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Gli esordi della comunicazione nei bambini: come comunicano fin dalla nascita, come si sviluppano le interazioni con i genitori e l’ambiente circostante, come comunicare in maniera efficace con loro. Ne parliamo con Irene Chiesa, psicologa dell’età evolutiva.

Come comunicano all’inizio bambini?

Quando iniziano le prime conversazioni? Se ci si ferma a pensare all’esordio delle prime comunicazioni tra una mamma e il suo bambino probabilmente si dovrà risalire fino alla gravidanza, e questa conversazione continua anche dopo la nascita.

Essendo portato alla relazione, fin dalla nascita un neonato cerca attivamente l’interazione. È propenso a cercare i volti e preferisce quelli che si coinvolgono in scambi comunicativi. Tutti i sensi sono coinvolti nelle prime interazioni: lo sguardo, il contatto della pelle, l’odore e la voce.

Le interazioni sono reciproche. All’inizio posso essere molto brevi e il neonato può avere il bisogno di prendersi una pausa, tutto il tempo per riposarsi. In queste interazioni il neonato e i genitori iniziano a entrare in relazione e si conoscono reciprocamente.

La comunicazione nei neonati

Le comunicazioni iniziano all’interno delle relazioni significative. La ricerca sulle prime fasi della vita di un bambino mostra come il neonato presenti, già all’inizio della vita, una competenza all’interazione e un bisogno di comunicazione profonda.

È uno scambio: il neonato cerca di mettersi in contatto con la mamma e lei risponde, per come può, alle sue sollecitazioni

Nell’esperienza quotidiana con un neonato, i genitori possono scoprire il valore del parlare al bambino, intrattenendosi in conversazioni e scambi giocosi, anche se il piccolo non si esprime ancora con le parole.

È importante considerare che fin dai primi giorni di vita il bambino sente parlare e cantare e può fare esperienza di essere contenuto emotivamente da queste forme di “conversazioni”. Anche se ancora non comprende il significato delle parole, impara che queste comunicazioni lo aiutano a calmarsi.

Quando un neonato è sveglio, e in uno stato tranquillo, è curioso e pronto per intrattenersi in scambi giocosi: gradisce la compagnia, il cantare, essere coinvolto in un’interazione, oppure una coccola o un massaggio.

Il neonato può invece comunicare qualche disagio, attraverso il movimento o il pianto. A volte è sufficiente cambiare ritmo o attività, oppure tenere il neonato in una posizione diversa a lui più gradita, affinché possa tranquillizzarsi.

Per approfondire: Giocare con i bambini: come favorire la crescita

Il pianto nei neonati

Il pianto è anche la modalità con cui il neonato comunica  di essere in difficoltà ed esprime il suo bisogno di aiuto. Quando un neonato piange e l’adulto che si prende cura di lui cerca di rispondere, facendo dei tentativi, in modo regolare e consono, il bambino inizia a fare esperienza che i suoi bisogni possono essere ascoltati e risposti e cresce in lui il senso che possa fare qualcosa perché vengano soddisfatti.

Solitamente i genitori cercano un modo per capire cosa il pianto possa significare, domandandosi se il bambino ha troppo caldo o troppo freddo, se ha fame oppure sete, oppure se ha bisogno di essere confortato. Può essere d’aiuto alla comunicazione nominare e descrivere come il bambino possa sentirsi.

E proprio il pianto è uno dei primo modi in cui il neonato cerca di provocare una risposta. Anche se un bimbo appena nato piange involontariamente, seguendo l’impulso di liberarsi da un dolore fisico o da un malessere, senza avere la consapevolezza di influenzare con il suo pianto il comportamento degli adulti che lo circondano, in poco tempo impara che il pianto può far accadere delle risposte.

La comunicazione non verbale nei bambini e il linguaggio

Ci sono svariate forme di comunicazione non verbale e osservando un neonato da vicino nei primi mesi si può cogliere come ne faccia ampiamente uso.

