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Capire il nostro corpo: la risposta neurofisiologica allo stress

L’organismo umano è programmato per rispondere allo stress cercando di mantenere un equilibrio e mettendo in campo una serie di meccanismi. Mauro Monesi, fisioterapista del Centro Medico Vivavoce, ci spiega cosa sono questi meccanismi e come funziona la risposta neurosifiologica allo stress

Risposta neurofisiologica allo stress

Nella vita di tutti i giorni, continuamente, l’essere umano si confronta e si relaziona con un ambiente esterno, sia fisico che sociale, in continuo cambiamento. Il nostro corpo e il nostro cervello, quindi, monitorano, ponderano e reagiscono a tali cambiamenti costantemente.

Il sistema nervoso, infatti, elabora non soltanto input sensoriali che provengono dall’ambiente che ci circonda, ma anche informazioni provenienti dal nostro corpo.

Questa elaborazione parallela permette di controllare e coordinare modifiche fisiologiche e comportamentali generate da stimoli interni o esterni ad uno stato di equilibrio chiamato omeostasi.

Un delicato equilibrio

Per omeostasi si intende il mantenimento dell’equilibrio delle funzioni riguardanti l’organismo e delle caratteristiche chimico-fisiche del suo ambiente interno, nonostante le variazioni dell’ambiente esterno. Una condizione di stabilità e di equilibrio dell’ambiente interno è necessaria e sufficiente al fine di garantire un buon funzionamento del nostro organismo.

Per mantenere tale condizione si verifica un continuo adattamento a condizioni esterne che variano a seconda di ciò che sta succedendo in noi e intorno a noi. Pensiamo, per esempio, a cosa succederebbe se ci trovassimo di fronte ad un pericolo imminente e dovessimo essere pronti a scappare: la risposta cardiaca e la resistenza vascolare periferica devono modificarsi affinché il supporto metabolico e la risposta emodinamica aumenti per esempio a livello muscolare.

Di cosa parliamo quando parliamo di stress

Proprio per definire la risposta non specifica del corpo a qualsiasi richiesta di cambiamento, un medico austriaco, Hans Selye, nel 1936 introdusse per la prima volta il termine “stress”.

In numerosi esperimenti aveva notato che animali utilizzati come cavie sottoposte a stimoli nocivi fisici ed emozionali acuti esibivano dei simili cambiamenti patologici a livello organico. Elementi comuni riscontrati erano ulcere gastriche, diminuzione della dimensione del tessuto linfoide e incremento delle ghiandole surrenali.

Lo stesso Selye, per distinguere in modo più preciso lo stimolo dalla risposta, introdusse il termine stressor, ovvero qualsiasi elemento del mondo esterno o intrinseco al nostro organismo che ci fa perdere l’equilibrio omeostatico.

Stimolo e risposta allo stress

Con il tempo anche il concetto di omeostasi venne superato con il termine allostasi, ovvero la capacità di mantenere la stabilità attraverso il cambiamento.

I sistemi allostatici (adattativi) permettono all’organismo di adeguarsi alle situazioni di vita vissute modificando alcuni parametri interni allo scopo di mantenere le funzioni dei singoli organi e apparati.

L’allostasi, quindi, inteso come processo dinamico, può essere considerato sinonimo di stress. Esso prevede che il sistema nervoso centrale eserciti il controllo su tutte le risposte fisiologiche di regolazione.

Leggi anche Stress: le cause, i sintomi, i disturbi

Quali sono i meccanismi neurofisiologici alla base della risposta allostatica?

Cosa accomuna la reazione che abbiamo imbattendoci in un animale selvatico durante una passeggiata nel bosco oppure entrando in un’aula per un esame o affrontando un intervento in un convegno di fronte ad una vasta platea?

Quando lo stressor raggiunge una certa salienza la reazione neurofisiologica è la medesima indipendentemente dal tipo di minaccia, che sia un lupo, un nostro professore o una platea di colleghi.

Il corpo infatti reagisce allo stesso modo, in seguito all’attivazione di due assi neuroendocrine: l’asse simpato-adreno-midollare (SAM) e dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA).

Quando in natura si affronta una situazione di pericolo, la reazione comune è quella di preparazione al combattimento (fight) o di fuga (flight). Questi due comportamenti automatici sono la conseguenza diretta di una risposta adrenergica (asse SAM).

