Balbuzie: da sempre vittima di luoghi comuni

Sulla balbuzie se ne sentono da sempre “di tutti i colori”. I luoghi comuni su questa difficoltà sono diffusi non soltanto tra chi non balbetta, ma anche in ambito clinico. Ma è possibile dare una definizione più autentica ed esaustiva di questo fenomeno?

Come da un vecchio film, di scarsa risoluzione e in bianco e nero, è possibile ottenere una versione restaurata ricca di dettagli e colori, così possiamo restituire alla balbuzie tutte le sue sfumature.

La balbuzie in bianco o nero

Ognuno di noi ha – o pensa di avere – un’idea piuttosto chiara di cosa sia la balbuzie. A prima vista può sembrare un fenomeno facile da inquadrare.

La televisione ci restituisce un’immagine netta: in poche battute le difficoltà del personaggio balbuziente si palesano agli occhi e alle orecchie del pubblico. Pensiamo a Pallino, timido maialino dei Looney Tunes, o Cateno, fratello maldestro di Leonardo Pieraccioni in Ti amo in tutte le lingue del mondo.

Quasi tutti abbiamo parlato almeno una volta con una persona sicuramente balbuziente: è facile e immediato riconoscerne questa fatica. Ripete suoni, sillabe o intere parole? Fa numerosi tentativi prima di riuscire a dire qualcosa? La voce si strozza in gola e fa degli enormi sforzi per farla uscire? Allora balbetta. Non servono radar, corsi avanzati o lauree per capirlo.

Per chi non balbetta la balbuzie è semplicemente una difficoltà di comunicazione ben visibile che non permette di esprimere i propri pensieri.

Anche i manuali diagnostici forniscono definizioni standard, basate sulla classificazione dei sintomi più frequenti. Queste definizioni risultano aride perché non lasciano spazio alle peculiarità della persona e non avanzano ipotesi sulle cause del problema. Di conseguenza, non tracciando linee guida per un intervento mirato.

La balbuzie è in realtà un fenomeno molto complesso, che non può essere tradotto in termini assoluti: bianco o nero. Se ci soffermiamo a guardarla più da vicino noteremo molteplici sfaccettature ed interazioni tra più aree della persona.

La balbuzie a colori

Lo stereotipo del balbuziente è spesso distante dalle singole manifestazioni e chi balbetta può non riconoscersi nelle classificazioni standard.

Ecco le sfumature che chi non balbetta fatica a discriminare.

  • Frequenza. La balbuzie non è sempre sistematica. Può manifestarsi esclusivamente in rare e specifiche situazioni e non verificarsi minimamente in tutte le altre.
  • Durata. La balbuzie non è sempre costante. Può rimanere totalmente “silente” per alcuni periodi (anche molto lunghi!) e poi riapparire improvvisamente con frequenza sporadica o più continuativa.
  • Severità. La balbuzie è di intensità variabile. In alcune persone o situazioni, può non compromettere significativamente la fluenza dell’eloquio, almeno dalla prospettiva di chi ascolta.
  • Tipologia. Oltre a ripetizioni, prolungamenti, interruzioni, blocchi e circonlocuzioni esistono manifestazioni più sottili. Ad esempio, l’utilizzo di intercalari e interiezioni, il ricorso a frasi brevi o spezzettate, l’alterazione del ritmo del discorso. Anche un aumento intenzionale della velocità di articolazione può rappresentare una strategia per superare un blocco.
  • Comportamento. La balbuzie può manifestarsi anche tramite silenzi e rinunce a comunicare qualcosa. Spesso queste manifestazioni sono confuse con riservatezza, introversione o scarsa partecipazione alla comunicazione.

Balbuzie: cosa prova chi ne soffre

La balbuzie è la risposta soggettiva di ogni persona a qualcosa che non si vede: un blocco. Il blocco può essere percepito a livello addominale, toracico o diaframmatico. La reazione di chi balbetta di fronte a questo blocco dipende dal carattere, dal temperamento, dalla sensibilità e dalla motricità. La risposta può essere visibile o non visibile.

Se la risposta è visibile, chi ascolta percepisce il suono che si strozza, vede la faccia che si contrae. Manifestazioni che possono essere più o meno presenti, intense, durature in un determinato momento o in una determinata situazione. La balbuzie però non è solo quello che succede mentre uno balbetta.

