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Rotacismo, cioè «R moscia»

Si dice Rotacismo, vuol dire «R moscia». È un difetto di articolazione del suono «r» e non è un disturbo del linguaggio. Ecco cause, tipologie di «R moscia» e come comportarsi.

Il Rotacismo è la difficoltà nella produzione dello specifico fonema “r”. Si tratta di una dislalia (disturbo articolatorio) molto comune in età evolutiva. Il suono “r” infatti ha un’articolazione complessa. Prevede la vibrazione della punta della lingua (apice) contro la parte anteriore del palato. Per questo motivo è uno degli ultimi fonemi a essere acquisiti nel normale sviluppo linguistico del bambino.

Quali sono le cause?

Con dislalia si intende il disturbo dell’articolazione verbale. Può essere dovuto a fattori organici (deficit uditivo, alterazioni anatomiche, alterazioni neurologiche) o funzionali (cioè in assenza di fattori organici, si parla in questo caso di dislalie evolutive o funzionali).

È importante ricordare che il disturbo articolatorio non è un disturbo di linguaggio. La «R moscia» non riguarda uno dei livelli in cui è organizzata la competenza linguistica (fonologia, lessico, morfo-sintassi, pragmatica).

È un disturbo che riguarda l’articolazione, che è la realizzazione motoria del linguaggio.

I due disturbi possono tuttavia essere compresenti.

Spesso all’origine della difficoltà di pronuncia del fonema “r”, può esserci un’alterazione anatomica a carico del frenulo linguale. È quel sottile tessuto che unisce la lingua al pavimento della bocca. Nel caso in cui questo sia troppo corto o poco elastico, sarà presente una scarsa elevazione dell’apice della lingua e una difficoltà di vibrazione nella posizione corretta.

Che tipi di «R moscia» esistono?

Il bambino, quando deve pronunciare una parola che contiene il suono che non è in grado di produrre, può:

  • sostituire il suono con un altro;
  • omettere il suono;
  • distorcere il suono (produrlo in modo alterato).

Il rotacismo è dunque la distorsione del suono “r”, che oltre ad essere sostituito (spesso con il suono “l”) o omesso, può anche essere prodotto in modo alterato. A seconda della modalità e del luogo di articolazione, può essere definito in diversi modi:

  • uvulare: quando la vibrazione non interessa la punta della lingua, ma avviene posteriormente tra dorso della lingua e palato molle (all’altezza dell’ugola);
  • labiale: quando il movimento vibratorio è compiuto dalle labbra, invece che dalla punta della lingua;
  • monovibrante: quando il suono viene prodotto dalla punta della lingua nella posizione corretta, ma con scarsa vibrazione.

A chi rivolgersi?

Nei casi di disturbo dell’articolazione verbale in età evolutiva, soprattutto se l’eloquio del bambino risulta poco comprensibile, è utile rivolgersi a un logopedista. Lui farà una valutazione del quadro clinico e un’eventuale presa in carico riabilitativa. Il trattamento logopedico sarà mirato al raggiungimento di un inventario fonetico completo. Ciò per evitare eventuali ripercussioni sulla sfera emotiva o successivamente sugli apprendimenti.

Un difetto ben accettato

Nel caso specifico del rotacismo, è bene ricordare che il fonema “r” è uno dei più complessi della lingua italiana. Fisiologicamente esso può risultare non acquisito fino all’età di 6-7 anni. Inoltre il rotacismo rappresenta un difetto di pronuncia che non interessa solo i soggetti in età evolutiva, ma che può permanere anche in età adulta e che è socialmente ben accettato. Per questi motivi, la correzione del rotacismo solitamente non rappresenta una priorità nella terapia logopedica, ma può essere raggiunta in base alle esigenze del paziente (anche in età adulta) con alcuni esercizi mirati.

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Balbetto per colpa dell’ansia?

«Balbetto per colpa dell’ansia?». Per chi soffre di balbuzie, questa è una domanda frequente. Ma la risposta è «No». Perché l’ansia è una conseguenza della balbuzie e non la sua causa. È però vero che balbuzie e ansia compongono un circolo vizioso difficile da risolvere: vediamo perché.

Il circolo vizioso balbuzie-ansia

Se balbetti, ben prima di parlare, conosci già le parole o le situazioni in cui percepirai un blocco. Questo accade perché le esperienze di balbuzie che hai già vissuto ti mettono in allarme causando uno stato di ansia.