Come reagisce il nostro corpo in caso di stress

In presenza di una minaccia l’asse SAM è la prima ad attivarsi: l’ipotalamo reagisce allo stressor stimolando il locus coeuruleus che, rilasciando norepinefrina, a sua volta attiverà i centri midollari del sistema nervoso autonomo che a loro volta attraverso il rilascio di epinefrina indurranno la parte midollare della ghiandola surrenale a produrre e rilasciare a livello sistemico adrenalina e noradrenalina.

Queste catecolamine saranno all’origine della risposta fight o flight, quindi una risposta di reazione molto veloce a seguito di una minaccia improvvisa.

Se lo stressor permane successivamente alla minaccia entrerà in gioco anche l’HPA (risposta più lenta); sempre l’ipotalamo darà inizio ad una cascata ormonale rilasciando il fattore di rilascio della corticotropina che stimola l’ipofisi a produrre corticotropina la quale attiverà la corticale del surrene per liberare nel circolo il cortisolo, definito anche l’ormone dello stress.

Questa stimolazione neuroendocrina a cascata è del tutto fisiologica ed adattativa. Il suo fine è di preservare e rendere più efficiente la risposta a una minaccia. Tutti noi abbiamo potuto constatare come prima di una gara, di un esame, o in una situazione di pericolo imminente funzioni non necessarie al superamento dello specifico stressor (senso di fame, desiderio sessuale etc..) vengano momentaneamente soppresse a vantaggio di altre funzioni in quel momento più importanti per il nostro organismo (aumento della concentrazione, contrattilità muscolare etc..).

È grazie a tali reazioni che il sistema nervoso sopprime e sensibilizza funzioni corporee differenti per permettere al nostro organismo di reagire nel miglior modo possibile a situazioni ritenute “pericolose”.

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Combattere l’ansia con l’attività fisica: gli sport che aiutano di più

Fare sport è utile per combattere l’ansia in quanto favorisce il rilassamento muscolare e garantisce uno stato di benessere psicologico nelle persone che lo praticano. Quali sono le attività che aiutano di più e perché.

Ansia, positiva o negativa?

L’ansia si caratterizza come un’emozione spesso utile per riconoscere situazioni di pericolo e per affrontare al meglio gli eventi della vita quotidiana. È fondamentale che l’attivazione ansiosa venga tenuta sotto soglia, cercando di non perdere il controllo della situazione.

Superare la soglia significa entrare in uno stato di completo malessere psico-fisico che si caratterizza con sudorazione, tremore, battito cardiaco accelerato, etc. Oltre a portare con sé un’attivazione a livello fisico l’ansia, essendo un’emozione, pervade il soggetto anche di pensieri negativi: ci si sente inferiori rispetto alla situazione e porta ad una limitazione delle relazioni sociali e della possibilità di fare esperienze con il mondo circostante.

Oltre all’aspetto patologico l’ansia è molto utile per riuscire ad affrontare le vicissitudini e i compiti assegnati. Mantenere una buona soglia di attivazione porta la persona ad essere più performante e a sentirsi maggiormente pronto e capace. Il livello di soglia è assolutamente soggettivo ed è unico per ogni individuo, quello che può provocare malessere in un individuo può essere assolutamente irrilevante per un altro.

Combattere l’ansia  con gli sport

Sono svariate le terapie disponibili per placare l’ansia sia a livello clinico che a livello farmaceutico. Queste sono molto utili, anzi necessarie, quando lo stato ansiogeno pervade totalmente la persona limitandone la vita e portandola ad una svalutazione del sé. Quando invece i livelli di ansia sono nella norma possono essere utili alcuni rimedi per riuscire a controllarne l’attivazione. Uno di questi sono gli sport.

Fare sport è utile per favorire il rilassamento muscolare e garantire uno stato di benessere psicologico nelle persone che lo praticano; inoltre permette di modificare e alzare il livello di soglia, riuscendo quindi ad affrontare in modo più sereno la realtà.

Oltre a questo lo sport svolge un’azione positiva sulla circolazione sanguigna e sull’attivazione neurone che comporta un aumento di produzione di endorfine. Le endorfine sono un insieme di sostanze chimiche prodotte dal nostro cervello, classificabili come neurotrasmettitori, che hanno una funzione sia analgesica che eccitante. Grazie a queste infatti la persona riesce a sviluppare emozioni positive di felicità e tranquillità oltre a sensazioni di rilassamento nel corpo.

Il praticare sport in modo continuativo tende a ridurre lo stato ansiogeno vissuto dalla persona e comporta un rilassamento psico-fisico

Sport contro l’ansia: quali aiutano di più

Bisogna anzitutto prediligere quegli sport che possono essere svolti all’aria aperta e quindi garantiscono un maggior senso di libertà nella persona.

