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L’ansia è una malattia? Cos’è davvero e quando bisogna preoccuparsi

L’ansia viene considerata spesso come una componente patologica e disturbante, ma è davvero solo questo? Ed è uguale per tutti? 

L’ansia, malattia o…?

L’ansia si caratterizza come un’emozione che può portare un’attivazione, sia positiva che negativa, a livello psico fisiologico. Si connota come negativa se i sentimenti sono di paura e terrore e limitano la qualità della vita. È invece positiva se ciò che si prova diventa utile per migliorare la prestazione a livello lavorativo, sportivo o accademico.

Un pensiero comune ritiene che l’ansia sia solamente una componente patologica e disturbante. Ma a livello psicologico rappresenta davvero solo questo?

Quando si parla di ansia, in termini di disturbo, si fa sicuramente riferimento a difficoltà di comprensione e adattamento al contesto in cui si è riferiti, ma in realtà ricopre anche un ruolo adattivo fondamentale.

Supporre di poter vivere senza alcuna componente ansiosa è impensabile. Nei giusti livelli invece aiuta a reagire agli stimoli e ai pericoli spingendo la persona a prepararsi a eventi importanti.

A livello neurofisiologico si vede l’attivazione del cortisolo. Si tratta di un ormone utile a favorire l’allontanamento della persona dalle situazioni di pericolo con segnali fisici come sudorazione e tremore. Risulta quindi necessario per la sopravvivenza in contesti pericolosi.

L’emozione dell’ansia viene vissuta in maniera assolutamente individuale e unica da ogni persona. Ciò che è motivo di ansia per uno, infatti, potrebbe non rappresentare una problematica per un altro. È soggettiva e come tale deve essere trattata, non ci devono essere componenti di giudizio in presenza o assenza di ansia.

Gli effetti dell’ansia

La curva di Gauss è uno strumento matematico utile per comprendere gli effetti dell’ansia: all’aumentare del livello di agitazione si ha una variazione anche delle prestazioni dell’individuo.

Nella parte iniziale della curva un livello di ansia troppo basso non permette di concludere compiti. Rappresenta quindi una bassa efficienza, situazione che si ripresenta anche per alti livelli di ansia nella parte finale della curva a campana.

Yerkes and Dodson, Hebbian – Diamond DM, et al. (2007). “The Temporal Dynamics Model of Emotional Memory Processing: A Synthesis on the Neurobiological Basis of Stress-Induced Amnesia, Flashbulb and Traumatic Memories, and the Yerkes-Dodson Law”. Neural Plasticity: 33. doi:10.1155/2007/60803. PMID 17641736.

Per riuscire a perseguire un compito in maniera funzionale ogni individuo deve trovare il proprio livello ideale di ansia. Questa “soglia” si posiziona solitamente a metà della curva e rappresenta il giusto equilibrio di agitazione per ottenere alte prestazioni.

Leggi anche Ansia: cosa fare quando ti manca il respiro

Un esempio potrebbe essere la preparazione degli esami universitari. A due mesi di distanza lo studente non prova alcuna ansia e quindi non studia. Quando manca ormai un mese all’esame l’ansia inizia ad aumentare e il ragazzo si approccia ai libri. A pochi giorni l’ansia aumenta in modo esponenziale e tende a buttarsi a capofitto nelle consegne. Se lo studente riesce a gestire la preoccupazione può organizzare lo studio ed essere quindi performante, al contrario se si lascia travolgere avrà forte agitazione che impedirà di preparare nel modo adatto l’esame.

Ogni persona, essendo diversa e unica, deve cercare una propria modalità per placare l’ansia: per alcuni è utile concentrarsi molto sul compito per sentirsi maggiormente sicuri, mentre per altri è più utile distrarsi completamente dal compito e destinare il pensiero su altro.

Quando l’ansia diventa patologica

L’ansia diventa invece patologica quando risulta invalidante per la vita della persona. Si caratterizza come un disturbo quando impedisce e va ad interferire con la quotidianità limitando le relazioni sociali e arrivando a creare delle forti sensazioni di malessere psicofisico.

