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Nasce Vivavoce Focus, lo spazio scientifico dedicato alla voce

Nel mese in cui ricorre la Giornata Internazionale per la Sensibilizzazione sulla Balbuzie (International Stuttering Awareness Day, 22 ottobre, Vivavoce Institute lancia Vivavoce Focus: un contenitore scientifico dedicato interamente alla voce.

“Come centro d’eccellenza specializzato nel trattamento della balbuzie, – spiega Giovanni Muscarà, fondatore di Vivavoce Institute – è per noi un atto di responsabilità sociale sensibilizzare su questo tema i principali attori sociali: le famiglie, gli insegnanti, i professionisti sanitari. Vivavoce Focus è un passo importante per intraprendere questo importante percorso di cultura, educazione e conoscenza”. Non solo balbuzie, ma un percorso interdisciplinare per esplorare il tema del linguaggio a 360 gradi. Forma principe della comunicazione, il linguaggio non può essere trattato solo in termini di fluenza verbale, in quanto coinvolge (e sconvolge) l’intera persona: la motricità, la sfero psico-emotiva, le relazioni sociali. Per questo, Vivavoce Focus  toccherà 5 aree principali:

  • Motricità, dedicata a spiegare il ruolo del controllo motorio nello sviluppo e nella produzione del linguaggio, e  quali princìpi di riabilitazione neuro-motoria possano essere trasposti al trattamento della balbuzie.
  • Psiche, per indagare la relazione tra i fattori psico-emotivi e il linguaggio, e ad approfondire le relazioni tra ansia, stress, disturbi traumatici e balbuzie, sfatando i luoghi comuni e gli stereotipi.
  • Linguaggio, che svelerà le componenti del linguaggio, come esso viene compreso ed elaborato dal punto di vita neurale, il suo sviluppo nel bambino, i principali deficit (DSL) e quando e come essi possono essere confusi o assimilati alla balbuzie.
  • Impatto Sociale, una rassegna di ricerche riguardanti la percezione dei DSL e della balbuzie a livello sociale, per comprendere quale sia lo stato di consapevolezza e sensibilità rispetto a questi temi.
  • Pillole, contenitore di testimonianze, video-interviste e brevi contributi volti a rispondere alle domande più frequenti di genitori e insegnanti sulla balbuzie e a raccontare le iniziative di sensibilizzazione promosse da Vivavoce Institute.

Per garantire l’attendibilità, la qualità e l’autorevolezza dei contributi, è stato selezionato un team di eccellenza: “La nostra redazione,  sempre alla ricerca di nuovi contributi, è formata da professionisti in psicologia, fisioterapia, logopedia e neuropsicologia – continua Giovanni Muscarà – e i nostri editoriali rigorosamente redatti sulla base di pubblicazioni scientifiche, da oggi messe sapientemente alla portata di tutti”.

Per fare il punto sulla voce, Vivavoce Focus seguirà una pubblicazione quindicinale, nella sezione dedicata del sito web di Vivavoce Institute.

 

 

 

Vivavoce Focus

L’ansia: cosa, come e perché

Le mani iniziano a sudare, il respiro si fa corto, il cuore accelera, lo stomaco si chiude e braccia e gambe fanno fatica a stare ferme: è ansia.Tutti abbiamo avuto a che fare almeno una volta nella vita con questa sensazione, facilmente riconoscibile e identificabile. Ripensate, ad esempio, ai momenti precedenti un esame, un importante colloquio o alcune situazioni di vita particolarmente delicate in cui il corpo si è fatto sentire forte e chiaro.

Questi segnali si innescano per l’avvicinarsi di una situazione di cui ci è possibile immaginare un risultato negativo, in grado di avere un grande effetto su di noi, che sia una bocciatura che ci obbligherà a stare sui libri per un altro semestre o un “le faremo sapere” che non concluderà la ricerca di un lavoro.

Cosa è l’ansia e a cosa serve?

Ansia è un termine che descrive efficacemente l’insieme di tutte queste sensazioni e, sebbene non ne esista una definizione univoca universalmente accettata, la si può definire in modo generale come

Uno stato emotivo a contenuto spiacevole, associato ad una condizione di allarme e di paura che insorge in assenza di un pericolo reale e che, comunque, è sproporzionata rispetto ad eventuali stimoli scatenanti.

