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Vivavoce Focus

Balbuzie, un focus speciale per la XX Giornata Internazionale

Vivavoce Institute dà voce chi deve affrontare delle fatiche per farsi strada nella vita, attraverso due giorni di approfondimento, discussione e confronto tra specialisti, docenti, genitori e ragazzi. Fatiche del linguaggio, ma non solo, anche dell’apprendimento, che spesso costringono i bambini a chiudersi in se stessi e ad isolarsi per cercare di non esprimersi. Manifestare una fatica è una debolezza, un lusso che in questa società non ci si può concedere. Meglio tacere e tenersi dentro al cuore tutta la bellezza dell’essere. O forse no.

BlaBla TRAM

Venerdì 20 ottobre a bordo di un tram, Bla Bla Tram racconta, in un percorso a tappe, la “fatica” a scuola, tra limite e opportunità, esplorando il mondo dei DSA e della balbuzie dal punto di vista didattico ed emotivo, le possibilità di trattamento e riabilitazione. Uno snodo di interventi di esperti, dialoghi e testimonianze per liberare il lato “bello” della fatica: un’opportunità con una forma che si deve ancora scoprire. Perché, «Non c’è trucco non c’è inganno, anche tu puoi farlo»; così rappa Camillo Zottola, in arte Millinger, anche lui su BlaBla TRAM, a raccontare la sua storia, tra un free style e l’altro. Dalla balbuzie al rap, dalla fatica a scuola alla laurea in medicina.

Insieme a Vivavoce, insegnanti, genitori e ragazzi, sulla vettura storica di ATM, con partenza da via Cesare Cantù a Milano, un ospite speciale: l’Assessore al Welfare di Regione Lombardia, Giulio Gallera.

Con Bla Bla TRAM, Vivavoce vuole raccontare le storie di chi, cambiando il modo di guardare il proprio limite, ha trovato la sua strada e realizzato i suoi sogni, per aiutare bambini e ragazzi ad affrontare le difficoltà, senza che diventino un peso e dare qualche consiglio alle mamme e agli insegnanti, sulla base dell’esperienza. Vivavoce, centro dedicato al trattamento rieducativo della balbuzie, inizia così un percorso di sensibilizzazione, cultura ed educazione su un tema ancora trascurato e legato a vecchi stereotipi e luoghi comuni. La balbuzie interessa l’1% della popolazione mondiale; solo in Italia circa 1 milione di persone. In particolare, la diffusione della balbuzie tra i bambini già in età pre-scolare (l’età di esordio è infatti di 33 mesi) e l’assenza di linee guida condivise, ne fanno un fenomeno non trascurabile nel contesto scolastico. E secondo il Miur, sono 70 mila gli alunni con diagnosi DSA, ma i casi non ancora diagnosticati potrebbero essere oltre 200 mila. Dopo anni difficili ora c’è una legge che tutela i ragazzi DSA, la legge n.170/10 la quale riconosce la dislessia, la disortografia, la disgrafia e la discalculia e tutela il diritto allo studio puntando su nuove metodologie didattiche e valutative e sulla formazione dei docenti.

Due “fatiche” diverse, che condizionano la vita di bambini e ragazzi, ma non possono essere vissute solo come un peso e un’obiezione alla loro realizzazione.

Storie, incontri, dialoghi e scienza: l’Open Day Vivavoce Institute

Domenica 22 ottobre, in occasione della XX Giornata Internazionale per Sensibilizzazione della Balbuzie, Vivavoce Institute non può che farsi portavoce di questo tema, al fine di promuovere una corretta informazione e sensibilizzare tutti gli attori sociali coinvolti. Ecco perché ha organizzato un open day dal titolo Balbuzie tra scienza ed esperienza. Una giornata a porte aperte per visitare il centro, ascoltare le testimonianze degli allievi e fare il punto sui progressi della ricerca scientifica. Giovanni Muscarà, fondatore di Vivavoce Institute, insieme a Pasquale Anthony Della Rosa, Matteo Canini e Valentina Letorio, presentano nel pomeriggio il progetto di validazione scientifica del Muscarà Rehabilitation Method for Stuttering (MRM-S). 

«Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole», questa la frase, presa in prestito da Fabrizio De André, che si può sentire spesso ascoltando le esperienze degli allievi di Vivavoce. Questa la forza motrice che ha permesso di organizzare due giorni così intensi e pieni di significato. #liberalaVOCE è l’hashtag scelto per raccontarli: non solo tornare a parlare liberamente, ma anche esprimere se stessi, trovare propria la strada. Perché il talento può esprimersi in forme diverse e totalmente inaspettate.