Fin dai primi tre mesi, nelle prime interazioni faccia a faccia il neonato utilizza diversi parti del suo corpo per comunicare: cerca il contatto visivo, sorride, emette i primi vocalizzi, fa alcuni gesti.  Il genitore, ingaggiandosi in questa comunicazione, la sostiene, rispondendo al sorriso – per esempio – oppure mostrando piacere o sorpresa.

Dopo i primi mesi, la curiosità si sposta dalla sola interazione faccia a faccia verso altri interessi. Le interazioni con gli adulti, e non solo, coinvolgono giocare con gli oggetti o con le parti del corpo. Tutto questo può avvenire all’interno di uno scambio comunicativo con il genitore, che per esempio osserva e descrivere quello che il bambino sta facendo.

Con la crescita,  un bambino interagisce ancora di più con il mondo circostante

Inizia a comprendere le prime parole e a fare dei tentativi nell’emettere i primi suoni, mostrando entusiasmo per le risposte che riesce a provocare. Inizialmente imiterà dei suoni ed emetterà le prime vocalizzazioni. E il genitore risponde e imita a sua volta questi suoni.

Il bambino impara che ciò che fa può avere delle conseguenze nel mondo circostante e apprende a fare a turno durante gli scambi comunicativi. Questa attività è fondamentale per lo sviluppo successivo del linguaggio.

Intorno al primo anno di vita cominciano le prime parole. Per alcuni bambini questo può accadere prima per altri dopo a seconda del loro sviluppo. È in questo periodo che avviene una fase di sperimentazione in cui i suoni vengono messi insieme.

Le prime parole rappresentano un passaggio fondamentale per la crescita, sia dal punto di vista cognitivo ma anche emotivo.

Un bambino ha bisogno del suo tempo per  poter compiere questo passo. Quanto più il linguaggio si costella di vocaboli, quanto più il bambino viene come investito da un maggior senso di poter esprimersi efficacemente.

Comunicare in maniera efficace con i bambini

Se un bambino può essere definito fin da subito competente nella comunicazione, significa che desidera che l’altra persona persona comunichi con lui. E il genitore si mette in ascolto, osserva, cerca di trovare una risposta al bisogno che viene comunicato.

Il bambino ha bisogno della risposta personale del suo genitore. Quando accade che la risposta non sia sufficientemente adeguata, questo è una possibilità per il bambino di attivare le proprie risorse e lanciare nuovi segnali per sollecitarne una nuova.

Fin dai primi giorni di vita, è importante spendere del tempo guardando il proprio neonato o bambino, per poter imparare come si sente e comprenderlo a fondo.

È una conoscenza reciproca: i genitori devono adeguarsi al bambino reale che hanno davanti e viceversa.

Quanto più c’è questa reciprocità, tanto più l’adulto si sentirà fiducioso nel comprendere e rispondere in modo adeguato ai segnali del proprio bambino.

I genitori spesso fanno un grande sforzo nel comprendere le prime comunicazioni dei loro bambini e questo implica una disposizione a volere accogliere queste comunicazioni. Ed è il genitore, colui che è competente nel comprendere e rispondere alle comunicazioni del proprio bambino.

 

Bibliografia: 

Murray Lynne, Andrews Liz. The Social Baby: Understanding Babies Communication from Birth, Richmond, Uk, CP Publishing (2000)

Tronick Ed, The neurobehavioral and social-emotional development of infants and children, New York, W. W. Norton & Co (2007)

 

Foto di Polina Tankilevitch da Pexels

Irene Chiesa

Irene Chiesa

Psicologa dell'Età Evolutiva

Formata secondo il modello Tavistock dell’ Infant Observation, lavora nell’ambito della formazione e consulenza per servizi educativi e in servizi a supporto dei legami familiari, in particolare nell'ambito dell'adozione e della prima infanzia. A Londra ha lavorato in un centro educativo e ha collaborato come Assistant Therapist in un progetto della Tavistock Clinic nelle scuole primarie. Attualmente si occupa anche di interventi a sostegno di bambini con difficoltà emotive, cognitive e comportamentali.

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