Che cosa ti succede?

 

Balbuzie e Ansia in un circolo vizioso che circonda un bambino

 

Pensi che ti bloccherai, anche se la frase è bella e pronta da dire. Pensi che potrebbe venirti uno spasmo che ti farà sembrare strano. Cresce in te la paura di sbagliare di nuovo.

È un pensiero legittimo e anche l’emozione legata a questo pensiero è comprensibile. Hai già provato tanti fallimenti e limiti nella comunicazione. Ed è normale sentirsi così.

Quando però l’ansia diventa talmente intensa da provocare dei sintomi incontrollabili, tutto peggiora. Di fronte a queste situazioni, allora, potresti addirittura decidere di evitare di parlare o non fare ciò che ti mette in difficoltà.

Purtroppo, questa decisione può solo confermare il pensiero iniziale. Ti impedisce, infatti, di fare quello che ti eri proposto: andare al bar, chiamare un amico, chiedere il numero alla ragazza che ti piace…

Ecco allora un’altra esperienza negativa che si aggiunge a quelle già sperimentate e che ti bloccherà in futuro.

Cosa dice la scienza?

«Balbetto per colpa dell’ansia?» No. Pensare che la balbuzie sia conseguenza di uno stato ansioso è un pensiero tanto comune quanto privo di fondamento scientifico.

La balbuzie non è causata dall’ansia.

Ad esempio, tutte le ricerche condotte sui bambini che balbettano dimostrano che essi non sono più ansiosi degli altri. La maggior tendenza all’emotività, infatti, compare successivamente, nel corso della vita.

L’ansia è conseguenza (non causa) delle esperienze negative associate alle proprie difficoltà di parlare.

Qual è la cura?

Intervenire esclusivamente sull’ansia non risolve il problema della balbuzie.

Certo, imparare a gestire l’ansia è utile e aiuta anche a migliorare la comunicazione. Ma questo vale per tutti!

Anche le ricerche rivelano, infatti, che le terapie finalizzate esclusivamente alla riduzione dell’ansia negli adulti che balbettano, portano sì ad un miglior benessere psicologico, ma non a un miglioramento effettivo della fluenza.

Questo avviene perché la balbuzie non è un problema puramente psicologico, ma un fenomeno molto complesso, che interessa aspetti motori, linguistici, cognitivi, affettivi e comportamentali.

Per superarla, sono quindi necessari un approccio multidisciplinare e l’intervento mirato di diversi professionisti (non solo psicologi, ma anche logopedisti e fisioterapisti).

 

Scopri il Percorso Riabilitativo Integrato per la Balbuzie del Centro Medico Vivavoce, oppure scrivici per maggiori informazioni: info@vivavoceinsitute.com.

 

Bibliografia

Per A. Alm, Stuttering in relation to anxiety, temperament and personality: Review and analysis with focus on causality, Journal of fluency disorders, 40 (2014), 5 – 21.

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Balbuzie e ansia: causa e conseguenza

Stereotipi e falsi miti accompagnano spesso ciò che sappiamo di balbuzie e ansia. La dottoressa Giada Sera, Psicologa del Centro Medico Vivavoce, ci spiega come aiutare il bambino che balbetta. 

Dottoressa, possiamo dire che l’ansia causa la balbuzie?

La relazione tra ansia e balbuzie è un argomento molto discusso e purtroppo porta a molti luoghi comuni. Si tende infatti a pensare che la balbuzie sia causata da uno stato d’ansia particolarmente intenso. Ma non è così.

Immaginiamo un bambino che deve chiedere qualcosa alla maestra o un adulto che deve prendere un caffè al bar. A causa della loro difficoltà di fluenza sanno già, ancora prima di iniziare a parlare, che non riusciranno. 

Se fossimo noi in quella situazione che emozione proveremmo? Ascoltiamo il nostro corpo, sentiamo anche noi un po’ lo stomaco che si chiude, il respiro che si strozza o il battito cardiaco che aumenta?

Sì, questa è ansia. Ma l’ansia è una conseguenza della balbuzie. Perché deriva dal sapere, già prima di parlare, che non riuscirò a dire quello che voglio dire, oppure lo dirò con molta fatica. Sono numerose le ricerche scientifiche che lo dimostrano. Inoltre, l’impatto emotivo della balbuzie non è riducibile all’ansia. 