 

I programmi degli eventi: Bla Bla TRAM | OPEN DAY Vivavoce Institute

Vivavoce Focus

Balbuzie e stereotipi dal mondo

Si chiama stigmatizzazione l’attribuzione sociale di una connotazione negativa a particolari caratteristiche personali o disturbi propri di alcuni individui. Questa attribuzione, che può avvenire spesso sulla base di giudizi stereotipati, può portare ad atteggiamenti di discrimine nei confronti di coloro che possiedono tali caratteristiche. La ricerca ha confermato il verificarsi di tale fenomeno anche nei confronti delle persone che balbettano, in diverse culture e a tutte le età. Questo fatto assume maggiore rilevanza se si considera che l’interiorizzazione dello stigma condiziona la percezione di chi balbetta, con conseguenti ricadute in termini di benessere psicologico. La discriminazione, infatti, intacca il senso di autostima e di autoefficacia, e mina in senso di soddisfazione per la propria vita. Ancora, le persone che balbettano arrivano spesso a imporsi delle restrizioni sociali e lavorative, e persino l’efficacia dei trattamenti rieducativi può risentirne.

Ma ovunque è così? Come cambiano gli atteggiamenti verso la balbuzie nei diversi Paesi del mondo? E dove si manifestano quelli più negativi?

Balbuzie e stereotipi dal mondo

A partire dagli anni Settanta, molteplici studi hanno esplorato gli atteggiamenti sociali nei confronti della balbuzie e delle persone che ne fanno esperienza in prima persona. Gli atteggiamenti del cosiddetto Mondo Occidentale, in particolare del Nord America, dell’Europa occidentale e dell’Australia, sono sempre risultati più positivi di quelle presenti in altre parti del mondo, tra cui il Medio Oriente, il Sud America, l’Asia e l’Africa. Tuttavia, la diffusione di atteggiamenti discriminatori e la poca conoscenza del fenomeno della balbuzie dei cittadini Occidentali sono ampiamente documentate.

Una recente indagine scientifica internazionale, condotta nel 2016 e che ha coinvolto 1100 persone, ha esaminato le possibili differenze esistenti negli atteggiamenti sociali verso la balbuzie tra i Paesi europei. La positività o meno dell’atteggiamento nei confronti della balbuzie viene valutata attraverso due macro-dimensioni:

  • la conoscenza del fenomeno balbuzie e le credenze che le persone possiedono nei confronti di coloro che balbettano – cioè quale sia la causa della loro disfluenza, qual i loro tratti di personalità caratteristici, cosa possano fare nella vita e chi dovrebbe aiutarli;
  • i comportamenti messi in atto nei confronti delle persone che balbettano, le reazioni e le esperienze che si hanno con loro, tra cui, ad esempio, aiuto o premura nei loro confronti, sentimenti di compassione, preoccupazione o impazienza, conoscenza o esperienza diretta.

Il confronto è stato effettuato tra cinque aree geografiche dell’Europa, attraverso i dati provenienti da 5 Paesi di riferimento: l’area balcanica (Bosnia Erzegovina), l’area mediterranea (Italia), l’area scandinava (Norvegia), l’area centrale (Germania) e l’area insulare anglofona (Inghilterra e Irlanda). Dall’analisi sono emerse differenze significative, che suggeriscono l’ipotesi che i confini geografici e contesto culturale e sociale giochino un ruolo cruciale nel determinare o influenzare gli atteggiamenti nei confronti della balbuzie nei singoli Paesi.

In particolare, la Bosnia-Erzegovina e l’Inghilterra/Irlanda si collocano parimenti al secondo posto e la Germania al terzo. Gli atteggiamenti della popolazione scandinava, invece, non solo risultano essere i più positivi, ma appaiono anche nettamente superiori rispetto alla media mondiale. Al contrario, l’Italia si colloca come fanalino di coda, sia nel confronto dei Paesi europei, sia rispetto alla media mondiale: gli atteggiamenti degli italiani nei confronti delle persone che balbettano si rivelano essere i più negativi.

La balbuzie in Italia tra diffidenza e stereotipi

Rispetto agli abitanti degli altri Paesi europei, gli italiani risultano essere i più preoccupati riguardo alla balbuzie, sia che interessi se stessi, sia che colpisca le persone care. Ancora, sono i meno convinti che le persone che balbettano possano condurre una vita normale e svolgere qualsiasi professione; questo dato confermerebbe la diffusione, anche in Italia, di stereotipi e pregiudizi sulla balbuzie nell’ambiente di lavoro, già documentata da altri studi.