L’attività fisica maggiormente consigliata è sicuramente quella aerobica, come camminata o corsa. Praticare sport cosiddetti “cardio” aiuta a generare nel corpo una stanchezza positiva che migliora di conseguenza la sensazione di malessere fisico nella persona.

Concentrarsi sull’attività fisica svolta aiuterà anche la persona ad allontanare i pensieri negativi e a crearsi una nuova visione della realtà. Non sono da sottovalutare anche lo yoga e il nuoto: grazie al respiro ciclico e controllato aiutano chi lo pratica ad avere un maggiore controllo respiratorio anche all’esterno della pratica sportiva.

È importante considerare che lo sport non va a sostituire la psicoterapia o la terapia farmacologica, ma può essere associato ad esse. Se l’ansia diventa pervadente nella vita è importante rivolgersi al medico di base per capire come muoversi.

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Timidezza o ansia sociale?

Quando parliamo di timidezza e quando di ansia sociale?  La timidezza diventa un problema quando va ad interferire con il normale svolgimento della vita quotidiana. Cosa fare allora e a chi rivolgersi?

Cos’è la timidezza

La timidezza non rappresenta né un disturbo né una patologia, si caratterizza come un tratto temperamentale che rende la persona maggiormente sensibile e riservata.

Quando si parla di una persona timida si intende un soggetto che fatica a mostrarsi agli altri, a essere libero e spensierato nel dire e nel fare le cose a modo proprio. Questa rappresenta, in tutte le sue sfaccettature, una limitazione nella relazione con il mondo circostante. Tale caratteristica della personalità non si manifesta in modo uguale in tutte le persone e circostanze. Può succedere che si presenti come dei blocchi momentanei che arrecano un malessere nel mettersi a confronto con gli altri.

La persona tende a evitare i luoghi molto affollati, non si mette in relazione con grossi gruppi di persone e tiene per sé i propri pensieri. Tende infatti a relazionarsi con piccoli gruppi di amici, preferibilmente molto intimi, rimane molto ligio alle regole per evitare di mettersi in mostra e cerca sempre il supporto di qualcuno.

Per approfondire: Il disturbo d’ansia sociale nei giovani

Caratteristiche della timidezza

Caratteristiche fisiche della timidezza sono: rossore, sudorazione, tremore, difficoltà di eloquio, tendenza del soggetto a distogliere lo sguardo dalla situazione temuta, cercando di chiudersi in se stesso. È caratterizzata anche dalla vergogna per le proprie caratteristiche personali e con la paura del giudizio e l’affronto dell’altro.

Anche l’influenza culturale ha un forte impatto sulla timidezza. In Giappone, ad esempio, una cultura e un’educazione molto rigidi creano adolescenti molto riservati e caratterizzati da una maggiore timidezza.

Il periodo in cui la timidezza si presenta maggiormente e si caratterizza come un disagio è senz’altro l’adolescenza. Durante la fase di crescita si è sempre soggetti a continui cambiamenti, che possono mettere in difficoltà i ragazzi in quanto non più sicuri di sé, trovandosi al centro di un turbinio emotivo. I ragazzi vedono molta differenza fra sé e i propri compagni e amici e temono di essere continuamente giudicato da loro.

Un mondo che sicuramente non facilita la vita dell’adolescente timido è internet: mettersi a confronto con profili che non si caratterizzano come reali ma si mostrano migliori e perfetti non rendono semplici i vissuti emotivi dei ragazzi. Questo può portare alla nascita di insicurezze e sentimenti di inferiorità nei giovani, che tendono a chiudersi maggiormente e a sentirsi in difetto rispetto alle loro caratteristiche comportamentali.

Timidezza o ansia sociale? Quando diventa un problema

La timidezza diventa un problema nel momento in cui va a interferire con il normale svolgimento della vita quotidiana limitando la capacità di vivere relazioni. Quando questa, per un lungo periodo (tale se superiore a sei mesi), porta un intenso malessere fisico e mentale alla persona costringendola a evitare situazioni sociali, senza mettersi nemmeno alla prova per timore del giudizio e del pensiero altrui, è necessario rivolgersi a uno specialista che vada a comprendere cosa sta succedendo e, se necessario, iniziare a parlare di ansia sociale.

Leggi anche Timidezza e relazioni sociali: 5 consigli per superare le difficoltà

Non bisogna sottovalutare la timidezza quando crea delle barriere a livello della vita personale, sociale e lavorativa. Non bisogna pensare da autodidatta o basarsi solo su informazioni trovate su internet. È importante rivolgersi innanzitutto al medico di base per capire meglio la situazione che rimanderà allo specialista adatto.