Ecco perché il Centro Medico Vivavoce opera anche per creare una nuova cultura sulla balbuzie, che possa contrastare gli stereotipi e i luoghi comuni diffusi.

Ci sono altre conseguenze della balbuzie?

Essendo la balbuzie un fenomeno complesso, il suo impatto non è esclusivamente sulla fluenza. Crea, infatti, altri condizionamenti. 

L’impatto della balbuzie sulla sfera emotiva, sull’attitudine comunicativa (cioè la disponibilità a parlare) e sulla qualità di vita è estremamente variabile da persona a persona. Entrano in gioco sia il temperamento sia il contesto.

Ad esempio, tutti noi possiamo immaginare la frustrazione – un mix di emozioni che di solito coinvolge tristezza e rabbia – provata quando non riusciamo a dire quello che vogliamo. La tolleranza alla frustrazione (al di là della balbuzie) dipende da due elementi. La persistenza personale, cioè la capacità di perseverare nonostante la fatica, è un tratto del temperamento. Invece, la capacità di fronteggiare le difficoltà, gli imprevisti o gli sbagli dipende dal contesto, ad esempio, il rapporto con i genitori.

A prescindere dalla fascia d’età, l’impatto che la balbuzie genera viene gestito in maniera differente.

Cosa succede a un bambino che balbetta?

La balbuzie esordisce mediamente tra i due e i tre anni. 

Ma è con l’ingresso a scuola che il bambino inizia a entrare in un contesto particolare. Viene valutato per ciò che fa, sia a livello didattico sia in altri ambiti: sport, musica… Tutto ciò che prima era un gioco, adesso è oggetto di valutazione. Anche il rapporto con gli altri cambia: il bambino sceglie sempre più consapevolmente i propri amici.

Sperimentando la difficoltà nell’esprimersi con i coetanei e gli adulti, il bambino balbuziente potrebbe iniziare ad associare il parlare a una fatica o a un disagio. 

Con l’adolescenza un ragazzo balbuziente potrebbe vivere con maggiore difficoltà questa fase della vita. Se a causa della balbuzie soffriva già il confronto con i pari, in questo periodo potrebbe aumentare il suo senso di inefficacia. Pensiamo, ad esempio, al maggiore interesse per le relazioni sentimentali, tipico di questa fase dello sviluppo. 

L’adolescenza è un momento di transizione. In questa fase la personalità va a strutturarsi sempre di più, a prescindere dalla balbuzie. Se durante l’infanzia il punto di riferimento erano i genitori, a quest’età il gruppo di pari diventa fondamentale. È il momento in cui si riduce al minimo la comunicazione con gli adulti e si esce sempre di più con gli amici. 

Cosa può fare un genitore quando un figlio balbetta?

Nel bambino e in parte nell’adolescente il ruolo del genitore è fondamentale. I consigli da seguire sono pochi e semplici:

  • Osservare il figlio e la sua difficoltà: come si presenta, in quali situazioni, la pervasività e la persistenza. Bisogna osservare soprattutto la risposta che il bambino o adolescente mette in atto (dice lo stesso quello che vuole dire o evita di parlare?). La strategia messa in atto potrebbe diventare causa stessa di sofferenza per il balbuziente. Ad esempio, un ragazzo che vorrebbe approcciare una ragazza ma che non lo fa per la balbuzie, sta abbassando nell’immediato l’ansia. In seguito però, potrebbe svalutarsi e colpevolizzarsi per aver evitato quel momento.
  • Favorire un confronto aperto su tale difficoltà, evitando di creare un tabù sull’argomento: bisogna spiegare cosa è la balbuzie e far passare il messaggio che è superabile. È importante ascoltare in maniera empatica, cogliendo la reale sofferenza. Non si deve lasciare che il figlio interpreti male gli aspetti non verbali (tutti ricordiamo lo sguardo del papà arrabbiato o della mamma preoccupata). Se invece se ne parla verbalmente, non si lascia adito a errori. 

A volte i genitori si sentono in colpa…

Sì, è vero. Talvolta, la balbuzie crea una risposta emotiva anche nel genitore: colpa, tristezza, rabbia, ansia.

È importante che il genitore sia consapevole che la balbuzie del figlio non dipende da lui. Bisogna informarsi e conoscere meglio la difficoltà di cui si parla.

