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Il nostro sistema nervoso interagisce con le altre parti del corpo e con l’ambiente al fine di produrre movimenti coordinati che hanno uno scopo: questo è quello che definisce il controllo motorio. Studiare la causa e la natura del movimento è essenziale nella pratica clinica, per poter applicare questi principi nel campo della riabilitazione. Solo così, con l’adeguato trattamento, è possibile migliorare le abilità del paziente o addirittura recuperare le abilità perse.

Il ‘900 ha visto fiorire le teorie più rappresentative sul controllo motorio, dall’idea prettamente midollare, secondo cui i riflessi venivano considerati gli elementi cardine della genesi del movimento, fino alle teorie più moderne in cui il cervello viene assimilato ad un computer e le sue reti neurali a sistemi computazionali di base.

Dai riflessi al cervello: le teorie più rappresentative

Il primo approccio è il modello Sherringtoniano (Reflex Theory), secondo cui, i riflessi, definiti come risposta involontaria ad uno stimolo – sono i mattoni del comportamento complesso. L’idea è che un movimento finalizzato è il risultato di una combinazione di riflessi: uno stimolo provoca una risposta che a sua volta viene trasformata nello stimolo della risposta successiva.

Approccio superato attraverso la Hierarchical Theory, che per prima ha provato a spiegare il comportamento motorio. Secondo la Teoria Gerarchica,  il sistema nervoso centrale (SNC) è organizzato secondo livelli gerarchici ben distinti, ordinati dall’alto verso il basso: al vertice si trovavano le aree associative più elevate seguite dalla corteccia motoria e dai livelli spinali. Il controllo motorio emerge proprio dall’azione tra queste strutture gerarchicamente organizzate e non più solo dai riflessi, considerati come uno dei tanti processi necessari a mettere in atto e a controllare il movimento.20

Con le Motor Programming Theories si prendono le distanze dall’idea del controllo motorio come un sistema fondamentalmente reattivo, e si inizia a considerare la fisiologia delle azioni invece che la natura delle reazioni. Nasce così il concetto di pattern – o schema – motorio centrale e di programmi motori rappresentati nella memoria. In altre parole, si comincia a pensare che il movimento sia possibile anche in assenza di azioni riflesse, che in effetti è quello che succede nel caso, ad esempio, della locomozione.

Per la System Theory invece, il controllo motorio non può essere capito senza comprendere a priori il sistema che muove. I movimenti non sono controllati né centralmente né perifericamente, piuttosto sono il risultato di interazioni tra sistemi multipli. Per esempio lo stesso comando centrale può dare origine a movimenti molto differenti, a causa di una interazione tra le forze esterne e variazioni nella condizione iniziale. Allo stesso tempo gli stessi movimenti possono essere messi in atto da comandi differenti. La Teoria del Sistema tenta di spiegare come le condizioni iniziali influenzano le caratteristiche del movimento, spiegando non solo il contributo del sistema nervoso, ma anche quelli di altri sistemi, insieme alle forze di gravità e di inerzia.

Dallo studio delle sinergie nasce poi la Dynamic Action Theory, che guarda l’individuo in movimento da una nuova prospettiva. Questa teoria, considera il movimento come il risultato di elementi che interagiscono senza bisogno di programmi motori. Viene così minimizzata l’idea che il sistema nervoso centrale invii comandi di controllo al movimento, in favore di una spiegazione più fisica del movimento.

L’elaborazione del Parallel distribuited processing (PDP) porta a paragonare il cervello ad un computer e le reti neurali al sistema computazionale di base del cervello. Secondo questa teoria il sistema nervoso agisce attraverso processi in serie (processa informazioni attraverso un unico canale) ed in parallelo (attraverso canali multipli ed analizzandoli in modi differenti). La PDP cerca di sviluppare modelli matematici semplificati di sistemi cerebrali, modelli formati da elementi che sono interconnessi attraverso circuiti. Questi elementi possono essere classificati come neuroni sensoriali, interneuroni e motoneuroni. L’efficienza nella performance dipende così dalla quantità delle connessioni generate e dalla forza di queste connessioni.

Nella seconda metà del ‘900 nasce invece una teoria che pone meno enfasi sull’organizzazione e sulla funzione del sistema nervoso. Il focus è vedere come il sistema motorio ci permette di interagire più efficacemente con quello che ci circonda per sviluppare un comportamento finalizzato (ecological theory).  Il nostro contesto – setting – diventa rilevante per le nostre azioni e quindi assume importanza come utilizziamo le informazioni che derivano dall’esterno per determinare il nostro movimento. In altre parole l’individuo esplora attivamente il suo l’ambiente e l’ambiente promuove la performance delle attività che sono appropriate per lui.

Il controllo motorio è tuttora al centro del dibattito. Non esiste un modello “migliore” in assoluto, ma conoscere e cercare di comprendere i meccanismi e le interazioni che  sono alla base del controllo motorio è fondamentale per poter usufruire in ambito clinico di più strumenti che possano esserci d’aiuto nel percorso riabilitativo.

 

Foto: Flickr, Riccardo f.m.

Mauro Monesi

Mauro Monesi

Fisioterapista

Laureato in Fisioterapia presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, ad oggi è fisioterapista presso Physioup Studio Professionale e presso il centro sanitario Arcobaleno ’85 di Roma. È assistente alla didattica per il Master “Riabilitazione dei disordini muscolo scheletrici” presso l’Università degli Studi di Genova.

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