Anche il ruolo famigliare è importante ed è necessario comprendere la difficoltà senza porre delle prove o creando un maggior senso di inferiorità mettendo a confronto il soggetto con altri.

“La timidezza è una condizione strana dell’anima, una categoria, una dimensione che si apre la solitudine” – Pablo Nerdura

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Afasia infantile e nell’età evolutiva: cause, sintomi e terapie

Cosa si intende per afasia e come questo disturbo del linguaggio si manifesta nell’infanzia e nell’età evolutiva. A cura di Stefania Liberti, logopedista.

Afasia in età evolutiva

L’afasia è un disturbo acquisito del linguaggio causato da lesioni delle aree cerebrali coinvolte nell’elaborazione di aspetti diversi delle funzioni linguistiche. Può interessare tutti i livelli della competenza linguistica sia in produzione che in comprensione, nel linguaggio orale come in quello scritto.

Nell’afasia pediatrica rientrano soggetti di età compresa tra 0-18 anni: i vari quadri clinici si differenziano ampiamente per la natura del deficit e il grado di sviluppo linguistico all’età di insorgenza.

Tuttavia, riguardo l’età d’insorgenza, si ritiene che per poter parlare di afasia in età evolutiva, lo sviluppo precedente del linguaggio debba aver raggiunto un sufficiente grado di organizzazione. Diversi autori fissano tale livello alla comparsa delle prime forme di organizzazione sintattica e quindi all’età di circa 2 anni di vita. Dunque, deficit di linguaggio emersi in seguito a un danno neurologico dopo tale età verrebbero definiti “afasie acquisite”, mentre simili deficit occorsi prima dei 24 mesi verrebbero definiti “disfasie congenite”.

Cosa può causare afasia in bambini e ragazzi

Le cause alla base dell’insorgenza del disturbo afasico sono numerose e anche molto differenti tra loro, analoghe a quelle dell’adulto.

Le cause più frequenti sono disturbi cerebrovascolari, traumi cranio-encefalici, cause iatrogene, quadri infettivi encefalici e quadri neoplastici.

Epidemiologia

I dati relativi all’epidemiologia di tale disturbo sono scarsi: la letteratura riporta una prevalenza del 20-30% di soggetti afasici nella popolazione pediatrica affetta da ictus, percentuale comparabile a popolazioni analoghe in età adulta.

Tipi di afasia in età evolutiva

Classificazione sindromica delle afasie

Una prima importante classificazione dell’afasia è basata sulla fluenza dell’eloquio, contrapponendo eloquio fluente e non fluente.

Afasie fluenti

Nelle afasie fluenti l’eloquio è abbondante, talvolta logorroico, la prosodia è  preservata, le frasi sono lunghe e sintatticamente complesse, con frequenti errori di concordanza o sostituzioni di parole grammaticali.

Sul piano qualitativo la produzione è caratterizzata da frequenti:

  • parafasie fonemiche, ovvero l’omissione, sostituzione, aggiunta o trasposizione di un fonema all’interno di una parola (ad es. “dorme” diviene “drorme”);
  • parafrasie semantiche, ovvero la sostituzione di un parola target con un’altra che appartiene alla stessa categoria semantica (ad es. “cane” invece di “gatto”);
  • neologismi ovvero non- parole prive di significato che non appartengono al lessico della lingua.

Tali errori possono esitare in quello che viene definito eloquio gergale, caratterizzato da una sequenza di parole inesistenti (gergo neologistico) o da una serie di parole reali combinate a formare frasi prive di significato (gergo semantico). Questi fenomeni, se particolarmente marcati, rendono l’eloquio difficilmente comprensibile all’interlocutore, riducendo l’efficacia comunicativa del paziente.