In merito alla conoscenza del fenomeno balbuzie, ed in particolare alle sue cause, noi italiani siamo i più restii ad abbandonare l’idea che la balbuzie sia causata da un evento spaventoso, o da un trauma o dallo stress. Come conseguenza, nell’interazione con una persona che balbetta, siamo quelli che più frequentemente tendono a consigliarle di “rallentare”, “rilassarsi” o “stare calmi”. Tali risultati, poco incoraggianti per il nostro Paese, sembrano suggerire come i preconcetti e i luoghi comuni sulla balbuzie siano ancora troppo radicati e diffusi in Italia, nonostante essi siano stati smentiti dalla ricerca scientifica.

Sulle motivazioni all’origine di questi atteggiamenti nei confronti della balbuzie, la scienza non si è ancora espressa. Le diversità di giudizio e atteggiamento, nonché la diffusione di stereotipi, sono probabilmente dovute ad una complessa interazione di fattori legati all’identità nazionale, alla cultura da cui si proviene e al contesto sociale in cui si è immersi, che sono ancora tutti da indagare.

 

Foto: Flickr, Elisa Greco

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Si può essere troppo piccoli per l’ansia?

L’ansia può influenzare tutti nella vita di tutti i giorni. Mentre le manifestazioni ansiose sono più facilmente riconoscibili nella quotidianità degli adulti (a casa, nel lavoro o nel tempo libero), è più difficile individuarle nei vissuti di bambini e adolescenti. Tuttavia, la ricerca psicologica ha evidenziato la presenza di diversi eventi in grado di produrre ansia nei bambini, da molto piccoli al raggiungimento della maggiore età. In questo contesto, la scuola ricopre una posizione potenzialmente ansiogena a partire dalla fase pre-scolare (tra i 2 e i 5 anni), per tutto il percorso scolastico.

Per meglio comprendere la delicatezza dell’infanzia, è necessario considerare che l’ingresso nel mondo scolastico rappresenta un importante banco di prova su un duplice livello: non solo per lo sviluppo delle abilità relazionali, ma soprattutto per la percezione delle proprie capacità e competenze, ovvero per la costruzione di una rappresentazione di sé come individui competenti. Quindi l’intero cammino scolastico può essere accompagnato da diverse manifestazioni ansiose, che possono esacerbarsi con l’avvicinarsi dell’adolescenza. In questi casi, l’ansia può limitarsi a singoli eventi, oppure portare alla strutturazione di disturbi veri e propri che vedono proprio durante l’adolescenza l’età di insorgenza più comune nella popolazione generale.

Essere ansiosi o provare ansia?

Durante l’età prescolare (tra i 2 e i 5 anni), possono emergere anche difficoltà nel linguaggio. Sebbene in molti casi tali difficoltà vanno incontro ad una remissione spontanea, spesso perdurano durante la crescita. Com’è facile immaginare, difficoltà nell’ambito della comunicazione influenzano negativamente le relazioni con i coetanei. La sovrapposizione dell’età di comparsa di ansia e difficoltà di linguaggio può spingere a chiedersi se il loro sviluppo sia in qualche modo collegato. Per affrontare questo interrogativo, diverse analisi della letteratura hanno studiato lo stato psicologico di bambini in età prescolare e scolare e di adolescenti per indagare un’eventuale correlazione tra l’insorgenza dell’ansia e dei disturbi del linguaggio.

Come abbiamo visto, il collegamento tra ansia e balbuzie è un tema molto delicato e soggetto al rischio di confusione. Qui introduciamo un’importante distinzione tra ansia di tratto e ansia di stato. L’ansia di tratto, rappresenta una predisposizione innata a sviluppare, in tutte le circostanze, vissuti d’ansia intensi, fino a sviluppare forme patologiche vere e proprie; l’ansia di stato, invece, è da intendersi come la presenza di un’attivazione ansiogena legata a singoli contesti. Così, è possibile distinguere tra una caratteristica della persona che, nella sua vita sarà più o meno propensa ad “essere” ansiosa (ansia di tratto), dall’attitudine a sperimentare alti livelli di ansia in specifiche circostanze, come ad esempio la scuola o il lavoro (ansia di stato). Per quanto riguarda l’ansia di tratto, i risultati delle ricerche hanno confermato che i bambini che soffrono di balbuzie non sono più a rischio di incorrere in forme patologiche di ansia, in quanto non hanno un temperamento più ansioso, né una maggiore predisposizione a soffrire d’ansia rispetto ai coetanei che non balbettano. D’altra parte, invece, alcune ricerche evidenziano un maggiore livello di ansia di stato nei bambini che balbettano e una correlazione tra la gravità delle difficoltà di linguaggio e l’intensità di stati ansiosi.