A livello psicologico l’ansia diventa problematica quando porta ad avere un’auto-svalutazione del sé, portando la persona a crearsi dei pensieri fortemente negativi su se stessi.

A livello fisiologico invece è invalidante in quanto porta tremori, forti sudorazioni, problemi gastrointestinali e disturbi del sonno.

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Come la musica sostiene la comunicazione espressiva dei bambini 

La musica rappresenta un elemento fondamentale per lo sviluppo dei bambini. Con Irene Chiesa, psicologa dell’età evolutiva, vediamo in quali modi i suoni ma soprattutto la musica possono sostenere lo sviluppo delle capacità comunicative ed espressive dei bambini, già durante la gravidanza. 

La musica e le basi dello sviluppo del linguaggio

Tutta la comunicazione vocale è  intrinseca di elementi musicali, come il ritmo, il timbro e l’intonazione a dimostrazione che la musicalità è parte dell’espressività dell’essere umano.

L’origine di questa musicalità è molto precoce. Per un bambino la capacità di ascolto si sviluppa fin dal tempo della gravidanza, quando il bambino diventa familiare e risponde alla voce materna con dei movimenti. Questa esperienza aiuta il bambino a prepararsi all’ambiente che lo aspetterà alla nascita.

Quanto più il bambino diventa familiare alla voce tanto più interiorizza un certo senso del ritmo e della melodia. Osservando un neonato che esplora i primi suoni, è possibile vedere come la capacità di sintonizzarsi con il suono mette le basi per lo sviluppo del linguaggio.

La musica e lo sviluppo della comunicazione nei bambini

Ci sono molti modi in cui i suoni e in particolare la musica possono sostenere lo sviluppo della capacità di comunicazione di un bambino: i primi tentativi di comunicazione di un neonato coinvolgono ascoltare e rispondere a una serie di suoni presenti nell’ambiente, per esempio la voce di persone familiari o di alcuni oggetti sonori.

Quando un bambino sente un suono può provare a imitarlo attraverso la voce oppure riproducendolo con un oggetto e questo incrementa la capacità di ascolto e di comunicazione. Più tardi un bambino inizia a imitare le prime parole, poi a interpretare i simboli intorno a lui per  arrivare a produrre i propri per comunicare.

Già con bambini molto piccoli nei primi anni di vita, è importante creare un ambiente che abbia occasioni sonore. Queste possono essere sia con oggetti messi a disposizione del bambino con cui si possa esprimere sia occasioni di ascolto della voce della mamma che canta oppure di musiche o ritmi piacevoli.

Musica e linguaggio nei bambini

Non è da sottovalutare che promuovere occasioni informali di “fare musica” anche in un ambiente domestico, aiuta il bambino a mettere le basi nell’acquisizione di competenze verbali precoci. Ogni giorno ci possono essere opportunità per supportare i bambini nel muoversi a tempo di musica, aiutandoli a sviluppare un senso del ritmo. È importante osservare come un bambino risponde se è in un ambiente dove può ascoltare oppure fare musica. Si muove? Quali suoni preferisce? Quale iniziativa prende?

Cantare ed essere coinvolti in semplici attività che li aiutino a seguire il ritmo,  come muoversi e ballare coordinando i movimenti, ha un impatto sull’apprendimento del linguaggio. Più si incoraggia i bambini ad ascoltare attentamente i cambiamenti nei suoni nella musica, giocando con essa, più li si aiuta a essere attenti alle differenze e ai cambiamenti nei suoni della lingua.

Leggi anche Movimento e linguaggio nei bambini: cosa sostiene lo sviluppo espressivo

La musica inoltre può essere un modo per esplorare, comunicare e rispondere all’esperienza. Fare musica insieme ad altri può essere un’esperienza di socialità, sia all’interno degli scambi con il genitore che insieme ad altri bambini, per esempio al nido e alla scuola dell’infanzia, facendo dei suoni con diversi oggetti oppure con strumenti tradizionali. Questa interazione con gli altri, sia con una singola persona che in un gruppo, è sempre una comunicazione personale e un’espressione di sé.

