Blog

Vivavoce Focus

Professione logopedista: chi è e come lo inquadra la normativa?

Il Logopedista è il professionista sanitario specializzato nella valutazione, riabilitazione, prevenzione ed educazione di tutte le patologie che provocano disturbi della comunicazione e/o del linguaggio. Specifici o secondari ad altre patologie.

Si occupa, di fatto, dei disturbi dell’apprendimento, della lettura, della scrittura e del calcolo, della voce e delle funzioni orali come la disfagia.

Chi è il logopedista?

Per rispondere a questa domanda ci siamo avvalsi della definizione proposta dal sito della Federazione Logopedisti Italiani (FLI).

Questa definizione riassume in poche righe le principali competenze e atti professionali del Logopedista. Per conoscere le aree d’intervento logopedico in modo più specifico ed approfondito, tuttavia, occorre avere in mente i documenti ufficiali e la normativa che identificano e riconoscono questa figura professionale.

Cosa dice la normativa vigente?

La professione del Logopedista in Italia ha avuto come precursori una serie di figure che si occupavano a vario titolo di linguaggio, voce e di corretta articolazione delle parole: maestri di canto e di dizione, educatori e maestri di bambini sordi, fisioterapisti o infermieri specializzati.

Ma è solo a partire dagli anni ’70, grazie alle nuove conoscenze in ambito scientifico, all’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale (SSN, Legge 833/78) e al successivo riordino delle prestazioni e del personale sanitario, che il Logopedista viene identificato come un professionista appartenente ad uno specifico settore sanitario, che è quello della riabilitazione.

Da allora è stata emanata (e continuano ad essere emanate) una serie di normative, che hanno permesso via via di riconoscere la figura del Logopedista come professione sanitaria dotata di autonomia e responsabilità e di inquadrare il suo ambito di competenza rispetto a quello delle altre figure professionali.

Quali sono le disposizioni che definiscono il campo di attività?

In base a quanto stabilito dalla Legge 42/1999 “Disposizioni in materia di professioni sanitarie”, il campo di attività, di autonomia e di responsabilità del logopedista, è determinato da tre principali normative, che riportiamo di seguito nei loro punti principali.

1) Il Profilo Professionale (Decreto Ministeriale 14 settembre 1994, n.742)

Contiene una delle prime definizioni di logopedista: “Il Logopedista è il professionista sanitario che, in possesso del diploma universitario abilitante, svolge la propria attività nella prevenzione e nel trattamento riabilitativo delle patologie del linguaggio e della comunicazione in età evolutiva, adulta e geriatrica” (Art.1).

Questa definizione ad oggi non risulta essere del tutto aggiornata ed esaustiva. A essa si può dunque aggiungere quella del Profilo Professionale Europeo (emanata dal Comité Permanent de Liaison des Orthophonistes / Logopèdes de l’Union Européenne, CPLOL):“Il Logopedista è il professionista sanitario che, formato in ambito universitario, svolge autonomamente la propria attività nella prevenzione, nella valutazione, nel trattamento riabilitativo e nello studio scientifico della comunicazione umana, dei disturbi a essa associati e della deglutizione”.

2) Il Codice Deontologico (FLI, 13 febbraio 1999)

E’ un documento ufficiale, elaborato dalla Federazione Logopedisti Italiani (organo rappresentativo della categoria, in assenza di un albo professionale) che ha lo scopo di delineare l’identità culturale e i valori che guidano l’operato del Logopedista, rispetto alla sua istruzione, alle sue competenze e ai suoi comportamenti, in ambito professionale.

L’articolo 8 del Codice Deontologico elenca gli atti professionali del Logopedista:

“L’assunzione in carico del paziente nella gestione terapeutica avviene in piena autonomia, sulla base delle competenze ed in conformità all’insieme degli atti professionali peculiari del Logopedista.

L’esercizio della professione si attua mediante i seguenti interventi logopedici:
a) Valutazione e Bilancio nella Clinica Logopedica;
b) assunzioni di informazioni oggettive e soggettive attraverso utilizzo di strumenti standardizzati, test, colloqui, osservazioni;
c) analisi della documentazione clinica prodotta dalla persona assistita;
d) consulenza/counselling;
e) cura, educazione/abilitazione/riabilitazione;
f) monitoraggio degli interventi;
g) programmazione del trattamento/intervento;
h) prevenzione;
i) revisione del programma di intervento;
j) semeiotica;
k) valutazione/verifica dell’efficacia del trattamento;
l) ricerca;
m) formazione”.