Ogni individuo ha un suo modo per sperimentare e gestire l’attivazione dovuta dall’ansia, ma in tutte le persone la funzione di questo fenomeno è la stessa.

Ansia e preoccupazione sono strumenti adattivi che ci preparano per i pericoli futuri, consentendoci di prevedere e quindi di reagire a eventuali sviluppi negativi per avere una risposta pronta in caso di necessità. Mantenere uno stato di allerta ci evita di essere colti alla sprovvista da situazioni che sappiamo già essere spiacevoli.

Che succede al corpo quando l’ansia si fa viva

Per capire meglio in che modo l’ansia svolga questo compito è possibile osservare ciò che accade al nostro organismo quando l’ansia ci assale. In prima battuta appare come un ostacolo, una difficoltà ulteriore che ci rende più difficile agire in una situazione importante o delicata. Eppure, osservando con maggiore attenzione, è possibile vedere come questo fenomeno in realtà agisca in tutto l’organismo attivando diversi apparati che si preparano all’azione:

  • il respiro si fa più frequente e superficiale per aumentare la quantità di ossigeno disponibile ai muscoli;
  • il ritmo cardiaco diventa più rapido e la pressione sanguigna aumenta per favorire la circolazione e irrorare gli arti a discapito degli organi interni e del viso, motivo per cui si può impallidire per la paura;
  • si incrementa la produzione di sudore per favorire la termoregolazione in seguito all’incremento di attivazione muscolare;
  • la digestione e la produzione di saliva si riducono, bloccando eventuale cibo presente nello stomaco e creando la sensazione di nodo.

L’attivazione fisiologica dell’organismo indotta dall’ansia consente dunque a corpo e mente di predisporsi per far fronte a richieste ambientali, che siano esse segnale di un pericolo reale o percepito.

Provare l’ansia

Tuttavia, l’aspetto più evidente nell’esperienza ansiosa riguarda gli effetti che quest’attivazione ha sulla mente: l’attenzione è dirottata completamente verso eventuali esiti negativi, immagini di ciò che va o potrebbe andare storto invadono la nostra testa, alimentando ulteriormente la paura di ciò che potrebbe accadere. Le sensazioni corporee sono processate come possibili segnali di qualcosa di pericoloso per la salute, arrivando persino alla paura di morire a causa della tachicardia o della sensazione di soffocamento.

Improvvisamente la nostra percezione si riduce e la nostra attenzione si fa sempre più focale. La mente fatica a processare le informazioni che si sormontano in modo confuso e diventa difficile controllare ciò che avviene attorno a noi. Il disagio aumenta e cresce la spinta a evitare l’oggetto o la situazione percepita come pericolosa. I pensieri risultano statici, quasi chiusi in un circolo senza fine. La coloritura emotiva prende sempre più il carattere della paura, come se il pericolo fosse immediato e inevitabile, e l’insicurezza oscura sempre più la possibilità di poter gestire ciò che sta per succedere. L’unica soluzione sembra essere l’interruzione di ciò che si sta facendo e l’allontanarsi.

Quando l’ansia diventa troppa

Quando questo meccanismo naturale e così automatico, che ha lo scopo di prepararci e proteggerci da situazioni di pericolo, può trasformarsi in un ostacolo insormontabile nella vita di tutti i giorni? Nonostante manifestazioni cliniche molto differenti tra loro abbiano a che fare con l’ansia, un elemento che tutte devono necessariamente condividere per essere definite come patologiche è l’intensità con cui esse interferiscono in vari momenti e circostanze di vita. Ciò significa che nonostante l’ansia sia una sensazione naturale e sana, legata all’apprendimento e fondamentale per il nostro modo di imparare dall’esperienza, essa può diventare dannosa nel momento in cui la sua comparsa si irrigidisce e i costi di quest’allerta superino i benefici. Quando per proteggerci da eventuali pericoli la nostra mente ci spinge a evitare sempre più situazioni, non dandoci possibilità di scelta, allora serve un aiuto specifico per riacquistare controllo sulla propria vita. Non per questo l’ansia va considerata come qualcosa da cui guarire o da eliminare, ma, piuttosto, qualcosa da imparare a gestire per non esserne travolti. L’ansia ci tiene attenti e concentrati e si assicura che tutte le risorse di cui disponiamo siano indirizzate verso la risoluzione di situazioni delicate.