Le emozioni vanno accettate: è normale preoccuparsi o dispiacersi per il proprio bambino. Tali emozioni, se non eccessivamente alte, aiuteranno ad affrontare l’argomento con il figlio e a favorire una proattività alla risoluzione del problema.

Naturalmente questi suggerimenti non sostituiscono il percorso riabilitativo, ma possono aiutare a limitare l’impatto emotivo della balbuzie e lo sviluppo di un limite da parte del bambino. Nel caso in cui la balbuzie permanga oltre i sei anni, si consiglia di intraprendere un percorso riabilitativo integrato e multidisciplinare.

Foto: Freepik, Nensuria

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Il termometro delle emozioni

Le emozioni sono utili. Creano problemi quando la loro intensità è fuori controllo. Il termometro delle emozioni ci aiuta a capire quando la temperatura è troppo alta.

Il Termometro delle emozioni è un’immagine che mostra come tutte nostre emozioni variano di intensità, da poco intensa a molto intensa. A volte proviamo le emozioni in modo molto lieve, altre volte invece l’emozione si manifesta a un livello così intenso da non riuscire a controllarla. In quest’ultimo caso si potrebbe dire che è l’emozione a controllare noi.

 

Il termometro indica il livello di intensità delle emozioni da 1 a 10

 

Quando le emozioni mantengono una temperatura normale, allora sono utili. Ad esempio, quando si deve sostenere un esame o una verifica, una certa dose di ansia serve. Aumenta la motivazione e permette di studiare con attenzione.

Ma se la temperatura sale troppo, le emozioni possono diventare un problema (diventano, cioè, disfunzionali). 

La preoccupazione per un esame può diventare ansia. Il fastidio per un’offesa subita può trasformarsi in rabbia. La semplice tristezza per un insuccesso può diventare depressione. Ciascuna emozione è utile e diventa disfunzionale solo quando raggiunge intensità troppo basse o troppo elevate.

Come funziona il termometro delle emozioni?

Riconoscere e capire le proprie emozioni non è sempre facile e immediato, soprattutto nei più piccoli.

Il Termometro delle emozioni è uno strumento utile che, nelle attività educative così come in terapia, aiuta a prendere consapevolezza della temperatura delle loro emozioni in un determinato momento. Evitando così che il termometro si scaldi troppo.

Come usarlo?

Quando proviamo una certa emozione è utile domandarsi quanto l’emozione sia intensa: quali emozioni sto provando? Da 1 a 10 a che livello di intensità si colloca sul termometro? Lo chiediamo ai nostri bambini, ma possiamo chiederlo anche a noi stessi.

È il primo passo per imparare a gestire le emozioni, anche se molto forti, soffermandosi sul pensiero che le ha generate.

Bibliografia

Di Pietro, L’ABC delle mie emozioni. 8-13 anni. Programma di alfabetizzazione socio-affettiva secondo il metodo REBT, 2007, Ed Erickson, Trento.
Di Pietro, L’ABC delle mie emozioni. 4-7 anni. Programma di alfabetizzazione socio-affettiva secondo il metodo REBT, 2007, Ed Erickson, Trento.

Di Pietro, Bassi, L’intervento cognitivo-comportamentale per l’età evolutiva. Strumenti di valutazione e tecniche per il trattamento, 2013, Ed Erickson, Trento.

 

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Emozioni: cosa sono e come gestirle

Le emozioni sono nostre grandi alleate. Ci aiutano a raggiungere i nostri obiettivi e non dobbiamo eliminarle. I problemi nascono quando la loro intensità è fuori controllo. Capiamo come le emozioni si manifestano e quali sono i primi passi per gestirle meglio.

Cosa sono le emozioni?

Le emozioni indicano che nel mondo esterno o interno c’è stato un cambiamento cui prestare attenzione, pertanto sono nostre alleate perché ci aiutano a raggiungere i nostri scopi. Facciamo degli esempi:

  • la tristezza ci informa che abbiamo perso qualcosa;
  • l’ansia ci mette in guardia rispetto al pericolo di non raggiungere l’obiettivo desiderato;
  • la rabbia indica che qualcuno/qualcosa si interpone al raggiungimento del nostro obiettivo;
  • la gioia indica che abbiamo raggiunto ciò che desideriamo.

