la balbuzie, ci ha consigliato di aspettare, perché è un fenomeno comune tra i bambini e spesso scompare.

Come ha affrontato questa fatica con suo figlio e con gli insegnanti?

La balbuzie di Filippo è iniziata prima della scuola materna. Non c’è stato poi un particolare peggioramento.

È stata la sua maestra, in prima elementare, a convocarci e segnalarci non solo la sua fatica nella parola, ma anche le sue difficoltà relazionali, con i compagni. Filippo faceva fatica ad aprirsi, tendeva ad auto-isolarsi e, a volte, si mostrava quasi “aggressivo”, per difesa.

Noi gli chiedevamo spesso se si sentiva bene. Ci preoccupavamo di capire se venisse preso in giro, in classe. Ci ha sempre risposto che i compagni erano gentili e lo accoglievano. Qualche volta era capitato che gli chiedessero «Perché balbetti?», ma più per curiosità che per deriderlo. E Filippo rispondeva semplicemente «Non lo so».

Abbiamo sempre condiviso con gli insegnanti tutto il suo percorso rieducativo, trovando una grande apertura e disponibilità, e sostenuto lui a fare altrettanto, a parlarne.

Anche adesso, quando devo compilargli la giustifica per frequentare il training (incontro periodico all’interno del percorso di trattamento della balbuzie presso Vivavoce Institute, ndr) non vorrebbe lo scrivessi. Allora gli spiego che è giusto che anche la maestra conosca il percorso che sta facendo.

C’è qualcosa che non rifarebbe o cambierebbe tornando indietro?

Non gli direi più Parla più lentamente. Da quando è molto piccolo si sente dire «Parla piano!»

Ma lui non aveva gli strumenti per farlo.

Adesso, dopo il percorso in Vivavoce, gli dico «Filippo fai l’attivazione (termine gergale che indica specifici movimenti, utilizzato tra i formatori e gli allievi Vivavoce Institute, ndr)!».

Non lo abbiamo mai dispensato dal fare o dal dire.

Certo, in famiglia ha sempre avuto uno spazio privilegiato nelle conversazioni. Spesso gli veniva concesso più tempo rispetto agli altri due fratelli: «Aspetta, che adesso parla Filippo».

Era un modo per lasciargli il suo tempo di esprimersi.

Questa fatica non ha in alcun modo influito sul rapporto con i fratelli.

Quale suggerimento si sente di dare ad altri genitori che devono iniziare un percorso per gestire la balbuzie del proprio figlio?

Condividere l’esperienza con chi è balbuziente o lo è stato, per noi genitori, è stato fondamentale.

L’esperienza vissuta e condivisa aiuta i genitori, è un vero supporto.

Io stessa, cercando sul web delle soluzioni per Filippo, mi sono imbattuta proprio nella storia di un rapper ex balbuziente (Camillo Zottola, ndr).

E ciò che più mi ha colpito della proposta di Vivavoce Institute è l’idea dell’accompagnamento durante un percorso duraturo. Il confronto diretto con chi ha vissuto in prima persona questa fatica mi ha aiutato molto.

Quando ho sentito Giovanni Muscarà che diceva «Mia madre non c’entra niente con la mia balbuzie», mi sono tranquillizzata.

Il percorso di rieducazione è un lavoro per tutti: anche i genitori devono essere coinvolti, soprattutto se i bambini sono molto piccoli.

 

Foto Flickr, Maria Grazia Montagnari

Vivavoce Focus

Balbuzie e stereotipi dal mondo

Si chiama stigmatizzazione l’attribuzione sociale di una connotazione negativa a particolari caratteristiche personali o disturbi propri di alcuni individui. Questa attribuzione, che può avvenire spesso sulla base di giudizi stereotipati, può portare ad atteggiamenti di discrimine nei confronti di coloro che possiedono tali caratteristiche. La ricerca ha confermato il verificarsi di tale fenomeno anche nei confronti delle persone che balbettano, in diverse culture e a tutte le età. Questo fatto assume maggiore rilevanza se si considera che l’interiorizzazione dello stigma condiziona la percezione di chi balbetta, con conseguenti ricadute in termini di benessere psicologico. La discriminazione, infatti, intacca il senso di autostima e di autoefficacia, e mina in senso di soddisfazione per la propria vita. Ancora, le persone che balbettano arrivano spesso a imporsi delle restrizioni sociali e lavorative, e persino l’efficacia dei trattamenti rieducativi può risentirne.

Ma ovunque è così? Come cambiano gli atteggiamenti verso la balbuzie nei diversi Paesi del mondo? E dove si manifestano quelli più negativi?

Balbuzie e stereotipi dal mondo

A partire dagli anni Settanta, molteplici studi hanno esplorato gli atteggiamenti sociali nei confronti della balbuzie e delle persone che ne fanno esperienza in prima persona. Gli atteggiamenti del cosiddetto Mondo Occidentale, in particolare del Nord America, dell’Europa occidentale e dell’Australia, sono sempre risultati più positivi di quelle presenti in altre parti del mondo, tra cui il Medio Oriente, il Sud America, l’Asia e l’Africa. Tuttavia, la diffusione di atteggiamenti discriminatori e la poca conoscenza del fenomeno della balbuzie dei cittadini Occidentali sono ampiamente documentate.

Una recente indagine scientifica internazionale, condotta nel 2016 e che ha coinvolto 1100 persone, ha esaminato le possibili differenze esistenti negli atteggiamenti sociali verso la balbuzie tra i Paesi europei. La positività o meno dell’atteggiamento nei confronti della balbuzie viene valutata attraverso due macro-dimensioni:

  • la conoscenza del fenomeno balbuzie e le credenze che le persone possiedono nei confronti di coloro che balbettano – cioè quale sia la causa della loro disfluenza, qual i loro tratti di personalità caratteristici, cosa possano fare nella vita e chi dovrebbe aiutarli;
  • i comportamenti messi in atto nei confronti delle persone che balbettano, le reazioni e le esperienze che si hanno con loro, tra cui, ad esempio, aiuto o premura nei loro confronti, sentimenti di compassione, preoccupazione o impazienza, conoscenza o esperienza diretta.

Il confronto è stato effettuato tra cinque aree geografiche dell’Europa, attraverso i dati provenienti da 5 Paesi di riferimento: l’area balcanica (Bosnia Erzegovina), l’area mediterranea (Italia), l’area scandinava (Norvegia), l’area centrale (Germania) e l’area insulare anglofona (Inghilterra e Irlanda). Dall’analisi sono emerse differenze significative, che suggeriscono l’ipotesi che i confini geografici e contesto culturale e sociale giochino un ruolo cruciale nel determinare o influenzare gli atteggiamenti nei confronti della balbuzie nei singoli Paesi.

In particolare, la Bosnia-Erzegovina e l’Inghilterra/Irlanda si collocano parimenti al secondo posto e la Germania al terzo. Gli atteggiamenti della popolazione scandinava, invece, non solo risultano essere i più positivi, ma appaiono anche nettamente superiori rispetto alla media mondiale. Al contrario, l’Italia si colloca come fanalino di coda, sia nel confronto dei Paesi europei, sia rispetto alla media mondiale: gli atteggiamenti degli italiani nei confronti delle persone che balbettano si rivelano essere i più negativi.

La balbuzie in Italia tra diffidenza e stereotipi

Rispetto agli abitanti degli altri Paesi europei, gli italiani risultano essere i più preoccupati riguardo alla balbuzie, sia che interessi se stessi, sia che colpisca le persone care. Ancora, sono i meno convinti che le persone che balbettano possano condurre una vita normale e svolgere qualsiasi professione; questo dato confermerebbe la diffusione, anche in Italia, di stereotipi e pregiudizi sulla balbuzie nell’ambiente di lavoro, già documentata da altri studi.

In merito alla conoscenza del fenomeno balbuzie, ed in particolare alle sue cause, noi italiani siamo i più restii ad abbandonare l’idea che la balbuzie sia causata da un evento spaventoso, o da un trauma o dallo stress. Come conseguenza, nell’interazione con una persona che balbetta, siamo quelli che più frequentemente tendono a consigliarle di “rallentare”, “rilassarsi” o “stare calmi”. Tali risultati, poco incoraggianti per il nostro Paese, sembrano suggerire come i preconcetti e i luoghi comuni sulla balbuzie siano ancora troppo radicati e diffusi in Italia, nonostante essi siano stati smentiti dalla ricerca scientifica.

Sulle motivazioni all’origine di questi atteggiamenti nei confronti della balbuzie, la scienza non si è ancora espressa. Le diversità di giudizio e atteggiamento, nonché la diffusione di stereotipi, sono probabilmente dovute ad una complessa interazione di fattori legati all’identità nazionale, alla cultura da cui si proviene e al contesto sociale in cui si è immersi, che sono ancora tutti da indagare.

 

Foto: Flickr, Elisa Greco

Vivavoce Focus

Si può essere troppo piccoli per l’ansia?

L’ansia può influenzare tutti nella vita di tutti i giorni. Mentre le manifestazioni ansiose sono più facilmente riconoscibili nella quotidianità degli adulti (a casa, nel lavoro o nel tempo libero), è più difficile individuarle nei vissuti di bambini e adolescenti. Tuttavia, la ricerca psicologica ha evidenziato la presenza di diversi eventi in grado di produrre ansia nei bambini, da molto piccoli al raggiungimento della maggiore età. In questo contesto, la scuola ricopre una posizione potenzialmente ansiogena a partire dalla fase pre-scolare (tra i 2 e i 5 anni), per tutto il percorso scolastico.

Per meglio comprendere la delicatezza dell’infanzia, è necessario considerare che l’ingresso nel mondo scolastico rappresenta un importante banco di prova su un duplice livello: non solo per lo sviluppo delle abilità relazionali, ma soprattutto per la percezione delle proprie capacità e competenze, ovvero per la costruzione di una rappresentazione di sé come individui competenti. Quindi l’intero cammino scolastico può essere accompagnato da diverse manifestazioni ansiose, che possono esacerbarsi con l’avvicinarsi dell’adolescenza. In questi casi, l’ansia può limitarsi a singoli eventi, oppure portare alla strutturazione di disturbi veri e propri che vedono proprio durante l’adolescenza l’età di insorgenza più comune nella popolazione generale.

Essere ansiosi o provare ansia?

Durante l’età prescolare (tra i 2 e i 5 anni), possono emergere anche difficoltà nel linguaggio. Sebbene in molti casi tali difficoltà vanno incontro ad una remissione spontanea, spesso perdurano durante la crescita. Com’è facile immaginare, difficoltà nell’ambito della comunicazione influenzano negativamente le relazioni con i coetanei. La sovrapposizione dell’età di comparsa di ansia e difficoltà di linguaggio può spingere a chiedersi se il loro sviluppo sia in qualche modo collegato. Per affrontare questo interrogativo, diverse analisi della letteratura hanno studiato lo stato psicologico di bambini in età prescolare e scolare e di adolescenti per indagare un’eventuale correlazione tra l’insorgenza dell’ansia e dei disturbi del linguaggio.

Come abbiamo visto, il collegamento tra ansia e balbuzie è un tema molto delicato e soggetto al rischio di confusione. Qui introduciamo un’importante distinzione tra ansia di tratto e ansia di stato. L’ansia di tratto, rappresenta una predisposizione innata a sviluppare, in tutte le circostanze, vissuti d’ansia intensi, fino a sviluppare forme patologiche vere e proprie; l’ansia di stato, invece, è da intendersi come la presenza di un’attivazione ansiogena legata a singoli contesti. Così, è possibile distinguere tra una caratteristica della persona che, nella sua vita sarà più o meno propensa ad “essere” ansiosa (ansia di tratto), dall’attitudine a sperimentare alti livelli di ansia in specifiche circostanze, come ad esempio la scuola o il lavoro (ansia di stato). Per quanto riguarda l’ansia di tratto, i risultati delle ricerche hanno confermato che i bambini che soffrono di balbuzie non sono più a rischio di incorrere in forme patologiche di ansia, in quanto non hanno un temperamento più ansioso, né una maggiore predisposizione a soffrire d’ansia rispetto ai coetanei che non balbettano. D’altra parte, invece, alcune ricerche evidenziano un maggiore livello di ansia di stato nei bambini che balbettano e una correlazione tra la gravità delle difficoltà di linguaggio e l’intensità di stati ansiosi.