La risposta può essere non visibile, perché la balbuzie non compromette solo la forma con cui viene espresso il messaggio, ma anche il suo contenuto. Chi balbetta ha chiaro cosa vuole dire, ma la difficoltà nel passaggio dal pensiero alla parola ne condiziona il contenuto. Quando il blocco diventa insuperabile, chi balbetta è soggetto ad un sovraccarico cognitivo perché continua a riformulare il proprio pensiero. La balbuzie quindi è anche prima che uno balbetta, quando sa già che sta per bloccarsi.

Situazioni di agitazione, nervosismo o ansia possano influenzare in modo negativo la balbuzie. Per questo, ansia e balbuzie vengono spesso messe sullo stesso piano, ma l’ansia non è la causa della balbuzie. Situazioni molto cariche emotivamente richiedono grandi risorse di controllo soprattutto è già ampiamente impegnato a monitorare faticosamente il suo eloquio. Quindi, in condizioni di ansia, questa fatica può essere esacerbata.

Balbuzie: il risvolto emotivo e psicologico

La balbuzie è anche dopo che uno ha balbettato: il senso di sfiducia, di frustrazione, di fatica psicologica, di affaticamento anche fisico. É come un iceberg, di cui solo una piccola parte è visibile al di sopra del livello del mare, mentre la maggior parte rimane al di sotto, nascosta.

E’ un mondo dentro al balbuziente fatto di emozioni e esperienze negative, derisione e vergogna, rinunce e frustrazione. E’ un mondo intorno al balbuziente, che influenza che ha un impatto a scuola su compagni e insegnanti, che esercita la sua influenza in famiglia, toccando anche i genitori.

Balbuzie: approccio logopedico e approccio psicologico

La maggior parte degli interventi in ambito clinico si focalizza su un solo aspetto, per esempio quello linguistico o quello psicologico.

L’approccio logopedico standard considera la balbuzie come un disturbo del linguaggio e identifica il problema a livello di meccanica del suono. L’intervento mira, quindi, a ricostruire il modo di parlare, alterando articolazione e prosodia a discapito della naturalezza dell’eloquio.

L’approccio psicologico ricerca l’origine della balbuzie in un nodo emotivo da sciogliere, attribuendone la colpa ad un trauma infantile o a comportamenti sbagliati della famiglia. Di conseguenza, l’intervento scandaglia i vissuti emotivi della persona per raggiungere un migliore equilibrio emotivo o stati di maggiore distensione a livello psico-fisico.

Questi approcci forniscono una visione parziale e frammentaria di questa fatica e si fermano all’analisi di alcuni dei suoi effetti, confondendoli con le cause.

Balbuzie: l’approccio multifattoriale

Per conoscere, e di conseguenza rieducare, in modo efficace e mirato questa difficoltà occorrono un approccio multidisciplinare e uno sguardo a 360 gradi sull’individuo nella sua interezza. Serve, cioè, considerare tutti gli aspetti condizionati dalla balbuzie.

  • Linguistici: formulazione del messaggio
  • Motori: coordinazione di movimenti fono-articolatori e respiratori
  • Cognitivi: pensieri, autopercezioni e consapevolezza
  • Affettivi: sentimenti, emozioni e atteggiamenti
  • Comportamentali: condotte di evitamento

Come rieducare la balbuzie a partire dal controllo motorio

Rieducare la balbuzie non significa lavorare esclusivamente sull’equilibrio psico-emotivo o sulla voce, ma in prima battuta sul controllo motorio.

Lavorare sul controllo motorio significa riprendere possesso di ogni singolo movimento: dalle parti fono-articolatorie più fini (labbra, lingua e mandibola) alla motricità della persona in generale. Una volta acquisita questa capacità di controllo motorio occorre sperimentarne l’efficacia in situazioni stressanti, quelle a cui classicamente chi balbetta sfugge. L’ultimo passo è consolidare questa capacità nella propria quotidianità, fino a farla diventare qualcosa di automatico e naturale.

Superare la balbuzie è possibile, ma data la complessità del fenomeno occorre prima conoscerla a fondo in tutte le sfaccettature, per poter poi intraprendere un percorso rieducativo mirato che tenga insieme tutti gli aspetti che caratterizzano questo mondo a colori.

Foto: Flick, Andrea

Valentina Letorio

Valentina Letorio

Neuropsicologa

Laureata in Psicologia Clinica, dello Sviluppo e Neuropsicologia presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca, ex disfluente e parte del team Vivavoce Institute. Nel 2014, ha frequentato il corso Vivavoce provandone in prima persona l’efficacia e collabora oggi con il Direttore Scientifico del Vivavoce Research Institute per il progetto di validazione scientifica del metodo Muscarà.

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