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L’organismo umano è programmato per rispondere allo stress cercando di mantenere un equilibrio e mettendo in campo una serie di meccanismi. Mauro Monesi, fisioterapista del Centro Medico Vivavoce, ci spiega cosa sono questi meccanismi e come funziona la risposta neurosifiologica allo stress

Risposta neurofisiologica allo stress

Nella vita di tutti i giorni, continuamente, l’essere umano si confronta e si relaziona con un ambiente esterno, sia fisico che sociale, in continuo cambiamento. Il nostro corpo e il nostro cervello, quindi, monitorano, ponderano e reagiscono a tali cambiamenti costantemente.

Il sistema nervoso, infatti, elabora non soltanto input sensoriali che provengono dall’ambiente che ci circonda, ma anche informazioni provenienti dal nostro corpo.

Questa elaborazione parallela permette di controllare e coordinare modifiche fisiologiche e comportamentali generate da stimoli interni o esterni ad uno stato di equilibrio chiamato omeostasi.

Un delicato equilibrio

Per omeostasi si intende il mantenimento dell’equilibrio delle funzioni riguardanti l’organismo e delle caratteristiche chimico-fisiche del suo ambiente interno, nonostante le variazioni dell’ambiente esterno. Una condizione di stabilità e di equilibrio dell’ambiente interno è necessaria e sufficiente al fine di garantire un buon funzionamento del nostro organismo.

Per mantenere tale condizione si verifica un continuo adattamento a condizioni esterne che variano a seconda di ciò che sta succedendo in noi e intorno a noi. Pensiamo, per esempio, a cosa succederebbe se ci trovassimo di fronte ad un pericolo imminente e dovessimo essere pronti a scappare: la risposta cardiaca e la resistenza vascolare periferica devono modificarsi affinché il supporto metabolico e la risposta emodinamica aumenti per esempio a livello muscolare.

Di cosa parliamo quando parliamo di stress

Proprio per definire la risposta non specifica del corpo a qualsiasi richiesta di cambiamento, un medico austriaco, Hans Selye, nel 1936 introdusse per la prima volta il termine “stress”.

In numerosi esperimenti aveva notato che animali utilizzati come cavie sottoposte a stimoli nocivi fisici ed emozionali acuti esibivano dei simili cambiamenti patologici a livello organico. Elementi comuni riscontrati erano ulcere gastriche, diminuzione della dimensione del tessuto linfoide e incremento delle ghiandole surrenali.

Lo stesso Selye, per distinguere in modo più preciso lo stimolo dalla risposta, introdusse il termine stressor, ovvero qualsiasi elemento del mondo esterno o intrinseco al nostro organismo che ci fa perdere l’equilibrio omeostatico.

Stimolo e risposta allo stress

Con il tempo anche il concetto di omeostasi venne superato con il termine allostasi, ovvero la capacità di mantenere la stabilità attraverso il cambiamento.

I sistemi allostatici (adattativi) permettono all’organismo di adeguarsi alle situazioni di vita vissute modificando alcuni parametri interni allo scopo di mantenere le funzioni dei singoli organi e apparati.

L’allostasi, quindi, inteso come processo dinamico, può essere considerato sinonimo di stress. Esso prevede che il sistema nervoso centrale eserciti il controllo su tutte le risposte fisiologiche di regolazione.

Leggi anche Stress: le cause, i sintomi, i disturbi

Quali sono i meccanismi neurofisiologici alla base della risposta allostatica?

Cosa accomuna la reazione che abbiamo imbattendoci in un animale selvatico durante una passeggiata nel bosco oppure entrando in un’aula per un esame o affrontando un intervento in un convegno di fronte ad una vasta platea?

Quando lo stressor raggiunge una certa salienza la reazione neurofisiologica è la medesima indipendentemente dal tipo di minaccia, che sia un lupo, un nostro professore o una platea di colleghi.

Il corpo infatti reagisce allo stesso modo, in seguito all’attivazione di due assi neuroendocrine: l’asse simpato-adreno-midollare (SAM) e dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA).

Quando in natura si affronta una situazione di pericolo, la reazione comune è quella di preparazione al combattimento (fight) o di fuga (flight). Questi due comportamenti automatici sono la conseguenza diretta di una risposta adrenergica (asse SAM).

Come reagisce il nostro corpo in caso di stress

In presenza di una minaccia l’asse SAM è la prima ad attivarsi: l’ipotalamo reagisce allo stressor stimolando il locus coeuruleus che, rilasciando norepinefrina, a sua volta attiverà i centri midollari del sistema nervoso autonomo che a loro volta attraverso il rilascio di epinefrina indurranno la parte midollare della ghiandola surrenale a produrre e rilasciare a livello sistemico adrenalina e noradrenalina.

Queste catecolamine saranno all’origine della risposta fight o flight, quindi una risposta di reazione molto veloce a seguito di una minaccia improvvisa.

Se lo stressor permane successivamente alla minaccia entrerà in gioco anche l’HPA (risposta più lenta); sempre l’ipotalamo darà inizio ad una cascata ormonale rilasciando il fattore di rilascio della corticotropina che stimola l’ipofisi a produrre corticotropina la quale attiverà la corticale del surrene per liberare nel circolo il cortisolo, definito anche l’ormone dello stress.

Questa stimolazione neuroendocrina a cascata è del tutto fisiologica ed adattativa. Il suo fine è di preservare e rendere più efficiente la risposta a una minaccia. Tutti noi abbiamo potuto constatare come prima di una gara, di un esame, o in una situazione di pericolo imminente funzioni non necessarie al superamento dello specifico stressor (senso di fame, desiderio sessuale etc..) vengano momentaneamente soppresse a vantaggio di altre funzioni in quel momento più importanti per il nostro organismo (aumento della concentrazione, contrattilità muscolare etc..).

È grazie a tali reazioni che il sistema nervoso sopprime e sensibilizza funzioni corporee differenti per permettere al nostro organismo di reagire nel miglior modo possibile a situazioni ritenute “pericolose”.

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Mauro Monesi

Mauro Monesi

Fisioterapista

Laureato in Fisioterapia presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, ad oggi è fisioterapista presso Physioup Studio Professionale e presso il centro sanitario Arcobaleno ’85 di Roma. È assistente alla didattica per il Master “Riabilitazione dei disordini muscolo scheletrici” presso l’Università degli Studi di Genova.

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