Questi risultati possono essere ritenuti una conferma del fatto che il legame tra ansia e balbuzie non sia lineare e predeterminato. In altri termini, lo sviluppo dei disturbi di linguaggio non sarebbe conseguenza dell’ansia, ma, al contrario, maggiori livelli di ansia sono una conseguenza delle difficoltà di linguaggio. Ciò vuol dire che un bambino o un ragazzo balbuziente non è necessariamente più vulnerabile all’ansia per temperamento o costituzione, ma che, a causa delle sue difficoltà di comunicazione, possa essere esposto a fattori di stress relazionale, come le interazioni in classe o i rapporti con i pari dentro e fuori del contesto scolastico, che possono indurre maggiori livelli di ansia.

Il contesto: l’importanza del supporto nello sviluppo

Come abbiamo visto per ciò che riguarda la scuola e il ruolo dei compagni e degli insegnanti , la relazione con gli altri bambini e con gli adulti è determinante nello sviluppo della percezione di sé. I bambini che soffrono di balbuzie possono correre un rischio maggiore di conseguenze sociali ed emozionali negative, come l’essere vittima di minacce e bullismo o sviluppare un atteggiamento negativo verso la comunicazione. Questi elementi possono, a loro volta, aumentare il rischio di stati di maggiore ansia. Anche gli adolescenti che soffrono di balbuzie, pur non avendo avuto problemi di salute psicologica, possono essere più vulnerabili a difficoltà relazionali tra i pari ed essere coinvolti in meno comportamenti pro-sociali. Queste difficoltà, esponendoli a un forte stress, possono causare maggiori sofferenze psicologiche, ma non diversamente dai pari senza difficoltà di linguaggio.

Un elemento che, invece, è stato osservato con chiarezza è l’importanza dell’influenza dei genitori sulle possibilità dei figli di sviluppare disturbi d’ansia. L’essere esposti a situazioni ansiose mette alla prova la capacità di gestire l’attivazione emotiva. E’ quindi importante che in famiglia si mantenga un clima di dialogo e di apertura, senza creare allarmismo: il ragazzo ha bisogno di sperimentarsi con la certezza di avere sempre la fiducia e il supporto dei genitori.

Educare alla resilienza per affrontare l’ansia

L’ansia e la sua gestione accompagnano lo sviluppo sin dalla giovane età e possono influire sui percorsi di crescita personale e relazionale di bambini e ragazzi. La balbuzie espone indubbiamente a difficoltà specifiche durante la crescita, ma la sua presenza e il suo decorso non predispongono i bambini che balbettano a strutturare disturbi d’ansia più degli altri bambini che affrontano le medesime difficoltà naturali collegate allo sviluppo. È importante che i bambini e ragazzi che soffrono di balbuzie, così come tutti gli altri, qualora manifestino i segni di una sofferenza, possano fare affidamento su un sostegno psicologico che possa rinforzare la loro resilienza, cioè la loro capacità di far fronte a eventi negativi e il loro senso di auto-efficacia, cioè la percezione di essere in grado di intervenire con successo sull’ambiente attorno a loro.

Foto: Flickr, Niko Si

 

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Le teorie del controllo motorio

Il nostro sistema nervoso interagisce con le altre parti del corpo e con l’ambiente al fine di produrre movimenti coordinati che hanno uno scopo: questo è quello che definisce il controllo motorio. Studiare la causa e la natura del movimento è essenziale nella pratica clinica, per poter applicare questi principi nel campo della riabilitazione. Solo così, con l’adeguato trattamento, è possibile migliorare le abilità del paziente o addirittura recuperare le abilità perse.

Il ‘900 ha visto fiorire le teorie più rappresentative sul controllo motorio, dall’idea prettamente midollare, secondo cui i riflessi venivano considerati gli elementi cardine della genesi del movimento, fino alle teorie più moderne in cui il cervello viene assimilato ad un computer e le sue reti neurali a sistemi computazionali di base.