Consideriamo per esempio di dover sostenere un esame all’università. Una certa quota di ansia è utile, porta a un aumento della motivazione e permette di studiare e ripetere con attenzione non sottovalutando la preparazione. Se, invece, l’ansia è troppo alta può paralizzare e influenzare negativamente la prestazione, diventando così un limite.

Le emozioni non si devono eliminare. 

Perché allora a volte ci danno dei problemi?

Il termometro delle emozioni

Per rispondere a questa domanda dobbiamo introdurre la metafora del termometro delle emozioni: ciascuna emozione può variare in intensità (per esempio dalla preoccupazione si passa all’ansia, dal fastidio alla rabbia, dalla lieve tristezza alla depressione). A volte proviamo le emozioni in modo molto lieve, altre volte invece l’emozione si manifesta a un livello così intenso da non riuscire a controllarla. In quest’ultimo caso si potrebbe dire che è l’emozione a controllare noi. Ciascuna emozione è utile e diventa disfunzionale solo quando raggiunge intensità troppo basse o troppo elevate.

Quando proviamo una certa emozione è utile farci delle domande per capire quanto l’emozione è intensa: quali emozioni sto provando? Da 1 a 10 a che livello di intensità si colloca sul termometro?

Come affrontiamo di solito le emozioni?

Le emozioni si manifestano tramite specifici comportamenti (evitare certe situazioni, mangiare di più o di meno, piangere e così via) o cambiamenti corporei (stomaco chiuso, sudorazione, testa confusa). 

Per esempio, quando nostro figlio a ogni interrogazione ci dice che non vuole andare a scuola perché ha mal di pancia, possiamo ipotizzare che stia vivendo un’emozione di ansia. Leggeremo allora il comportamento del bambino come un suo tentativo di gestire quello specifico stato emotivo.

In generale, quasi tutti abbiamo tre modi per affrontare le nostre emozioni:

  1. Mantenere con forza uno stato emotivo opposto; 
  2. Cercare di controllare gli eventi;
  3. Cercare di evitare le situazioni che possano evocare stati d’animo dolorosi.

Lucia, facciamo un esempio, non ama parlare in pubblico. È stata obbligata dal suo capo a fare una presentazione importante. Al solo pensiero si sente in ansia! Potrebbe provare a evitare la situazione chiedendo a una collega di sostituirla. Oppure potrebbe cercare di ripetere numerose volte la presentazione pregando qualcuno di ascoltarla. Oppure ancora potrebbe decidere il pomeriggio precedente la presentazione di andare a fare shopping.

Tutti noi utilizziamo queste strategie e non c’è nulla di male in questo. La cosa importante è che i nostri tentativi di soluzione non diventino rigidi e assoluti tanto da portare al risultato opposto a quello sperato. Lucia non deve arrivare impreparata alla presentazione né rischiare il posto di lavoro perché si rifiuta di parlare in pubblico.

Come gestire al meglio le emozioni?

Un luogo comune sulle emozioni è pensare che sia una specifica situazione a farci sentire in un certo modo. In realtà quello noi proviamo dipende da ciò che noi pensiamo. Immaginiamo che nostro figlio sia stato preso in giro da un compagno. Il suo pensiero potrebbe essere:

  • «Non deve permettersi di offendermi così, non lo sopporto ora gliela faccio pagare». Rabbia.
  • «Se mi prende in giro ci sarà un motivo, magari è davvero come dice lui». Tristezza.
  • «Non mi piace come si sta comportando, ma non è la fine del mondo. Se lo ignoro tra un po’ smetterà». Si sentirà infastidito ma l’emozione non raggiungerà una temperatura troppo alta da scatenare l’aggressività.

Il modo in cui il bambino parla a se stesso (dialogo interiore) serve a interpretare e valutare la realtà circostante. È un mezzo efficace per potenziare la capacità di affrontare le situazioni problematiche. È importante aiutare i bambini a utilizzare il potere del dialogo interiore. Ciò permette sia di realizzare le proprie potenzialità sia di raggiungere un buon equilibrio emotivo.

Quindi in linea generale come si fa a gestire le emozioni?

Il primo passo fondamentale è saperle riconoscere sfruttando tutti i segnali comportamentali e fisici. Poi bisogna identificare il pensiero determinante l’emozione. Infine, cercare di modificare il dialogo interno in termini più utili. Così si abbasserà la temperatura e l’emozione sarà più tollerabile.