Tipi di afasie fluenti:

  • Afasia di Wernicke, in cui l’eloquio è abbondante, talvolta logorroico, ma spesso scarsamente informativo a causa della presenza di numerose parafasie fonemiche e semantiche, neologismi o linguaggio gergale; la prosodia è conservata e non sono presenti difficoltà articolatorie. Il disturbo può avere gravità variabile e coinvolge in modo proporzionato i vari livelli linguistici, quali fonologia, lessico e morfosintassi. La comprensione sia orale che scritta è di solito gravemente compromessa.
  • Afasia di conduzione, in cui il deficit è prevalentemente di natura fonologica e si manifesta sia in eloquio spontaneo sia in compiti di denominazione. L’eloquio è fluente, caratterizzato da anomie, parafasie fonemiche e conduites d’approche fonemiche, ovvero variazione fonemiche per avvicinarsi alla parola bersaglio. Maggiormente compromessa appare la ripetizione, la comprensione uditiva è relativamente integra.
  • Afasia transcorticale sensoriale, in cui il deficit prevalentemente di natura semantico-lessicale si manifesta sia in entrata che in uscita, a fronte di un relativo risparmio di abilità fonologiche e morfosintattiche. L’eloquio è fluente, caratterizzato da circonlocuzioni, parafasie semantiche e verbali che determinano un eloquio con scarso contenuto informativo e difficilmente comprensibile dall’interlocutore. La ripetizione è conservata, tuttavia la comprensione è gravemente deficitaria.
  • Afasia amnesica, caratterizzata da eloquio fluente e frasi grammaticalmente corrette, anche se spesso interrotte da difficoltà di recupero di unità lessicali (anomie). La comprensione del linguaggio è generalmente conservata.

Afasie non fluenti

L’afasia non fluente è caratterizzata da agrammatismo o aprassia verbale. L’eloquio è tipicamente scarso, telegrafico, privo di intonazione, le frasi sono brevi, la struttura sintattica è semplificata e sono presenti difficoltà articolatorie o inerzia verbale. Nel caso in cui i segni articolatori o agrammatici non siano presenti, l’attenzione è posta sulla quantità dell’eloquio, ridotta rispetto a una normale produzione.

Le forme afasiche non fluenti comprendono:

  • Afasia globale: è la forma più grave di afasia, caratterizzata da deficit a livello fonologico, lessicale e morfosintattico. L’eloquio spontaneo è non fluente. La comprensione, la ripetizione e la denominazione sono marcatamente compromesse.
  • Afasia di Broca, in cui la produzione spontanea è ridotta, priva di intonazione e le marcate difficoltà articolatorie rendono frequentemente l’eloquio faticoso, lento e ridotto. Inoltre, la produzione è agrammatica: i pazienti utilizzano un linguaggio telegrafico, caratterizzato da strutture grammaticali semplificate. Ripetizione e denominazione risultano compromesse. La comprensione è relativamente conservata, più difficoltosa di fronte a frasi sintatticamente più complesse.
  • Afasia transcorticale motoria, è una forma più rara di afasia, in cui l’eloquio è non fluente e le frasi sono molto brevi. Questa forma di afasia è caratterizzata da inerzia verbale, con conseguente riduzione della produzione spontanea sia orale che scritta e difficoltà ad iniziare una conversazione. La comprensione, la ripetizione e la denominazione sono conservate.
  • Afasia transcorticale mista, più rara rispetto alle altre forme, è caratterizzata da eloquio fluente ed ecolalico. Il deficit, prevalentemente di natura semantico- lessicale, si manifesta con importanti difficoltà di comprensione e denominazione. La ripetizione è relativamente conservata, tuttavia il paziente non comprende le frasi che ripete.

Vi è anche un approccio funzionale al disturbo afasico che ha l’obiettivo di individuare la sede funzionale della danno, ovvero la sottocomponente della competenza linguistica danneggiata (fonologia, semantica, lessico e morfosintassi) e che assume fondamentale importanza nel definire un programma riabilitativo mirato alle caratteristiche del deficit.

I sintomi dell’afasia

A seconda della sede e dell’estensione della lesione cerebrale acquisita, i bambini possono manifestare deficit linguistici di varia natura analoghi a quelli che possono essere osservati nell’adulto.

A seguito della fase acuta, possono persistere i sintomi tipici dell’afasia non fluente quali anomie, eloquio telegrafico e difficoltà articolatorie. Possono manifestarsi anche sintomi che caratterizzato l’eloquio fluente quali logorrea, parafasie, gergo semantico o fonologico.

Diagnosticare l’afasia in età pediatrica 

La figura responsabile della definizione diagnostica è il neurologo o neurologo pediatrico. Il processo diagnostico prevede la valutazione linguistico– comunicativa, inserita in una valutazione completa delle funzioni cognitive ed associata alla fondamentale valutazione strumentale delle lesioni cerebrali attraverso esame TC o RMN.

Relativamente alla valutazione delle abilità linguistiche l’obiettivo è la valutazione completa dei diversi livelli  linguistici.

