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Quando preoccuparsi se un bambino risulta troppo timido? Martina Tramontano, psicologa del Centro Medico Vivavoce, ci aiuta a capire quando la timidezza nei bambini diventa un problema e quali segnali è bene che i genitori monitorino nei propri figli. 

Capire la timidezza nei bambini

Nell’immaginario comune la timidezza assume una connotazione negativa e soprattutto nei bambini scatena molte preoccupazioni e paure genitoriali.

La timidezza rappresenta una caratteristica di personalità di per sé non patologica.

Ogni bambino nasce con il proprio temperamento che influenza il modo in cui si relaziona con l’esterno e reagisce agli stimoli.

Un bambino timido potrebbe semplicemente aver bisogno di più tempo per interagire e trovarsi a suo agio nel contatto con altre persone

Per un genitore è plausibile desiderare che il proprio figlio sia sicuro e sereno nelle situazioni sociali, ma è importante comprendere che non viene naturale a tutti i bambini. Questo non significa che non si aprirà mai, ma solo che necessita di un suo spazio e un suo tempo per abituarsi all’altro.

Inoltre non è detto che bambini timidi siano anche adulti timidi. Il percorso di sviluppo infatti può modificare il modo di affrontare e sperimentare le relazioni sociali. Esistono diversi gradi di timidezza e spesso una volta superata la prima fase di regolazione, ogni bambino impara nel corso del suo sviluppo a socializzare.

Per queste ragioni è fondamentale che i genitori sostengano il proprio figlio nella sua timidezza evitando di etichettarla come un difetto assolutamente da modificare o come segnale di una problematica di cui bisogna preoccuparsi.

Per approfondire Le emozioni nei bambini: consigli a genitori e insegnanti

Quando la timidezza diventa qualcosa di più serio?

La timidezza è considerata una caratteristica normale se emerge all’interno di uno sviluppo complessivo sano del bambino, dove non si evidenzia un quadro caratterizzato da bassa autostima e pensieri svalutanti e negativi del bambino verso se stesso.

Un bambino timido mostra un atteggiamento riservato, poco socievole e solitario che lo porta a esitare nel fare nuove conoscenze. Tali caratteristiche però non sono limitanti al punto di vietarsi le amicizie, anche se l’entrare in relazione può richiedere tempi più lunghi o a volte l’aiuto da parte di un adulto o un altro amico.

La timidezza diventa problematica quando è invalidante e impedisce al bambino attività tipiche della sua routine come stringere amicizia, frequentare la scuola o il parco. In questi casi la timidezza può configurarsi come la manifestazione di paure, ansie, disagi che possono sfociare in una vera e propria patologia.

Quali sono i segnali che i genitori possono monitorare?

Ecco alcuni aspetti che i genitori possono osservare per comprendere meglio quando la timidezza del figlio può condurre ad altre problematiche:

  • il bambino mostra forte ansia rispetto a qualsiasi situazione sociale
  • si rifiuta di giocare con i suoi coetanei e vuole sempre essere accompagnato da un adulto in qualsiasi situazione relazionale
  • si rifiuta di andare a scuola mettendo in atto comportamenti di resistenza  o forte disagio emotivo ogni giorno
  • potrebbe non essere in grado di salutare e guardare negli occhi le persone che interagiscono con lui
  • la timidezza sta interferendo con il suo rendimento scolastico e interpersonale

In presenza di questi segnali è opportuno esplorare meglio e valutare i sintomi con l’aiuto di un professionista per evitare il manifestarsi di un vero e proprio disturbo.

Foto di cottonbro da Pexels

 

Martina Tramontano

Martina Tramontano

Psicologa Clinica e Psicoterapeuta

Laureata in Psicologia Clinica presso l’U.C.S.C. di Milano, è specializzata in Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale. Ha frequentato un Master di II livello in DSA presso l’Istituto Galton di Milano e ha conseguito il Primary Certificate in Terapia cognitivo comportamentale dei Disturbi dell’alimentazione (CBT-E).

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