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Adolescenti a rischio ansia: i segnali da non sottovalutare

Anche gli adolescenti possono dover fare i conti con ansia e burnout. L’adolescenza è infatti un periodo difficile e complesso e per alcuni ragazzi le difficoltà che questa comporta possono portare ansie e tensioni.

La difficoltà dell’adolescenza

Il periodo adolescenziale è sicuramente il più complesso e travagliato della fase della crescita. Non corrisponde solamente alla più grande fase di transizione a livello fisico, dove si hanno cambiamenti corporei e ormonali. In quel periodo infatti si verificano anche cambiamenti a livelli relazionali.

Durante l’adolescenza i ragazzi modificano il proprio modo di atteggiarsi e di comportarsi. Diventa inoltre sempre più importante la relazione con il gruppo. Spesso poi possono nascere alcuni scontri nell’ambiente famigliare dovuti alla continua ricerca e affermazione della propria individualità.

Altro aspetto importante è l’inizio delle relazioni sentimentali: si mostra interesse per la vita di coppia e si hanno i primi veri confronti con gli altri.

Ansia e adolescenti, i segnali da non sottovalutare

I cambiamenti e le dinamiche relazionali che nascono sono estremamente soggettive. Queste diversità comportano la nascita di ansie e tensioni che possono portare svariate difficoltà nei ragazzi. Gli adolescenti si sentono sempre sottoposti a giudizi e a continui confronti con gli altri. Ciò non accade solamente nei contesti familiari e amicali, bensì anche nel contesto scolastico.

I ragazzi possono iniziare a vivere delle difficoltà quali il rifiuto scolastico, sensazioni di malessere fisico e sentimenti di inferiorità. Spesso succede che le richieste che provengono dalle persone che stanno attorno ai ragazzi siano superiori rispetto a quanto loro riescano a sopportare ed effettivamente mettere in atto. Questo può generare alti livelli di ansia e stress che possono provocare disturbi quali il burnout.

Adolescenti e burnout

Si tratta di una vero e proprio esaurimento emotivo in cui i ragazzi si caricano di un elevato livello di ansia e stress, fino a superare il livello di sopportazione. Oltre a questo si accompagnano anche tensioni emotive, irritabilità e umore deflesso. In concomitanza possono presentarsi  anche difficoltà fisiche quali dolori gastrointestinali, inappetenza, problemi di sonno ed emicranie.

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A livello quotidiano gli adolescenti possono sentirsi come compressi dal contesto circostante. Vedono tutto correre molto velocemente e non si sentono in grado di affrontare i compiti giornalieri. Questa tensione fisica ed emotiva nasce specialmente dalla pressione che i ragazzi vivono: sono sempre sottoposti a continue sfide e devono sempre risultare i migliori in ogni contesto in cui si trovano. Una forte pressione deriva anche dal costante confronto che si vede sempre con i media e i social network dove tutto risulta sempre perfetto ed efficace.

Gli adolescenti si sentono sempre in continua competizione e in difetto tanto da provare in diversi casi sentimenti di sconforto

Come aiutare un adolescente che soffre d’ansia

Il ruolo dei famigliari risulta importante. Essi hanno il compito di supportare il ragazzo nei suoi compiti quotidiani e di modulare le richieste che giornalmente, anche in modo celato, fanno. Tutti i genitori desiderano che i propri figli abbiano una brillante carriera e un roseo futuro, non per questo devono sovraccaricare i ragazzi di hobby e corsi utili alla loro formazione. È importante altresì che ascoltino i loro problemi e cerchino di comprendere meglio quelle che sono le difficoltà, non devono sottovalutare la stanchezza e i disturbi fisici.

Si deve prediligere un contatto diretto con la scuola, informandosi anche tramite i professori dell’andamento scolastico del ragazzo.

In una società così caotica e pretenziosa è importante aiutare gli adolescenti nel loro tortuoso percorso di crescita, più di ogni altra cosa è importante aiutarli ad accettare i loro limiti e supportarlo nella costruzione  di solide basi per il futuro. Saranno i migliori quando avranno una stabilità che gli permetterà di essere sereni.