Vivavoce Focus

Balbuzie: il punto di vista dei bambini

L’importanza della comunicazione per l’uomo fa si che le difficoltà comunicative legate alla balbuzie non si limitino a essere un disturbo del linguaggio a base neurologica, ma che esse generino un vero e proprio condizionamento delle relazioni sociali. Numerosi studi hanno mostrato come la presenza di pregiudizi e preconcetti nei confronti di chi balbetta abbia una grande influenza in differenti contesti, siano essi di cura, lavorativi o domestici. Tuttavia, nonostante sia grande la quantità di ricerche che si è concentrata sull’impatto sociale di questo fenomeno negli adulti, alcune ricerche più recenti hanno mostrato che il riconoscimento e la genesi di attitudini negative verso la balbuzie possano vedere le loro origini già tra i bambini in tenera età.

Riconoscere, distinguere, classificare

Già in età prescolare (2-5 anni), i bambini tendono a formare una rappresentazione di sé alla luce delle loro abilità verbali. Si è osservato come i bambini che soffrono di balbuzie siano in grado di riconoscere le loro difficoltà e manifestino una minor propensione a comunicare rispetto ai loro coetanei che non ne soffrono. Già durante la scuola dell’infanzia, i bambini sono in grado di riconoscere su di sé e negli altri le abilità verbali necessarie a un confronto tra pari. La consapevolezza di queste differenze è parte di un naturale processo, che consente ai bambini di riconoscere e catalogare oggetti e persone attorno a loro grazie alle loro caratteristiche. Assieme alla capacità di catalogare ciò che li circonda, tra i 4 e i 6 anni, i bambini imparano ad utilizzare i pregiudizi come forma di classificazione semplificata.  Ciò non significa che a questa età abbiano già sviluppato opinioni e preconcetti, ma piuttosto che, per descrivere chi li circonda, si basino sulle iniziali sensazioni di fastidio, paura o rifiuto generate dall’impatto con chi è diverso da loro, adulto o coetaneo che sia. D’altra parte, l’essere oggetto di questi “pregiudizi” può produrre sgomento, fastidio e disagio.

Le ripercussioni sociali della balbuzie nei bambini

All’interno dello sviluppo sociale dei bambini queste discriminazioni possono ramificarsi fino a comporsi in un vero e proprio stigma verso di sé, che si riflette negativamente sia nella loro percezione di sé in relazione con gli altri, sia nel loro benessere in generale a causa di frequenti ritiri o sottrazioni da scambi comunicativi. Ricevere risposte negative o di esplicita sorpresa da parte degli altri bambini che non balbettano può portare ad un minore coinvolgimento nel gioco, nella partecipazione alla recita di scenette, nella risoluzione di conflitti e nelle discussioni legate alla risoluzione di problemi. Queste conseguenze hanno mostrato di essere resistenti nel tempo e di persistere fino all’adolescenza con maggiori probabilità di essere meno ricercati dai pari, di non essere inclusi nelle attività di gruppo, o peggio, di essere vittima di bullismo.

Tuttavia, le ricerche mostrano anche che, nonostante i bambini siano in grado di percepire la difficoltà e riconoscano la balbuzie come qualcosa di non desiderabile, ciò non influenza la loro disponibilità e il desiderio di interagire e giocare con un bambino loro coetaneo che ne soffre. Fin dalla scuola dell’infanzia e nei primi anni della scuola primaria, i bambini rivelano già di percepire la differenza tra la malattia, vissuta negativamente, e la balbuzie. La difficoltà del bambino nell’interagire con un suo coetaneo che balbetta, quindi, risiede più semplicemente nell’incapacità di rispondere in modo appropriato a una situazione che non conosce.

L’intervento degli adulti

Riconoscere la fatica dei bambini in età prescolare nell’interagire con i loro pari che soffrono di balbuzie, piuttosto che confonderla con “cattiveria” nei loro confronti, apre molti sentieri all’intervento degli adulti, genitori e insegnanti, che possono correggere risposte inadeguate ed evitare la nascita e la strutturazione di pregiudizi. L’intervento dell’adulto in questi primi scambi rappresenta una risorsa importante per sviluppare, fin dalla prima infanzia, una maggiore sensibilità, condizione necessaria per arginare l’evoluzione del senso di esclusione sociale e prevenire la discriminazione.