Nello stesso articolo è espresso un altro aspetto importante che riguarda l’attività logopedica:

“L’esercizio della professione si realizza secondo un rapporto di dipendenza, in ambito pubblico o privato, oppure di tipo libero-professionale; esso si attua in riferimento ad una esplicita diagnosi medica.”

Il logopedista esercita la propria attività in piena autonomia nell’ambito degli atti professionali previsti dalla sua professione, tuttavia tra questi non c’è la formulazione di diagnosi. Il logopedista, infatti, è tenuto ad operare solo in riferimento ad una diagnosi medica.

3) Ordinamenti Didattici della formazione di base e post-base.

Attualmente per esercitare la professione è necessario conseguire la specifica laurea triennale in Logopedia afferente alla facoltà di Medicina e Chirurgia, il cui ingresso è a numero chiuso.

La laurea in Logopedia ha una storia relativamente recente, se si considera che la prima Scuola Diretta a Fini Speciali per tecnici di Logopedia nacque nel 1969 a Padova. Essa faceva parte della facoltà di Lettere e aveva un’impostazione più linguistica che medica.

Successivamente ci fu la trasformazione in Diploma Universitario, ma solo nel 2001 in Italia il Logopedista ha ottenuto un titolo universitario di laurea con valore abilitante all’esercizio della professione.

Di cosa si occupa il logopedista?

La formazione del logopedista comprende le patologie elencate nel Catalogo nosologico del Logopedista:

  1. Disfonie o disturbi della voce (infantili, adulte, senili, nei professionisti della voce, nella voce artistica, nei laringectomizzati);
  2. Dislalie o alterazioni della pronuncia (meccanico-periferiche, evolutive fonologiche, in soggetti oligofrenici o con insufficienze encefaliche);
  3. Disfagie o disturbi della deglutizione (infantili, adulte, senili, in soggetti con malocclusioni dentarie, con oligofrenia, palatoschisi, turbe neurologiche, meccaniche, post operatorie, alimentazioni vicarianti, alternative, con protesi);
  4. Disfluenze o disturbi del flusso verbale (balbuzie);
  5. Disturbi della codificazione e decodificazione comunicativa (afasie) e delle funzioni corticali superiori (agnosie, aprassie);
  6. Disartrie o disturbi centrali della motricità del distretto fono-articolatorio da alterazione del I motoneurone (paralisi cerebrali infantili, encefalopatie dell’adulto demielinizzanti, neurodegenerative, ecc);
  7. Turbe comunicative negli oligofrenici: di origine genetica (per es. Sindrome di Down) o acquisite in età evolutiva (meningoencefaliti neonatali, prenatali, ecc) e demenziali (Alzheimer, multinfartuali, ecc);
  8. Disturbi da lesione sensoriale (Turbe comunicative nella sordità pre-linguale) e atti inerenti il loro emendamento (protesizzazione acustica, impiego di vibratori, impianti cocleari);
  9. Disturbi dell’apprendimento o learning disease (dislessie, disortografie, discalculie);
  10. Turbe comunicative da inadeguatezze socio-culturali e affettive;
  11. Turbe comunicative con alterazione della relazione dualistica;
  12. Disturbi linguistici miscellanei e loro correlati (dislalie funzionali di varia origine, disturbi fonologici, disprassia articolatoria, dispercezioni uditive e visive, disturbi semantici, disturbi morfo-sintattici, disturbi pragmatici).

Il team multidisciplinare di specialisti del Centro Medico Vivavoce effettua diagnosi e riabilitazione dei disturbi del linguaggio, della comunicazione, delle funzioni orali e della deglutizione, sia in età evolutiva, sia in età adulta. Per maggiori informazioni scrivici a info@vivavoceinstitute.com.

Photo by Susan Holt Simpson on Unsplash

 

Bibliografia:
Castagna L.M., De Cagno A.G., Il core competence e il core curriculum del logopedista.  Springer-Verlag Italia, 2012.
Vernero I., Schindler O., Storia della logopedia. Springer-Verlag Italia, 2012.
Schindler O., Catalogo Nosologico Foniatrico-Logopedico.

Sitografia:
http://www.cosp.unimi.it 
https://fli.it
https://www.flipiemontelogopedia.it

Vivavoce Focus

Balbuzie: cos’è davvero?

Cos’è la balbuzie? Sembrerebbe una domanda a cui è facile rispondere. Le definizioni più comuni e utilizzate della balbuzie ne forniscono, tuttavia, un’immagine parziale e stereotipata.

