Bullismo, cyberbullismo, branco, abusi. Parole all’ordine del giorno, nessuna ci stupisce, nessuna ci è nuova, ciascuna a suo modo ci spaventa un po’, si porta dietro un’eco minaccioso più o meno intensa a seconda del rischio che qualcosa del genere possa succedere anche a noi, o alle persone che amiamo. Pensiamo di sapere – più o meno –  di cosa si tratta e la cronaca quotidiana aggiunge ogni giorno episodi nuovi al nostro archivio di immagini allarmanti. Sempre, dalle situazioni meno eclatanti ai casi in cui l’escalation di violenza si fa dirompente, in gioco c’è una dinamica di sopraffazione intenzionale e ripetuta di chi appare più forte su è considerato più debole. Tale prevaricazione può avvenire attraverso canali differenti, assumere forme diverse (offese, insulti per il proprio modo di vestirsi, di comportarsi o di parlare, esclusione sociale, ma anche diffamazione ed aggressioni fisiche) e insinuarsi silenziosamente entro qualsiasi tipo di ambiente sociale. In una realtà sempre più interconnessa come la nostra, anche il mondo virtuale, con la sua garanzia di anonimato e il suo pubblico potenzialmente smisurato, sta diventando un palcoscenico privilegiato per i fenomeni di bullismo e di sopruso.

Bullismo: una ferita per tutti

Quello che accomuna tutti gli episodi è la ferita, non necessariamente visibile ma non per questo meno profonda, che resta addosso alle vittime. Nel riconoscere la sofferenza di chi è bersaglio degli atti di bullismo non bisogna però dimenticare che anche i bulli nascondono un malessere silenzioso, che si esprime attraverso i gesti, e che è essenziale imparare ad ascoltare e ad affrontare. I gesti trasgressivi, e più nello specifico l’azione violenta del bullo, coprono una fragilità e un disagio che possono avere origine su piani diversi (familiare, sociale, emotivo, di personalità), e che, oltre ad essere sanzionati, devono trovare un aiuto specifico. Il fragore degli episodi violenti fa si che spesso ci si dimentichi che sul palcoscenico del bullismo anche gli spettatori giocano un ruolo importante. Gli Altri, quelli che non sono coinvolti in maniera diretta ma che sono comunque a conoscenza dei fatti, spesso assumono un atteggiamento di omertà difficile da scardinare, in parte per paura, in parte perché stando dalla parte di chi appare più forte, credono di essere dalla parte giusta. Il bullismo, anche nelle sue forme più aspre, si delinea oggi come un fenomeno collettivo vasto e complesso, con radici lontane, che si esprime all’interno del gruppo dei pari come strumento brutale ma usuale attraverso cui viene contrattata la posizione sociale del singolo individuo nei confronti del gruppo.

L’adolescenza, il gruppo, il bullo

Nel parlare di bullismo, l’associazione con il periodo adolescenziale è automatica. Gesti aggressivi si riscontrano anche durante il periodo della scuola dell’infanzia e della scuola primaria, ma il loro significato è tendenzialmente differente, e riflette più una difficoltà a gestire gli impulsi aggressivi, e la tendenza a reagire immediatamente alla frustrazione con l’azione, che non un’effettiva intenzione di nuocere all’altro. Il periodo in cui i gesti di bullismo si riscontrano con maggiore frequenza e in cui raggiungono il maggior grado di gravità è quello che copre la fine delle scuole medie e gli anni delle scuole superiori. Con la pubertà il corpo è cambiato, e l’immagine restituita dalla famiglia e dai genitori non è più sufficiente a rispondere alla domanda «Chi sono io?». Durante questa fase evolutiva il gruppo gioca un ruolo essenziale, diventa il contenitore psichico collettivo entro cui costruire progressivamente la propria identità. Perché questo avvenga in modo completo il riconoscimento da parte degli altri è essenziale. Il gruppo inizia i suoi membri ai ruoli e alle responsabilità della vita adulta, diventa uno specchio entro cui riflettersi: l’immagine che ci proietta addosso, con i suoi spazi di luce e quelli di ombra, gioca un ruolo determinante nello stabilire chi siamo e chi potremmo diventare.

Entro il difficoltoso percorso di costruzione della propria identità, il bullo può presentarsi come un leader negativo incapace di governare i propri impulsi in modo maturo, che per confermare e rinsaldare la propria instabile struttura identitaria ha bisogno di trovare un nemico a cui contrapporsi. La vittima rappresenta allora il bersaglio su cui proiettare tutto ciò che sente di non potere o non voler essere. «Sei come me?»: l’omologazione rispetto a determinanti standard di comportamento, il fatto di vestire, agire, parlare in un certo modo, diventano prove di appartenenza al gruppo, tutto ciò che appare come estraneo a questo modello è visto come minaccioso, e per questo motivo deve essere allontanato, emarginato, umiliato, distrutto.

Subire il bullismo

In un quadro in cui il gruppo conta così tanto nella definizione di Sé appare evidente come chi è vittima di bullismo viva una situazione di profonda sofferenza psicologica nonché di esclusione sociale. Essere oggetto di comportamenti prevaricatori influisce profondamente sull’autostima del singolo, nonché sulla costruzione della propria concezione di Sé, e dell’immagine di Sé in relazione agli altri. Quelle inferte dai bulli sono ferite spesso invisibili, ma profonde e difficili da rimarginare, che possono produrre un effetto dirompente sulla costruzione dell’identità e causare conseguenze importanti nel tempo, anche in età adulta.

Aggressività: tra necessità e violenza

E’ evidente come la problematica del bullismo rifletta un problema sfaccettato, che va a toccare almeno tre universi distinti, ma tutti ugualmente fragili: quello delle vittime degli abusi, quello dei loro perpetuatori, e quello degli spettatori silenziosi che osservano, incapaci di agire, il palcoscenico. Come si sa una certa dose di aggressività è vitale e necessaria, nonché parte determinante del patrimonio istintuale di ciascuno di noi. Il compito di questa aggressività è spingerci avanti, incanalarsi verso mete socialmente utili; il rischio però, soprattutto in una società liquida come la nostra dove precarietà, incertezza e competitività pervadono tutti i livelli del vivere, è che la direzione di questa energia vitale si faccia altrettanto incerta, facendo cadere il confine sottile che distingue aggressività e violenza.  E’ essenziale allora non negare l’aggressività, ma imparare ad utilizzarla e a gestirla. Perché questo sia possibile è necessario favorire un atteggiamento critico, in cui la costruzione della propria identità passi attraverso il riconoscimento del fatto che la diversità è ricchezza e non minaccia. Al contempo è fondamentale insegnare a  conoscere e gestire la propria sfera relazionale ed emotiva, permettendo l’interiorizzazione progressiva del controllo esterno esercitato da genitori, famiglia ed educatori, ed una sua trasformazione in controllo interno.

Foto: Flickr, Pixabay

Erica Ceciliani

Erica Ceciliani

Psicologa specializzata in Psicoterapia Transculturale

Laureata in Psicologia Clinica, dello Sviluppo e Neuropsicologia, presso l'Università degli Studi di Milano-Bicocca, si occupa di progetti di prevenzione all'interno della scuola primaria di primo e secondo grado, con focus sulle tematiche di abuso, parità di genere, bullismo e uso di internet. Collabora con alcune ONG in Italia e all'estero, per la progettazione e la realizzazione di attività di supporto psico-sociale rivolte a donne e minori provenienti da situazioni di vulnerabilità.

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