Vivavoce Focus

Ansia e balbuzie: nasce prima l’uovo o la gallina?

Quello tra ansia e balbuzie è un legame tanto complesso quanto frainteso. Ciò accade perché in generale, esiste una grossa confusione tra le cause e gli effetti della balbuzie. Facciamo un po’ di chiarezza.

Ansia e balbuzie: qual è il vero legame?

Chiariamoci subito.

È la difficoltà di comunicazione di chi balbetta che causa ansia, non il contrario.

Come accade in tutte le situazioni cariche emotivamente, quando comunichiamo abbiamo bisogno di grandi risorse di controllo.

È facile intuire che per chi balbetta, già impegnato a monitorare faticosamente il proprio discorso, il controllo richiesto sia maggiore.

In più, quando il giudizio altrui ha particolare rilievo, chi balbetta sperimenta spesso sensazioni facilmente sovrapponibili con l’ansia. Ad esempio, tende ad evitare situazioni che prevedono di parlare in pubblico.

Le ricerche confermano che questa la maggiore vulnerabilità di chi balbetta è in realtà una conseguenza della balbuzie, non la sua causa.

«Balbetto a causa dell’ansia?» No. Hai l’ansia perché balbetti

Nell’immaginario comune, la balbuzie è causata dall’ansia (o dallo stress, o dall’emotività).  Chi balbetta si è sentito dire almeno una volta nella vita: «Balbetti perché sei ansioso».

Il realtà è la balbuzie stessa che causa ansia nel parlare.

Chi balbetta conosce già la situazione, o le parole, su cui si bloccherà prima ancora di pronunciarle. Questo fa sì che sperimenti in anticipo l’ansia, lo stress e l’imbarazzo. Tali vissuti possono aumentare la frequenza e l’intensità della balbuzie in un circolo vizioso difficile da disinnescare.

Ecco perché le difficoltà di comunicazione associate alla balbuzie sono fonte di stress anche in situazioni quotidiane e apparentemente tranquille. Ad esempio, se chi balbetta sa in anticipo e con certezza che sulla c si bloccherà, la sola idea di dover ordinare un caffè al bar alimenterà imbarazzo e frustrazione.

Ansia e balbuzie: perché tanta confusione?

Poiché le situazioni di ansia, agitazione, nervosismo influenzano in modo negativo la balbuzie, si è ipotizzato in passato che tra i due fenomeni potesse esistere una relazione causa-effetto del tipo l’ansia causa la balbuzie.

Negli anni, molte teorie hanno tentato di spiegare la balbuzie come conseguenza dei tratti di personalità o componenti dell’umore.

Tuttavia, nessuno dei confronti tra lo stato emotivo dei balbuzienti e quello dei normofluenti ha dimostrato una differenza significativa.

Provare ansia nel parlare: qual è il problema?

A tutti capita di provare ansia prima di dover affrontare un discorso in pubblico, un esame orale, un’interrogazione, una conversazione importante.

Per capire cosa accade bisogna tenere presente che:

  • la comunicazione verbale è fondamentale per lo sviluppo, il mantenimento e il funzionamento delle reti sociali e delle relazioni con gli altri individui.
  • Un insuccesso comunicativo può avere conseguenze fastidiose, soprattutto se in momenti delicati e di fronte tante a persone,
  • La paura di queste conseguenze provoca in anticipo un disagio che rende minacciosa la situazione (la conversazione, l’interrogazione, etc…).
  • Il nostro organismo produce ansia per proteggerci e prepararci  nei momenti che percepiamo come potenzialmente pericolosi.

Questi meccanismi spiegano perché quando si hanno difficoltà oggettive nella comunicazione (come nel caso di chi balbetta) l’ansia può essere esasperata.

Agire sull’ansia risolve la balbuzie?

Il beneficio non riguarda specificatamente la balbuzie. Non si può pensare di trattare efficacemente la balbuzie lavorando esclusivamente sull’ansia.