 

Vuoi sapere di più sulle emozioni? Segui In Vivavoce con VOI, il programma di dirette Facebook con gli specialisti del Centro Medico Vivavoce.
Scopri la pagina dedicata all’evento: In Vivavoce con VOI.

 

Bibliografia

Di Pietro, L’ABC delle mie emozioni. 8-13 anni. Programma di alfabetizzazione socio-affettiva secondo il metodo REBT, 2007, Ed Erickson, Trento.

Di Pietro, L’ABC delle mie emozioni. 4-7 anni. Programma di alfabetizzazione socio-affettiva secondo il metodo REBT, 2007, Ed Erickson, Trento.

Di Pietro, Bassi, L’intervento cognitivo-comportamentale per l’età evolutiva. Strumenti di valutazione e tecniche per il trattamento, 2013, Ed Erickson, Trento.

Di Pietro, Dacomo, Il Termometro delle Emozioni, 2007.

Mazzocco Francesca (2017), Ansia Scolastica: sintomatologia, manifestazioni e trattamento, State of Mind.it.

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Cos’è e come si cura il Disturbo Post Traumatico da Stress

Le vittime di un trauma oscillano fra la negazione dell’evento, e la sua ripetizione compulsiva, attraverso flashback o incubi. In questo modo, la mente cerca di elaborare e organizzare stimoli traumatici ed eccessivamente opprimenti. Queste strategie rischiano però di congelarsi e cronicizzarsi in un disturbo specifico: il Disturbo Post Traumatico da Stress.

Cos’è il Disturbo Post Traumatico da Stress

L’evento traumatico rappresenta un’onda che si infrange sull’esperienza quotidiana della persona. Ma cosa succede dopo che l’onda si è infranta?

Alcuni dei suoi effetti possono manifestarsi per molto tempo, arrivando a concretizzarsi in una sindrome chiamata Disturbo Post-Traumatico da Stress (DPTS in italiano, PTSD – Post Traumatic Stress Disorder in inglese).

Se il Trauma è l’onda, il Disturbo Post Traumatico da Stress è uno degli strascichi che l’onda può lasciarsi dietro.

Attualmente il Disturbo Post Traumatico da Stress è incluso nel DSM 5, Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, nella categoria Disturbi correlati agli eventi traumatici e stressanti. Il manuale individua una serie di criteri di riconoscimento validi per adulti, adolescenti e bambini al di sopra dei sei anni.

Quali sono gli eventi scatenanti del Disturbo Post Traumatico da Stress?

Il primo criterio definisce

l’insorgenza in seguito ad esposizione a morte (reale o minacciata), violenza sessuale o grave lesione.

Le tipologie di eventi in grado di scatenare PTSD possono essere dunque varie, ad esempio disastri della natura, incidenti, violenza umana.

Denominatore comune è il fatto che la vittima sia stata esposta all’esperienza di un evento traumatico di grave minaccia alla vita, o all’integrità fisica, per sé o per altri.

Il PTSD colpisce solo le vittime o anche i testimoni?

Anche essere testimoni di un evento traumatico può produrre PTSD, perché essi condividono la stessa dialettica del Trauma.

Nello specifico, infatti, essere testimoni di un’esperienza gravemente traumatica o può provocare la stessa impossibilità di elaborare i fatti, la stessa impotenza, e la stessa destabilizzazione, che provoca l’esserne vittime.

Pensiamo ad esempio ai soccorritori che accorrono dopo un grave incidente e vengono a contatto con i dettagli più crudi relativi all’evento.

Disturbo Post Traumatico da Stress: quali sono i sintomi? 

I sintomi compaiono in seguito all’evento traumatico, restano presenti nel tempo per un periodo superiore a un mese, e rientrano in quattro categorie specifiche.