 

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L’impatto della mascherina sulla nostra comunicazione: chi ne risente di più?

Conseguenza dell’emergenza sanitaria legata la coronavirus al fine di limitare il più possibile il contagio, la mascherina è entrata ormai a far parte del nostro vissuto quotidiano. Come ha cambiato il nostro modo di comunicare? Per chi balbetta questo rappresenta una difficoltà in più?

Comunicazione e mascherina: quando diventa un problema?

La comunicazione è un’esperienza comune e quotidiana, può essere definita come “lo scambio di messaggi tra due sistemi, tramite un canale e secondo un codice condiviso” (Treccani).

La peculiarità della comunicazione è il coinvolgimento di due sistemi e il loro influenzamento reciproco (Watzlawick, Pragamatica della comunicazione umana). Tale definizione suggerisce che noi comunichiamo costantemente anche quando siamo in silenzio. Pensiamo a qualcuno che si rifiuta di parlare o di rispondere alle nostre domande: ci sta comunicando un messaggio.

Questo ci permette di comprendere l’aspetto duplice della comunicazione:

  • Verbale: definisce il contenuto del messaggio e quindi risponde alla domanda cosa;
  • Non verbale: definisce il modo in cui viene trasmesso il messaggio, rispondendo alla domanda come. Sono compresi la gestualità, la postura e l’espressione facciale.

Ogni avviso che produciamo comprende questi due aspetti, entrambi fondamentali per avere una comunicazione efficace.

Ad esempio, la risposta “Scusa” potrebbe cambiare significato se detta con tono costernato o – al contrario – se posta come interrogativo e in modo sarcastico con un’espressione sfidante.

Leggi anche Effetti psicologici della quarantena: quali sono e come limitarli

La mascherina ha limitato la nostra comunicazione?

Data l’emergenza sanitaria la mascherina è entrata a far parte della nostra quotidianità. Non vediamo l’espressione dell’altro a seguito delle nostre affermazioni, fatichiamo maggiormente a cogliere il sorriso sul loro volto, poniamo più attenzione al messaggio verbale e alziamo il nostro tono di voce per essere maggiormente uditi.

Piccoli aspetti che però hanno un impatto sulla nostra comunicazione.

La comunicazione non verbale ha un ruolo diverso in chi balbetta? 

Chi soffre di balbuzie, ossia ha una disfluenza, tende a porre maggior attenzione alla comunicazione non verbale propria e altrui.

Tali aspetti possono essere uno strumento utile che li aiuta a potenziare e sostenere il messaggio verbale.

Se immaginiamo di avere difficoltà a rispondere a una domanda improvvisa o a salutare, un sorriso, un gesto con la testa o con il volto possono agevolare il messaggio che vogliamo mandare.

Chi balbetta risente maggiormente dell’uso della mascherina?

I ragazzi balbuzienti che frequentano il nostro centro hanno riportato esperienze e vissuti diversi. Vi è chi coglie un aspetto positivo in quanto percepisce di essere meno osservato “dietro” la mascherina con una conseguente diminuzione dell’ansia. Inoltre, la barriera sulla bocca potrebbe falsificare un balbettio dando la possibilità di ripetere il messaggio.

Altri invece riferiscono maggior disagio all’idea di dover ripetere quanto detto o di percepire una maggior attenzione a cosa si dice che aumenta la pressione comunicativa.

Il pensiero sottostante queste esperienze influenza il nostro vissuto emotivo.  Ricordiamo che gli aspetti verbali e non verbali sono elementi indissolubili della comunicazione e che, nonostante vi sia una limitazione data dalla mascherina, è temporanea e limitata nel tempo.

Bibliografia

Watzlawick Paul, Beavin Janet H., Jackson Don D., Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi, Milano, Astrolabio Ubaldini (1971)

 

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Deglutizione atipica e logopedia: come intervenire per aiutare il bambino

Logopedista e ortodontista lavorano insieme per correggere malocclusioni e deglutizione atipica, come spiega Marina Vai del Centro Medico Vivavoce. Come si arriva a una diagnosi e in cosa consiste la rieducazione logopedica.