In lingua italiana non è disponibile uno strumento specifico. Pertanto per la valutazione dell’afasia possono essere utilizzati test e batterie standard utilizzate per la valutazione dell’afasia in età adulta, o test di valutazione linguistica standardizzati per l’età pediatrica e comunemente utilizzati per la valutazione dei disturbi evolutivi di linguaggio.

Altresì, è di fondamentale importanza un’attenta analisi della produzione spontanea e del comportamento comunicativo.

Curare l’afasia

Se ci sono infiniti modi di essere afasici potremmo desumere che vi sono infiniti modi di essere riabilitati. Non vi è un unico programma riabilitativo specifico mirato al recupero delle difficoltà linguistiche acquisite, vi sono diversi metodi e approcci.

Il programma riabilitativo viene personalizzato in base alle caratteristiche del soggetto, all’età e alle specifiche difficoltà linguistiche rilevate.

Uno degli aspetti fondamentali nella fase di programmazione dell’intervento riabilitativo è il counselling: la famiglia assume un ruolo fondamentale nell’intervento e rappresenta una delle risorse determinanti nel migliorare la partecipazione del paziente.

I genitori devono supportare la comunicazione offrendo contesti stimolanti  e utilizzando strategie interattive adeguate: parlare lentamente, non interrompere, utilizzare oggetti, gesti e disegni tenendo sempre conto delle caratteristiche della persona con afasia quali età, scolarità ed eventuali altri deficit cognitivi ed emotivi associati.

 

Bibliografia

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Vacanze al tempo del coronavirus: come gestire l’ansia

All’ansia che a volte accompagna l’arrivo delle ferie quest’anno si possono aggiungere ulteriori elementi di difficoltà. Come affrontare allora queste prime vacanze al tempo del coronavirus? I consigli di Giada Sera, psicologa del Centro Medico Vivavoce

La prima estate durante l’epidemia di coronavirus

Con il termine vacanza per la Treccani si intende “riposo più o meno lungo delle proprie ordinarie occupazioni che una persona si concede o si fa concedere”. Tale definizione sottolinea il valore e lo scopo intrinseco di questa attività: il distacco dalle proprie abitudini e l’adesione a nuovi ritmi e attività con lo scopo di riposarsi.

Secondo i dati dell’Istat nel 2019 i viaggi dei residenti in Italia sono stati 71 milioni e 883 mila, sia per lavoro che per svago. In estate il 37,8% della popolazione fa almeno una vacanza. Secondo quanto emerge da un sondaggio di IZI in collaborazione con Comin & Partners, metà degli italiani andrà comunque in vacanza, privilegiando destinazioni italiane a quelle estere.

Ma come saranno le vacanze quest’anno?

In molti si chiedono come saranno le vacanze quando si inizia a pensare alle proprie ferie. A causa della situazione sanitaria, però, l’idea di vacanza e – quindi di riposo – non è più ben chiara. L’incertezza rispetto a come saranno le spiagge, gli spostamenti o i ristoranti può causare emozioni discordanti all’idea di partire. Alcuni ne hanno messo in dubbio il valore intrinseco: con tutte queste nuovi accorgimenti sarà un momento di riposo o, al contrario, sarà ancora più stressante?

Si potranno esperire diverse emozioni – tra cui frustrazione, tristezza o ansia. L’ansia è l’emozione dell’incertezza, la proviamo ogni volta che non siamo sicuri di raggiungere il nostro scopo, in questo caso il riposo.

Provare emozioni di ansia in queste situazioni è normale e fisiologico, ci permette di avere uno stato di allerta necessario per fronteggiare l’imprevisto o il pericolo.

L’ansia è problematica quando diventa particolarmente forte da influenzare il nostro funzionamento e la nostra qualità di vita. In questo caso, se nonostante vi siano dati oggettivi che non giustificano uno stato di pericolo, tale emozione impedisce di riprendere la nostra quotidianità, come uscire, vedere amici e parenti o concedersi del riposo.

Leggi anche L’ansia è una malattia? Cos’è davvero e quando bisogna preoccuparsi

Vacanze e coronavirus, cosa fare se l’ansia diventa molto forte?