Senza dubbio, se si impara a gestire l’ansia, è possibile osservare miglioramenti nell’eloquio.

L’americano Lee Lovett, fondatore della Speach Anxiety Anonymous, ha spiegato la relazione tra ansia e balbuzie attraverso un’analogia con l’epilessia.

È più probabile che il balbuziente balbetti quando è in ansia, così come è più probabile che l’epilettico abbia una crisi quando è stanco.

Così come la fatica abbassa la soglia epilettica, allo stesso modo l’ansia può ridurre la fluenza dell’eloquio. Ovviamente, il peggioramento della balbuzie dovuto a situazioni ansiose si riduce se la situazione si conclude o se si riesce a gestirla.

Ciò non significa che l’ansia causi la balbuzie, così come la stanchezza non causa l’epilessia.

Ansia e balbuzie: in conclusione

Una migliore gestione dell’ansia fornisce supporto in momenti di tensione tanto per chi balbetta, quanto per tutti gli altri.

Tuttavia, non è riducendo l’ansia situazionale che si risolve la balbuzie. Anche perché è irrealistico pensare di poter vivere sempre in condizioni prive di tensioni, nervosismo, o emozioni.

È invece importante lavorare per migliorare il controllo del linguaggio anche in condizioni di particolare stress.

Intervenire sull’ansia può certamente essere utile per evitare che sintomi secondari (come evitamento e inadeguatezza) danneggino la percezione di sé come individui competenti sul piano comunicativo.

 

Fonti

Andrews, G., & Craig, A. (1988). Prediction of outcome after treatment for stuttering. The British Journal of Psychiatry, 153(2) pp. 236-240.

Craig, A. (2000), The developmental nature and effective treatment of stuttering in children and adolescents, Journal of Developmental and Physical Disabilities, 12(3) pp. 173-186.

Craig, A., Hancock, K., Tran, Y., & Craig, M. (2003), Anxiety levels in people who stutter: A randomized population study. Journal of Speech, Language, and Hearing Research, 46(5) pp. 1197-1206.

Craig, A., Blumgart, E., & Tran, Y. (2009), The impact of stuttering on the quality of life in adults who stutter. Journal of fluency disorders, 34(2) pp. 61-71.

Ingham, R. J. (1984), Stuttering and behavior therapy: Current status and experimental foundations, College-Hill Press.

Kraaimaat, F. W., Vanryckeghem, M., & Van Dam-Baggen, R. (2002), Stuttering and social anxiety, Journal of fluency disorders, 27(4) pp. 319-331.

Lovett, J. W. (1988). Stuttering and anxiety. The British Journal of Psychiatry, 153(6) pp. 844-844.

Miller, S., & Watson, B. C. (1992). The relationship between communication attitude, anxiety, and depression in stutterers and nonstutterers, Journal of Speech, Language, and Hearing Research, 35(4) pp. 789-798.

Messenger, M., Onslow, M., Packman, A., & Menzies, R. (2004). Social anxiety in stuttering: measuring negative social expectancies, Journal of fluency disorders, 29(3) pp. 201-212.

Peters, H. F., & Hulstijn, W. (1984). Stuttering and anxiety: The difference between stutterers and nonstutterers in verbal apprehension and physiologic arousal during the anticipation of speech and non-speech tasks. Journal of Fluency Disorders, 9(1) pp. 67-84.

Vivavoce Focus

Movimento e linguaggio: una questione di controllo motorio

Immaginiamo di essere ad un concerto, l’ultima canzone sta terminando ed il batterista del gruppo decide di lanciare le bacchette che ha appena utilizzato per suonare. Vogliamo afferrarle al volo anticipando le altre persone che ci sono intorno e che hanno la nostra stessa idea, ma, allo stesso tempo, non vogliamo né urtarli né colpirli: come e dove si muoveranno? quale sarà la traiettoria corretta del lancio?