Deglutizione atipica e intervento logopedico

Morso aperto, aumento di overjet (spostamento dell’arcata superiore in avanti), overbite (distanziamento in verticale tra le due arcate mascellare e mandibolare), morso crociato mono laterale o bilaterale, incompetenza labiale: sono alcune tra le malocclusioni che possono essere rilevate nei bambini.

In caso di occlusione alterata, il medico odontoiatra può inviare il piccolo paziente (generalmente tra i sette e gli otto anni) a un logopedista, per correggere la deglutizione atipica (o disfunzionale)

Si parla di deglutizione atipica (o disfunzionale) quando la deglutizione della saliva, dei liquidi e del cibo avviene in modo alterato con spinta della lingua contro le due arcate mascellare e mandibolare, creando delle alterazioni di vario grado nell’occlusione dentaria. Ne conseguono inoltre disfunzioni a livello della respirazione, della postura e del linguaggio.

La necessità di un logopedista può anche essere individuata grazie a diagnosi precedenti da parte di un:

  • Dentista che può individuare una sospetta deglutizione disfunzionale, o individua un morso aperto e sospetta una postura della lingua bassa (solitamente chi ha deglutizione disfunzionale ha anche una postura della lingua bassa);
  • Otorinolaringoiatra, che può individuare un’occlusione alterata delle due arcate o nota una respirazione orale.

Deglutizione e logopedia, la diagnosi

Una volta ricevuto il paziente, il logopedista esegue un’anamnesi familiare e personale accurata. È importante sapere ad esempio tempi e modi di allattamento al seno, utilizzo del biberon, del succhiotto, abitudini orali viziate quali succhiamento del dito, onicofagia.

L’allattamento al seno di fatto comporta un movimento dei muscoli delle labbra, dei masseteri e dei temporali che da subito li rende tonici. Il bambino non riuscirebbe ad alimentarsi altrimenti. Questa “ginnastica” favorisce lo sviluppo delle strutture ossee e viceversa. Lo sviluppo è dato dalle funzioni che a loro volta sono influenzate dall’anatomia delle ossa. L’uso del biberon non comporta lo stesso sforzo e lo stesso allenamento. Inoltre se la tettarella è troppo lunga può determinare delle alterazioni delle ossa delle arcate.

Stessa importanza riveste la conoscenza da parte del professionista di tempi e modi dello svezzamento, abitudini alimentari, eventuali difficoltà masticatorie.

Cosa segnalare al logopedista

Va segnalato anche l’utilizzo del ciuccio, del biberon oltre i due anni e delle abitudini viziate quali il succhiamento del dito, l’onicofagia (il mangiarsi le unghie), la lapisfagia (mordere le matite e le biro), la suzione del labbro inferiore, la postura scorretta durante il sonno (ad esempio dormire con mano appoggiata sulla guancia). Queste situazioni creano squilibri nella crescita ossea e alterano il morso.

È necessario inoltre annotare le malattie già contratte dal paziente ed eventuali patologie, in particolar modo malattie respiratorie, otiti ricorrenti, ma anche gli esiti di visite otorino, allergologiche, oculistiche.

Il logopedista valuterà:

  • il tono di tutta la muscolatura oro-facciale, in particolar modo della lingua
  • le prassie bucco-linguo-facciali su imitazione ed a richiesta
  • la deglutizione della saliva, dell’acqua e del cibo a labbra aperte e chiuse.
  • la lunghezza del frenulo mascellare e linguale.
  • la presenza di dismorfismi ed asimmetrie del volto
  • la presenza di dislalie (suoni articolatori del linguaggio alterati)
  • la respirazione
  • la postura in piedi e da seduto

Il professionista spiegherà al paziente e ai familiari quanto rilevato così da renderli consapevoli delle disfunzioni analizzate. Poi contatterà l’odontoiatra. I tempi di intervento potranno essere contemporanei, anteriori (almeno in un primo momento) o posteriori all’intervento odontoiatrico.