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Sindrome di Hikikomori: cos’è e come si manifesta

Individuata inizialmente in Giappone, ma diffusasi rapidamente anche in altri paesi economicamente molto sviluppati, la cosiddetta sindrome di hikokomori colpisce sopratutto gli adolescenti e si manifesta come una vera e propria chiusura verso il mondo circostante. 

Chi sono gli  hikikomori

Con l’aumento dell’uso dei social network e delle relazioni telematiche si è vista la nascita, specie tra gli adolescenti, di nuovi disturbi. Tra questi possiamo individuare la cosiddetta sindrome di hikikomori, letteralmente “stare in disparte”.  Anche se individuato inizialmente in Giappone, questo disagio adattivo sociale si sta via via diffondendo in molti paesi economicamente sviluppati nel mondo. Risulta avere una maggiore incidenza nella fascia d’età 14-30, colpendo principalmente il genere maschile, e a volte tende a cronicizzarsi e a durare anche nell’età adulta.

Questo fenomeno si manifesta proprio come una totale chiusura verso il mondo circostante. Chi ne è affetto rimane totalmente isolato nelle mura domestiche, non mantenendo relazioni nemmeno con i famigliari. I soggetti preferiscono rimanere nelle loro camere uscendo solo nelle ore notturne, quando attorno non c’è nessuno. Oltre al totale isolamento dalla realtà i ragazzi mostrano una crescente difficoltà emotiva e una maggiore demotivazione nei confronti con gli altri. Rifiutano qualsiasi relazione che non sia telematica.

Hikikomori, individuare le cause

Il disturbo viene definito tale se perdura per oltre sei mesi. Inizialmente le cause erano tutte legate alla dipendenza da internet, ma ora questa viene considerata una possibile conseguenza ma non la sola determinante.

Per questo si individuano quattro contesti nei quali è possibile individuare la cause che possono portare i ragazzi a diventare “hikikomori”:

  • sociali: la totale chiusura con il mondo circostante porta a sviluppare in chi ne è affetto dei pensieri negativi nei confronti del contesto nel quale è inserito. Sente maggiormente il peso e il giudizio sociale, sentendosi inferiore rispetto ai propri coetanei.
  • familiari: visto il luogo di individuazione iniziale della patologia, importanti sono anche le dinamiche famigliari. Data la rigidità educativa giapponese e la difficoltà genitoriale di relazionarsi con i figli, si sviluppa nel ragazzo un rifiuto della figura adulta. Specialmente in contesti economicamente molto agiati i genitori si creano grosse aspettative nel figlio: quando questo non si sente all’altezza di queste tende a chiudersi sempre più fino ad isolarsi.
  • scolastici: dato il sentimento di inferiorità provato dai ragazzi la scuola rappresenta una vera difficoltà. Si sentono sempre giudicati e temono gli insegnanti. Il rifiuto della frequenza scolastica è uno dei primi segnali della chiusura dei ragazzi. Si possono individuare anche degli episodi di bullismo che si vedono causa della sofferenza.
  • temperamentali: alla base della patologia si vedono dei tratti comportamentali comuni nei ragazzi come una forte timidezza, una spiccata sensibilità e una chiusura sociale.

Hikikomori e ansia sociale

Risulta fondamentale andare a distinguere l’ansia sociale dalla sindrome di hikikomori.

La prima si caratterizza come una significativa paura indotta dall’esposizione a determinate situazioni in cui il soggetto può essere soggetto di giudizio altrui. Il soggetto è pervaso da ansia e paura che lo portano ad evitare le situazioni più problematiche ma riesce comunque a mantenere delle relazioni e a frequentare i luoghi di suo interesse. Riesce quindi a stabilire delle relazioni affettive importanti e a dialogare, soprattutto in famiglia.

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A differenza dell’ansia sociale la hikikomori porta il soggetto ad avere una totale chiusura con il mondo circostante e a non avere alcuna relazione significativa e stabile, nemmeno con i genitori. Sono entrambi disturbi importanti e invalidanti per i ragazzi, è quindi necessario che i genitori non si vergognino del problema ma anzi cerchino di affrontarlo aiutando e supportando il ragazzo in una terapia psicologica.