  1. Sintomi intrusivi (almeno uno tra i seguenti). Tendenza a rivivere l’evento sotto forma di ricordi, pensieri, percezioni, sogni, flashback. Tali immagini si presentano in modo ricorrente e involontario, producono sofferenza psicologica e reazioni corporee di allarme. La persona può arrivare a sentire e agire come se l’evento si stesse ripresentando.
  2. Sintomi di evitamento (almeno uno tra i seguenti). La persona tenta di evitare le situazioni esterne (persone, luoghi, conversazioni, attività, oggetti, situazioni) o interne (ricordi, pensieri o sentimenti) associate all’evento
  3. Alterazioni negative del pensiero e dell’umore (almeno due tra i seguenti). Umore negativo, riduzione dell’interesse nelle proprie attività abituali, pensieri eccessivamente negativi riguardo a sé o al mondo, incapacità di ricordare elementi centrali dell’evento, tendenza eccessiva a incolpare sé stessi o altri per aver causato il trauma, tendenza ad estraniarsi dagli altri, difficoltà a sperimentare sentimenti intensi nei confronti dell’altro, o a costruirsi prospettive future.
  4. Alterazione dello stato di arousal e attivazione. I sistemi di attivazione dell’individuo si mantengono continuamente in stato di allerta. Questo può provocare ipervigilanza, difficoltà di concentrazione, irritabilità, difficoltà nel sonno, comportamenti autodistruttivi.

Viene specificato anche un dato sul decorso temporale dei sintomi, che devono manifestarsi per un periodo superiore a un mese.

Non tutti gli individui esposti a grave trauma sviluppano PTSD.

Le capacità di risposta individuali dipendono da fattori differenti: l’intensità del trauma sperimentato e la sua pervasività nella storia di vita dell’individuo hanno un ruolo determinante. È importante però anche la presenza o meno di altri fattori stressanti nella vita della persona, così come la stabilità della rete supporto sociale di cui dispone.

Il riconoscimento del PTSD: un evento importante

L’American Psychiatric Association (APA) riconosce per la prima volta la categoria del PTSD nel 1980, sulla scia degli studi sui veterani del Vietnam e dell’impatto dei movimenti di denuncia alla violenza contro le donne.

È un riconoscimento importante: essere sottoposti ad un trauma può produrre effetti tali da richiedere una diagnosi, ed una cura, specifiche. Da allora gli studi sul trauma hanno fatto molta strada.

Come si cura il Disturbo Post Traumatico da Stress

Nell’affrontare il PTSD di grande importanza è la tempistica dell’intervento.

Esistono delle tecniche che hanno scopo preventivo e che devono essere messe in atto il prima possibile, nei momenti immediatamente successivi all’evento traumatico.

Le terapie invece proposte una volta che il disturbo è conclamato sono la psicoterapia psicodinamica e le terapie cognitivo comportamentali.

La psicoterapia psicodinamica lavora soprattutto sulla possibilità di ri-narrare il trauma, affrontandone le varie sfaccettature e mettendolo in parole, per arrivare ad elaborarlo.

Le terapie cognitivo comportamentali lavorano invece attraverso tecniche di esposizione graduale allo stimolo traumatico, e di ridefinizione dei pensieri e dei comportamenti connessi al trauma. Fra queste, una tecnica di elaborazione del trauma che sta avendo grandi riscontri di recente, è l’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing).

La terapia EMDR affronta i ricordi non elaborati, originati da un trauma o da un evento fortemente stressante, attraverso la desensibilizzazione e ri-processamento del movimento oculare.

Il programma si compone di un protocollo di rievocazione delle esperienze negative del paziente. Mentre si propongono le varie fasi del programma, si conduce il paziente ad una rielaborazione profonda del ricordo attraverso movimenti oculari ritmici.

 

Bibliografia

Pettirossi, Psichiatria, 2008, Centro Scientifico Editore, Torino.

Gabbard, Psichiatria Psicodinamica, 2007, Raffaello Cortina Editore, Milano.

Angelini, www.angelini.it

State of Mind, www.stateofmind.it

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La balbuzie è una questione di carattere? Risponde la ricerca

La balbuzie è una questione di carattere? I bambini che balbettano sono più timidi degli altri? Si balbetta perché si è più ansiosi? In generale, temperamento ed emotività sono spesso associati alla balbuzie. Proviamo a rispondere alle domande grazie ad una revisione scientifica sulla balbuzie in relazione con ansia, temperamento e personalità, pubblicata dal Journal of fluency disorders nel 2014.

La balbuzie è una questione di carattere… o di temperamento?

Ti hanno mangiato la lingua? Molti bambini timidi si sono sentiti fare questa e simili domande fra i banchi di scuola. Vivacità, timidezza, sensibilità, introversione… Quando si è piccoli molte delle differenze fra un bambino e l’altro vengono spiegate come questioni di carattere. O meglio, di temperamento.