Nel caso fosse necessario consigliare una visita otorino, osteopatica, ortottica o optometrista, è importante interpellare il medico di base.

Come procedere con la rieducazione logopedica

La rieducazione logopedica comporta inizialmente una decina di sedute e dei controlli mensili per un tempo minimo di 12 mesi. Gli esercizi vanno ripresi a domicilio tutti i giorni fino all’automatizzazione della deglutizione corretta.

Qualora presenti, le dislalie vanno corrette se sono conseguenti ad una spinta della lingua sulle arcate superiori o inferiori oppure a una spinta tra le due arcate lateralmente. A volte conviene aspettare l’intervento ortodontico poiché potrebbe essere più facile impostare in modo corretto i suoni alterati una volta raggiunta un’occlusione corretta.

Sotto i 7 anni ci possono essere bambini che hanno tutte le disfunzioni sopraelencate e per i quali sarà difficile correggere la deglutizioni. Si possono tuttavia effettuare comunque degli interventi volti a migliorare la tonicità dei muscoli oro-facciali, le prassie, la respirazione nasale.

Anche questi bambini possono trarre giovamento da piccoli apparecchi funzionali che correggono le disfunzioni nelle occlusioni, agiscono sulla muscolatura, portano la lingua in alto sullo spot palatino permettendo la stimolazione, eliminano i vizi orali che spesso sono causati dalla necessità di andare a stimolare lo spot palatino.

Lo spot palatino è un punto dietro la papilla interincisiva superiore che è innervato da terminazioni nervose che trasportano impulsi al locus coerulus, produttore di neuroadrenalina indispensabile per il buon funzionamento di tutto il sistema nervoso.

Molti odontoiatri condividono questo approccio e sanno che un intervento precoce ortodontico non può che giovare al bambino e al suo sviluppo armonico della bocca e di tutto il sistema scheletrico muscolare.

Cosa rischia il bambino se non mi rivolgo ad uno specialista?

  • Permangono dei difetti articolatori (dislalie), quindi i suoni vengono pronunciati male;
  • Si mantiene o peggiora il morso aperto, che causa anche difficoltà masticatoria;
  • Permane una respirazione scorretta
  • Irrequietezza, affaticamento e a volte iperattività nel bambino (sintomi secondari), perché il bambino riposa male.

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Movimento e linguaggio nei bambini: cosa sostiene lo sviluppo espressivo

Quale rapporto c’è tra linguaggio e movimento? Irene Chiesa, psicologa dell’età evolutiva, spiega come tutte le attività di coordinamento motorio e movimento nei bambini siano fondamentali per i processi di apprendimento futuri, soprattutto per quanto riguarda il linguaggio.

Perché il movimento è importante per i bambini in età prescolare?

Il movimento è il primo linguaggio dei bambini. Fin dal periodo della gravidanza infatti un bambino comunica con la madre con dei piccoli movimenti.

Dalla nascita, attraverso i cinque sensi e il movimento, un bambino inizia ad apprendere. Una solida base nel controllo motorio e nella manualità e una buona esperienza nel muoversi in diversi modi è ciò che mette le fondamenta per l’apprendimento futuro.

Essere attivi è di vitale importanza per lo sviluppo fisico, la salute e il benessere di un bambino. Tutte le attività di coordinazione dei movimenti, e alcune capacità tra cui la postura e l’equilibrio, sono fondamentali per i processi di apprendimento futuri. Il movimento è infatti cruciale per lo sviluppo del linguaggio e delle capacità di scrittura e lettura.

Per un bambini muoversi permette lo sviluppo delle relazioni sociali e del senso di sé in relazione al mondo che lo circonda. Per questo è importante garantire che il bambino abbia possibilità di muoversi, ampia e adeguata ai suoi bisogni.