Balbuzie: una classificazione

La balbuzie è un fenomeno che interessa una percentuale tra l’1,5% e il 3% della popolazione mondiale. Solo in Italia, si parla di circa 1 milione di persone.

Secondo l’ICD-10 (International Classification of Diseases), la classificazione internazionale delle malattie stilata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, la balbuzie è

“un disordine del ritmo della parola, nel quale il paziente sa con precisione ciò che vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non è in grado di dirlo a causa di arresti, ripetizioni e/o prolungamenti di un suono che hanno carattere di involontarietà”.

Nel DSM-5 (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), il più utilizzato sistema di classificazione dei disturbi mentali, la balbuzie è considerata un disturbo della comunicazione che si manifesta come una

“alterazione della normale fluenza e della cadenza dell’eloquio, inappropriata per età e per abilità linguistiche, che persiste nel tempo ed è caratterizzata dal frequente e marcato verificarsi di uno (o più) dei seguenti elementi: ripetizioni di suoni e sillabe, prolungamenti dei suoni, interruzione delle parole, blocchi udibili o silenti, circonlocuzioni, parole pronunciate con eccessiva tensione, ripetizione di intere parole monosillabiche”.

I limiti delle definizioni

Queste definizioni, è evidente, si basano unicamente sulla descrizione dei sintomi manifesti: ciò che è possibile osservare e udire.

Ma, prendendo in prestito un’espressione di Sheehan (1970), questi aspetti rappresentano solo la punta visibile di un iceberg. La maggior parte rimane nascosta sotto il livello del mare.

Infatti, se il linguaggio è, come è evidente, una funzione cognitiva straordinariamente complessa, risultato di numerosi meccanismi in interazione tra loro, allora anche la balbuzie deve essere considerata un fenomeno cognitivo altrettanto complesso.

Una risposta soggettiva

Nonostante le sue cause non siano ancora chiare, i più recenti studi e modelli neurolinguistici ci forniscono alcuni indizi.

Secondo il Muscarà Rehabilitation Method for Stuttering (MRM-S), il cui background teorico fa riferimento al modello DIVA (Directions Into Velocities of Articulators) (Guenther, 2006), la balbuzie potrebbe dipendere da una eccessiva attività del sistema di controllo e monitoraggio del linguaggio.

Il risultato è allora un blocco fisico che viene percepito a livello addominale, toracico o diaframmatico.

I sintomi della balbuzie

I sintomi più o meno manifesti sono, di fatto, la risposta soggettiva a questo blocco. Le manifestazioni più comuni e note sono ripetizioni, prolungamenti, blocchi, spasmi e tic che possono interessare diverse parti del corpo.

Alcuni potrebbero ricorrere a manifestazioni più sottili per aggirare i blocchi, come sinonimi, giri di parole e intercalari.

Nel caso in cui la persona che balbetta rinunci a parlare, la balbuzie assume la forma di un silenzio.

Modi e intensità

La balbuzie si presenta in modi e intensità diverse da persona a persona (variabilità interindividuale), ma può assumere forme diverse anche nella stessa persona (variabilità intraindividuale). Essa non è, infatti, un fenomeno statico, ma dinamico: potrebbe rimanere silente o attenuarsi per un certo periodo di tempo, per poi riapparire o intensificarsi all’improvviso.

Se prendiamo in considerazione anche aspetti di natura psico-emotiva, allora la balbuzie è anche ciò che si verifica prima e dopo il blocco.

La persona che balbetta prevede il blocco prima che si verifichi, cioè sa già che non riuscirà a parlare. Questo causa frequentemente ansia anticipatoria (che in casi estremi può portare al ritiro sociale), che a sua volta può intensificare la balbuzie.

Balbuzie e ansia

L’ansia conduce a condotte di evitamento quando la persona che balbetta, per il timore di bloccarsi, comincia a evitare situazioni ansiogene che implicano l’interazione con le altre persone (ad esempio parlare al telefono o ordinare qualcosa).

A differenza di quanto si ritiene nel senso comune, l’ansia è uno degli effetti della balbuzie, non la causa.

Cosa comporta il blocco

La balbuzie è anche ciò che viene dopo il blocco: senso di sfiducia, frustrazione, affaticamento mentale e fisico, vergogna e perdita di autostima sono solo alcune delle sue conseguenze.