Questi risultati possono essere ritenuti una conferma del fatto che il legame tra ansia e balbuzie non sia lineare e predeterminato. In altri termini, lo sviluppo dei disturbi di linguaggio non sarebbe conseguenza dell’ansia, ma, al contrario, maggiori livelli di ansia sono una conseguenza delle difficoltà di linguaggio. Ciò vuol dire che un bambino o un ragazzo balbuziente non è necessariamente più vulnerabile all’ansia per temperamento o costituzione, ma che, a causa delle sue difficoltà di comunicazione, possa essere esposto a fattori di stress relazionale, come le interazioni in classe o i rapporti con i pari dentro e fuori del contesto scolastico, che possono indurre maggiori livelli di ansia.

Il contesto: l’importanza del supporto nello sviluppo

Come abbiamo visto per ciò che riguarda la scuola e il ruolo dei compagni e degli insegnanti , la relazione con gli altri bambini e con gli adulti è determinante nello sviluppo della percezione di sé. I bambini che soffrono di balbuzie possono correre un rischio maggiore di conseguenze sociali ed emozionali negative, come l’essere vittima di minacce e bullismo o sviluppare un atteggiamento negativo verso la comunicazione. Questi elementi possono, a loro volta, aumentare il rischio di stati di maggiore ansia. Anche gli adolescenti che soffrono di balbuzie, pur non avendo avuto problemi di salute psicologica, possono essere più vulnerabili a difficoltà relazionali tra i pari ed essere coinvolti in meno comportamenti pro-sociali. Queste difficoltà, esponendoli a un forte stress, possono causare maggiori sofferenze psicologiche, ma non diversamente dai pari senza difficoltà di linguaggio.

Un elemento che, invece, è stato osservato con chiarezza è l’importanza dell’influenza dei genitori sulle possibilità dei figli di sviluppare disturbi d’ansia. L’essere esposti a situazioni ansiose mette alla prova la capacità di gestire l’attivazione emotiva. E’ quindi importante che in famiglia si mantenga un clima di dialogo e di apertura, senza creare allarmismo: il ragazzo ha bisogno di sperimentarsi con la certezza di avere sempre la fiducia e il supporto dei genitori.

Educare alla resilienza per affrontare l’ansia

L’ansia e la sua gestione accompagnano lo sviluppo sin dalla giovane età e possono influire sui percorsi di crescita personale e relazionale di bambini e ragazzi. La balbuzie espone indubbiamente a difficoltà specifiche durante la crescita, ma la sua presenza e il suo decorso non predispongono i bambini che balbettano a strutturare disturbi d’ansia più degli altri bambini che affrontano le medesime difficoltà naturali collegate allo sviluppo. È importante che i bambini e ragazzi che soffrono di balbuzie, così come tutti gli altri, qualora manifestino i segni di una sofferenza, possano fare affidamento su un sostegno psicologico che possa rinforzare la loro resilienza, cioè la loro capacità di far fronte a eventi negativi e il loro senso di auto-efficacia, cioè la percezione di essere in grado di intervenire con successo sull’ambiente attorno a loro.

Foto: Flickr, Niko Si

 

Vivavoce Focus

Le teorie del controllo motorio

Il nostro sistema nervoso interagisce con le altre parti del corpo e con l’ambiente al fine di produrre movimenti coordinati che hanno uno scopo: questo è quello che definisce il controllo motorio. Studiare la causa e la natura del movimento è essenziale nella pratica clinica, per poter applicare questi principi nel campo della riabilitazione. Solo così, con l’adeguato trattamento, è possibile migliorare le abilità del paziente o addirittura recuperare le abilità perse.

Il ‘900 ha visto fiorire le teorie più rappresentative sul controllo motorio, dall’idea prettamente midollare, secondo cui i riflessi venivano considerati gli elementi cardine della genesi del movimento, fino alle teorie più moderne in cui il cervello viene assimilato ad un computer e le sue reti neurali a sistemi computazionali di base.

Dai riflessi al cervello: le teorie più rappresentative

Il primo approccio è il modello Sherringtoniano (Reflex Theory), secondo cui, i riflessi, definiti come risposta involontaria ad uno stimolo – sono i mattoni del comportamento complesso. L’idea è che un movimento finalizzato è il risultato di una combinazione di riflessi: uno stimolo provoca una risposta che a sua volta viene trasformata nello stimolo della risposta successiva.

Approccio superato attraverso la Hierarchical Theory, che per prima ha provato a spiegare il comportamento motorio. Secondo la Teoria Gerarchica,  il sistema nervoso centrale (SNC) è organizzato secondo livelli gerarchici ben distinti, ordinati dall’alto verso il basso: al vertice si trovavano le aree associative più elevate seguite dalla corteccia motoria e dai livelli spinali. Il controllo motorio emerge proprio dall’azione tra queste strutture gerarchicamente organizzate e non più solo dai riflessi, considerati come uno dei tanti processi necessari a mettere in atto e a controllare il movimento.20

Con le Motor Programming Theories si prendono le distanze dall’idea del controllo motorio come un sistema fondamentalmente reattivo, e si inizia a considerare la fisiologia delle azioni invece che la natura delle reazioni. Nasce così il concetto di pattern – o schema – motorio centrale e di programmi motori rappresentati nella memoria. In altre parole, si comincia a pensare che il movimento sia possibile anche in assenza di azioni riflesse, che in effetti è quello che succede nel caso, ad esempio, della locomozione.

Per la System Theory invece, il controllo motorio non può essere capito senza comprendere a priori il sistema che muove. I movimenti non sono controllati né centralmente né perifericamente, piuttosto sono il risultato di interazioni tra sistemi multipli. Per esempio lo stesso comando centrale può dare origine a movimenti molto differenti, a causa di una interazione tra le forze esterne e variazioni nella condizione iniziale. Allo stesso tempo gli stessi movimenti possono essere messi in atto da comandi differenti. La Teoria del Sistema tenta di spiegare come le condizioni iniziali influenzano le caratteristiche del movimento, spiegando non solo il contributo del sistema nervoso, ma anche quelli di altri sistemi, insieme alle forze di gravità e di inerzia.

Dallo studio delle sinergie nasce poi la Dynamic Action Theory, che guarda l’individuo in movimento da una nuova prospettiva. Questa teoria, considera il movimento come il risultato di elementi che interagiscono senza bisogno di programmi motori. Viene così minimizzata l’idea che il sistema nervoso centrale invii comandi di controllo al movimento, in favore di una spiegazione più fisica del movimento.

L’elaborazione del Parallel distribuited processing (PDP) porta a paragonare il cervello ad un computer e le reti neurali al sistema computazionale di base del cervello. Secondo questa teoria il sistema nervoso agisce attraverso processi in serie (processa informazioni attraverso un unico canale) ed in parallelo (attraverso canali multipli ed analizzandoli in modi differenti). La PDP cerca di sviluppare modelli matematici semplificati di sistemi cerebrali, modelli formati da elementi che sono interconnessi attraverso circuiti. Questi elementi possono essere classificati come neuroni sensoriali, interneuroni e motoneuroni. L’efficienza nella performance dipende così dalla quantità delle connessioni generate e dalla forza di queste connessioni.

Nella seconda metà del ‘900 nasce invece una teoria che pone meno enfasi sull’organizzazione e sulla funzione del sistema nervoso. Il focus è vedere come il sistema motorio ci permette di interagire più efficacemente con quello che ci circonda per sviluppare un comportamento finalizzato (ecological theory).  Il nostro contesto – setting – diventa rilevante per le nostre azioni e quindi assume importanza come utilizziamo le informazioni che derivano dall’esterno per determinare il nostro movimento. In altre parole l’individuo esplora attivamente il suo l’ambiente e l’ambiente promuove la performance delle attività che sono appropriate per lui.

Il controllo motorio è tuttora al centro del dibattito. Non esiste un modello “migliore” in assoluto, ma conoscere e cercare di comprendere i meccanismi e le interazioni che  sono alla base del controllo motorio è fondamentale per poter usufruire in ambito clinico di più strumenti che possano esserci d’aiuto nel percorso riabilitativo.

 

Foto: Flickr, Riccardo f.m.

Vivavoce Focus

Balbuzie a scuola e difficoltà relazionali: il ruolo degli insegnanti

La scuola è un ambiente molto delicato in cui, oltre ad accrescere la conoscenza e le capacità cognitive dei bambini, si sviluppano le abilità sociali e le competenze alla base delle interazioni con gli adulti e con i coetanei. La balbuzie, a questa età, può essere un elemento di disturbo in grado di produrre conseguenze negative sulla percezione di sé da parte dei bambini che ne soffrono, inducendo un possibile senso di inadeguatezza e inferiorità e, conseguentemente, condurre a un ritiro sempre maggiore dagli scambi verbali. In più, conoscendo in anticipo le situazioni su cui si bloccherà e sperimentando l’ansia prima ancora di parlare, il bambino che balbetta può incorrere in esperienze particolarmente stressanti in grado di esercitare una grande influenza nello sviluppo della socialità già nella scuola primaria. Essendo esposto continuamente all’interazione e alla reazione degli altri, a scuola il bambino che balbetta è sottoposto ad un maggiore stress di quanto non avvenga nell’ambiente familiare, più intimo e protetto.  A questo, si aggiunge la possibilità di essere vittima di derisione e di bullismo o avere opportunità limitate di partecipare ad attività che contemplino la comunicazione verbale.  Immaginiamo quali conseguenze negative possano avere questi eventi sul piano emotivo e comportamentale, e come possano facilmente trasformarsi in un ostacolo allo sviluppo relazionale e alla durata del percorso di studio.

Il ruolo dell’insegnante diventa allora rilevante in quanto, come figura che vede quotidianamente il bambino mentre si sperimenta in situazioni di maggiore difficoltà rispetto a quelle famigliari, può riconoscere le sue fatiche, segnalarle ai genitori e tenere monitorati progressi.

L’intervento degli insegnanti

Proprio per il ruolo duplice che ricopre, didattico ed educativo, l’insegnante ha il potenziale per intervenire e influenzare queste situazioni difficili. Sul piano didattico, può incoraggiare gli studenti che balbettano a cimentarsi in compiti di dialogo, adattando però le valutazioni scolastiche su criteri che non li penalizzino – ad esempio ponendo più attenzione a cosa dicono e non a come lo dicono – e includendo una pianificazione condivisa e una maggiore libertà nello scegliere quando essi debbano sostenere una presentazione orale – prima o dopo i compagni di classe o in separata sede. In questo modo l’insegnante si fa promotore di un approccio proattivo che può facilitare l’inclusione e la partecipazione degli studenti nel lavoro del gruppo classe. Inoltre, in una prospettiva educativa, l’insegnante può adottare comportamenti che servano sia ai bambini che balbettano a non soffrire di un disagio eccessivo nelle interazioni verbali, sia come modello di comportamento per gli altri bambini.

Spiegare cosa sia la balbuzie a scuola, all’intera classe, e quali difficoltà incontra il compagno che balbetta è il miglior modo per creare un clima di accoglienza e dare ai bambini gli strumenti necessari per stare davanti alla diversità e alla fatica dell’altro. Questo può avvenire, ad esempio, dialogando con i bambini sulle proprie paure e i propri limiti, coinvolgendo tutti nel discorso ed evitando che i compagni che balbettano, trovandosi al centro dell’attenzione, vivano una situazione di imbarazzo. E’ utile poi favorire, in modo graduale, un maggiore coinvolgimento dei bambini che balbettano nei lavori di gruppo, dando loro la possibilità di partecipare attivamente e di presentare davanti alla classe, rispettandone i tempi e di espressione.

Formazione ed esperienza diretta: cosa dice la ricerca

Vista la grande responsabilità degli insegnanti nel gestire queste situazioni è utile, per loro, avere conoscenze specifiche sulla balbuzie in grado di rinforzare il loro compito educativo. Anche gli aspetti relazionali possono giocare un ruolo importante che va al di là della formazione professionale.