Se la percepisci troppo forte rispetto al reale pericolo, prova a riflettere su questi aspetti:

Riconosci le tue emozioni

Fai attenzione ai pensieri, alle emozioni e alle sensazioni fisiche provate;

Ricorda la connessione tra pensieri ed emozioni

Quello che proviamo dipende da quello che pensiamo non dalla situazione. Cerca di fare attenzione a quali pensieri ti attivano maggiormente;

Valuta la veridicità dei tuoi pensieri

Prova a chiederti se i tuoi pensieri sono fondati su dati oggettivi o se sono dei tuoi timori in contrasto con i dati oggettivi;

Poni attenzione a quello di cui hai bisogno

Dato il cambiamento delle condizioni esterne anche le nostre esigenze e bisogni possono essere cambiati. Chiediti di cosa hai bisogno ora, facendo attenzione ai propri preconcetti;

Non temere gli imprevisti

Talvolta, prima di partire, idealizziamo il viaggio al punto che anche un piccolo imprevisto è vissuto come un problema. Ricorda che la perfezione è un ideale poco utile e, spesso, irraggiungibile. L’organizzazione e la pianificazione possono essere buone strategie ma cerca di non essere troppo rigido;

Chiedi aiuto se l’ansia è troppo forte e persistente

Se un’emozione troppo intensa ti impedisce di vivere a pieno i momenti piacevoli e di relax potresti aver bisogno d’aiuto per gestire meglio il tuo stato emotivo.

 

Foto di Anna Shvets da Pexels

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Come il gioco promuove la regolazione emotiva nei bambini

Il gioco stimola la creatività nei bambini e permette ai più piccoli di fare esperienze fondamentali per lo sviluppo. Lo sviluppo della competenza emotiva nei bambini è strettamente legato quindi al gioco: come è possibile aiutarli in questo processo? Ne parliamo con Irene Chiesa, psicologa dell’età evolutiva. 

Comunicare le emozioni attraverso il gioco 

Il gioco è una parte importante dello sviluppo di un bambino. Permette di stimolare la creatività e di apprendere le necessarie abilità sociali. Attraverso il gioco, i bambini sono spesso introdotti a esperienze come condividere, fare a turno e lavorare insieme, specialmente quando sono in un contesto di gruppo.

Questo momento così fondamentale per lo sviluppo ha mostrato anche di poter fornire un contesto per lo sviluppo delle competenze linguistiche e del vocabolario, che a loro volta supportano la regolazione delle emozioni. In particolare, le attività di gioco condiviso e di collaborazione con altri, adulti o bambini, sostengono le capacità del bambino di esprimere le sue idee, spiegare i suoi ragionamenti e parlare di ciò che sta imparando e offrono la possibilità di potersi esprimere.

Lo sviluppo della competenza emotiva è un processo che inizia nell’infanzia e prosegue nell’adolescenza. Il bambino infatti acquisisce gradualmente la capacità di identificare e regolare le proprie emozioni e di rispondere a quelle degli altri. Gli eventi quotidiani e le routine offrono molteplici opportunità di apprendimento emotivo.

Conoscere e gestire le emozioni dei bambini

La conoscenza delle emozioni implica la capacità di percepire e nominare le emozioni. Il bambino piccolo spesso prova emozioni intense, come la tristezza, la gioia, l’ansia e la rabbia, e prima di poter generalizzare la comprensione delle emozioni a quelle degli altri, devono avere la possibilità di  riflettere e comprendere le proprie, attribuendone un significato all’interno dei suoi legami significativi.

Conoscere le emozioni aiuta il bambino ad apprendere meglio dalle sue esperienze emotive e a poterle comunicare. La conoscenza delle emozioni aiuta il bambino a sviluppare una maggiore consapevolezza e a impegnarsi in interazioni più efficaci con i coetanei. Inoltre inibisce l’aggressività e aumenta i comportamenti prosociali e l’empatia.

Il livello di sviluppo di un bambino, il suo temperamento e la sua capacità verbale possono influenzare la sua capacità di intendere e gestire le sue emozioni. Questa comprensione non può avvenire se non all’interno di relazioni significative che aiutino il bambino a nominare l’esperienza.

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Aiutare i bambini a gestire le emozioni con il gioco

È sempre più evidente che la capacità di regolazione emotiva si sviluppa nella prima infanzia ed è supportata da esperienze di gioco e attività che favoriscono anche lo sviluppo del linguaggio orale. Il modo in cui gli adulti interagiscono con i bambini piccoli può supportare questo sviluppo. Gli adulti possono fornire così un ambiente emotivamente accogliente e giocoso, in cui i bambini abbiano la possibilità di parlare di loro e di quello che accade.

Ci sono svariate modalità di gioco con cui il bambino possa essere aiutato a gestire alcune emozioni. Una di queste è il gioco di finzione “fare finta che”. Per facilitare questo tipo di attività a casa e a scuola, insegnanti, genitori possono mettere a disposizione oggetti interessanti e versatili che stimolino l’immaginazione: scatole vuote, costumi, oggetti della casa.