Risulta evidente, quindi, come il trattamento di un fenomeno così complesso e sfaccettato richieda un approccio multifattoriale, che il MRM-S si propone di offrire proprio per intervenire sulla persona nella complessità del fenomeno.

Scopri il Metodo MRM-S e il Percorso Riabilitativo per la Balbuzie del Centro Medico Vivavoce, oppure scrivici per maggiori informazioni: info@vivavoceinsitute.com.

Foto: by Angello Lopez on Unsplash

Vivavoce Focus

Come gestire le emozioni

Come gestire le emozioni? Come stemperarle quando le nostre di genitori si sommano a quelle di bambini e adolescenti e la temperatura cresce? Saperle riconoscere e imparare a guardare oltre e dietro le semplici manifestazioni può aiutarci a contenerle per trovare una soluzione.

Gestire le emozioni può risultare un compito complesso per un genitore. Le emozioni dei bambini sono spesso contrastanti e loro stessi faticano a dare loro un nome se non vengono abituati fin da piccoli a condividere un codice emotivo con il mondo degli adulti. Più facile per loro mettere in atto comportamenti che attirano l’attenzione. Quello che emerge in superficie sono allora capricci, inappetenza, insoddisfazione, un malessere non sempre comprensibile.

Come quella volta che vi siete impegnati per ore a cucinare per lui ogni genere di prelibatezza e il suo dolce preferito. Gli avete organizzato la più bella festa di compleanno in compagnia di tutti i suoi compagni di classe. Alla sera siete esausti, la casa è un disastro e già pensato che la mattina seguente si va al lavoro.

Arriva l’ora della buonanotte e il vostro piccolo è tutto fuorché felice. Vi guarda sbuffando con gli occhi al cielo e dice: “Mamma, oggi mi sono proprio annoiato, uffa”.

Quali sono le vostre emozioni?

Probabilmente vi sentite arrabbiati e avreste voglia di alzare la voce. Ma è questo ciò di cui ha bisogno? E’ importante riconoscere la propria emozione, ma non possiamo negare quella che prova nostro figlio o nostra figlia.

 

Infografica gestire emozioniIl nostro compito allora in questo frangente è aiutarlo a trovare le parole per dirlo, a verbalizzare ciò che sente dentro e lo turba e che noi non riusciamo a vedere.

Accettare che possa provare emozioni in contrasto con le nostre è il primo passo per gestirle.

L’atteggiamento più costruttivo è creare una modalità di cooperazione ed evitare lo scontro.

“Ok, sono arrabbiata, ma non me ne vado o lo mando a letto per chiudere il discorso”.

Nel momento in cui lo sosteniamo rivolgendogli delle domande per far emergere ciò che lo ha ferito, ammettendo il nostro dispiacere senza far pesare il nostro disappunto.

“Mi dispiace tu non ti sia divertito. Ricordi come ti sei divertito a giocare con le macchinine con Filippo?”

Aiutandolo a riflettere possiamo entrare in sintonia con il suo stato d’animo. E, dopo averlo ascoltato e dopo aver accolto la sua insoddisfazione, possiamo spostare la sua attenzione sulle cose più belle e positive che, a causa delle emozioni negative, non riesce a ritrovare nella memoria. Possiamo offrirgli un’alternativa su cui pensare.

Come gestire le emozioni se tuo figlio è un adolescente?

E’ importante evitare di invadere il suo spazio e di insistere se ancora non ne vuole parlare. E’ utile cominciare da se stessi e identificare cosa ci ha fatto innervosire. Siamo arrabbiati per ciò che ci ha detto o per ciò che ha fatto, ma non lo siamo con lui direttamente. Prendere distanza dall’emozione che stiamo provando ci consente di guardare a nostro figlio o a nostra figlia con occhi diversi.

L’aspetto emotivo rimane la chiave per comprendere e lasciare aperto il dialogo, senza giudicare il suo comportamento e ritrovare un approccio cooperativo per entrare in sintonia con il suo dialogo interno. In un secondo momento potremo approfondire, se lui o lei ce lo permetterà.

E intanto potreste chiedere qualche consiglio.

Bibliografia

E. Castelli Gattinara, Dieci lezioni sulle emozioni. Cosa provano gli adolescenti. Come aiutarli a scoprirlo con noi. Copertina flessibile, 2018, Giunti Ed.

 

 

 

Vivavoce Focus

Le emozioni dei bambini: consigli a genitori e insegnanti

Le emozioni dei bambini non sempre sono chiare e facili da gestire. Genitori e insegnanti hanno un ruolo essenziale nel fornire a bambini e ragazzi gli strumenti per la gestione delle emozioni.