Dai riflessi al cervello: le teorie più rappresentative

Il primo approccio è il modello Sherringtoniano (Reflex Theory), secondo cui, i riflessi, definiti come risposta involontaria ad uno stimolo – sono i mattoni del comportamento complesso. L’idea è che un movimento finalizzato è il risultato di una combinazione di riflessi: uno stimolo provoca una risposta che a sua volta viene trasformata nello stimolo della risposta successiva.

Approccio superato attraverso la Hierarchical Theory, che per prima ha provato a spiegare il comportamento motorio. Secondo la Teoria Gerarchica,  il sistema nervoso centrale (SNC) è organizzato secondo livelli gerarchici ben distinti, ordinati dall’alto verso il basso: al vertice si trovavano le aree associative più elevate seguite dalla corteccia motoria e dai livelli spinali. Il controllo motorio emerge proprio dall’azione tra queste strutture gerarchicamente organizzate e non più solo dai riflessi, considerati come uno dei tanti processi necessari a mettere in atto e a controllare il movimento.20

Con le Motor Programming Theories si prendono le distanze dall’idea del controllo motorio come un sistema fondamentalmente reattivo, e si inizia a considerare la fisiologia delle azioni invece che la natura delle reazioni. Nasce così il concetto di pattern – o schema – motorio centrale e di programmi motori rappresentati nella memoria. In altre parole, si comincia a pensare che il movimento sia possibile anche in assenza di azioni riflesse, che in effetti è quello che succede nel caso, ad esempio, della locomozione.

Per la System Theory invece, il controllo motorio non può essere capito senza comprendere a priori il sistema che muove. I movimenti non sono controllati né centralmente né perifericamente, piuttosto sono il risultato di interazioni tra sistemi multipli. Per esempio lo stesso comando centrale può dare origine a movimenti molto differenti, a causa di una interazione tra le forze esterne e variazioni nella condizione iniziale. Allo stesso tempo gli stessi movimenti possono essere messi in atto da comandi differenti. La Teoria del Sistema tenta di spiegare come le condizioni iniziali influenzano le caratteristiche del movimento, spiegando non solo il contributo del sistema nervoso, ma anche quelli di altri sistemi, insieme alle forze di gravità e di inerzia.

Dallo studio delle sinergie nasce poi la Dynamic Action Theory, che guarda l’individuo in movimento da una nuova prospettiva. Questa teoria, considera il movimento come il risultato di elementi che interagiscono senza bisogno di programmi motori. Viene così minimizzata l’idea che il sistema nervoso centrale invii comandi di controllo al movimento, in favore di una spiegazione più fisica del movimento.

L’elaborazione del Parallel distribuited processing (PDP) porta a paragonare il cervello ad un computer e le reti neurali al sistema computazionale di base del cervello. Secondo questa teoria il sistema nervoso agisce attraverso processi in serie (processa informazioni attraverso un unico canale) ed in parallelo (attraverso canali multipli ed analizzandoli in modi differenti). La PDP cerca di sviluppare modelli matematici semplificati di sistemi cerebrali, modelli formati da elementi che sono interconnessi attraverso circuiti. Questi elementi possono essere classificati come neuroni sensoriali, interneuroni e motoneuroni. L’efficienza nella performance dipende così dalla quantità delle connessioni generate e dalla forza di queste connessioni.

Nella seconda metà del ‘900 nasce invece una teoria che pone meno enfasi sull’organizzazione e sulla funzione del sistema nervoso. Il focus è vedere come il sistema motorio ci permette di interagire più efficacemente con quello che ci circonda per sviluppare un comportamento finalizzato (ecological theory).  Il nostro contesto – setting – diventa rilevante per le nostre azioni e quindi assume importanza come utilizziamo le informazioni che derivano dall’esterno per determinare il nostro movimento. In altre parole l’individuo esplora attivamente il suo l’ambiente e l’ambiente promuove la performance delle attività che sono appropriate per lui.

Il controllo motorio è tuttora al centro del dibattito. Non esiste un modello “migliore” in assoluto, ma conoscere e cercare di comprendere i meccanismi e le interazioni che  sono alla base del controllo motorio è fondamentale per poter usufruire in ambito clinico di più strumenti che possano esserci d’aiuto nel percorso riabilitativo.

 

Foto: Flickr, Riccardo f.m.