Passando da un’emozione all’altra di varia intensità, il bambino mantiene il suo gioco a un livello emotivo gestibile, che serve come veicolo per esprimere e regolare le sue emozioni.

Un’altra modalità è quella di usare le storie, specialmente con i bambini  in età scolare, in particolare le fiabe (che hanno emozioni particolarmente esagerate) per parlare come i personaggi possono sentirsi e cosa possono pensare. Possono essere utili per esplorare le storie e riflettere sui sentimenti dei personaggi, senza che le emozioni vengano effettivamente assunte.

Mentre gioca il bambino può essere aiutato a notare, nominare e comprendere le sue emozioni nel momento in cui si manifestano e a usare le emozioni come opportunità di conoscersi e comprendere di più gli altri

Ogni occasione di gioco può essere opportunità per comunicare al bambino la fiducia che le emozioni possano essere vissute senza farsi sopraffare, pur comprendendo quanto possa essere difficile e faticosa l’esperienza di emozioni intense.

 

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Vivavoce Focus

Cos’è la FOMO, la paura di essere tagliati fuori

Diffusasi con l’avvento dei social network la FOMO (acronimo in inglese per Fear Of Missing Out) è un disturbo d’ansia caratterizzato dalla paura di sentirsi sempre un passo indietro rispetto agli altri, al proprio gruppo di appartenenza. Una condizione che colpisce soprattutto i più giovani.

FOMO (Fear Of Missing Out)

Fear Of Missing Out (FOMO), significa letteralmente “paura di essere tagliati fuori”. Questo disturbo ha visto la sua nascita nell’ultimo decennio, in corrispondenza con l’aumento dell’uso dei social network. Tale paura si caratterizza come un disturbo d’ansia.

Le persone provano un forte sentimento di sconforto in quanto si sentono un passo indietro rispetto alla vita vissuta dai loro “amici virtuali”. Sviluppano sconforto, ansia e paura perché sentono di poter perdere qualche evento importante e di vivere momenti meno divertenti.

Questo viene intensificato dall’uso continuo dei social: le persone passano moltissimo tempo a scorrere le bacheche di Instagram, Facebook e Twitter e si mettono continuamente in confronto con l’altro. Si rischia di generare così una svalutazione della propria vita e una chiusura in quanto il soggetto si sente inferiore, incapace di apprezzare quello che fa. Le persone che soffro di FOMO sviluppano una vera e propria mania di controllo e di essere partecipi del mondo nel quale sono inseriti.

La FOMO e i più giovani

La Fear of Missing Out è molto diffusa tra i giovani e gli adolescenti. Essendo quello adolescenziale un periodo molto critico e ricco di cambiamenti, i ragazzi cercano maggior supporto e coesione con i pari. In quella fascia d’età risulta molto importante fare gruppo e questo viene ricercato principalmente nell’accettazione in rete. Grazie all’uso dei social i più giovani possono vedere soddisfatto il proprio bisogno di socializzazione e di appartenenza. Qui però si genera il problema del sentirsi sempre un passo indietro.

Ciò che viene postato sulla rete rappresenta solitamente solo la parte migliore, modificata e stereotipata di un canone di bellezza dettato dalla moda

Ragazzi che tendono a essere più sensibili e fragili possono lasciarsi facilmente influenzare da questa perfezione, sentendosi inferiori e peggiori e chiudendosi maggiormente nel proprio nido.

Nei ragazzi che soffrono di FOMO si crea un circolo vizioso: passano così tanto tempo a controllare cosa si stanno perdendo che arrivano a chiudersi in casa ma sentendosi male per ciò che hanno perso. Sentono di essere esclusi dalla vita dei compagni e provano sentimenti quali tristezza, isolamento sociale, ansia e paura. A livello fisico questi si caratterizzano con tremore, tachicardia, sudorazione e sentimenti di solitudine. Il sintomo più esplicito è il continuo utilizzo del cellulare, anche centinaia di volte in pochi minuti.

La FOMO e i social

La FOMO è stata studiata primariamente a Oxford dal sociologo Andrew Przybylski, il quale sostiene che questo sentimento di inferiorità sia in realtà sempre esistito nella storia ma che abbia visto il suo celere progredire con l’uso frequente degli smartphone e dei social. Questo disturbo risulta largamente diffuso in Stati Uniti.

Come per ogni forma d’ansia è necessario rivolgersi a uno specialista e recarsi da uno psicologo o uno psicoterapeuta che supporti tale paura, marginandola con delle soluzioni pratiche.

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