Definizione e ruolo del controllo motorio

Se pensiamo ai complessi calcoli necessari per muoversi attraverso una folla di persone che ha il nostro stesso obiettivo, ci rendiamo conto di come afferrare le bacchette non sia un compito così semplice come sembra. Infatti, sebbene il mantenimento dell’equilibrio e la presa al volo siano azioni che noi normalmente gestiamo, effettuarle in modo sicuro in un contesto  complesso – come può essere quello di trovarsi in mezzo ad una moltitudine di persone – richiede il preciso e coordinato controllo di numerosi muscoli. E non è tutto, perché tale controllo si basa a sua volta sull’elaborazione di una enorme quantità di informazioni provenienti dal nostro organismo e dall’ambiente che ci circonda. Informazioni che ci permettono di orientare in modo corretto il nostro corpo nello spazio e in relazione alla gravità. Il nostro cervello gestisce questi compiti continuamente senza darci troppo peso.

Azioni simili a quella appena descritta, insieme a compiti cognitivi e motori di diversa natura, vengono guidati tutti i giorni e in tutti i momenti dal nostro sistema nervoso, che con i suoi miliardi di neuroni interconnessi rappresenta una delle strutture più complesse esistenti in natura. Gesti come muoversi, camminare, saltare, parlare, sorridere, cantare rientrano tutti in quell’area interdisciplinare chiamata controllo motorio. Il controllo motorio è un campo relativamente giovane della ricerca in biologia e può essere definito come un’area della scienza che esplora le leggi naturali che definiscono come il sistema nervoso interagisce con le altre parti del corpo e con l’ambiente al fine di produrre movimenti coordinati che hanno uno scopo.

Il Medical Dictionary for the Health Professions and Nursing definisce il controllo motorio come il processo di iniziazione, di comando e di valutazione/correzione del movimento volontario determinato.

Migliorare e perfezionare il controllo motorio risulta fondamentale:

  • per affinare movimenti specifici, come ad esempio nello sport, in cui un maggiore controllo motorio si traduce in un più preciso gesto tecnico e quindi in una performance più elevata;
  • in tutti quei casi in cui, a seguito della perdita delle funzioni motorie (una frattura, un ictus,…) si rende necessaria una corretta riabilitazione al fine di ripristinare e/o compensare specifici circuiti motori.

Motricità e balbuzie: esiste un legame?

Se è vero che la balbuzie è stata oggetto di interesse già a partire da 2500 anni fa, è soprattutto dal XX secolo che si è tentato di comprenderne l’origine e i fattori scatenanti. Grandi sforzi da parte della ricerca hanno mostrato come fattori ambientali, psico-emozionali e linguistici possano contribuire allo sviluppo di questo disturbo, anche se non necessariamente giocare un ruolo predominante come cause. Un grande passo in avanti è stato fatto nelle ultime due decadi grazie a un filone di ricerca che inquadra il meccanismo alla base della balbuzie in quell’area di cui abbiamo appena parlato: il controllo motorio.

Secondo le ricerche più recenti, la balbuzie si presenta come una perturbazione del sistema motorio della parola, nello specifico dei movimenti respiratori, fonatori, articolatori del movimento o della coordinazione. La ricerca dei meccanismi responsabili di questo disordine in un’area che riguarda i meccanismi neurali e sensomotori coinvolti nel controllo, nella coordinazione e nell’interruzione dei movimenti della parola, sembra essere un’intuizione valida. E infatti, dietro ad una “semplice” chiacchierata al bar si celano complessi schemi di controllo che permettono al nostro sistema nervoso centrale (SNC) di scegliere tra le molteplici e complesse trasformazioni del comando in atto motorio durante la pianificazione del movimento. Il tutto attraverso l’attivazione di aree del cervello che grazie a modelli di reti neurali modulano la velocità e l’articolazione della parola quando ci esprimiamo.

Considerare il parlare un atto neuro-motorio alla luce di quanto sta emergendo in letteratura ci sta accompagnando verso nuove frontiere terapeutiche che ci permettono di vedere i quadri disfunzionali della parola sotto una nuova luce.

Vivavoce Focus

Balbuzie nei bambini: sai come riconoscerla?

La balbuzie nei bambini non si manifesta solo attraverso ripetizioni e prolungamenti di suoni. A volte si nasconde dietro silenzi, comportamenti e stati emotivi negativi. Quindi attenzione. Non sempre la scomparsa del tartagliamento è il momento giusto per escludere del tutto la balbuzie. Ecco i sintomi a cui devi fare attenzione.

Balbuzie nei bambini: non farti ingannare dalle apparenze

Quali sono le frasi che allarmano?