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Gli effetti dello stress sul sistema muscolo-scheletrico

Quali effetti provoca lo stress sul nostro fisico? Come funziona il sistema nervoso simpatico e in che modo va a influenzare l’apparato muscolo-scheletrico? Con Mauro Monesi, fisioterapista del Centro Medico Vivavoce, capiamo perché il suo coinvolgimento è essenziale per permettere al nostro organismo di adattarsi alle varie condizioni esterne.

Effetti dello “stress” sul sistema muscolo-scheletrico

Ogni situazione, reale o potenziale, che il nostro organismo interpreta come una minaccia elicita una risposta di stress che coinvolge in prima battuta il sistema nervoso simpatico attraverso l’asse simpato-adreno-midollare (SAM).

Condizioni muscoloscheletriche in cui il dolore permane nel tempo, insieme a condizioni caratterizzate da un contesto psico-sociale non ottimale come disturbi di ansia, depressione, tendenza alla catastrofizzazione, kinesiofobia, si caratterizzano con un’attivazione prolungata e cronica del sistema simpatico.

Il coinvolgimento simpatico e una sua iperattivazione contribuiscono al mantenimento e al perdurare del quadro clinico. Il meccanismo di azione simpatica sui tessuti è stato ben descritto in letteratura. Esso esercita infatti, un’influenza sul sistema cardiocircolatorio, sulla contrattilità muscolare, sulla propriocezione e sul dolore stesso. Queste reazioni sono essenziali per adattare l’organismo in modo efficiente al variare delle condizioni dell’ambiente circostante per mantenere l’omeostasi e, quando esiste un reale pericolo, per la sopravvivenza.

Come il sistema simpatico influenza l’apparato muscolo-scheletrico?

Microcircolo

L’attivazione simpatica determina una vasocostrizione delle arteriole in tutti i tessuti periferici, in particolare nei muscoli. Questo porta a una riduzione dell’apporto ematico locale e quindi di ossigeno. Il giusto afflusso ematico garantisce il necessario apporto energetico mediante la produzione di una molecola che si chiama ATP.

Quando questo equilibrio viene meno non è più garantito il giusto contributo ematico, il muscolo va in crisi energetica, e non riesce più a eliminare i cataboliti, azione determinata dal flusso sanguigno.

I muscoli vanno così in deficit di ossigeno. Vengono così prodotti radicali liberi che determinano uno stress ossidativo responsabile dell’infiammazione da esercizio fisico, del dolore cronico e, nel tempo, anche di una progressiva modificazione del tessuto connettivo e del muscolo.

Contrattilità

La presenza di catecolamine in circolo determina un aumento della forza e della resistenza delle fibre muscolari a contrazione veloce e una diminuzione della forza e della resistenza delle fibre a contrazione lenta, prevalenti nei muscoli che garantiscono il mantenimento della postura (muscoli antigravitari).

In caso di stress e di iperattivazione simpatica, per garantire le capacità posturali dei muscoli antigravitari la frequenza di scarica dei motoneuroni verso queste fibre dovrà quindi aumentare. Inoltre, in ogni gesto o azione le unità motorie composte da fibre lente sono le prime a essere reclutate. In attività a bassa intensità o che prevedono movimenti ripetitivi, queste fibre rimangono attive a lungo senza avere modo di ripristinare le risorse energetiche. Di conseguenza vanno in crisi energetica, progressivamente degenerano e  non rispondono più in maniera ottimale. Il dato clinico riscontrabile è un aumento della affaticabilità dei muscoli antigravitari e una riduzione delle performances motorie e posturali.

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Propriocezione

Il sistema nervoso simpatico ha un’influenza sulla frequenza di scarica delle afferenze che provengono dai fusi neuromuscolari, con una riduzione della capacità dei fusi di riconoscere cambiamenti di lunghezza del muscolo, il senso di posizione e quindi della capacità del corpo di attuare gli aggiustamenti posturali necessari per il mantenimento della stazione eretta.

La ridotta qualità delle afferenze propriocettive ha una ricaduta  sui movimenti fini e sulla loro precisione. Comporta inoltre una riorganizzazione delle strategie motorie che consiste anche nell’utilizzo di muscoli accessori per il mantenimento della stabilità articolare. Tali muscoli però non sono adatti al mantenimento di contrazioni statiche e prolungate nel tempo quindi vanno incontro a condizioni di sofferenza e mialgia.