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Balbuzie a scuola e difficoltà relazionali: il ruolo degli insegnanti

La scuola è un ambiente molto delicato in cui, oltre ad accrescere la conoscenza e le capacità cognitive dei bambini, si sviluppano le abilità sociali e le competenze alla base delle interazioni con gli adulti e con i coetanei. La balbuzie, a questa età, può essere un elemento di disturbo in grado di produrre conseguenze negative sulla percezione di sé da parte dei bambini che ne soffrono, inducendo un possibile senso di inadeguatezza e inferiorità e, conseguentemente, condurre a un ritiro sempre maggiore dagli scambi verbali. In più, conoscendo in anticipo le situazioni su cui si bloccherà e sperimentando l’ansia prima ancora di parlare, il bambino che balbetta può incorrere in esperienze particolarmente stressanti in grado di esercitare una grande influenza nello sviluppo della socialità già nella scuola primaria. Essendo esposto continuamente all’interazione e alla reazione degli altri, a scuola il bambino che balbetta è sottoposto ad un maggiore stress di quanto non avvenga nell’ambiente familiare, più intimo e protetto.  A questo, si aggiunge la possibilità di essere vittima di derisione e di bullismo o avere opportunità limitate di partecipare ad attività che contemplino la comunicazione verbale.  Immaginiamo quali conseguenze negative possano avere questi eventi sul piano emotivo e comportamentale, e come possano facilmente trasformarsi in un ostacolo allo sviluppo relazionale e alla durata del percorso di studio.

Il ruolo dell’insegnante diventa allora rilevante in quanto, come figura che vede quotidianamente il bambino mentre si sperimenta in situazioni di maggiore difficoltà rispetto a quelle famigliari, può riconoscere le sue fatiche, segnalarle ai genitori e tenere monitorati progressi.

L’intervento degli insegnanti

Proprio per il ruolo duplice che ricopre, didattico ed educativo, l’insegnante ha il potenziale per intervenire e influenzare queste situazioni difficili. Sul piano didattico, può incoraggiare gli studenti che balbettano a cimentarsi in compiti di dialogo, adattando però le valutazioni scolastiche su criteri che non li penalizzino – ad esempio ponendo più attenzione a cosa dicono e non a come lo dicono – e includendo una pianificazione condivisa e una maggiore libertà nello scegliere quando essi debbano sostenere una presentazione orale – prima o dopo i compagni di classe o in separata sede. In questo modo l’insegnante si fa promotore di un approccio proattivo che può facilitare l’inclusione e la partecipazione degli studenti nel lavoro del gruppo classe. Inoltre, in una prospettiva educativa, l’insegnante può adottare comportamenti che servano sia ai bambini che balbettano a non soffrire di un disagio eccessivo nelle interazioni verbali, sia come modello di comportamento per gli altri bambini.

Spiegare cosa sia la balbuzie a scuola, all’intera classe, e quali difficoltà incontra il compagno che balbetta è il miglior modo per creare un clima di accoglienza e dare ai bambini gli strumenti necessari per stare davanti alla diversità e alla fatica dell’altro. Questo può avvenire, ad esempio, dialogando con i bambini sulle proprie paure e i propri limiti, coinvolgendo tutti nel discorso ed evitando che i compagni che balbettano, trovandosi al centro dell’attenzione, vivano una situazione di imbarazzo. E’ utile poi favorire, in modo graduale, un maggiore coinvolgimento dei bambini che balbettano nei lavori di gruppo, dando loro la possibilità di partecipare attivamente e di presentare davanti alla classe, rispettandone i tempi e di espressione.

Formazione ed esperienza diretta: cosa dice la ricerca

Vista la grande responsabilità degli insegnanti nel gestire queste situazioni è utile, per loro, avere conoscenze specifiche sulla balbuzie in grado di rinforzare il loro compito educativo. Anche gli aspetti relazionali possono giocare un ruolo importante che va al di là della formazione professionale.

Gli insegnanti sono naturalmente più esposti a una maggiore quantità e varietà di informazioni riguardanti la balbuzie. Secondo le ricerche, essi non hanno credenze più o meno corrette delle altre persone, ma il loro atteggiamento verso gli studenti che soffrono di balbuzie cambia, non solo in base all’età e al livello di educazione, ma anche in base alle convinzioni sulla balbuzie maturate precedentemente alle esperienze dirette, nonché alla familiarità con persone che soffrono di balbuzie. Quello che fa la differenza è, come in molti casi, l’esperienza diretta con i bambini che balbettano: essa rappresenta infatti una risorsa importante per gestire le future interazioni con altri studenti che balbettano. Avere sotto gli occhi quotidianamente la fatica di ogni bambino e mantenere un dialogo costante con le famiglie, non può che rafforzare una percezione dell’individuo che va aldilà della balbuzie e aiutare ad abbandonare gli stereotipi e i luoghi comuni.