Consigli per i genitori

A volte per il genitore non è facile riconoscere cosa prova il proprio figlio, cosa ci sia dietro un certo comportamento e quindi come agire.

Pensiamo per esempio a un bambino che fa molti capricci o che non vuole andare a scuola. Oppure a un adolescente che mette il muro e fatica a raccontare cosa è successo a scuola o con gli amici. In queste situazioni lo stato emotivo non è dichiarato e i genitori possono sentirsi spaesati.

Anche in quelle situazioni in cui l’emozione viene verbalizzata dal bambino o dall’adolescente, ci possono essere delle difficoltà. Il genitore potrebbe fare fatica ad accettare quello che prova il figlio.

Le emozioni dei bambini e le nostre

Immaginiamo, per esempio, di aver preparato con grande cura la festa di compleanno di nostro figlio. Alla sera, ci sentiamo dire che si è annoiato tutto il giorno. È importante in questo caso riconoscere che ci sentiamo arrabbiati, che questo è comprensibile. Però ricordiamoci che se neghiamo l’emozione di nostro figlio non lo aiutiamo a verbalizzarla e a costruire un dialogo interno differente.

Dobbiamo, infatti, accettare che nostro figlio provi delle emozioni che non ci piacciono: è una persona diversa da noi. Così facendo potremo entrare in una modalità cooperativa con lui, piuttosto che di scontro.

Potrei dirgli che mi dispiace che non si sia divertito e chiedergli il motivo. Solo dopo averlo accolto e ascoltato, potrei aiutarlo a notare qualcosa della festa che gli è piaciuto. Lo aiuto a trovare un altro punto di vista a cui magari non riesce ad accedere.

Cosa fare quando si comporta male?

Speso non sappiamo che fare con i comportamenti, dal capriccio al muro adolescenziale.

È fondamentale che il genitore accetti per se stesso il fatto che quel comportamento lo irrita, lo rattrista o gli faccia provare ansia. Queste emozioni, però, sono legate a un comportamento del figlio. Non è quello che provano in generale per il bambino in sé.

Un’emozione riportata spesso dai genitori è il senso di colpa.

La colpa non aiuta nella relazione.

Deriva spesso da un rimprovero fatto a se stessi per aver provato una certa emozione o per non aver agito nel modo migliore in assoluto.

Sicuramente non bisogna ragionare sulla risposta migliore in assoluto che un genitore può dare. Al contrario, bisogna guardare al meglio che si può e si riesce a fare in quello specifico momento, avendo la consapevolezza che non esiste un libretto di istruzioni.

Emozioni a scuola: consigli per gli insegnanti

La scuola rappresenta per il bambino un luogo di vita. Non si limita a dare un’istruzione, ma contribuisce alla crescita e allo sviluppo della persona.

Gli anni scolastici costituiscono un importante momento per lo sviluppo delle competenze emotive e della propria identità. Attraverso le relazioni con i coetanei e con gli insegnanti i bambini e gli adolescenti hanno l’opportunità di acquisire molte abilità. Ad esempio, conquistano la capacità di leggere stati emotivi e intenzioni altrui, imparano le modalità di relazione, il rispetto e le regole.

Il contesto scolastico ha il grande compito di aiutare gli alunni a rispondere alle sfide connesse all’apprendimento. E insieme a questo insegna molto anche a riguardo della gestione del proprio comportamento e alla costruzione delle relazioni con i pari, promuovendo lo sviluppo di abilità di tipo emotivo e sociale.

Fondamentale in questo percorso è il ruolo degli insegnanti.

Ruolo che non sempre è semplice. Non dimentichiamoci che gli insegnanti hanno un notevole carico emotivo, dovendo gestire classi numerose di alunni con caratteristiche uniche cui prestare attenzione.

Cosa può fare l’adulto per migliorare la competenza emotiva?

La cosa importante nella relazione con un bambino o un adolescente è cooperare con lui. Bisogna aiutarlo a riconoscere le emozioni, non a negarle. Si può suggerirgli di riflettere sul pensiero che ha fatto, per costruirsi un dialogo interno più positivo e confortante.

L’adulto può favorire una comunicazione aperta, parlando per primo delle proprie emozioni. È importante raccontare di come anche anche lui ha avuto difficoltà, mostrando che ci può essere una risoluzione.