Nocicezione 

Le terminazioni nervose nocicettive esprimono sulla loro superficie recettori di tipo adrenergico; in condizioni di allarme il rilascio di noradrenalina da parte delle fibre efferenti simpatiche facilita l’attivazione di queste terminazioni. Inoltre, la presenza  di catecolamine nella circolazione sanguigna ha un effetto anche sui nervi facilitando la formazione di potenziali d’azione assonali e quindi dolore spontaneo (attivazione ectopica). L’effetto della stimolazione simpatica si manifesta sotto forma di dolore se esistono condizioni favorenti come un trauma, un processo infiammatorio in atto o qualunque forma di sensibilizzazione della trasmissione nocicettiva. Questo tipo di dolore, mantenuto dall’azione delle fibre efferenti di tipo simpatico e dalle catecolamine in circolo, viene definito dolore simpatico riflesso o simpatico mantenuto (SMP).

La perfezione del corpo umano nel rispondere prontamente ad una minaccia può tramutarsi quindi in un’arma a doppio taglio qualora il nostro sistema nervoso non sia più in grado di spegnere questa risposta. Essa stessa, fisiologica e funzionale, se mantenuta nel tempo, risulterà maladattativa e direttamente responsabile dello svilupparsi di disturbi di vario tipo.

 

Bibliografia:

Passatore, M., & Roatta, S. Influence of sympathetic nervous system on sensorimotor function: whiplash associated disorders (WAD) as a model. European journal of applied physiology 2006; 98(5), 423-449

Hallman, D., Lyskov, E. (2012). Autonomic regulation in musculoskeletal pain. In: Pain in perspective. Ed Subhamay Ghost, IntechOpen 2012; 35-62

 

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Disturbi d’ansia nei più giovani: tipologia, sintomi, diagnosi e terapia

I disturbi d’ansia possono fare la loro comparsa anche nei più giovani, in bambini e adolescenti. Non si tratta infatti di una condizione che interessa i soli adulti. Vediamo quali sono i più diffusi, con quali sintomi si presentano, come si diagnosticano e quali terapie sono disponibili.  

Cos’è l’ansia e perché può colpire i più giovani

L’ansia si caratterizza come un’attivazione psico-fisiologica a fronte di una paura vissuta per sé stessi o per gli altri. A livello fisico si presenta con tremore, sudorazione e battito cardiaco accelerato. Generalmente si pensa che il disturbo ansioso sia tipico dell’età adulta, ma può venire diagnosticato anche nel periodo adolescenziale.

Come è noto l’adolescenza è una fase critica e difficile, durante la quale ragazzi vivono molte paure e fobie. Tali situazioni sono normali quando, nonostante la fatica, i giovani riescono ad affrontare gli impegni. Diventano invece un problema se vanno a creare disagi con la quotidianità andando interferendo con lo sviluppo. Si nota quindi una diminuzione delle prestazioni scolastiche, una difficoltà nella relazioni con i pari e una difficoltà nell’interazione familiare.

L’ansia non deve sempre essere considerata in modo patologico. Un giusto livello di attivazione psicofisiologica può favorire la performance e i risultati. Questo pensiero è avvalorato dalla Legge di Yerkes e Dodson del 1908, secondo la quale all’aumentare dell’attivazione psicofisiologica c’è un progressivo incremento della prestazione fino al raggiungimento di un livello ottimale che permette di perseguire, nel modo migliore, l’azione. Per cui è necessario mantenere dei buoni livelli di ansia, che non devono essere né troppo alti né troppo bassi, per favorire un migliore risultato.

Detto questo serve necessariamente distinguere ansia, stress e paura. L’ansia è caratterizzata dal timore di dover affrontare in un secondo momento un evento. La paura consiste nel reagire immediatamente a un evento considerato pericoloso. Lo stress invece è una risposta ad un carico di lavoro, considerato eccessivo, sia a livello psicologico che fisico.

I disturbi d’ansia più diffusi in bambini, adolescenti e giovani

Disturbo d’ansia generalizzato

Si caratterizza per preoccupazione ed ansia eccessiva che si manifestano in relazione ad una quantità di eventi o attività che non mostrano tra loro similarità. Si presenta con irrequietezza, affaticamento, poca concentrazione, tensione muscolare.