L’attività fisica è infatti una grande opportunità per creare relazioni: i bambini hanno la tendenza ad interagire fisicamente con gli altri, e anche i bambini che non usano ancora il linguaggio verbale possono trovare favorevole questa forma di comunicazione. Ogni bambino cresce con i suoi tempi e acquisisce competenze motorie quando il suo fisico è pronto.

Per approfondire: La comunicazione nei bambini: come capirla e stimolarla 

Essere attivi non è solo una questione di “muscoli”

Il movimento attiva processi che sono fondamentali per lo sviluppo cerebrale per questo insieme alle esperienze sensoriali è responsabile di dare forma al cervello. Quindi essere attivi fisicamente non solo rafforza la muscolatura e sviluppa il cuore e i polmoni ma supporta anche lo sviluppo del cervello nei primi anni di vita.

Osservando come un neonato cresce e si muove, si può vedere come lo sviluppo fisico sia strettamente connesso alla modalità con cui si relaziona con la realtà circostante.

Per esempio, da quando i neonati acquisiscono il controllo dei muscoli che determinano i movimenti oculari, la possibilità di sollevare la testa, di rotolarsi, di stare seduti e poi di stare in piedi, diventano capaci di vedere il mondo da una prospettiva differente. Tutto questo fornisce un bagaglio di informazioni, ampliando la conoscenza che un bambino ha del mondo in cui vive.

Linguaggio e movimento

L’incrementarsi del controllo del movimento, supporta sia la maggiore consapevolezza di sé che la capacità di comunicazione, perché un bambino che sa usare i movimenti e i gesti per comunicare è anche più in grado di trasmettere dei messaggi.

È importante considerare che un bambino impara attraverso il movimento. Facilitando per un bambino in età prescolare le occasioni di essere fisicamente attivo, gli si dà la possibilità di potersi esprimere con l’intero corpo e di supportare l’acquisizione di competenze che lo preparano all’inserimento nel contesto scolastico.

Bibliografia:

Goddard Blythe Sally, The Well Balanced Child: movement and early learning, Stroud, Hawthorn Press, 2005

Foto di Tatiana Syrikova da Pexels

Come si impara a parlare: il modello DIVA

Il metodo per il trattamento della balbuzie di Vivavoce Institute si basa sul modello DIVA del controllo motorio del linguaggio. Vediamo che cos’è e come funziona, con una panoramica sui sistemi che regolano la produzione del linguaggio e cosa succede quando questo meccanismo si inceppa.

Come viene acquisito il linguaggio: il modello DIVA

Il Directions Into Velocities of Articulators (DIVA) è un modello che offre una spiegazione di come i bambini acquisiscano il linguaggio. Si tratta, nello specifico, di un modello neurale che si focalizza sul ruolo di diverse regioni cerebrali, in particolare aree uditive, motorie e somatosensoriali. In questa sede, tuttavia, non ci focalizzeremo tanto sulle aree cerebrali prese in causa dal modello, quanto sul suo meccanismo di funzionamento generale.

Secondo il modello DIVA, infatti, la produzione del linguaggio è regolata da due sistemi: un sistema feedforward e un sistema feedback, dove per sistema si intende un insieme di componenti interconnesse tra loro che contribuiscono a svolgere la stessa funzione. È importante sottolineare il fatto che questi meccanismi funzionano in modo automatico al di fuori della nostra consapevolezza, in quanto il nostro cervello sembra essere predisposto sin dalla nascita all’apprendimento del linguaggio.

Il sistema feedforward

Il sistema feedforward è deputato all’attivazione e all’esecuzione dei programmi motori necessari alla produzione dei suoni desiderati: fornisce, cioè, informazioni su cosa dobbiamo muovere (ad esempio lingua, labbra o mandibola) e come.

Se dobbiamo pronunciare la b, ad esempio, si dovranno muovere le labbra in modo diverso rispetto a quando dobbiamo pronunciare la f. Si potrebbe immaginare come un libretto di istruzioni che consultiamo in modo inconsapevole e che ci dice come dobbiamo muoverci per parlare correttamente.