Ad esempio, l’insegnante può condividere le passate difficoltà in matematica, la fatica nel superamento di un esame all’università o il disagio di inserirsi in una nuova squadra di calcio.

Spesso alle emozioni dei bambini seguono comportamenti problematici: non rispetto delle regole, comportamenti impulsivi, forti chiusure. In questi casi ci esistono tante strategie (semplici ma ben strutturate) che il genitore può applicare a casa sotto il suggerimento e la guida di un esperto.

La prima cosa in assoluto che suggeriamo a genitori o insegnanti è quella di diventare ottimi osservatori valutando le ricorrenze di comportamenti, emozioni o sensazioni fisiche in modo da comprendere se sono conseguenti a qualcosa.

Cosa invece non fare? Creare uno scontro o dei tabù sulle emozioni.

Ruolo dello psicologo in ottica di benessere

Sempre di più lo psicologo non si occupa solo di patologia ma anche di benessere. Fornisce guida e supporto durante i momenti di difficoltà. Lavora con il bambino o l’adolescente con lo scopo di insegnargli a conoscere le emozioni e gestirle al meglio. Lo aiuta a sviluppare abilità sociali, relazionali, dandogli un aiuto per aumntare la tolleranza alla frustrazione o per imparare a fare scelte più serenamente.

Il lavoro dello psicologo può essere utile anche con i genitori. Li aiuta a utilizzare delle strategie diverse rispetto a quelle che sembrano non funzionare più. Così facendo si modifica la risposta del bambino, diminuendo il comportamento difficile.

In generale, quando si ha a che fare con le emozioni dei bambini, rivolgersi a uno psicologo potrebbe essere utile quando:

  • le vecchie strategie educative non funzionano più,
  • si è osservato un cambiamento nel bambino,
  • si ha un dubbio su come aiutarlo,
  • non si sa come gestire al meglio una situazione,
  • a seguito dell’osservazione qualcosa ci risulta strano.

 

Foto: Freepik, Jcomp

Seguici in Diretta Facebook

Le emozioni di mio figlio: conoscerle riconoscerle e gestirle

In Vivavoce con voi

Articoli correlati

Vivavoce Focus

Motor Imagery o Immaginazione motoria

L’immaginazione motoria è la simulazione mentale di un atto motorio, senza la sua effettiva esecuzione. Immaginare un movimento è utile non solo per apprendere un’abilità motoria, ma anche per migliorare il movimento stesso. Vediamo come.

Come programmiamo le nostre azioni?

La programmazione di un atto motorio, è fondamentale per ottenere una buona esecuzione dell’azione che vogliamo svolgere.

Allo stesso tempo, l’efficacia e soprattutto il buon esito di una nostra azione è nettamente migliore nel momento in cui siamo in grado di immaginare l’azione che vogliamo svolgere senza eseguirla realmente.

Ad esempio, attraversare una strada senza incorrere in alcun incidente presuppone una buona programmazione e una buona esecuzione dell’azione stessa.

Ciò a livello neurofisiologico si traduce in un’attivazione di differenti aree motorie.

Chiudiamo ora gli occhi e immaginiamo di svolgere la stessa azione. Che cosa sta succedendo all’interno del nostro sistema nervoso?

Se fossimo collegati ad uno strumento che monitora l’attività cerebrale, vedremmo in tempo reale una cosa particolare: non c’è una grossa differenza nell’attivazione delle aree cerebrali tra quando immaginiamo un gesto motorio e quando lo eseguiamo realmente.

Cos’è l’immaginazione motoria?

L’immaginazione motoria (Motor Imagery) descrive la simulazione mentale di un atto motorio volontario, senza la sua reale esecuzione. È uguale alla pianificazione del movimento cui però non fa seguito l’esecuzione.

Si può fare esperienza di un’immagine mentale motoria in terza persona quando s’immagina, da spettatori esterni, se stessi mentre si compie un’azione. Oppure si può immaginare un movimento in prima persona, in altre parole dall’interno, quando ci s’immagina direttamente coinvolti nell’atto motorio.

Oggigiorno è utilizzata per:

  • guidare e attivare la plasticità cerebrale,
  • migliorare le abilità di acquisizione e l’apprendimento motorio in numerosi sport,
  • ed è sempre più impiegata in neuro-riabilitazione.

Immaginare un movimento porta ad un miglioramento della performance motoria e a cambiamenti funzionali e strutturali di aree corticali e sotto-corticali.