Gli insegnanti sono naturalmente più esposti a una maggiore quantità e varietà di informazioni riguardanti la balbuzie. Secondo le ricerche, essi non hanno credenze più o meno corrette delle altre persone, ma il loro atteggiamento verso gli studenti che soffrono di balbuzie cambia, non solo in base all’età e al livello di educazione, ma anche in base alle convinzioni sulla balbuzie maturate precedentemente alle esperienze dirette, nonché alla familiarità con persone che soffrono di balbuzie. Quello che fa la differenza è, come in molti casi, l’esperienza diretta con i bambini che balbettano: essa rappresenta infatti una risorsa importante per gestire le future interazioni con altri studenti che balbettano. Avere sotto gli occhi quotidianamente la fatica di ogni bambino e mantenere un dialogo costante con le famiglie, non può che rafforzare una percezione dell’individuo che va aldilà della balbuzie e aiutare ad abbandonare gli stereotipi e i luoghi comuni.

La buona notizia che ci regala la ricerca, è che le difficoltà degli insegnanti nel gestire le interazioni con gli studenti che balbettano non sembrano legate a basse aspettative o scarsa fiducia, ma, come avviene nei bambini, al fatto che non sempre essi sappiano come relazionarsi a queste fatiche. E infatti, gli insegnanti non percepiscono gli studenti che balbettano come dotati di minori risorse cognitive rispetto a tutti gli altri. Le difficoltà di chi soffre di balbuzie, benché spesso riconosciute come potenziali ostacoli, non vengono percepite limitanti rispetto alle capacità intellettive.

Ancora un volta, gli insegnanti si rivelano una volta figure chiave per la gestione e l’educazione delle relazioni con i pari e per favorire l’inclusione sociale. Nel caso della balbuzie, questa grande responsabilità richiede una formazione adeguata, una corretta sensibilizzazione e un confronto costante con le famiglie e i professionisti. Solo l’esperienza diretta, il “toccare con mano”, permette di considerare gli studenti aldilà delle difficoltà comunicative e spronarli ad esprimere al meglio il loro potenziale.

Vivavoce Focus

L’ansia: cosa, come e perché

Le mani iniziano a sudare, il respiro si fa corto, il cuore accelera, lo stomaco si chiude e braccia e gambe fanno fatica a stare ferme: è ansia.Tutti abbiamo avuto a che fare almeno una volta nella vita con questa sensazione, facilmente riconoscibile e identificabile. Ripensate, ad esempio, ai momenti precedenti un esame, un importante colloquio o alcune situazioni di vita particolarmente delicate in cui il corpo si è fatto sentire forte e chiaro.

Questi segnali si innescano per l’avvicinarsi di una situazione di cui ci è possibile immaginare un risultato negativo, in grado di avere un grande effetto su di noi, che sia una bocciatura che ci obbligherà a stare sui libri per un altro semestre o un “le faremo sapere” che non concluderà la ricerca di un lavoro.

Cosa è l’ansia e a cosa serve?

Ansia è un termine che descrive efficacemente l’insieme di tutte queste sensazioni e, sebbene non ne esista una definizione univoca universalmente accettata, la si può definire in modo generale come

Uno stato emotivo a contenuto spiacevole, associato ad una condizione di allarme e di paura che insorge in assenza di un pericolo reale e che, comunque, è sproporzionata rispetto ad eventuali stimoli scatenanti.

Ogni individuo ha un suo modo per sperimentare e gestire l’attivazione dovuta dall’ansia, ma in tutte le persone la funzione di questo fenomeno è la stessa.

Ansia e preoccupazione sono strumenti adattivi che ci preparano per i pericoli futuri, consentendoci di prevedere e quindi di reagire a eventuali sviluppi negativi per avere una risposta pronta in caso di necessità. Mantenere uno stato di allerta ci evita di essere colti alla sprovvista da situazioni che sappiamo già essere spiacevoli.

Che succede al corpo quando l’ansia si fa viva

Per capire meglio in che modo l’ansia svolga questo compito è possibile osservare ciò che accade al nostro organismo quando l’ansia ci assale. In prima battuta appare come un ostacolo, una difficoltà ulteriore che ci rende più difficile agire in una situazione importante o delicata. Eppure, osservando con maggiore attenzione, è possibile vedere come questo fenomeno in realtà agisca in tutto l’organismo attivando diversi apparati che si preparano all’azione:

  • il respiro si fa più frequente e superficiale per aumentare la quantità di ossigeno disponibile ai muscoli;
  • il ritmo cardiaco diventa più rapido e la pressione sanguigna aumenta per favorire la circolazione e irrorare gli arti a discapito degli organi interni e del viso, motivo per cui si può impallidire per la paura;
  • si incrementa la produzione di sudore per favorire la termoregolazione in seguito all’incremento di attivazione muscolare;
  • la digestione e la produzione di saliva si riducono, bloccando eventuale cibo presente nello stomaco e creando la sensazione di nodo.

L’attivazione fisiologica dell’organismo indotta dall’ansia consente dunque a corpo e mente di predisporsi per far fronte a richieste ambientali, che siano esse segnale di un pericolo reale o percepito.

Provare l’ansia

Tuttavia, l’aspetto più evidente nell’esperienza ansiosa riguarda gli effetti che quest’attivazione ha sulla mente: l’attenzione è dirottata completamente verso eventuali esiti negativi, immagini di ciò che va o potrebbe andare storto invadono la nostra testa, alimentando ulteriormente la paura di ciò che potrebbe accadere. Le sensazioni corporee sono processate come possibili segnali di qualcosa di pericoloso per la salute, arrivando persino alla paura di morire a causa della tachicardia o della sensazione di soffocamento.

Improvvisamente la nostra percezione si riduce e la nostra attenzione si fa sempre più focale. La mente fatica a processare le informazioni che si sormontano in modo confuso e diventa difficile controllare ciò che avviene attorno a noi. Il disagio aumenta e cresce la spinta a evitare l’oggetto o la situazione percepita come pericolosa. I pensieri risultano statici, quasi chiusi in un circolo senza fine. La coloritura emotiva prende sempre più il carattere della paura, come se il pericolo fosse immediato e inevitabile, e l’insicurezza oscura sempre più la possibilità di poter gestire ciò che sta per succedere. L’unica soluzione sembra essere l’interruzione di ciò che si sta facendo e l’allontanarsi.

Quando l’ansia diventa troppa

Quando questo meccanismo naturale e così automatico, che ha lo scopo di prepararci e proteggerci da situazioni di pericolo, può trasformarsi in un ostacolo insormontabile nella vita di tutti i giorni? Nonostante manifestazioni cliniche molto differenti tra loro abbiano a che fare con l’ansia, un elemento che tutte devono necessariamente condividere per essere definite come patologiche è l’intensità con cui esse interferiscono in vari momenti e circostanze di vita. Ciò significa che nonostante l’ansia sia una sensazione naturale e sana, legata all’apprendimento e fondamentale per il nostro modo di imparare dall’esperienza, essa può diventare dannosa nel momento in cui la sua comparsa si irrigidisce e i costi di quest’allerta superino i benefici. Quando per proteggerci da eventuali pericoli la nostra mente ci spinge a evitare sempre più situazioni, non dandoci possibilità di scelta, allora serve un aiuto specifico per riacquistare controllo sulla propria vita. Non per questo l’ansia va considerata come qualcosa da cui guarire o da eliminare, ma, piuttosto, qualcosa da imparare a gestire per non esserne travolti. L’ansia ci tiene attenti e concentrati e si assicura che tutte le risorse di cui disponiamo siano indirizzate verso la risoluzione di situazioni delicate.

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Balbuzie: il punto di vista dei bambini

L’importanza della comunicazione per l’uomo fa si che le difficoltà comunicative legate alla balbuzie non si limitino a essere un disturbo del linguaggio a base neurologica, ma che esse generino un vero e proprio condizionamento delle relazioni sociali. Numerosi studi hanno mostrato come la presenza di pregiudizi e preconcetti nei confronti di chi balbetta abbia una grande influenza in differenti contesti, siano essi di cura, lavorativi o domestici. Tuttavia, nonostante sia grande la quantità di ricerche che si è concentrata sull’impatto sociale di questo fenomeno negli adulti, alcune ricerche più recenti hanno mostrato che il riconoscimento e la genesi di attitudini negative verso la balbuzie possano vedere le loro origini già tra i bambini in tenera età.

Riconoscere, distinguere, classificare

Già in età prescolare (2-5 anni), i bambini tendono a formare una rappresentazione di sé alla luce delle loro abilità verbali. Si è osservato come i bambini che soffrono di balbuzie siano in grado di riconoscere le loro difficoltà e manifestino una minor propensione a comunicare rispetto ai loro coetanei che non ne soffrono. Già durante la scuola dell’infanzia, i bambini sono in grado di riconoscere su di sé e negli altri le abilità verbali necessarie a un confronto tra pari. La consapevolezza di queste differenze è parte di un naturale processo, che consente ai bambini di riconoscere e catalogare oggetti e persone attorno a loro grazie alle loro caratteristiche. Assieme alla capacità di catalogare ciò che li circonda, tra i 4 e i 6 anni, i bambini imparano ad utilizzare i pregiudizi come forma di classificazione semplificata.  Ciò non significa che a questa età abbiano già sviluppato opinioni e preconcetti, ma piuttosto che, per descrivere chi li circonda, si basino sulle iniziali sensazioni di fastidio, paura o rifiuto generate dall’impatto con chi è diverso da loro, adulto o coetaneo che sia. D’altra parte, l’essere oggetto di questi “pregiudizi” può produrre sgomento, fastidio e disagio.

Le ripercussioni sociali della balbuzie nei bambini

All’interno dello sviluppo sociale dei bambini queste discriminazioni possono ramificarsi fino a comporsi in un vero e proprio stigma verso di sé, che si riflette negativamente sia nella loro percezione di sé in relazione con gli altri, sia nel loro benessere in generale a causa di frequenti ritiri o sottrazioni da scambi comunicativi. Ricevere risposte negative o di esplicita sorpresa da parte degli altri bambini che non balbettano può portare ad un minore coinvolgimento nel gioco, nella partecipazione alla recita di scenette, nella risoluzione di conflitti e nelle discussioni legate alla risoluzione di problemi. Queste conseguenze hanno mostrato di essere resistenti nel tempo e di persistere fino all’adolescenza con maggiori probabilità di essere meno ricercati dai pari, di non essere inclusi nelle attività di gruppo, o peggio, di essere vittima di bullismo.

Tuttavia, le ricerche mostrano anche che, nonostante i bambini siano in grado di percepire la difficoltà e riconoscano la balbuzie come qualcosa di non desiderabile, ciò non influenza la loro disponibilità e il desiderio di interagire e giocare con un bambino loro coetaneo che ne soffre. Fin dalla scuola dell’infanzia e nei primi anni della scuola primaria, i bambini rivelano già di percepire la differenza tra la malattia, vissuta negativamente, e la balbuzie. La difficoltà del bambino nell’interagire con un suo coetaneo che balbetta, quindi, risiede più semplicemente nell’incapacità di rispondere in modo appropriato a una situazione che non conosce.

L’intervento degli adulti

Riconoscere la fatica dei bambini in età prescolare nell’interagire con i loro pari che soffrono di balbuzie, piuttosto che confonderla con “cattiveria” nei loro confronti, apre molti sentieri all’intervento degli adulti, genitori e insegnanti, che possono correggere risposte inadeguate ed evitare la nascita e la strutturazione di pregiudizi. L’intervento dell’adulto in questi primi scambi rappresenta una risorsa importante per sviluppare, fin dalla prima infanzia, una maggiore sensibilità, condizione necessaria per arginare l’evoluzione del senso di esclusione sociale e prevenire la discriminazione.

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Ansia e balbuzie: nasce prima l’uovo o la gallina?

Quello tra ansia e balbuzie è un legame tanto complesso quanto frainteso. Ciò accade perché in generale, esiste una grossa confusione tra le cause e gli effetti della balbuzie. Facciamo un po’ di chiarezza.