Infatti, quello che nel linguaggio comune è chiamato carattere, in psicologia si definisce temperamento.

Il temperamento è

l’insieme della disposizioni comportamentali presenti dalla nascita, le cui caratteristiche definiscono le differenze individuali nella risposta all’ambiente. Il temperamento è immodificabile perché frutto di variabilità biologica.

Il carattere invece è

la modalità strutturata di pensare, sentire e comportarsi, risultante dall’interazione dell’ambiente sul proprio patrimonio genetico e culturale. Il carattere è modificabile perché costruita dall’esperienza e dall’adattamento tra i propri bisogni e desideri e la realtà esterna.

Queste due parole, spesso utilizzate come sinonimi, sono in realtà ben diverse.

E questa differenza aiuta a comprendere perché le ricerche più significative per quanto riguarda l’associazione tra temperamento e balbuzie, si concentrano su campioni di bambini in età prescolare.

Scopriamolo insieme.

Come indagare il legame tra balbuzie e temperamento

In genere, i primi segni di balbuzie insorgono quando il bambino acquisisce la capacità linguistiche, intorno ai due anni e mezzo, tre.

Più un bambino è piccolo, più è semplice distinguere tra i suoi tratti comportamentali costituzionali (temperamento) e cosa invece sarà successivamente influenzato dell’esperienza, in questo caso l’esperienza stessa del balbettare).

Saranno questa esperienza e l’interazione con l’ambiente e a definire nel tempo il suo carattere.

I bambini che balbettano sono più timidi degli altri?

Nessuno studio effettuato finora sembra individuare nei gruppi di bambini che balbettano maggiore timidezza, ansia sociale o altri tratti simili.

Al contrario, alcuni studi sembrano dimostrare una tendenza opposta, seppure ridotta. I bambini che balbettano mostrerebbero un livello di funzionamento sociale maggiore rispetto a quelli che non balbettano.

Inoltre, non ci sono indicazioni del fatto che temperamenti maggiormente emotivi siano un fattore di rischio per la permanenza della balbuzie in età scolare e successivamente.

Non solo, ma non è nemmeno dimostrata una correlazione fra la severità dei sintomi motori connessi alla balbuzie e temperamenti specifici.

Balbuzie e carattere negli adulti: qual è il legame?

Diverso è il caso degli studi su persone adulte che permettono di valutare maggiormente l’effetto sociale prodotto dall’esperienza del balbettare. Cioè quanto e come la balbuzie può influenzare nel tempo il carattere della persona.

Le ricerche in merito sottolineano come molti adulti che balbettano sperimentano elevati livelli di ansia ed altri stati d’umore negativi.

Questo aumento dell’ansia è strettamente legato alle situazioni sociali in cui la persona deve parlare, molto probabilmente, a causa della paura di un giudizio negativo.

Le persone che balbettano, nel tempo, possono sviluppare ansia sociale come conseguenza della loro fatica di comunicare, non viceversa.

A conferma di questo, sta il fatto che le terapie finalizzate alla riduzione dell’ansia negli adulti che balbettano, sembrano portare ad un miglior benessere psicologico, ma non a un incremento effettivo della fluenza.

Non ci sono informazioni chiare su quale sia l’età entro cui si sviluppa la correlazione fra balbuzie e ansia sociale. Sembra però che il periodo scolare e quello adolescenziale, siano periodi significativi per l’instaurarsi di questo processo.

Balbuzie, temperamento, carattere: facciamo chiarezza

Pensare che la balbuzie è una questione di carattere, nel senso che è causata da un temperamento o da un carattere particolari è un pensiero tanto diffuso quanto privo di fondamento scientifico.

Tutte le ricerche effettuate dimostrano che i bambini che balbettano non sono più timidi o ansiosi degli altri. Non c’è un dunque un legame causale tra un temperamento specifico (ad esempio la timidezza) e la balbuzie.

E lo stesso possiamo dire del carattere.

Infatti, la maggior tendenza all’emotività e, in particolare, all’ansia sociale, compare successivamente, nel corso della vita. Questo tratto del carattere, è quindi da considerarsi come conseguenza (non causa) delle esperienze negative associate alle proprie difficoltà di comunicazione.

 

Bibliografia

Per A. Alm, Stuttering in relation to anxiety, temperament and personality: Review and analysis with focus on causality, Journal of fluency disorders, 40 (2014), 5 – 21.

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