Agorafobia

Si manifesta come la paura degli spazi aperti e/o affollati. I soggetti non solo hanno timore del quantitativo di gente ma anche dello spazio aperto in quanto non riescono a individuare vie d’uscita. Si prova paura intensa in situazioni come: essere al supermercato, frequentare eventi pubblici, essere a casa da soli.

Ansia sociale

È un disturbo in cui il soggetto presenta paura o ansia marcate riguardo ad una o più situazioni sociali in cui potrebbe essere esposto al giudizio degli altri. I sintomi possono essere sudorazione, pianto e nervosismo nel momento in cui sono presenti interazioni sociali.

Disturbo da panico

Si caratterizza per la presenza di attacchi di panico che si manifestano con difficoltà respiratorie, tremore, pianto e palpitazione in contemporanea a crisi invalidanti e terribili. La persona si trova quindi ad avere timore della sua stessa paura. Teme di trovarsi in situazioni difficili o imbarazzanti in cui nessuno potrebbe essere d’aiuto in caso di tali attacchi.

Ansia da separazione

Si mostra come l’intensa paura nel separarsi da una figura specifica, esagerata rispetto all’età di sviluppo del bambino. È un disturbo tipico dell’infanzia per cui i piccoli cercano di evitare in ogni modo la separazione e, quando essa avviene forzatamente, si presentano intense crisi di pianto e ansia con ricongiungimenti altrettanto difficili.

Disturbo ossessivo-compulsivo

È caratterizzato da pensieri o impulsi (ossessioni) ricorrenti che causano ansia o disturbo nella persona, tanto da portarla ad attuare azioni o pensieri ripetuti per tranquillizzarsi (compulsioni). Quando le compulsioni non possono essere messe in atto creano malessere fisico e psicologico alla persona.

Ipocondria

Si presenta come la preoccupazione legata alla sicurezza di aver contratto malattie molto gravi. Nonostante le rassicurazioni mediche e gli esami, l’ansia e il malessere psicofisico persistono a tal punto da condizionare la vita della persona, portandola a curarsi e sottoporsi a molte visite.

Fobie specifiche

La persona prova una persistente ed eccessiva paura rispetto ad una specifica persona, situazione o oggetto. Gli individui non mostrano malessere solo quando sono in procinto di ciò che temono ma anche quando ne parlano o lo pensano.

I sintomi più comuni

L’ansia si può presentare su tre diversi livelli:

  • Muscolare: con spasmi, emicranee, tremori e tensione muscolare
  • Fisico: con eccessiva sudorazione, mancanza d’aria e battito cardiaco accelerato
  • Psicologico: con mancanza di sonno, disturbi gastrointestinali, poca concentrazione ed eccessivo nervosismo

Come vengono diagnosticati i disturbi d’ansia nei giovani

La diagnosi di un disturbo d’ansia viene fatta da uno specialista tramite il consulto del Manuale Diagnostico (DSM 5). Viene diagnosticata nel momento in cui, i sintomi sopracitati, interferiscono nella vita della persona e perdurano da almeno 6 mesi.

Data la complessità del disturbo è necessario recarsi dal proprio medico di base per escludere qualsiasi altra fatica e per avere il supporto adeguato. Non bisogna basarsi solo sugli articoli o sulle notizie del web, è una patologia invalidante e come tale deve essere trattata da esperti.

Terapie per i disturbi d’ansia in bambini, adolescenti e giovani

Il trattamento più noto per la cura dei disturbi d’ansia nei giovani è sicuramente la psicoterapia cognitivo comportamentale, associata, ove necessario, ad una terapia farmacologica. Bisogna evitare in qualsiasi modo trattamenti “fai da te”. La psicoterapia verte a ridurre ed in ultimo eliminare i sintomi che procurano ansia, aiutando l’individuo a raggiungere un adattamento all’ambiente e al contesto nel quale è inserito.

Esistono “terapie alternative” volte a ridurre la sintomatologia ansiosa. Tra queste osserviamo l’uso della musicoterapia ovvero l’ascolto di suoni rilassanti per placare l’agitazione, con effetti positivi su diverse parti del corpo e che favorisce calma e rilassamento.