Sappi che «Ma-ma-mamma!» o «Mi-mi-mi chiamo Paolo» sono solo alcune delle possibili manifestazioni della balbuzie nei bambini. Perché la balbuzie non è solo la ripetizione e il prolungamento di suoni all’inizio delle singole frasi.

Sai cosa caratterizza la balbuzie nei bambini?

Come negli adulti, la balbuzie è la risposta soggettiva ad un blocco avvertito molto prima del tentativo di formulare le parole.

Proprio il tentativo di superare questo blocco l’origine delle diverse manifestazioni della balbuzie. Che quindi possono essere udibili (ripetizioni e uso di intercalari), silenziose (pause, esitazioni, interruzioni), fisiche (movimenti incontrollati di diverse parti del corpo),  comportamentali o emotive (rinuncia a dire o fare qualcosa, frustrazione, ansia…).

Balbuzie nei bambini: fai attenzione a tutti i sintomi

Attenzione: anche quando le ripetizioni scompaiono, devi considerare anche ad altri sintomi e segnali.

Ecco a cosa devi prestare attenzione.

  • Esitazioni, pause e arresti prima e durante il discorso.
  • Presenza di suoni su cui il bambino sembra bloccarsi, come se gli fosse impossibile arrivare a quelli successivi.
  • Mancata emissione del suono che dà inizio a una nuova frase, accompagnata da frustrazione e ansia.
  • Ricorso frequente a intercalari (ehm, cioè, quindi,…).
  • Interruzione della comunicazione o rinuncia da parte del bambino a dire ciò che voleva.
  • Variazioni nel ritmo del discorso, ad esempio accelerazioni o rallentamenti improvvisi.
  • Perdita di il controllo di alcuni muscoli facciali (collo, bocca, occhi) e di altre parti del corpo
  • Sostituzione in modo non appropriato di alcuni vocaboli o utilizzo di giri di parole (le cosiddette circonlocuzioni).
  • Mancanza di contatto visivo verso l’interlocutore.
  • Frustrazione e nervosismo dopo aver passato del tempo con altri bambini.

Un consiglio: non preoccuparti prima del tempo

Nei bambini molto piccoli (tra i 2 e i 6 anni di vita), la balbuzie è spesso un fenomeno passeggero, parte naturale dello sviluppo del linguaggio. Ma ricordati che anche se le manifestazioni permangono anche oltre il sesto anno di vita, la balbuzie si può superare con l’aiuto di specialisti.

Fino a quel momento, non allarmarti e tieni controllata la situazione, senza creare ansia nel bambino.

Sappi che è normale per un genitore provare preoccupazione, incertezza e anche sensi di colpa. Scopri quali sono i passi più importanti da affrontare e come eliminare le emozioni negative associate alla balbuzie.

Cause della balbuzie: le ipotesi scientifiche più recenti

Qual è la causa della balbuzie? La scienza non ha ancora fornito una risposta certa e condivisa dalla comunità scientifica.
Mentre le teorie che vedevano le cause della balbuzie in fattori prettamente psicologici sono state superate, nell’ultimo decennio lo sviluppo delle neuroscienze, ha dato un forte impulso alla ricerca di nuovi modelli teorici che provano a descrivere in che cosa si differenzia l’atto del “parlare” tra le persone disfluenti (le persone che balbettano) e le persone normofluenti.
Le innovazioni nell’ambito delle tecnologie di neuroimaging hanno infatti fornito nuovi dati che permettono di indagare più a fondo le differenze a livello neurologico, fisiologico e funzionale.

Parlare secondo le neuroscienze

Di cosa abbiamo bisogno per parlare? Basta la volontà di comunicare un concetto? Si tratta soltanto di attivare un automatismo?
Il processo che inizia con l’elaborazione di un pensiero e si compie con l’espressione dello stesso permettendoci di chiedere un’informazione, fornire una risposta a un’interrogazione o costruire un discorso elaborato è molto complesso.
Chi balbetta, ad esempio, ha ben chiaro ciò che vorrebbe dire. Nel tragitto tra il cervello e la bocca però si incontrano dei blocchi e quello che poteva sembrare un piano inclinato su cui far scorrere una biglia si trasforma in un percorso a ostacoli.