Ansia e balbuzie: qual è il vero legame?

Chiariamoci subito.

È la difficoltà di comunicazione di chi balbetta che causa ansia, non il contrario.

Come accade in tutte le situazioni cariche emotivamente, quando comunichiamo abbiamo bisogno di grandi risorse di controllo.

È facile intuire che per chi balbetta, già impegnato a monitorare faticosamente il proprio discorso, il controllo richiesto sia maggiore.

In più, quando il giudizio altrui ha particolare rilievo, chi balbetta sperimenta spesso sensazioni facilmente sovrapponibili con l’ansia. Ad esempio, tende ad evitare situazioni che prevedono di parlare in pubblico.

Le ricerche confermano che questa la maggiore vulnerabilità di chi balbetta è in realtà una conseguenza della balbuzie, non la sua causa.

«Balbetto a causa dell’ansia?» No. Hai l’ansia perché balbetti

Nell’immaginario comune, la balbuzie è causata dall’ansia (o dallo stress, o dall’emotività).  Chi balbetta si è sentito dire almeno una volta nella vita: «Balbetti perché sei ansioso».

Il realtà è la balbuzie stessa che causa ansia nel parlare.

Chi balbetta conosce già la situazione, o le parole, su cui si bloccherà prima ancora di pronunciarle. Questo fa sì che sperimenti in anticipo l’ansia, lo stress e l’imbarazzo. Tali vissuti possono aumentare la frequenza e l’intensità della balbuzie in un circolo vizioso difficile da disinnescare.

Ecco perché le difficoltà di comunicazione associate alla balbuzie sono fonte di stress anche in situazioni quotidiane e apparentemente tranquille. Ad esempio, se chi balbetta sa in anticipo e con certezza che sulla c si bloccherà, la sola idea di dover ordinare un caffè al bar alimenterà imbarazzo e frustrazione.

Ansia e balbuzie: perché tanta confusione?

Poiché le situazioni di ansia, agitazione, nervosismo influenzano in modo negativo la balbuzie, si è ipotizzato in passato che tra i due fenomeni potesse esistere una relazione causa-effetto del tipo l’ansia causa la balbuzie.

Negli anni, molte teorie hanno tentato di spiegare la balbuzie come conseguenza dei tratti di personalità o componenti dell’umore.

Tuttavia, nessuno dei confronti tra lo stato emotivo dei balbuzienti e quello dei normofluenti ha dimostrato una differenza significativa.

Provare ansia nel parlare: qual è il problema?

A tutti capita di provare ansia prima di dover affrontare un discorso in pubblico, un esame orale, un’interrogazione, una conversazione importante.

Per capire cosa accade bisogna tenere presente che:

  • la comunicazione verbale è fondamentale per lo sviluppo, il mantenimento e il funzionamento delle reti sociali e delle relazioni con gli altri individui.
  • Un insuccesso comunicativo può avere conseguenze fastidiose, soprattutto se in momenti delicati e di fronte tante a persone,
  • La paura di queste conseguenze provoca in anticipo un disagio che rende minacciosa la situazione (la conversazione, l’interrogazione, etc…).
  • Il nostro organismo produce ansia per proteggerci e prepararci  nei momenti che percepiamo come potenzialmente pericolosi.

Questi meccanismi spiegano perché quando si hanno difficoltà oggettive nella comunicazione (come nel caso di chi balbetta) l’ansia può essere esasperata.

Agire sull’ansia risolve la balbuzie?

Il beneficio non riguarda specificatamente la balbuzie. Non si può pensare di trattare efficacemente la balbuzie lavorando esclusivamente sull’ansia.

Senza dubbio, se si impara a gestire l’ansia, è possibile osservare miglioramenti nell’eloquio.

L’americano Lee Lovett, fondatore della Speach Anxiety Anonymous, ha spiegato la relazione tra ansia e balbuzie attraverso un’analogia con l’epilessia.

È più probabile che il balbuziente balbetti quando è in ansia, così come è più probabile che l’epilettico abbia una crisi quando è stanco.

Così come la fatica abbassa la soglia epilettica, allo stesso modo l’ansia può ridurre la fluenza dell’eloquio. Ovviamente, il peggioramento della balbuzie dovuto a situazioni ansiose si riduce se la situazione si conclude o se si riesce a gestirla.

Ciò non significa che l’ansia causi la balbuzie, così come la stanchezza non causa l’epilessia.

Ansia e balbuzie: in conclusione

Una migliore gestione dell’ansia fornisce supporto in momenti di tensione tanto per chi balbetta, quanto per tutti gli altri.

Tuttavia, non è riducendo l’ansia situazionale che si risolve la balbuzie. Anche perché è irrealistico pensare di poter vivere sempre in condizioni prive di tensioni, nervosismo, o emozioni.

È invece importante lavorare per migliorare il controllo del linguaggio anche in condizioni di particolare stress.

Intervenire sull’ansia può certamente essere utile per evitare che sintomi secondari (come evitamento e inadeguatezza) danneggino la percezione di sé come individui competenti sul piano comunicativo.

 

Fonti

Andrews, G., & Craig, A. (1988). Prediction of outcome after treatment for stuttering. The British Journal of Psychiatry, 153(2) pp. 236-240.

Craig, A. (2000), The developmental nature and effective treatment of stuttering in children and adolescents, Journal of Developmental and Physical Disabilities, 12(3) pp. 173-186.

Craig, A., Hancock, K., Tran, Y., & Craig, M. (2003), Anxiety levels in people who stutter: A randomized population study. Journal of Speech, Language, and Hearing Research, 46(5) pp. 1197-1206.

Craig, A., Blumgart, E., & Tran, Y. (2009), The impact of stuttering on the quality of life in adults who stutter. Journal of fluency disorders, 34(2) pp. 61-71.

Ingham, R. J. (1984), Stuttering and behavior therapy: Current status and experimental foundations, College-Hill Press.

Kraaimaat, F. W., Vanryckeghem, M., & Van Dam-Baggen, R. (2002), Stuttering and social anxiety, Journal of fluency disorders, 27(4) pp. 319-331.

Lovett, J. W. (1988). Stuttering and anxiety. The British Journal of Psychiatry, 153(6) pp. 844-844.

Miller, S., & Watson, B. C. (1992). The relationship between communication attitude, anxiety, and depression in stutterers and nonstutterers, Journal of Speech, Language, and Hearing Research, 35(4) pp. 789-798.

Messenger, M., Onslow, M., Packman, A., & Menzies, R. (2004). Social anxiety in stuttering: measuring negative social expectancies, Journal of fluency disorders, 29(3) pp. 201-212.

Peters, H. F., & Hulstijn, W. (1984). Stuttering and anxiety: The difference between stutterers and nonstutterers in verbal apprehension and physiologic arousal during the anticipation of speech and non-speech tasks. Journal of Fluency Disorders, 9(1) pp. 67-84.

Vivavoce Focus

Vi presento Vivavoce Focus

Cari lettori,

Nasce oggi Vivavoce Focus, il contenitore scientifico interamente dedicato alla voce, ideato e realizzato da Vivavoce Institute. Una raccolta di contributi originali che vuole porsi come punto di riferimento per l’informazione, l’educazione e la conoscenza di tutto ciò che riguarda il linguaggio.

Come centro d’eccellenza specializzato nel trattamento della balbuzie, è per noi un atto di responsabilità sociale sensibilizzare su questo tema i principali attori sociali: le famiglie, gli insegnanti, i professionisti sanitari. Per iniziare questo importante percorso di cultura, educazione e conoscenza, abbiamo scelto il mese di ottobre, mese in cui ricorre la Giornata Internazionale per la Sensibilizzazione sulla Balbuzie (International Stuttering Awareness Day, 22 ottobre). Ma siamo consapevoli che non si può parlare di balbuzie, senza trasmettere una conoscenza completa di tutto ciò che riguarda il linguaggio: come si sviluppa ed evolve, come viene elaborato dal punto di vista neuro-motorio, quali sono i disturbi tipici e le implicazioni psicologiche. É infatti all’interno di questo universo che la balbuzie si colloca.

La partecipazione del Vivavoce Research Institute alla più grande Conferenza Internazionale delle Neuroscienze Cognitive, lo scorso 6 agosto, come unico centro di ricerca italiano che ha presentato un progetto nell’ambito dei disturbi del linguaggio, ha dato un’ulteriore conferma del valore e dell’unicità del nostro lavoro e messo in luce ancora di più la mancanza di una fonte di informazione autorevole su questo tema. Vivavoce Focus intende colmare questo vuoto, attraverso un percorso conoscitivo fondato su solide basi scientifiche, ma con un linguaggio fruibile a tutti.

La parola d’ordine per Vivavoce Focus è multidisciplinarietà: crediamo fermamente che non sia possibile parlare di linguaggio in generale, e di balbuzie in particolare, esclusivamente in termini di fluenza verbale. Il linguaggio, forma privilegiata di comunicazione, coinvolge (e sconvolge) tutta la nostra persona: non solo gli organi deputati alla fonazione e la motricità dell’intera persona, la sfera psico-emotiva, fino ad impattare in modo decisivo le relazioni personali e sociali. Ecco perché i nostri contributi prenderanno vita all’interno di quattro aree tematiche.

  • Motricità, grazie alla quale capiremo quale sia il ruolo del controllo motorio nello sviluppo e nella produzione del linguaggio, e scopriremo quali principi di riabilitazione neuro-motoria possano essere trasposti al trattamento della balbuzie.
  • Psichededicata ad indagare la relazione tra i fattori psico-emotivi e il linguaggio, e ad approfondire le relazioni tra ansia, stress, disturbi traumatici e balbuzie, sfatando i luoghi comuni e gli stereotipi.
  • Linguaggio, che svelerà le componenti del linguaggio, come esso viene compreso ed elaborato dal punto di vita neurale, il suo sviluppo nel bambino, i principali deficit (DSL) e quando e come essi possono essere confusi o assimilati alla balbuzie.
  • Impatto Sociale, una raccolta delle ricerche riguardanti la percezione dei DSL e della balbuzie a livello sociale, per comprendere quale sia lo stato di consapevolezza e sensibilità rispetto a questi temi.
  • Pillole, raccoglierà testimonianze, video-interviste e brevi contributi volti a rispondere alle domande più frequenti di genitori e insegnanti sulla balbuzie e a raccontare le iniziative di sensibilizzazione promosse da Vivavoce Institute.

Parlare è una cosa seria. E per garantire l’attendibilità, la qualità e l’autorevolezza dei nostri contributi, abbiamo scelto un team di eccellenza: la nostra redazione, sempre alla ricerca di nuovi contributi, è formata da professionisti in psicologia, fisioterapia, logopedia e neuropsicologia, i nostri editoriali rigorosamente redatti sulla base di pubblicazioni scientifiche, da oggi messe sapientemente alla portata di tutti.

Vi auguro un percorso ricco, sorprendente e consapevole.

Buona lettura!

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La tristezza nei bambini e negli adolescenti: come gestirla e quando rivolgersi a un esperto

“Sono triste e non mi va di fare niente”: che succede? Bambini e adolescenti possono manifestare tristezza, una reazione “sana” e utile, contrariamente a quanto si è portati a pensare. 

Cosa fare e come gestirla, a casa e a scuola e quando è necessario rivolgersi a un esperto?

Cos’è la tristezza?

La tristezza è spesso considerata come un’emozione “negativa” e per questo da non provare. In realtà, la tristezza è una reazione sana e adattiva di fronte a una perdita, a una delusione o ad altre esperienze negative.

Come altre emozioni, la tristezza è utile e necessaria poiché ci informa che abbiamo perso uno scopo, un obiettivo che ci eravamo prefissati. Molte persone ritengono intollerabile sostare nella tristezza tuttavia tale emozione permette l’adattamento a seguito di una perdita.

Tristezza e depressione

Come le altre emozioni, la tristezza si muove lungo un continum sano-patologico. Riprendendo la metafora del termometro, la tristezza diventa disfunzionale quando è a temperature troppo alte: in questo caso, si parla di depressione.