Un aspetto che può essere correlato alla musica per placare l’ansia è lo sport. Però non tutti gli sport sono uguali, alcuni, più di altri, sono adatti a modulare l’ansia. Si individuano specialmente la corsa, il trekking e lo yoga. L’attività fisica ha un’azione antidepressiva in quanto stimola la formazione di nuovi collegamenti cerebrali, migliorando la memoria e riducendo problemi legati al sonno.

Per eliminare la sofferenza e la tensione si può inoltre ricorrere alla mindfulness, un percorso utile a porre attenzione sul proprio momento presente in modo curioso e non giudicante. Risulta importante specialmente in età evolutiva in quanto permette al minore di comprendere meglio ciò che sta succedendo senza considerare negativamente i propri pensieri.

Bibliografia:

Ashley Borders, Mindfulness-based therapies for rumination, Rumination and Related Constructs, 10.1016/B978-0-12-812545-8.00011-5, (345-379), (2020)

Yerkes, R.M., Dodson, J.D. (1908). The relation of strength of stimulus to rapidity of habit-formation. Journal of Comparative Neurology and Psychology, 18, 459-482.

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L’utilizzo della mindfulness nel trattamento di disturbi d’ansia

È difficile dare una definizione univoca di cosa significhi esattamente “mindfulness”. Si tratta di un approccio basato sulla meditazione della consapevolezza. Può essere utilizzato con successo anche come terapia per chi soffre di disturbi d’ansia. Tuttavia non è così semplice come può sembrare e per questo è necessario rivolgersi a uno specialista. 

Mindfulness e gestione dell’ansia

La parola inglese “mindfulness” significa consapevolezza, dall’antica traduzione del termine sanscrito “sati” ossia memoria del presente. Quando si parla di mindfulness si intende un’esperienza più intensa del momento che si sta vivendo, il comprendere meglio ciò che si è nel qui e ora.

Risulta difficile individuare una definizione univoca in quanto si tratta di un’esperienza estremamente personale e diretta. Il biologo e scrittore Jon Kabat-Zinn, uno dei massimi esponenti di questo approccio, la definisce così:

“Prestare attenzione, ma in un modo particolare: con intenzione, al momento presente e in modo non giudicante”

La mindfulness deriva e si basa sulla meditazione della consapevolezza. In modo molto basilare si cerca di adattare la pratica ai contesti quotidiani e alle esigenze della persona. Tramite questa si cerca di vivere in modo più concreto la realtà andando a comprendere sia gli aspetti positivi che quelli di disagio e malessere.

Praticare la mindfulness

Al contrario di quanto comunemente si possa pensare, la meditazione, come la mindfulness, non corrisponde ad una tecnica di rilassamento utile a sentirsi più leggerli e liberi e non comporta un benessere psicofisico, anzi porta ad un maggior contatto con il vissuto personale.

Il principale obiettivo della pratica risulta essere quello di andare ad eliminare gli stati di tensione inutili, coltivando gli aspetti più profondi che creano un maggior benessere alla persona. Oltre a questo serve per conoscersi meglio senza limitazioni o vergogne, coltivando l’equilibrio della persona, favorendo una maggiore percezione della conoscenza personale, lasciando “fuori” le tensioni e i malesseri sia lavorativi che di vita.

La pratica deve essere fatta individuando un proprio spazio nel contesto in cui ci si trova, mettendosi in una posizione comoda, chiudendo gli occhi e respirando in maniera regolare. L’aspetto principale è focalizzarsi sul proprio aspetto presente e il respiro è importante per riportare il pensiero su ciò che si era focalizzato. Deve essere inserita nel quotidiano per comprendere al meglio ogni azione e ogni gesto. Risulta importante annotare ciò che si è vissuto e riportarlo in memoria.

La mindfulness non è così semplice quanto sembra ed è per questo che, specialmente all’inizio, risulta importante affidarsi ad uno specialista

La mindfulness e il trattamento dei disturbi d’ansia

Nel corso dei decenni questa tecnica ha visto la sua applicazione nella psicoterapia cognitiva comportamentale per andare a trattare i disturbi ansiosi. Infatti chi soffre di ansia tende ad accentuare i problemi e le difficoltà senza comprenderne la reale natura.