Le teorie e i modelli che hanno guidato la ricerca si sono focalizzate su aspetti diversi del percorso “dal cervello alla bocca”, cercando di volta in volta di approfondire un aspetto di questo intricato scenario.
Tra quelle più influenti negli ultimi decenni possiamo individuare: teorie del controllo motorio del discorso, teorie della desincronizzazione del discorso e teoria delle capacità e delle richieste.

Teorie del controllo motorio del discorso

Secondo questi modelli la balbuzie sarebbe il risultato di una carenza e di una debolezza a livello di controllo motorio della produzione del linguaggio. Il controllo motorio è l’insieme di tutti i processi che a livello neurologico pianificano e monitorano i movimenti necessari per produrre specifici suoni.
Immaginiamo di allungare la mano per prendere la tazzina del caffè, mentre leggiamo il giornale. Per monitorare (più o meno consapevolmente) il braccio che si allunga e la mano che si allarga, abbiamo bisogno che una parte del nostro cervello si occupi, appunto, di controllare il movimento. Il sistema dovrà fornire indicazioni alla mano e al braccio per muoversi verso la tazzina di caffè, regolandosi con i feedback visivi, olfattivi o tattili che forniscono informazioni sulla distanza dell’oggetto, le dimensioni, il calore ecc… Se siamo abituati ad avere la tazzina sempre nella stessa posizione e distanza dalla poltrona in cui siamo seduti, il sistema procederà in maniera sicura reiterando movimenti consolidati dall’abitudine.
Lo stesso avviene con la parola. Parlare, infatti, anche se forse non ce ne rendiamo conto, è un atto motorio. Tutte le fasi di questo processo devono essere pianificate, programmate e infine eseguite. Proprio perché è un atto motorio, anche il parlare è governato da sistemi a livello neurologico che ne controllano l’effettivo svolgimento.
Secondo le teorie del controllo motorio del discorso nelle persone che balbettano il sistema che si occupa di monitorare gli atti motori potrebbe essere instabile (Smith e collaboratori, 2000) oppure fare ricorso a strategie che sono diverse rispetto a quelle delle persone normo-fluenti (Peters e collaboratori, 2000).

Teorie della desincronizzazione

Secondo queste teorie (Perkins e collaboratori, 1991) all’origine della balbuzie vi sarebbe una mancata armonia tra le varie componenti che sostengono il linguaggio parlato. Quando parliamo molte aree del cervello sono attive e comunicano a loro volta tra di loro. Se tutto va bene questi processi sono svolti in modo perfettamente sincronizzato ed efficiente e si comportano come una grande orchestra. In caso contrario, se l’attivazione delle varie aree e dei vari processi non è perfettamente sincronizzata, potrebbero emergere dei problemi.
La balbuzie sarebbe quindi il frutto della mancata sincronizzazione tra i vari processi necessari per la produzione del linguaggio. In particolare, dopo aver studiato il fenomeno in molte lingue, Howell e i suoi collaboratori (2002) hanno proposto una teoria secondo la quale all’origine della balbuzie vi sarebbe un’interazione imperfetta tra le fasi di pianificazione linguistica e di esecuzione dei movimenti del discorso.

La teoria delle capacità e delle richieste

La teoria delle capacità e delle richieste (Starkweather e collaboratori, 2002) vede la balbuzie come il risultato di uno squilibrio tra le effettive capacità di mantenere la fluenza del discorso e le richieste derivanti da pressioni interne ed esterne, come la necessità di rispondere veloce o di formulare frasi complesse.
Questo modello non è in disaccordo con gli altri modelli, ma presenta delle criticità su un piano metodologico: come è possibile quantificare e misurare questo squilibrio tra le effettive capacità e le richieste imposte dall’interno e/o dall’esterno?

In conclusione…

La ricerca delle cause della balbuzie resta un quesito aperto: i modelli teorici qui presentati necessitano di ulteriori ricerche sperimentali per essere comprovati, ma si tratta di ipotesi promettenti su cui continuare a lavorare.

Supera la balbuzie con noi

Metodo clinico dimostrato
Il metodo MRM-S per superare la balbuzie è scientificamente dimostrato da un progetto in collaborazione con l’Università San Raffaele

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