La depressione è un disturbo emotivo caratterizzato da intensi sentimenti di disperazione, colpa, senso di impotenza, perdita di capacità di provare piacere e interesse nelle cose. Inoltre, per ipotizzare una condizione di depressione, non basta un gradiente di intensità ma si definisce anche rispetto a indicatore temporale: per diagnosticare un disturbo depressivo è necessario che i sintomi precedentemente elencati siano presenti da almeno due settimane.

I sintomi

La tristezza, come le altre emozioni, ha dei correlati neurovegetativi tipici: pianto, apatia (perdita di interesse per le attività), anedonia (perdita di piacere nello svolgere le attività), perdita del desiderio, alterazione della sensazione di fame (può aumentare o diminuire), alterazioni del sonno, pensiero lento e ripetitivo, scarsa energia e affaticamento.

Ricerche neurologiche mostrano come vi sia una correlazione tra depressione e mimetizzazione: in natura vi sono diversi esempi della funzionalità dei correlati fisiologici della tristezza.

Un esempio: quando una gazzella viene accerchiata da più predatori può fingersi morta. Il sistema interno della gazzella si “disattiva”, la respirazione rallenta la respirazione e il battito cardiaco si abbassa, il predatore la percepisce come morta e si allontana. Questo indica che le sensazioni correlate a uno stato depressivo, che insorge quando ci sentiamo senza via di uscita, sono reazioni fisiologiche e utili a livello evolutivo e, pertanto, non ci dobbiamo giudicare negativamente per la loro presenza.

Una connessione di pensieri

Come per le altre emozioni, la tristezza è determinata dai pensieri che facciamo. Lo stato depressivo è associato spesso a pensieri negativi e pessimisti su di sé, sul mondo e sul futuro ed è caratterizzato dall’idea di perdita di speranza. Ad esempio, pensiamo a un bambino che prende un brutto voto in una verifica: il pensiero «Mi va sempre tutto storto, non so fare nulla» lo porterà a consolidare un umore nero in quanto è un pensiero autosvalutativo.

Un pensiero più funzionale in questa situazione potrebbe essere: «Ogni tanto qualcosa mi va male ma ci sono molte cose che mi vanno bene». Questo porterebbe non a un’emozione di tristezza ma a una temperatura adeguata.

Tristezza e lutto

Essendo la tristezza un’emozione che indica la perdita, il lutto di una persona cara è sicuramente una situazione che evoca forti emozioni di tristezza.

Ma, come detto precedentemente, questo risulta problematico se la tristezza perdura per un tempo superiore ai 6/12 mesi. In questo caso si parla di un’elaborazione del lutto problematica che richiede attenzione.

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Come si manifesta la tristezza nel bambino e come nell’adolescente?

I segnali nel bambino

Rispetto alle altre emozioni, la tristezza molto intensa è spesso difficile da identificare in bambini. Questa può essere reattiva a un evento chiaro ma talvolta non è così semplice identificarlo e inoltre si può presentare con manifestazioni che potrebbero non far pensare immediatamente a emozioni di tristezza, quali irritabilità, atteggiamento oppositivo o alterazioni del sonno veglia e dell’alimentazione.

In particolare le manifestazioni di tristezza nel bambino potrebbero essere:

  • Insoddisfazione per attività prima considerate piacevoli;
  • Poco soddisfazione dalle attività ludiche;
  • Poca propensione all’interazione con i pari;
  • Alterazioni del sonno: insonnia o ipersonnia;
  • Alterazione della sensazione di fame: mancanza di appetito o iperfagia;
  • Difficoltà di concentrazione;
  • Irritabilità;
  • Lamentele e capricci

Le manifestazioni nell’adolescente

L’adolescenza è una fase di vita critica essendo una fase di transizione tra la fanciullezza e l’età adulta. I cambiamenti fisici, relazionali, ormonali possono portare a una maggior variabilità emotiva e una difficoltà maggiore nel controllarla.

Tendenzialmente l’adolescente ha una competenza emotiva maggiore, quindi una capacità maggiore di riconoscere l’emozione provata e verbalizzarla. Tuttavia la fase di vita che determina il cambiamento nel rapporto con il genitore, che diventa una base sicura in una fase esplorativa, rende più difficile il dialogo con l’adulto e quindi di conseguenza il confronto su emozioni di tristezza.

Le manifestazioni nell’adolescente possono ricalcare in parte quelle presenti nel bambino ma, di solito, emerge maggiormente la sensazione di apatia e anedonia. In una fase di vita dove il gruppo dei pari è fondamentale, la depressione può risultare evidente proprio in ambito relazionale portando il ragazzo a ridurre i contatti sociali.

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Cosa possono fare i genitori e gli insegnanti? 

L’impegno dei genitori

I genitori di bambini e adolescenti tristi possono sperimentare loro stessi emozioni di tristezza e sensi di colpa. Questi potrebbero chiedersi se hanno loro la responsabilità dello stato emotivo del figlio o in alcune situazioni, quali separazioni o altri eventi di vita, attribuirsi completamente la colpa.

Ricordiamo che non esiste un “libretto di istruzioni”: purtroppo nella vita non sempre le cose vanno come vorrebbero e questo non è colpa del genitore. Il principio da seguire è fare il meglio che si può in una certa situazione, non il meglio in assoluto.

Quindi il genitore può:

  • porre attenzione a quello che prova in quel momento nel vedere il figlio sofferente,
  • accogliere la sofferenza del figlio e non negargliela: l’emozione di tristezza non è piacevole ma è assolutamente normale, anzi è consigliabile spiegargli che non c’è nulla di male a sentirsi tristi, capita a tutti di sentirsi un po’ giù ma poi anche la tristezza passa;
  • aprire un dialogo su tali emozioni. Se ci si accorge che il proprio figlio non riesce ad aprirsi con il genitore, si può creare la condizione affinché si confidi con una persona estranea che può ascoltarlo e sostenerlo;
  • se si riconoscono dei pensieri negativi (autosvalutazione, perdita di speranza) favorire in lui un dialogo interno più funzionale e positivo.

Per quanto riguarda invece i bambini, i genitori possono stimolarli nel gioco o in attività piacevoli che potrebbe essere di grande aiuto per superare sentimenti di tristezza. Quando il bambino è triste spesso trascura contatti sociali e molte cose piacevoli in cui era solito impegnarsi. È bene evitare che questo accada, cercando di sollecitare il bambino, senza essere pressanti, per farsi coinvolgere in attività per lui gradevoli e stimolandolo a frequentare compagni con cui sta più volentieri.

L’attenzione dell’insegnante

L’insegnante ha un ruolo privilegiato di osservatore di bambini e adolescenti in situazioni che il genitore non può cogliere. Quindi è molto importante una comunicazione scuola-famiglia dove il genitore sia disponibile all’ascolto e l’insegnante a un’osservazione oggettiva.

L’osservazione dell’insegnante dovrebbe focalizzarsi non solo sull’aspetto prestazionale ma, per quanto possibile, anche su quello relazionale.

Se si osservano sentimenti forti di tristezza nel bambino l’insegnate potrebbe monitorarlo registrando su un diario i momenti e i comportamenti del bambino in questa direzione e comunicarli alla famiglia.

Spesso i ragazzi/bambini che provano frequentemente tristezza hanno pensieri autosvalutativi su di sé: pertanto, è auspicabile puntare sul rinforzo positivo.

Quando serve l’esperto?

Il ruolo dell’esperto appare importante in quelle situazioni in cui il bambino fatica ad aprirsi con persone a lui care o quando i sentimenti di tristezza appaiono pervasivi e persistenti nel tempo.

L’obiettivo del professionista sarà quello di aiutare il bambino o il ragazzo a riconoscere e gestire l’emozione e quindi modificare la risposta alla tristezza.

Bibliografia:

Di Pietro Mario, L’ABC delle mie emozioni (4-7 anni). Programma di alfabetizzazione socio-affettiva secondo il metodo REBT, 2014, Erickson Editore

Foto di Aa Dil da Pexels

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Burnout universitario e disagio psichico: rischiose soluzioni temporanee e investimenti duraturi

Se nel mondo anglosassone il rapporto tra studenti universitari e uso di sostanze viene sviluppato e analizzato, in Italia il disagio psichico e il burnout tra i più giovani non sono abbastanza monitorati.

Cosa possiamo fare allora per aiutare i ragazzi? Ce ne parla Lucia Ivona, trainer, counselor e coach da anni impegnata in attività a sostegno di studenti universitari.

Disagio psichico, burnout universitario e le “droghe intelligenti”

Il centro clinico di Psicoterapia Psicoanalitica dell’adulto di Milano ha condotto negli ultimi anni alcune importanti ricerche nel campo dell’abuso di sostanze da parte dei giovani e giovani adulti milanesi. Le ricerche hanno evidenziato un aumento significativo dell’uso di sostanze come alcol e cannabis soprattutto tra i più giovani.

I dati epidemiologici dell’Agenzia Tutela Salute (ATS) di Milano confermano questo quadro. Tale problematica investe anche gli studenti che frequentano le nostre università, i quali, spesso affaticati da stress e da sindrome di burnout non diagnosticata, si ritrovano ad abusare di sostanze con lo scopo di alleviare la sensazione di fatica e di aumentare le prestazioni di studio e i tempi di concentrazione.

Le “droghe intelligenti”, così sono chiamate le sostanze che agendo sul sistema nervoso, aumentano le capacità di sopportazione dello stress, di concentrazione e di memorizzazione: sostanze tuttavia pericolose per il benessere psicofisico e che creano dipendenze patologiche.

Disagio psichico e burnout tra gli studenti: i numeri del fenomeno

Ma andiamo con ordine e partiamo da qualche dato.

Negli Stati Uniti, il rapporto 2017 del Center for Collegiate Mental Health of  University Park, in Pennsylvania, ha individuato i sintomi della depressione nel 20% degli universitari americani oggetto del campione.

Nel Regno Unito un sondaggio di qualche mese precedente, promosso dalla National Union of Students, ha evidenziato che il 78% degli studenti intervistati stava soffrendo di disturbi mentali durante la propria esperienza universitaria. La quasi la totalità di questi ultimi dichiarò di sentirsi senza forza o in preda all’ansia. Risultarono alte anche le percentuali di disturbi più gravi, quali depressione, insonnia, irritabilità e sbalzi di umore, fino ad arrivare agli attacchi di panico e all’insorgenza di comportamenti anaffettivi.

Un’altra importante ricerca condotta dall’azienda di tecnologie finanziarie IeDigital ha rilevato che lo stress causato dall’esperienza universitaria influenza negativamente le relazioni interpersonali e, paradossalmente, il buon esito degli esami nel 32% del campione intervistato.

Gli Usa sono uno dei pochi paesi che ha sviluppato e condotto ricerche puntuali sul rapporto tra studenti universitari e uso di sostanze e rappresentano dunque un primo quadro di riferimento significativo per provare ad impostare progetti di ricerca simili nel nostro paese

Le cause 

A generare malessere non è solo l’ambiente troppo stressante – o più stressante che in passato. Purtroppo, infatti, i nostri giovani  sono meno strutturati, meno pronti a far fronte agli stimoli certo stressogeni, ma costitutivi e intrinseci del percorso universitario.

Esami, lezioni, gestione burocratica degli eventi, numero elevato di ore di studio e di concentrazione, accettazione del giudizio e/o del rifiuto sono infatti parte del sistema universitario.

Entrambe le cose incidono in proporzione variabile.

Qual è la situazione in Italia?

In Italia, su otto milioni di ragazzi tra i 12 e i 25 anni, quasi tre milioni affermano di non essere soddisfatti della propria vita e di non sentirsi “a posto” a livello psichico, stando al Rapporto Giovani 2019.

Il disagio dei più giovani è un fenomeno molto preoccupante per la società intera e influenza negativamente anche le politiche che si sforzano di creare maggiori opportunità di formazione e di lavoro per le fasce giovanili. Tali politiche infatti si scontrano con problematiche strutturali, che non sono legate al contesto esterno del giovane, che pure vorrebbero supportare con le loro proposte, ma al contesto interno dello stesso: questo non è modificabile con i sistemi delle politiche attive o passive, ma solo con un buon ascolto e un buon supporto psicoterapico nei casi di maggiore complessità, che, stando alla mia esperienza, rappresentano di gran lunga il numero maggiore.