L’obiettivo principale della terapia è quello di modificare i legami che la persona ansiosa vive con i propri pensieri disfunzionali. Questo viene fatto portando il paziente a sperimentare in vivo la sensazione di ansia, aiutandolo a comprenderne la natura e modificando di conseguenza il pensiero che sta alla base, cercando di supportarlo nel “lasciare andare” i pensieri negativi rimanendo comunque nel presente del proprio corpo, dando un nome alla situazione e comprendendo che è solo una normale reazione a qualcosa che mette paura.

Il focus risulta quindi essere quello di vivere e sperimentare i sintomi dell’ansia nella loro totale natura, anziché evitare il pensiero, lo si affronta gestendolo e inserendolo nella quotidianità.

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Paura del giudizio degli altri, cinque consigli per affrontarla

La paura del giudizio degli altri può essere in alcuni casi così eccessiva e rigida da condizionare pesantemente la vita di una persona. Cosa è possibile fare per provare a ridurre questo timore e affrontare con più serenità queste situazioni? Ne parliamo con Martina Tramontano, psicologa del Centro Medico Vivavoce. 

La paura di essere giudicati

Fin dalla primissima infanzia l’essere umano costruisce la propria identità all’interno della relazione con l’altro, per cui è naturale tenere in considerazione le opinioni che gli altri hanno di noi. Anche nella famosa “piramide di Maslow” il bisogno di appartenenza si colloca al terzo gradino, subito dopo il bisogno di sicurezza. Essere amati e accettati è uno dei nostri bisogni umani essenziali, fa parte del nostro patrimonio genetico e ha una spiegazione evoluzionistica.

Per i nostri antenati vivere in un gruppo era fondamentale perché permetteva di aiutarsi nella caccia, nella cura della prole e nella difesa dai pericoli. Questo ha fatto sì che il nostro cervello abbia imparato a valutare come pericolo l’eventualità di essere allontanati, espulsi o emarginati. Anche se oggi tale situazione non mette a rischio la propria sopravvivenza, è normale che una delle paure più diffuse sia proprio quella del giudizio altrui.

Quando la paura del giudizio degli altri diventa eccessiva?

Abbiamo compreso come l’essere umano non può prescindere totalmente da ciò che gli altri pensano di lui. L’ansia provata in tali circostanze è una sensazione che tutti noi conosciamo e che è coerente provare. In alcuni casi, tuttavia, questa naturale tendenza diviene così pervasiva e rigida da condizionare la vita da sfociare nei casi più estremi in un vero e proprio disturbo.

Chi ne soffre sperimenta un senso di oppressione che lo porta a vivere con forte disagio le situazioni temute fino a evitarle completamente.

Leggi anche: Il disturbo d’ansia sociale nei giovani

Altre strategie disfunzionali che possono essere utilizzate per gestire tale paura sono l’abuso di alcol, sostanze, farmaci sia per ridurre l’ansia anticipatoria e riuscire ad affrontare l’evento temuto, sia per gestire i pensieri negativi conseguenti.

Nelle situazioni di esposizione al giudizio diretto altre strategie utilizzate possono essere:

  • nascondere il viso
  • parlare velocemente e il meno possibile durante una discussione
  • dare ragione all’altro per evitare di dover esporre la propria opinione

Tutti i comportamenti riportati sono controproducenti perché nel breve termine danno l’illusione di aiutare a gestire la paura del giudizio, ma nel lungo termine rafforzano l’idea di essere inadeguati e incapaci di fronte agli altri.

Cosa è possibile fare per ridurre la paura del giudizio degli altri?

Ecco alcune strategie che si possono mettere in atto al fine di affrontare la paura del giudizio degli altri:

  • Esporsi a situazioni temute partendo da quelle che suscitano meno ansia. Evitare è tra i principali fattori di mantenimento di questa problematica per cui rompere il circolo vizioso e sperimentare l’ansia accettandola per quello che è, ossia solo un’emozione, risulta fondamentale.
  • Spostare l’attenzione verso il contesto esterno quando ci troviamo in una situazione in cui temiamo il giudizio, ad esempio descrivendo in modo oggettivo quello che ci circonda invece di prestare attenzione alla nostra ansia, ai pensieri negativi connessi e alle nostre possibili reazioni.
  • Utilizzare esercizi di respirazione per abbassare il livello di ansia percepito.
  • Cambiare prospettiva e leggere diversamente la mente dell’altro. Spesso valutiamo gli altri come giudicanti. Diventa quindi fondamentale accettare il fatto che non possiamo conoscere con certezza i pensieri degli altri e capire che le altre persone possono avere gusti, opinioni e pensieri diversi dai nostri. Inoltre è utile focalizzarsi sul fatto che si tratta di una nostra modalità di pensiero e di relazione e che può essere cambiata con una più funzionale.
  • È utile infine accettare le proprie emozioni e non vergognarsene. Spesso le persone apprezzano l’espressione emotiva e non la valuteranno in maniera negativa.
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Bambino timido o introverso, quando preoccuparsi? 

Cosa fare quando un bambino appare troppo timido? Laura Ranzini, psicologa del Centro Medico Vivavoce, ci aiuta a capire cosa può nascondere dietro la timidezza dei bambini e come genitori e adulti possono aiutare i più piccoli quando un’eccessiva timidezza può essere un campanello d’allarme. 

La timidezza nei bambini

Tutti noi nasciamo con un certo temperamento e le caratteristiche di ognuno non sono giuste o sbagliate, buone o cattive, semplicemente ognuno ha le proprie. La timidezza è una caratteristica molto frequente nei bambini, un aspetto per il quale talvolta i genitori possono sentirsi preoccupati ma che non è necessariamente un aspetto problematico: alcuni bambini nascono più estroversi e loquaci, altri più timidi e riservati. I bambini hanno i loro tempi e alcuni possono impiegare di più ad aprirsi e in questo non c’è nulla di sbagliato.

Non bisogna allarmarsi se un bambino è timido ma non ha problematiche comportamentali, se con il tempo instaura buone relazioni, se ha amicizie con i pari, se non ha pensieri negativi su di sé. La timidezza sarà un suo tratto caratteriale e non la spia che indica la presenza di problemi.

Come aiutare un bambino timido

In questi casi quindi possiamo supportare il bambino per aiutarlo a tirare fuori le sue risorse senza però entrare in stato di allarme: non etichettiamo i bambini come timidi, non diventiamo eccessivamente controllanti dando troppa attenzione ai comportamenti di chiusura poiché questo porterebbe il bambino a provare ulteriore imbarazzo e vergogna e a essere ancora più in difficoltà.

Inoltre è importante che non lo si forzi a parlare e che non si facciano paragoni con i pari o con i fratelli. Possiamo invece aiutarlo spiegandogli come comportarsi quando si fa una nuova conoscenza, facendolo gradualmente esporre a contesti sociali e rinforzandolo quando avrà un comportamento maggiormente aperto e rilassato.

Quando un bambino troppo timido può nascondere un problema?

Vi sono però dei casi in cui un’eccessiva timidezza può essere un campanello di allarme cui prestare attenzione. Come fare a discriminare se la timidezza è problematica?

Dietro alla timidezza eccessiva possono celarsi diverse difficoltà quali ansia sociale (ovvero il timore e la preoccupazione di esporsi in contesti sociali poiché si teme il giudizio altrui), bassa autostima o deflessione del tono dell’umore.

Ecco alcune situazioni che potrebbero celare una difficoltà specifica:

  • Il bambino evita attivamente la compagnia altrui, è scarsamente responsivo alle iniziative sociali dei coetanei e presenta deficit comportamentali nel fare e mantenere amicizie;
  • Ha paura delle interazioni poiché pensa di non avere nulla di interessante da dire e di non essere simpatico;
  • Il bambino pur avendo sempre avuto buone relazioni con i coetanei inizia ad apparire timido, poco interessato alle occasioni di gioco e condivisione;
  • Vuole sempre essere accompagnato da un adulto e piange o si mostra molto agitato se questo non può avvenire.

Qualora fossero presenti tali difficoltà potrebbe essere utile fornire ascolto al bambino cercando di capire cosa lo preoccupa e che emozioni prova.

Il primo passo è quello di accettare che nostro figlio possa avere delle fragilità che potrebbero beneficiare del supporto da parte di uno specialista. Ricordiamoci infatti che avere delle fragilità non è una sconfitta, non è colpa di nessuno e che dalla fragilità possono emergere grandissime risorse.

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