La buona notizia che ci regala la ricerca, è che le difficoltà degli insegnanti nel gestire le interazioni con gli studenti che balbettano non sembrano legate a basse aspettative o scarsa fiducia, ma, come avviene nei bambini, al fatto che non sempre essi sappiano come relazionarsi a queste fatiche. E infatti, gli insegnanti non percepiscono gli studenti che balbettano come dotati di minori risorse cognitive rispetto a tutti gli altri. Le difficoltà di chi soffre di balbuzie, benché spesso riconosciute come potenziali ostacoli, non vengono percepite limitanti rispetto alle capacità intellettive.

Ancora un volta, gli insegnanti si rivelano una volta figure chiave per la gestione e l’educazione delle relazioni con i pari e per favorire l’inclusione sociale. Nel caso della balbuzie, questa grande responsabilità richiede una formazione adeguata, una corretta sensibilizzazione e un confronto costante con le famiglie e i professionisti. Solo l’esperienza diretta, il “toccare con mano”, permette di considerare gli studenti aldilà delle difficoltà comunicative e spronarli ad esprimere al meglio il loro potenziale.

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Balbuzienti si nasce o si diventa?

La balbuzie, definita come disturbo del linguaggio, si riferisce a quelle ripetizioni involontarie di suoni, interruzioni e silenzi che tutti conosciamo. O forse, sarebbe meglio dire, crediamo di conoscere. Perché la prima domanda che è necessario porsi è quando possiamo parlare di balbuzie? Sembra un ossimoro, invece è l’inizio di una scoperta, un viaggio nel mondo di chi l’ha conosciuta e di chi è riuscito a superarla.

Abbiamo rivolto qualche domanda a Valentina Letorio, neuropsicologa del Vivavoce Institute.

Dottoressa Letorio, quando possiamo veramente dire che un bambino balbetta?

Per l’approccio che abbiamo noi, parliamo di balbuzie dopo i 6/7 anni, in età scolare, perché si è riscontrato sulla base di numerosi studi, casi e statistiche presenti in letteratura, che l’età di insorgenza della balbuzie è sì prematura – compare tra il 2 e il 4 anno di età – ma tende a risolversi nella maggior parte dei casi. Di fatto si tratta di un fenomeno molto comune nei bambini piccoli, ma nell’80% dei casi si risolve: è cioè una forma transitoria che recupera spontaneamente.

Possiamo parlare di bambini che hanno cronicizzato il disturbo, a partire dal 6 anno di età. Questa distinzione è importante perché ci fornisce un’indicazione su quando e come intervenire. Si comprende infatti che intervenire prematuramente potrebbe essere controproducente, perché crea ansia e allarmismo tanto nel genitore, quanto nel bambino. Il nostro consiglio è di rivolgersi a uno specialista dal sesto anno di età del piccolo, quando il linguaggio è consolidato, stanno maturando le sue capacità di letto-scrittura e il bambino ha una maggiore consapevolezza di sé e della sua difficoltà.

E allora, quali consigli è bene dare a mamma e papà?

In fase prescolare è bene evitare di intervenire direttamente sul bambino per le premesse anticipate. Piuttosto è opportuno pensare a un percorso di counseling da proporre ai genitori affinché abbiamo le giuste informazioni sul fenomeno: come si può manifestare, se ci sono campanelli d’allarme da tenere d’occhio. In generale si possono adottare delle buone prassi per non far sentire il proprio figlio a disagio, evitando di sovraccaricarlo di ansie, di stimolazioni, di preoccupazioni, e aiutarlo, invece, lavorando insieme sullo stile comunicativo. Imparare a prendersi i propri turni conversazionali, imparare a rispettarli e a farli rispettare, evitare di parlare sul bambino, guardarlo sempre negli occhi senza distogliere il contatto visivo sono aspetti importanti. Allo stesso modo è fondamentale fargli sentire che si è attenti a ciò che dice, non a come lo dice, e guardarlo, dandogli il tempo per esprimersi.

Cosa si sente invece di suggerire a un insegnante?

Si tende a presupporre che gli insegnanti debbano essere preparati su tutto, su ogni situazione in ambito scolastico. Di fatto non è così. Ho visto talvolta preoccupazione e imbarazzo in insegnanti che non riuscivano a capire fino a che punto potessero spingersi per essere d’aiuto senza prevaricare o senza sminuire il lavoro dell’alunno.

