La scuola è un ambiente molto delicato in cui, oltre ad accrescere la conoscenza e le capacità cognitive dei bambini, si sviluppano le abilità sociali e le competenze alla base delle interazioni con gli adulti e con i coetanei. La balbuzie, a questa età, può essere un elemento di disturbo in grado di produrre conseguenze negative sulla percezione di sé da parte dei bambini che ne soffrono, inducendo un possibile senso di inadeguatezza e inferiorità e, conseguentemente, condurre a un ritiro sempre maggiore dagli scambi verbali. In più, conoscendo in anticipo le situazioni su cui si bloccherà e sperimentando l’ansia prima ancora di parlare, il bambino che balbetta può incorrere in esperienze particolarmente stressanti in grado di esercitare una grande influenza nello sviluppo della socialità già nella scuola primaria. Essendo esposto continuamente all’interazione e alla reazione degli altri, a scuola il bambino che balbetta è sottoposto ad un maggiore stress di quanto non avvenga nell’ambiente familiare, più intimo e protetto.  A questo, si aggiunge la possibilità di essere vittima di derisione e di bullismo o avere opportunità limitate di partecipare ad attività che contemplino la comunicazione verbale.  Immaginiamo quali conseguenze negative possano avere questi eventi sul piano emotivo e comportamentale, e come possano facilmente trasformarsi in un ostacolo allo sviluppo relazionale e alla durata del percorso di studio.

Il ruolo dell’insegnante diventa allora rilevante in quanto, come figura che vede quotidianamente il bambino mentre si sperimenta in situazioni di maggiore difficoltà rispetto a quelle famigliari, può riconoscere le sue fatiche, segnalarle ai genitori e tenere monitorati progressi.

L’intervento degli insegnanti

Proprio per il ruolo duplice che ricopre, didattico ed educativo, l’insegnante ha il potenziale per intervenire e influenzare queste situazioni difficili. Sul piano didattico, può incoraggiare gli studenti che balbettano a cimentarsi in compiti di dialogo, adattando però le valutazioni scolastiche su criteri che non li penalizzino – ad esempio ponendo più attenzione a cosa dicono e non a come lo dicono – e includendo una pianificazione condivisa e una maggiore libertà nello scegliere quando essi debbano sostenere una presentazione orale – prima o dopo i compagni di classe o in separata sede. In questo modo l’insegnante si fa promotore di un approccio proattivo che può facilitare l’inclusione e la partecipazione degli studenti nel lavoro del gruppo classe. Inoltre, in una prospettiva educativa, l’insegnante può adottare comportamenti che servano sia ai bambini che balbettano a non soffrire di un disagio eccessivo nelle interazioni verbali, sia come modello di comportamento per gli altri bambini.

Spiegare cosa sia la balbuzie a scuola, all’intera classe, e quali difficoltà incontra il compagno che balbetta è il miglior modo per creare un clima di accoglienza e dare ai bambini gli strumenti necessari per stare davanti alla diversità e alla fatica dell’altro. Questo può avvenire, ad esempio, dialogando con i bambini sulle proprie paure e i propri limiti, coinvolgendo tutti nel discorso ed evitando che i compagni che balbettano, trovandosi al centro dell’attenzione, vivano una situazione di imbarazzo. E’ utile poi favorire, in modo graduale, un maggiore coinvolgimento dei bambini che balbettano nei lavori di gruppo, dando loro la possibilità di partecipare attivamente e di presentare davanti alla classe, rispettandone i tempi e di espressione.

Formazione ed esperienza diretta: cosa dice la ricerca

Vista la grande responsabilità degli insegnanti nel gestire queste situazioni è utile, per loro, avere conoscenze specifiche sulla balbuzie in grado di rinforzare il loro compito educativo. Anche gli aspetti relazionali possono giocare un ruolo importante che va al di là della formazione professionale.

Gli insegnanti sono naturalmente più esposti a una maggiore quantità e varietà di informazioni riguardanti la balbuzie. Secondo le ricerche, essi non hanno credenze più o meno corrette delle altre persone, ma il loro atteggiamento verso gli studenti che soffrono di balbuzie cambia, non solo in base all’età e al livello di educazione, ma anche in base alle convinzioni sulla balbuzie maturate precedentemente alle esperienze dirette, nonché alla familiarità con persone che soffrono di balbuzie. Quello che fa la differenza è, come in molti casi, l’esperienza diretta con i bambini che balbettano: essa rappresenta infatti una risorsa importante per gestire le future interazioni con altri studenti che balbettano. Avere sotto gli occhi quotidianamente la fatica di ogni bambino e mantenere un dialogo costante con le famiglie, non può che rafforzare una percezione dell’individuo che va aldilà della balbuzie e aiutare ad abbandonare gli stereotipi e i luoghi comuni.

La buona notizia che ci regala la ricerca, è che le difficoltà degli insegnanti nel gestire le interazioni con gli studenti che balbettano non sembrano legate a basse aspettative o scarsa fiducia, ma, come avviene nei bambini, al fatto che non sempre essi sappiano come relazionarsi a queste fatiche. E infatti, gli insegnanti non percepiscono gli studenti che balbettano come dotati di minori risorse cognitive rispetto a tutti gli altri. Le difficoltà di chi soffre di balbuzie, benché spesso riconosciute come potenziali ostacoli, non vengono percepite limitanti rispetto alle capacità intellettive.

Ancora un volta, gli insegnanti si rivelano una volta figure chiave per la gestione e l’educazione delle relazioni con i pari e per favorire l’inclusione sociale. Nel caso della balbuzie, questa grande responsabilità richiede una formazione adeguata, una corretta sensibilizzazione e un confronto costante con le famiglie e i professionisti. Solo l’esperienza diretta, il “toccare con mano”, permette di considerare gli studenti aldilà delle difficoltà comunicative e spronarli ad esprimere al meglio il loro potenziale.

Luca Bailo

Luca Bailo

Psicologo Clinico

Ha frequentato l’Università degli studi di Milano Bicocca laureandosi in Scienze tecniche psicologiche e, successivamente, in Psicologia clinica. Ha proseguito la carriera accademica conseguendo un Dottorato di ricerca in Psicologia cognitiva. Iscritto all’Ordine degli Psicologi della Lombardia, con un’équipe di psicologi ha dato vita al Progetto Duos, che offre servizi di supporto psicologico rivolti a individui, coppie e famiglie, attraverso percorsi di consulenza e cura finalizzati al superamento di momenti di crisi.

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