È sempre più frequente osservare durante importanti eventi sportivi atleti che, prima di eseguire la loro prestazione, si concentrano ad occhi chiusi immaginando lo sviluppo del loro gesto futuro. Nella loro mente vivono la gara preparandosi ad affrontare gesti atletici che richiedono un’elevata destrezza.

Mentre in passato l’immaginazione motoria era impiegata come metodo complementare per apprendere abilità motorie (Schuster 2011), con il tempo è stato dimostrato che

allenamenti basati sull’immaginazione hanno effetti simili all’allenamento motorio vero e proprio.

Il motivo per un tale risultato si giustifica dal momento in cui la ripetizione mentale di un movimento attiva le stesse aree corticali di un’esecuzione reale.

La ripetizione di azioni motorie attraverso la pratica fisica e mentale può indurre cambiamenti cerebrali di tipo plastico.

In ambito sportivo atleti di discipline differenti usano l’immaginazione motoria per rinforzare la memoria cinestesica (o di movimento) tra le sessioni di allenamento. In questo modo possono mantenere il livello di performance o stabilizzare i gesti complessi.

Quali sono i benefici in termini di riabilitazione?

Appare oggi confermato che pratiche di allenamento mentale motorio potenzino gli effetti della riabilitazione prettamente fisica. Specialmente se le ripetizioni mentali sono in numero sufficiente e precedono gli esercizi motori.

Il principale vantaggio dell’utilizzo delle immagini mentali in riabilitazione è che la rievocazione mentale del compito motorio consente al paziente di incrementare il numero di ripetizioni dell’atto in modo autonomo, sicuro e con minor fatica fisica.

Inoltre tale allenamento mentale è possibile anche per quei pazienti impossibilitati ad eseguire fisicamente il movimento.

Gli studi riportano prove dell’efficacia della riabilitazione basata sulle immagini motorie in casi di malattia di Parkinson, dolore cronico, dolore connesso all’arto fantasma, ictus (Birbaumer et al., 1997; Chan et al., 2007; Tamir et al., 2007; Malouin et al., 2012).

Un fattore determinante per la riuscita del training basato sulle immagini motorie è l’integrità dei processi di base dell’imagery nei pazienti. Danni alle strutture sottocorticali possono ridurre la capacità di creazione della rappresentazione interna dell’atto motorio. Da qui l’importanza cruciale che riveste un’ accurata valutazione delle capacità di base come l’attenzione e la memoria di lavoro, e delle capacità di costruire, riconoscere e trasformare le immagini (Collet et al., 2011).

Anche il linguaggio è un atto motorio

Le parole sono come gesti vocali. Si può immediatamente riflettere su quali potenzialità si possano celare dietro l’applicazione di esercizi e allenamenti basati sull’immaginazione motoria per quanto concerne il recupero di disfunzioni del linguaggio.

Oltre a migliorare l’attivazione corticale delle aree strettamente legate al linguaggio, un allenamento di questo tipo permetterebbe di destrutturare i circuiti disfunzionali creatisi nel tempo. La ripetizione dell’errore nella fase parlata, infatti, potrebbe contribuire ad alimentare un errato funzionamento del meccanismo di feedback-feedforward che è alla base di alcune disfunzioni del linguaggio.

 

Foto: Freepik

Articoli correlati

Vivavoce Focus

Neuroni specchio e Motor Imagery

Cosa sono i Neuroni specchio? L’origine del Motor Imagery, o immaginazione motoria, risale proprio alla loro scoperta.
Scopriamo cosa sono e che grandiose potenzialità rivelano.

La scoperta dei Neuroni specchio

Negli anni Novanta uno scienziato italiano della Università di Parma, Giacomo Rizzolatti, stava conducendo un esperimento con alcune scimmie. L’intenzione era quella di studiare il sistema motorio di animali molto simili agli esseri umani.

 

La scoperta dei neuroni specchio fino allo sviluppo del motor imagery

 

Il gruppo di ricerca stava osservando le aree cerebrali che si attivano quando le scimmie afferrano il cibo.

Nel 1992 scoprirono quasi casualmente che mentre un ricercatore afferrava una banana, i neuroni di una scimmia si erano attivati con la stessa intensità e durata di quando era lei stessa ad afferrare il cibo. 

Sembrava un errore, ma dopo quattro anni di controlli ecco la conferma. I neuroni motori delle scimmie si attivavano anche quando erano immobili e a muoversi era invece il ricercatore o un simile.