Il sistema feedback

Il sistema feedback (o sistema di retroazione) agisce come un meccanismo di controllo e monitoraggio che permette al nostro cervello di autocorreggersi, cioè di rilevare eventuali errori nei suoni prodotti e porvi rimedio.

Questo sistema sfrutta due tipi di informazioni che abbiamo già menzionato: uditive, ovvero i suoni che noi stessi produciamo quando parliamo, e somatosensoriali, ovvero i segnali tattili e propriocettivi inviati dal sistema fono-articolatorio nel momento in cui si parla. Le informazioni somatosensoriali sono molto utili in quanto ci permettono di conoscere in che modo le nostre parti del corpo sono orientato nello spazio.

Il sistema feedback gioca un ruolo fondamentale nell’apprendimento del linguaggio

Nei bambini, infatti, il sistema feedforward non possiede inizialmente programmi motori accurati per produrre tutti i suoni linguistici e quindi vengono commessi molti errori.

Sin dalla nascita, tuttavia, siamo continuamente esposti ai suoni della nostra lingua nativa. Questo permette al nostro cervello di memorizzarli e creare rappresentazioni interne di quei suoni, cioè delle idee di come dovrebbero essere. Quando produciamo un suono, esso viene confrontato con la sua rappresentazione interna.

Se non c’è una corrispondenza, cioè se è stato commesso un errore, il sistema feedback invierà un segnale al sistema feedforward, consentendo di apportare le necessarie correzioni ai programmi motori. Ciò accade di frequente durante l’infanzia. Man mano che si cresce e che vengono appresi i corretti comandi motori, il sistema feedforward sarà in grado di produrre i suoni senza ricorrere all’aiuto del sistema feedback.

Per approfondire Che cos’è il linguaggio e come funziona il nostro sistema di comunicazione

Il modello DIVA e la balbuzie

Il modello DIVA può fornire indizi utili per comprendere le cause della balbuzie.

Ricordiamo che parlare è un’azione estremamente complessa, che richiede la corretta coordinazione di numerosi movimenti, prodotti da muscoli e organi che quindi devono attivarsi nella giusta sequenza e soprattutto con il giusto tempismo.

Ripensando al sistema feedback e al sistema feedforward, alcuni autori ipotizzano che nella balbuzie potrebbe verificarsi una cattiva interazione tra i due sistemi, cosicché gli errori non vengono più segnalati in modo corretto.

Un’altra ipotesi, più complessa, sostiene che, quando parliamo, il nostro cervello utilizzi delle informazioni (uditive, motorie e somatosensoriali) per capire che tipo di movimento stiamo eseguendo, qual è il prossimo movimento che deve essere eseguito e soprattutto in quale momento. Nella balbuzie potrebbe esserci una difficoltà proprio nel coordinare esattamente i movimenti necessari durante un discorso.

Bibliografia

Chang, S. E., Kenney, M. K., Loucks, T. M., & Ludlow, C. L. (2009). Brain activation abnormalities during speech and non-speech in stuttering speakers. Neuroimage, 46(1), 201-212.

Chang, S. E., Garnett, E. O., Etchell, A., & Chow, H. M. (2019). Functional and neuroanatomical bases of developmental stuttering: current insights. The Neuroscientist, 25(6), 566-582.

Tourville, J. A., & Guenther, F. H. (2011). The DIVA model: A neural theory of speech acquisition and production. Language and cognitive processes, 26(7), 952-981.

 

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Mutismo selettivo: cos’è e come si cura

Quali sono le caratteristiche del mutismo selettivo e come si può intervenire per aiutare un bambino in difficoltà? Si tratta di un disturbo d’ansia non facile da diagnosticare. Anche se non comune, può perdurare anche negli adulti, con pesanti conseguenze. 

Mutismo selettivo e disturbi d’ansia

Spesso si sottovalutano i pensieri e le paure dei più piccoli. Anche i bambini soffrono di disturbi d’ansia. Il più comune, anche se raro con un’incidenza minore dell’1%, è il mutismo selettivo. Tale disturbo è presente anche nel Manuale Diagnostico (DSM 5), descritto per la prima volta dal medico tedesco Adolf Kussmaul (1877).