I motivi di questa sofferenza possono essere diversi. Tra questi, c’è sicuramente la pressione degli studi e l’alta competitività di alcuni ambienti scolastici e universitari.

Ma è davvero tutto qui?

Io non credo; penso invece che dobbiamo purtroppo annoverare, alcuni altri significativi fenomeni che investono i giovani adulti,  quali l’impoverimento mentale ed emotivo di chi vive in una epoca di “passioni tristi”, per dirla con Miguel Benasayag e Gérard Schmit. Secondo loro spesso i nostri giovani hanno slegato il raggiungimento dei propri obiettivi dall’impegno e dalla costanza, dalla resistenza alla fatica, dal lavoro responsabile e programmato, dall’entusiasmo e dall’appagamento del fare bene il proprio lavoro, dalla accettazione del proprio limite e dei propri doveri.

Quale prezzo i giovani stanno pagando a causa di questo impoverimento?

Leggi anche Burnout universitario: cos’è e come si riconosce

Le “droghe dello studio” contro il burnout universitario

Il pericoloso mix tra desiderio di alte prestazioni e incapacità di ottenerle – o meglio, in molti casi, di lavorare con cura per ottenerle – genera gravi effetti collaterali secondari come l’abuso delle “smart drugs”, le cosiddette droghe dello studio che tengono alta l’attenzione e migliorano le performance.

Modafinil, Adderall, Ritalin, Dexedrine sono nomi sempre più conosciuti fra gli studenti. Stando al Global Drug Survey del 2018 il consumo di smart drugs in Europa è passato dal 5% del 2015 al 14% del 2017; un bel salto, no?

Secondo il Journal of American College Health, queste droghe provocano una facile dipendenza, influiscono sull’umore e sulla salute mentale inducendo stati di nervosismo e sovraeccitazione, facilitano l’insonnia e l’insorgere di problemi cardiovascolari.

Burnout e disagio psichico nell’ambiente universitario in Italia

In Italia, diversamente che negli Stati Uniti, i problemi della depressione, del disagio psichico e del burnout fra gli studenti non sono abbastanza monitorati, o almeno non vi sono ancora un numero sufficiente di studi che mettano in relazione lo stress dell’ambiente universitario con il sopraggiungere di disturbi più gravi. Allo stesso modo non si fa attenzione all’abuso di smart drugs, che si possono facilmente reperire online.

Che il problema esista e sia diffuso, lo testimonia tuttavia il fatto stesso che negli ultimi due anni sono aumentate in tutta Italia le strutture universitarie che mettono a disposizione degli studenti un servizio di ascolto gratuito. Ma questo flebile segnale, non può certamente garantire una risposta di alto valore clinico a un problema così grave che ci interroga con forza.

La relazione di aiuto infatti necessita di tempo per essere costruita perché sia capace di realizzare quella piattaforma di fiducia indispensabile per un buon ascolto e una buona apertura della persona in difficoltà. Il tempo della cura inoltre è un tempo diverso per ogni singolo essere umano e necessita di uno spazio costruito in modo adeguato.

È importante non solo ascoltare il giovane, ma anche riuscire ad orientarlo a nuove scelte, a cambi di facoltà, di strutture universitarie o di percorsi di studio, se necessario. E forse questo aspetto potrebbe non essere così semplice per il personale di un ateneo dove il numero degli iscritti e dei successi formativi contribuisce a un miglioramento dei riconoscimenti e dei fondi legati agli standard internazionali.

Cosa possiamo fare allora?

Dobbiamo intanto accettare una premessa e un limite di partenza: lo studente universitario è un soggetto adulto, ha già superato gli anni della formazione ed è dunque fuori dai processi di “sorveglianza educativa”.

Il lavoro che pertanto va fatto, con lo studente e a suo vantaggio, è un lavoro di riposizionamento di sé stesso all’interno di un contesto ben preciso. Un lavoro di counseling o di supporto psicologico che lo aiuti a guadagnare una vera consapevolezza di sé, del proprio limite,  della propria forza e del proprio desiderio, che è il motore del benessere, se diventa il protagonista di un buon ascolto e di una buona mediazione con quello che è il regno delle cose possibili, con le quali ciascun essere umano, a qualunque età, deve fare i conti.

 

Fonti: 

Center for Collegiate Mental Health (Ccmh): 2017 Annual Report. University Park (PA), Penn State University 2018, consultato il 14 maggio 2020 (https://sites.psu.edu/ccmh/files/2018/01/2017_CCMH_Report-1r3iri4.pdf)

National Union of Students (Nus), 2015, Mental Health Poll Nov 15, consultato l’ultima volta il 14 maggio 2020 (http://appg-students.org.uk/wp-content/uploads/2016/03/Mental-Health-Poll-November-15-Summary.pdf)

Students struggle under debt stress while at university, in “IeDigital”; consultato il 14 maggio 2020 (https://www.iedigital.com/news/students-struggling-debt-stress-university/)

La condizione giovanile in ItaliaRapporto Giovani 2019, Bologna, Il Mulino (2019)

Maier Larissa J., Ferris Jason A., Winstock Adam R., (2018), Pharmacological cognitive enhancement among non-ADHD individuals – A cross-sectional study in 15 countries, International Journal of Drug Policy, 58, pp. 104-112

Garnier-Dykstra Laura M., Calderia Kimberly M., Vincent Kathryn B., O’Grady Kevin E., Arría Amelia M., (2012), Nonmedical use of prescription stimulants during college: Four-year trends in exposure opportunity, use, motives, and sources, Journal of American College Health, 60, (3), pp. 226-234

Benasayag Miguel, Schmit Gerard, L’epoca delle passioni tristi, Milano, Feltrinelli (2004)

 

Approfondimenti:

Bauman Zygmunt. L’arte della vita, Bari, Laterza (2009)

Galimberti Umberto, L’ospite inquietante, Milano, Feltrinelli (2007)

Goleman Daniel, Focus, Milano, BUR (2014)

Carr Nicholas, Internet ci rende stupidi?, Milano, Raffaello Cortina (2011)

Wallace Patricia, La psicologia di Internet, Milano, Raffaello (Cortina 2017)

Foto di Andrea Piacquadio da Pexels

Vivavoce Focus

Dsa, le dieci domande più frequenti: risponde la logopedista

Tante sono le domande nella mente di un genitore quando si parla di disturbi specifici dell’apprendimento.

Ecco le dieci più frequenti che i genitori di bambini e ragazzi con disturbi rivolgono alla logopedista: risponde la dottoressa Marina Vai, logopedista del Centro Medico Vivavoce.

È vero che un bambino che presenta ritardo di linguaggio può diventare dislessico?

Sì: una percentuale di bambini (circa il 50% di quelli che hanno difficoltà di linguaggio durante l’ultimo anno della scuola materna) può diventare dislessico. In particolare  il bambino diagnosticato con disturbo fonetico-fonologico può presentare una difficoltà di acquisizione della letto-scrittura.

La lettura e la scrittura comportano la consapevolezza e la padronanza della sequenza dei fonemi che va poi tradotta con i corretti grafemi: un bambino che non riesce a ripetere in modo corretto una parola non riesce a tradurre in modo altrettanto corretto i grafemi necessari per scrivere una parola.

Esistono test specifici che possono valutare la padronanza dei prerequisiti scolastici?

Esistono dei test specifici per valutare i prerequisiti scolastici ed esercizi logopedici da fare sia con libri adeguati sia con cd dedicati molto divertenti e accattivanti.

Come posso capire se mio figlio ha delle difficoltà scolastiche che vanno valutate e/o diagnosticate?

Rivolgetevi innanzitutto all’insegnante di classe che può valutare se rispetto agli altri compagni vostro figlio ha delle difficoltà. Se avete la conferma potete iniziare a fare richiesta per una visita NPI (Neuropsichiatrica Infantile) presso centri accreditati convenzionati, dato che i tempi d’attesa sono lunghi.  Intanto contattate un centro privato  per avviare almeno un percorso logopedico di sostegno.

Si può rilevare un recupero adeguato con esercizi appositi?

Certo. Se il bambino aveva solo un ritardo nell’acquisizione della letto-scrittura può recuperare con esercizi personalizzati.

Quando è possibile fare una diagnosi di DSA?

La diagnosi è possibile a fine II primaria per la lettura e la scrittura e a fine III primaria per le difficoltà in matematica, previo allenamento specifico sulle abilità di calcolo, senso numerico, lettura e scrittura del numero.

Leggi anche Dsa, disturbi specifici dell’apprendimento: cosa sono?

Chi effettua la diagnosi di DSA?

La diagnosi va fatta da équipe – formata da neuropsichiatra infantile, psicologa, logopedista – accreditata presso le Aziende Sanitarie Locali in quanto deve dimostrare di avere anni di formazione e di lavoro sul campo con bambini con DSA per garantire la corretta applicazione della Consensus Conference relativa. Quella del 2007 è riferita ai lavori svolti da neuropsichiatri infantili, psicologi, logopedisti, psicomotricisti, optometristi e otorini durante i quali si sono stabiliti i criteri di valutazione e certificazione dei DSA e requisiti e composizione dell’équipe.

Quali sono le difficoltà che un bambino diagnosticato DSA può incontrare?

Le difficoltà si rilevano nella velocità e correttezza della lettura, nella comprensione del testo, nell’ortografia, nella grafomotricità, in matematica. La diagnosi comporta dei codici diversi a seconda degli ambiti compromessi.

La riabilitazione logopedica risolve le difficoltà di un bambino diagnosticato DSA?

La riabilitazione è assolutamente indispensabile. Essa sostiene e aiuta a migliorare gli ambiti deficitari e consiglia alla famiglia e alla scuola quali strumenti compensativi e misure dispensative adottare secondo la legge 170, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale l’8 ottobre 2010, che stabilisce le norme in materia di disturbi specifici dell’apprendimento in ambito scolastico.

Cosa sono gli strumenti compensativi e misure dispensative?

Sono strumenti e misure che possono essere adottate per facilitare gli apprendimenti del bambino: sono condivise dal centro che ha fatto la diagnosi e che lo ha in carico per la logopedia. Faccio solo qualche esempio: sintesi vocale per la lettura, correttore ortografico per gli errori ortografici, calcolatrice per i calcoli.

Chi decide quali  strumenti e misure dispensative utilizzare?

Gli strumenti e le misure dispensative da adottare vengono scritti sulla certificazione rilasciata alla famiglia e che va consegnata alla scuola in modo tale che gli insegnanti possano attenersi alle indicazioni scritte.

Se il bambino sta seguendo un percorso logopedico, consiglio vivamente che gli strumenti compensativi  vengano valutati caso per caso ed eventualmente adattati, condivisi direttamente con le insegnanti.

Foto di Pragyan Bezbaruah da Pexels

Vivavoce Focus

Dsa, le 5 domande più frequenti dei genitori: le risposte della psicologa

I DSA sono una malattia? Influiscono anche in ambiti diversi dalla scuola? Cos’è il PDP e cosa comporta?

Abbiamo raccolto alcune fra le domande più frequenti dei genitori di bambini e ragazzi con disturbi specifici dell’apprendimento: le risposte di Martina Tramontano, psicologa e psicoterapeuta del Centro Medico Vivavoce.

1. Si può “guarire da un disturbo specifico dell’apprendimento?

I disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) non possono essere definiti come una malattia. Quindi parlare di guarigione non è propriamente corretto.

I DSA sono infatti delle difficoltà specifiche nella lettura, nella scrittura e nel calcolo. I soggetti che presentano disturbi specifici dell’apprendimento hanno, però, un’intelligenza nella norma.

L’evolversi di queste difficoltà e l’impatto che queste possono avere sulla vita del bambino o del ragazzo dipendono da diversi fattori.

Il primo tra tutti è la tempestività della diagnosi.