Il sistema specchio degli esseri umani

Pur non potendo osservare i singoli neuroni negli esseri umani, le ricerche hanno portato frutti notevoli. Attraverso tecniche di brain imagin, è stata dimostrata l’esistenza di un sistema specchio anche negli esseri umani. Si possono, infatti, osservare le attivazioni delle aree cerebrali seguendo le variazioni nel flusso sanguigno.

Le aree motorie degli esseri umani si attivano
durante 
l’osservazione di azioni compiute da altri.

I Neuroni Specchio hanno proprietà rilevanti in ambito terapeutico. 

L’immaginazione motoria

La Teoria dei Neuroni specchio è la base scientifica su cui si basa il Motor imagery, o immaginazione motoria, «una capacità cognitiva che permette un’esperienza motoria in assenza di alcuna attivazione muscolare» (Moran, 2012).

In altre parole, l’immaginazione motoria consiste nell’immaginare un movimento senza eseguirlo.
Il movimento immaginato ha caratteristiche simili a quello eseguito: vengono impiegate, cioè, risorse neurali tipiche dell’esecuzione del movimento.

Perché è importante l’immaginazione motoria?

Attraverso l’immaginazione motoria si può imparare un movimento, con importanti applicazioni sia nello sport sia nella neuro-riabilitazione.

Nell’uomo il sistema specchio comprende molteplici aree cerebrali, incluse quelle del linguaggio.

Anche il linguaggio è un atto motorio.

Esercizi basati sulla immaginazione motoria potrebbero aiutare nel recupero di disfunzioni legate al linguaggio. 

Vivavoce Focus

Le tappe del linguaggio: un viaggio meraviglioso

Le tappe del linguaggio seguono un percorso molto variabile da bambino a bambino. Ciascuno ha i propri tempi e le proprie capacità. Ecco le tappe che gli esperti considerano importanti da raggiungere. Indicano uno sviluppo armonico delle competenze linguistiche e comunicative.

Lo sviluppo del linguaggio

Lo sviluppo del linguaggio non riguarda semplicemente ciò che il bambino sa dire.

In questo grande tema rientrano una serie di abilità:

  • ascolto;
  • riconoscimento di suoni diversi;
  • competenze motorie;
  • competenze cognitive;
  • sviluppo affettivo.

 

Le tappe del linguaggio come il viaggio di un piccolo astronauta nello spazio

 

Le tappe del linguaggio descritte rappresentano una indicazione generale su quello che è lo sviluppo tipico.

È una sorta di modello che può servire ai genitori e agli educatori. In questo modo possono controllare la maturazione linguistica del proprio figlio, senza troppe preoccupazioni se ci fosse qualche differenza.

Quando allarmarsi?

Il linguaggio è una funzione cognitiva innata. Se il bambino vive in un contesto stimolante (che gli suggerisce soprattutto di ascoltare) non c’è da preoccuparsi.

È bene dare attenzione solo a due campanelli d’allarme:

  1. Quando a 2 anni il bambino conosce poche parole (lessico povero), cioè meno di 50.
  2. Quando a 30 mesi il bambino non è capace di combinare insieme due parole.

Sono due segnali che possono suggerire un ritardo nel linguaggio. Non c’è da preoccuparsi. Alcuni bambini, senza particolari deficit uditivi, cognitivi o relazionali, seguono le tappe del linguaggio un po’ più in ritardo rispetto alla media. Spesso il problema rientra spontaneamente dopo i 3 anni.

Successivamente, se il ritardo permane, potrebbe trattarsi di un Disturbo Specifico del Linguaggio.

In questo caso, solo uno specialista può fare valutazioni più approfondite. Il pediatra normalmente aiuta i genitori a trovare un riferimento del neuropsichiatra infantile per diagnosticare e curare il disturbo.

 

Bibliografia

Bortolini U. Test PFLI. Prove per la valutazione fonologica del linguaggio infantile. Edizioni del Cerro  (2004).

Caselli M.C. et al. Il primo vocabolario del bambino: gesti, parole e frasi. Valori di riferimento fra 8 e 36 mesi delle Forme complete e delle Forme brevi del questionario MacArthur-Bates CDI. Milano, FrancoAngeli (2015).

www.fli-lazio.it

Supera la balbuzie con noi

Metodo clinico dimostrato
Il metodo MRM-S per superare la balbuzie è scientificamente dimostrato da un progetto in collaborazione con l’Università San Raffaele

Esperienza consolidata
Vivavoce ha aiutato oltre 1300 pazienti in tutta Italia a superare la loro balbuzie