Il mutismo selettivo si caratterizza come l’incapacità dei più piccoli di parlare davanti a estranei, se si protrae per più di un mese, ma non con i genitori e i fratelli con i quali riescono a avere un dialogo normale.

I sintomi

La sindrome si manifesta nell’infanzia, principalmente nelle femmine, intorno ai due/tre anni. I sintomi più comuni sono una forte paura degli spazi sconosciuti, istinto a nascondersi, mancanza di contatto oculare e la riluttanza a parlare. Sia l’eloquio che i comportamenti assumono aspetti totalmente differenti nelle mura domestiche e nel mondo circostante: a casa infatti il bambino è maggiormente a suo agio parlando tranquillamente.

Comunemente i primi segnali compaiono nella scuola dell’infanzia o ai giardinetti pubblici, cioè quando i piccoli iniziano a relazionarsi con i compagni o con estranei. Inizialmente i bambini selettivamente muti vengono facilmente confusi per timidi in quanto evitano il contatto visivo, non rispondono alle domande e arrossiscono. Questo non accade con i genitori, con cui riescono ad essere fluenti e molto espansivi, a seconda sempre dei tratti temperamentali.

Nel caso del mutismo selettivo avviene un vero e proprio blocco dell’eloquio dato dalla paura del giudizio, del pensiero e del confronto con l’estraneo. Non si individuano problemi di fluenza o di acquisizione del linguaggio ma è tutto dovuto a un eccessivo livello di ansia provato dal piccolo.

La diagnosi di mutismo selettivo

La diagnosi di mutismo selettivo viene fatta nel momento in cui il problema perdura per più di un mese. Non è semplice da effettuare in quanto risulta molto diverso da paziente a paziente.

Il primo passo è escludere tutte le altre cause che possono portare il bambino a non parlare come ritardi cerebrali o disturbi dell’apprendimento. A quel punto viene somministrata la Selective Mutism Stages Communication Comfort Scale, che valuta i tre livelli utili alla comunicazione verbale.

Oltre a questa è importante avere un colloquio approfondito con i genitori per comprendere la storia clinica e le dinamiche familiari.

Come intervenire per curare il mutismo selettivo

Per riuscire a superare il disturbo è necessario che i bambini vengano sottoposti ad un trattamento psicologico. Il più adatto risulta essere l’intervento cognitivo-comportamentale. Lo psicoterapeuta attua una serie di procedure utili a smorzare l’ansia e motivare il bambino nelle verbalizzazioni. Una volta effettuato questo passaggio verranno inserite delle prove guidate in cui lo psicoterapeuta aiuterà il piccolo ad affrontare quanto succede. Ad esempio si può simulare una conversazione con l’insegnante.

L’aspetto principale della terapia è sicuramente il coinvolgimento dei genitori: dovranno essere una parte attiva aiutando il piccolo nelle difficoltà e supportandolo dove necessario. Non devono mettere in difficoltà il bambino spingendolo a parlare e non devono escluderlo dalla vita sociale per paura che soffra. Devono rendere partecipi gli insegnanti, i nonni e gli amici che aiuteranno nel processo terapeutico.

Molto importante è la scuola. Gli insegnanti devono cercare di comprendere i sintomi ed evitare eccessivi rimproveri. Essi dovrebbero facilitare la vita scolastica del bambino evitando di costringerlo a parlare e lodarlo quando comunicherà spontaneamente. Risulta importante anche il maggior coinvolgimento possibile con la classe, rendendolo così un luogo sicuro e tranquillo per il bambino.

Anche se non comune il mutismo selettivo può persistere anche negli adulti. Mutismi non correttamente trattatati o mal diagnosticati perdurano negli anni e portano problemi anche nell’età adulta. I soggetti riferiscono che sentono ancora molti blocchi in alcune situazioni più difficili fino ad arrivare a soffrire di attacchi di panico.

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