È molto importante diagnosticare il problema fin dalla scuola primaria. Prima viene diagnosticato il DSA, prima potrà essere messo in atto un intervento sia di tipo riabilitativo sia di tipo didattico. Questo si traduce, cioè, in un percorso di potenziamento dell’apprendimento da parte di professionisti specializzati e in adeguamento della didattica in base alle caratteristiche studente.

La diagnosi e l’intervento riabilitativo avranno una ricaduta importante anche sull’aspetto psicologico.

Il bambino potrà infatti ridurre i vissuti di fallimento rispetto all’ambito scolastico (brutti voti, la percezione di non riuscire come gli altri, per citarne alcuni) e le pressioni dell’adulto (per esempio i rimproveri sul fatto che non si impegna e che deve studiare di più), imparando a compensare le sue difficoltà.

Al contrario, una diagnosi tardiva potrebbe esporlo a situazioni di fatica nello studio e a conseguenti risultati negativi e pensieri autosvalutativi come: «Non sono capace, non riesco come gli altri». A lungo termine questo potrebbe portare il ragazzo a creare un’idea negativa legata allo studio e una minor autostima.

I disturbi di grado lieve possono essere compensati in maniera autonoma da parte del bambino o ragazzo nella crescita fino a risultare impercettibili.

Una leggera dislessia o difficoltà di apprendimento mnemonico, o la discalculia, al di fuori dell’ambito scolastico, potrebbero risultare meno evidenti e compensate in autonomia. Un esempio tipico di questo: «Se faccio fatica con i numeri, posso usare la calcolatrice del telefono, e avrò meno occasioni di dover memorizzare nozioni o di dover leggere in pubblico lunghi testi. Ma posso comunque leggere per me o appuntarmi le nozioni mnemoniche come i numeri di telefono».

2. Un bambino con DSA può avere difficoltà anche in ambiti diversi dalla scuola?

I disturbi legati all’apprendimento hanno un’influenza maggiore in un ambiente scolastico, dove sono richieste capacità di letto-scrittura, calcolo, memorizzazione e prestazioni da effettuare in tempi limitati e definiti.

Fuori dal contesto scolastico, i ragazzi possono riportare fatica nell’organizzazione in generale, nelle attività non scolastiche o nella stima del tempo impiegato per svolgerle. Per esempio, preparare la borsa di calcio o organizzare il materiale per le lezioni di musica. Oppure definire quanto tempo ci mettono per prepararsi per uscire o quanto tempo necessitano tra un impegno e un altro.

Grazie all’uso di piccole strategie e accortezze, i bambini e i ragazzi con DSA possono imparare nel corso del tempo a gestirsi in maniera autonoma, con l’aiuto di calendari, sveglie o diari.

I ragazzi che hanno anche una disprassia in relazione alla disgrafia può essere che abbiano qualche difficoltà nella motricità fine, come esempio.

Avere un disturbo dell’apprendimento non comporta fatiche a livello relazionale e sociale, a meno che non ci siano conseguenze psicologiche derivate da una diagnosi tardiva o mal gestita. In questo caso, potrebbero subentrare perdita di autostima, sentimenti di inadeguatezza o di disvalore.

Leggi anche Dsa, disturbi specifici dell’apprendimento: cosa sono?

3. Perché un concetto che pare acquisito da un bambino con DSA a volte sembra “sparire” dai suoi apprendimenti?

I bambini e i ragazzi con DSA hanno una difficoltà nell’automatizzare alcune procedure, per esempio le regole grammaticali o matematiche. Quindi ogni volta che si approcciano a un compito è come fosse la prima.

I genitori dovrebbero tenere a mente questo aspetto, così da considerarlo non una dimenticanza o una disattenzione, ma un aspetto intrinseco nel disturbo.

In questo modo, possono anche modificare e adeguare le loro aspettative e le richieste sullo studio.

I bambini e i ragazzi con DSA possono avvalersi di strategie e strumenti come calcolatrice, formulari, tabelle dei verbi, per compensare questa difficoltà. L’uso di questi strumenti deve essere letto dall’adulto come essenziale ed equivalente all’apprendimento senza ausili.

Per un bambino o un ragazzo con DSA, questi strumenti sono l’equivalente degli occhiali per un miope. Non utilizzarli sarebbe un dispendio di energie, oltre che controproducente, sia in termini scolastici sia in termini psicologici.

4. Cos’è un PDP (Piano Didattico Personalizzato)?

Il Piano Didattico Personalizzato (PDP) è un documento redatto dal consiglio di classe per un bambino o un ragazzo con diagnosi di DSA.

Tale documento è creato sulla base della valutazione effettuata da un’équipe certificata che ha diagnosticato il DSA (l’équipe è formata, per legge, da un neuropsichiatra infantile, uno psicologo e un logopedista).

Nella diagnosi viene indicato il tipo di disturbo, la sua intensità e vengono fornite alcune indicazioni a livello didattico, sulle quali il consiglio di classe può creare il PDP.

La funzione di questo documento è condividere la diagnosi e le caratteristiche specifiche delle difficoltà emerse, e stilare una serie di misure compensative e dispensative a cui il bambino o il ragazzo hanno diritto in ambito scolastico.

Questo documento viene condiviso con la famiglia e il bambino o il ragazzo. Fondamentale è che anche il bambino o il ragazzo conoscano bene cosa vi è scritto, in modo da aver chiaro i suoi doveri e i diritti (ossia cosa ha a disposizione e cosa no).

I bambini e i ragazzi con un PDP dovranno raggiungere gli stessi obiettivi formativi dei compagni.

Diverso invece è il Piano Educativo Individualizzato (PEI), documento nel quale gli obiettivi formativi per l’anno scolastico possono essere diversi dal resto della classe.

Tale documento solitamente viene riaggiornato ogni anno.

Leggi anche Scuola a casa: come posso aiutare mio figlio con DSA?

5. Cosa sono le misure dispensative e compensative di cui si parla nel PDP?

Le misure dispensative e compensative sono le misure cui il bambino o ragazzo con diagnosi di DSA può ricorrere. Sono esplicitate all’interno del documento PDP.

  • Le misure compensative sono gli accorgimenti e strumenti che il soggetto può utilizzare per compensare le sue fatiche di apprendimento in modo da poter raggiungere gli stessi risultati di chi non ha tali difficolta. Tra questi vi sono l’uso del pc, della sintesi vocale, delle mappe concettuali, ecc…
  • Le misure dispensative sono i compiti o le prestazioni da cui il ragazzo è dispensato, per cui non verrà valutato negativamente il non adempimento di queste. Per esempio: lettura ad alta voce, studio memonico, ecc…

Queste misure sono un diritto del bambino o ragazzo.

Talvolta il bambino o ragazzo può crearsi delle proprie idee su queste misure («Mi vergogno ad usare il pc», «Sono l’unico con le mappe», ecc) che possono influenzare la sua disponibilità a usarle e di conseguenza l’andamento scolastico, creando un circolo vizioso che ricade poi sulla sua autostima.

Nel caso il genitore osservi un rifiuto nell’utilizzo di queste strategie – con conseguenze in termini prestazionali ed emotivi – è bene che apra il dialogo su questo aspetto, aiutandolo a guardare a queste misure come strumenti per raggiungere gli stessi obiettivi dei compagni (Una risposta tipo: «Le mappe sono come i tuoi occhiali: usarle non vuol dire che sei meno intelligente, ma che ti servono “per vedere” come gli altri. Le mappe possono aiutarti nello studio come possono aiutare gli altri»).

Foto di Andrea Piacquadio da Pexels

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Coronavirus e stress da studio universitario: 5 rimedi utili, non solo per la salute della mente!

In questo articolo proveremo a tenere in un’unica cornice di riferimento due temi importanti: lo stress e il disagio psichico che possono vivere gli studenti universitari e i suggerimenti per stare bene anche fisicamente, soprattutto alla luce delle nuove sfide che ci “impone” il Covid-19.

Stress e studio universitario: che fare?

Quali sono le origini e le cause dello stress? Provando a semplificare il più possibile, diremo soltanto che quest’ultimo è la risposta “immediata” di lotta o fuga che ciascuno di noi organizza a fronte di paure e disagi che alcuni eventi possono generare. Certamente lo studio universitario e il rispondere della propria preparazione durante gli esami sono alcuni tra gli eventi possibili generatori di stress.

Alcuni stati di mancata salute fisica, che spesso ritroviamo nei nostri studenti universitari, sono spesso causati da stress prolungati nel tempo.

Lo stress infatti ha di per sé, una funzione positiva. Ciò che lo trasforma in un fattore di pericolo per la nostra salute è il tempo. Il nostro organismo e la nostra mente non sono infatti strutturati per rispondere a periodi di stress prolungati.

Ecco perché, quando questo si verifica, l’unica risposta possibile e universale è la malattia.

Il “carico” del coronavirus

Le problematiche e i disturbi psicofisici che seguono e insorgono a causa di uno stress prolungato sono diverse e interessano diversi luoghi e “non luoghi” della preziosa relazione mente/corpo.

Il complesso e straordinario periodo che stiamo attraversando, riorganizzando la nostra vita e le nostre difese alla luce della comparsa e diffusione del coronavirus, aggiunge per tutti un carico di stress, per l’appunto non ordinario.

È fondamentale cercare di non ammalarsi e di rimanere sani ed è bene ricordare che questo non può avvenire se non passando in via preferenziale da un abbassamento dei livelli di stress individuale.

Perché mai?

È importante ricordare che l’ormone che attiva lo stato di tensione e di stress è il cortisolo. Quando questo ormone viene secreto in eccesso o per lunghi periodi di tempo, crea un effetto collaterale negativo nefasto per la nostra salute: indebolisce il sistema immunitario. Indebolisce cioè proprio il sistema di difesa dagli agenti patogeni esterni.

Ecco perché, anche per proteggersi meglio dal coronavirus e in vista di una ripresa delle nostre ordinarie azioni di vita, è necessario in primis salvaguardare il nostro sistema immunitario che teme l’eccesso di stress.

Leggi anche Università: come affrontare studio, esami e ansia

Consigli agli studenti per abbassare i livelli di stress

Ecco alcuni primi e semplici accorgimenti da consigliare ai nostri studenti universitari per provare ad abbassare questi livelli e guadagnare in salute psicofisica.

Pianificare le sessioni di studio

Un metodo molto efficace per ridurre lo stress causato dagli studi universitari è quello di pianificare “al contrario”.

Questo significa che se si hanno delle scadenza già note, come per esempio le consegne di alcuni lavori di gruppo oppure un esame scritto o orale, si dovrebbe partire a ritroso e organizzare sul calendario giorno per giorno la stima di quanto sarà necessario studiare quotidianamente per raggiungere il livello ideale di preparazione.

Pensare e pianificare anche i momenti di relax

Pianificando con attenzione a ritroso, è possibile infatti inserire nella tabella di marcia dei giorni interi di totale riposo e svago. Sapere che il divertimento è già stato pianificato aiuterà a non procrastinare e motiverà maggiormente allo studio.

Condividere il più possibile (anche on line)

“L’unione fa la forza”, recita un famoso adagio. Nulla di più vero, soprattutto quando si condivide un progetto, come può essere un lavoro di gruppo o il superamento di un esame.

Non dimentichiamo infatti che il nostro cervello è un organo sociale! Ecco che, scegliendo con attenzione compagni con cui studiare o pianificare i propri obiettivi, sarà più facile sostenere le fatiche, condividere paure, tensioni, idee e punti di vista e ridurre così fortemente gli effetti dello stress prolungato.

Fare un’attività completamente diversa dallo studio

Quando si è a lungo impegnati a livello cognitivo, come durante le lunghe sessioni di studio, il cervello rischia di andare in sovraccarico. Si percepisce una sensazione fuggevole ma chiara: una sensazione di saturazione e di incapacità assoluta di immagazzinare nuove informazioni.

Sarà importante a questo punto dedicarsi ad un’attività completamente diversa, piacevole, che possa favorire il rilassamento.

Dormire a lungo, è un buon suggerimento anche per noi!

Cercare di riposare almeno otto ore al giorno, anche nei periodi di esame, è fondamentale per garantire un buon recupero e un mantenimento di efficaci livelli di attenzione e di apprendimento.

Un corretto riposo è molto importante sia per fissare i concetti appresi durante la giornata, sia per mantenere alto il livello di umore e la lucidità mentale, aspetti che risulteranno fondamentali nel momento in cui, prossimi agli esami, bisognerà affrontare intensi periodi di studio e tensione.

Foto di Anna Shvets da Pexels

Vivavoce Focus

Scuola, la valutazione al tempo della didattica a distanza

La didattica a distanza pone i docenti davanti alla sfida di una nuova valutazione. Quali criteri adottare e cosa valutare davvero?

Una riflessione di Pietro Viscardi, docente sul campo.

L’avventura di un numero

“Alé!” in arrampicata è il grido di chi ai piedi della parete vede il compagno scalatore afferrare con successo la presa successiva. “Alé! Alé!” è invece l’incitamento di quando alla presa successiva non si riesce ancora ad arrivare.

Durante una scalata, piccola o grande che sia, difficilmente sentirete un motto di delusione da parte di chi sta a terra. All’errore segue un suggerimento, alla caduta il silenzio. E l’attesa del prossimo tentativo. Alé! Di nuovo. Così è l’arrampicata, così la scuola. 

In arrampicata si urla “Alé!”, a scuola si scrivono voti, ma in entrambi i casi lo scopo delle grida o dei numeri è uno: far sentire a chi ci prova che non è solo. I conti si faranno poi alla fine. Come quando scesi dalla roccia la si guarda insieme e si giudica la salita, così alla riconsegna del compito occorre che docente e alunno si prendano del tempo per capire come è andata.

Lo sprone allo scalatore e il voto dato dal docente all’alunno racchiudono in sé una molteplicità di significati che hanno bisogno di essere esplicitati. 

Questa esplicitazione si è resa ancor più necessaria con la DAD (Didattica a Distanza), come anche la nota ministeriale timidamente accenna.

Valutare con la didattica a distanza

Se oggi la lontananza e i tempi ridotti di lezione chiedono chiarezza alla proposta scolastica, a maggior ragione la chiedono alla valutazione.

Il voto negativo dato dalla brama di tornare al più presto a girare tra i banchi durante le verifiche (per valutare in fondo sempre e solo le conoscenze e mai le competenze) è fallimentare tanto quanto il “sei politico”.

Oggi più che mai occorre che la valutazione, positiva o negativa che sia, venga preceduta e seguita da una narrazione, da un’esplicitazione prima della prova e una chiarificazione dopo la prova dei criteri di verifica e di giudizio.

Senza criteri chiari la valutazione non sarà mai compresa e calerà sempre dall’alto della cattedra. Per questo occorre che valutare non sia un diritto esclusivo del docente (tutti infatti valutano, sempre, voi stessi leggendo mi state valutando) ma sia un esercizio chiesto anche all’alunno.

Come? Per esempio attraverso l’autovalutazione.“La narrazione argomentata delle proprie vicende apprenditive aiuta a giudicare il lavoro svolto cioè a prenderne coscienza e quindi a farne tesoro. 

Leggi anche Insegnanti e didattica a distanza: la lezione con “la porta aperta”

Didattica a distanza, cosa valutare davvero?

Una volta chiariti i criteri occorre però che essi abbiano anche la capacità di adattarsi al singolo alunno perché in ognuno la conoscenza avviene in modo diverso. Il teologo John Henry Newman descrive la dinamicità dell’apprendimento così: 

La mente si estende in lungo e in largo, si espande e avanza con una velocità che è diventata proverbiale e con una sottigliezza e versatilità che sfidano ogni indagine. Passa da un punto altro, appoggiandosi qui a un’indicazione e là a una probabilità; ora servendosi di un’associazione, ora fondandosi su qualche legge acquisita

Al docente spetta far crescere (ecco lo scopo della prova) e rendere evidente (ecco lo scopo della valutazione) il processo di conoscenza e non solo la conoscenza intesa nella sua accezione più bassa perché, come dice Albert Einstein, «imparare è un’esperienza, tutto il resto è solo informazione».

Sempre Newman afferma che «il ragionamento o l’esercizio della ragione è una spontanea energia vivente dentro di noi»Liberare questa energia è il compito della scuola. 

Leggi anche L’Esame di stato: la maturità ai tempi del coronavirus

Didattica a distanza, la valutazione come valorizzazione

Oggi i docenti, liberati essi stessi dal graticolato dei banchi delle aule e dal ricatto del nozionismo, possono cogliere questa occasione e inoltrarsi coi propri alunni nel processo di conoscenza battendo coraggiosamente i nuovi sentieri della DAD.

Solo se avremo buoni occhi potremo scorgere il passaggio mite o fulmineo della conoscenza e, aggrappandosi a quell’attimo, seguirne la traccia. Valutare, lo dice la parola stessa, significa dare valore, valorizzare perché anche «un minuto frammento è l’indizio per una grande scoperta».

In fondo, per tornare alla montagna, davanti a una parete tutto lo sforzo di chi sale e di chi sta giù è individuare il prossimo appiglio, non certo godere della piattezza lapidaria della roccia. Solo così la ragione progredirà «non diversamente da uno scalatore su una ripida parete, che, con occhio veloce, mano pronta e piede fermo, sale senza sapere neanche lui come». 

Citazioni: 

Newman John Henry, Il cuore del mondo. Antologia degli scritti, Milano, BUR

 Foto di Julia M Cameron da Pexels

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Cos’è l’EMDR, come funziona e in cosa consiste la terapia

Scoperta alla fine degli anni Novanta, l’EMDR è spesso usato nel trattamento di disturbi legati a eventi stressanti o traumatici. Ma quando è opportuno farvi ricorso e come funziona la terapia?

Cos’è l’EMDR

L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è un tipo di approccio terapeutico psicoterapico usato per curare eventi traumatici e stressanti. In particolare, è un trattamento evidence – based per il disturbo post traumatico da stress,  come rivelato nel 2011 dal Samsha (Substance Abuse and Mental Health Services Administration).

Questo approccio è stato studiato da Francine Shapiro tra il 1987 e il 1990 e attualmente è uno strumento standardizzato e supportato empiricamente da numerosi studi.

Secondo il modello AIP (Adaptive Information Processing) di Shapiro, l’uomo ha un sistema intrinseco e adattivo che gli permette di elaborare i ricordi. Quando sono traumatici è possibile che l’elaborazione non avvenga in maniera corretta e si sviluppi una patologia.

L’EMDR, focalizzandosi sulla rievocazione dell’evento traumatico, si pone l’obiettivo di far rielaborare tale ricordo in maniera adeguata con una conseguente riduzione della sintomatologia.

Il terapista EMDR aiuta il paziente attraverso una stimolazione specifica che coinvolge entrambi gli emisferi cerebrali: questo può essere fatto con movimenti oculari alternati o altre stimolazioni destra/sinistra.

Come funziona l’EMDR

La stimolazione cerebrale bilaterale permette di desensibilizzare il ricordo e di modificare le convinzioni che il soggetto ha sull’evento.

Questo permette al soggetto di percepire il ricordo con più distacco, di sentire le emozioni meno intensamente, con sensazioni fisiche meno disturbanti e di modificare, infine, le convinzioni negative su di sé.

Il ruolo del terapeuta è quello di far rielaborare il paziente, guidandolo nel movimento oculare alternato o con una stimolazione tattile destra/sinistra, senza intervenire direttamente per non interrompere l’elaborazione.

Con quali disturbi viene usato viene usato

Il termine trauma può riferirsi a diverse esperienze. Si dividono traumi con la “T” maiuscola e traumi con la “t” minuscola:

  • T maiuscola: eventi di vita in cui il soggetto – o qualcuno molto vicino ad esso – ha la percezione di rischiare l’integrità fisica o la vita.  Gli esempi più comuni sono incidenti, lutti, abusi sessuali, disastri naturali;
  • t minuscola: traumi relazionali causati da figure di attaccamento che non soddisfano ripetutamente i bisogni emotivi e relazionali del bambino (traumi per omissione).

Data questa distinzione, l’EMDR viene utilizzato con traumi o eventi stressanti di diversa intensità

  • Lutti patologici e non;
  • Traumi per disastri naturali;
  • Traumi per incidenti stradali;
  • Traumi per abusi di diverso tipo;
  • Traumi a seguito di violenze;
  • Vissuti di umiliazione;
  • Traumi in età infantile

L’efficacia di questo trattamento è evidente in particolare con i seguenti disturbi:

  • disturbo da stress post-traumatico (PTSD);
  • disturbo da stress acuto;
  • disturbo post-traumatico complesso;
  • disturbi dissociativi;
  • disturbi dell’adattamento;
  • disturbo reattivo dell’attaccamento.

Inoltre, l’EMDR viene utilizzato molto nel trattamento di bambini, data la loro incapacità ad elaborare cognitivamente un ricordo.

Leggi anche Cos’è e come si cura il disturbo post traumatico da stress

In cosa consiste una terapia EMDR

La terapia EMDR segue un protocollo standard, tendenzialmente è usata nelle terapie individuali ma, talvolta, viene utilizzata anche in gruppo.

La durata del percorso terapeutico è variabile in base alla risposta del paziente e al tipo di trauma riportato.

Il protocollo prevede diverse fasi:

    • Viene fatta un’anamnesi del paziente e viene stabilito il piano terapeutico. Si definisce la problematica e i ricordi target su cui andare a lavorare;
    • Viene preparato il paziente alla terapia: si spiegano dettagliatamente i principi e il funzionamento del protocollo. Inoltre, si introducono le prime tecniche di rilassamento;
    • Si procede con una valutazione dettagliata dei diversi aspetti necessari alla terapia, ad esempio: identificazione del ricordo da desensibilizzare e la sua componente immaginativa, emotiva, cognitiva e fisica;
    • Si inizia la desensibilizzazione del ricordo grazie alla stimolazione bilaterale finché l’immagine dell’evento non è più percepita come disturbante;
    • Viene effettuata una ristrutturazione cognitiva positiva dell’evento;
    • Si pone attenzione agli aspetti corporei, valutando eventuali modifiche delle sensazioni fisiche legate all’evento traumatico;
    •  Si procede con la chiusura dell’elaborazione del ricordo;
    • Infine, si svolge una rivalutazione dell’evento per analizzare eventuali nuovi aspetti.

Scopri i percorsi di Psicologia e Psicoterapia del Centro Medico Vivavoce

Effetti collaterali 

Le sedute possono essere emotivamente intense: può succedere che il paziente pianga o che sia affaticato a fine seduta. Questo dipende dall’intensità dell’elaborazione emotiva, cognitiva e fisica.

Se l’elaborazione non è stata completata durante la seduta, è possibile che nelle ore successive il paziente riviva parte del ricordo o sensazioni spiacevoli.

Il terapeuta rende esplicito tale aspetto e si rende disponibile ad essere contattato o ad anticipare l’appuntamento successivo.

Efficacia del trattamento con EMDR e controversie

Ad oggi vi sono numerosi studi scientifici che confermano l’efficacia di questo trattamento. Nel 2013 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riconosciuto l’EMDR come approccio terapeutico efficace per la cura del trauma e dei disturbi ad esso correlati.

Le ricerche non solo hanno dimostrato l’efficacia ma hanno evidenziato anche variazioni fisiologiche e strutturali di pazienti sottoposti a EMDR. 

È stata dimostrata una normalizzazione dei livelli basali di cortisolo, ormone che viene prodotto a seguito di uno stress, dopo il trattamento EMDR (Heber et al., 2002). Sono emersi anche cambiamenti a livello di struttura cerebrali – ippocampo, lobo temporale mediale- aree cerebrali debite alla memoria ( Pagani et al., 2007; Bossini et al. 2007).

Sul sito EMDR Italia sono riportati numerosi studi scientifici che supportano questo tipo di approccio terapeutico

L’équipe di Psicoterapeuti del Centro Medico Vivavoce è certificata per il trattamento EMDR.

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Bibliografia:

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www.emdr.it

Foto di Josh Sorenson da Pexels

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