Il primo consiglio può essere loro d’aiuto proprio in questa difficile scelta. È importante non pretendere meno dallo studente. Occorre evitare che si adagi pensando che i suoi obiettivi sono diversi da quelli dei compagni. La scuola è soprattutto luogo educativo in cui preparare gli studenti alla vita: non li si può esonerare dal fare, dal provarci perché alcune situazioni potrebbero essere percepite troppo difficili o generare imbarazzo. Un esempio potrebbe essere l’interrogazione. Il ragazzo deve provare e deve capire che non riceve un trattamento diverso perché è balbuziente. Piuttosto sarà utile e efficace collaborare per trovare degli accorgimenti e delle strategie che possano aiutare a superare la difficoltà. Con le classi numerose di oggi può risultare complesso a un docente dare spazio e tempo al suo allievo balbuziente. Tuttavia l’atteggiamento giusto è evitare l’interrogazione scritta e mettere a punto un percorso, magari fuori dall’aula con un compagno la prima volta, per favorire nel ragazzo una presa di coscienza della possibilità di riuscire. Senza trattamenti speciali, ma con la giusta attenzione.

Per concludere, possiamo rispondere alla domanda: balbuzienti si nasce o si diventa?

Anche se non abbiamo ancora maturato certezze sull’eziologia della balbuzie, ci sono evidenze che ci permettono di ritenere che dipendano da fattori genetici. Lo attestano anche le statistiche sulle ricerche nei gemelli omozigoti: le percentuali sono più elevate, perché il disturbo lo hanno entrambi. È poi possibile che un bambino voglia imitare il nonno che balbetta, ma resta un gesto intenzionale che si esaurisce con il desiderio di riuscirci.

Foto: Flickr, Fabio Bretto

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Giornata Internazionale della Balbuzie: gli eventi Vivavoce Institute

Domenica 22 ottobre, la Giornata Internazionale per la Sensibilizzazione alla Balbuzie giungerà alla sua XIX edizione. Vivavoce Institute se ne farà portavoce attraverso due iniziative, gratuite e aperte a tutti, adulti e bambini, famiglie, scuole, stampa, comunità scientifica e mondo clinico.

Venerdì 20 ottobre, alle ore 16:30, blabla TRAM, il tram della voce, partirà da Via Cesare Cantù e sfilerà per la città di Milano. A bordo, fino alle 17:30 avrà luogo l’incontro dal titolo Fatica a scuola: tra limite e opportunità. Un percorso a tappe nel mondo dei DSA e della balbuzie, un confronto con gli specialisti, un’opportunità per insegnanti e genitori per indagare le difficoltà scolastiche dei ragazzi, non solo dal punto didattico, ma anche emotivo, svelando le aree di intervento e le possibilità di  riabilitazione. L’incontro è pensato dialogare insieme su come aiutare i bambini e i ragazzi a guardare il proprio limite non come una condanna, ma come una vera e propria opportunità. Solo così, anche diagnosi e certificazioni cessano di essere un peso, e fanno emergere risorse nuove, inaspettate e sconosciute che permettono ai sogni di realizzarsi. Il tour farà tappa alle ore 17:30 in Piazza Fontana dove saliranno ragazzi e giovani per la seconda parte dell’evento: il rap itinerante di Millinger. “Ora parlo come ho sempre sognato” sono le parole rappanti che raccontano la storia di Camillo Zottola, studente in medicina e rapper in ascesa che, dopo aver superato la balbuzie, è riuscito a realizzare se stesso.

blabla TRAM – Leggi il programma completo 

Domenica 22 ottobre, la sede di Vivavoce Institute, al 3 di via Pietro Custodi a Milano, sarà aperta per un’intera giornata dal titolo Balbuzie tra scienza ed esperienza. Dopo un incontro con la stampa (dalle 11:00 alle 12:00), il centro ospiterà la comunità scientifica e il mondo clinico per la presentazione del progetto di validazione scientifica del metodo MRM-S (Muscarà Rehabilitation Method for Stuttering), ideato e utilizzato da Vivavoce (dalle 1400 alle 15:30). Nel pomeriggio, dalle 16:00, porte aperte per famiglie, insegnanti, educatori, attesi per un momento di testimonianze da parte degli allievi di Vivavoce Institute. Un’occasione per dialogare con chi è riuscito a superare la balbuzie attraverso un percorso rieducativo e per conoscere da vicino l’attività di Vivavoce Institute.

OPEN DAY Vivavoce Institute – Leggi il programma completo 

In Italia, la balbuzie interessa circa 1 milione di persone, ma è ancora legata a stereotipi e luoghi comuni. Vivavoce Institute, come centro di eccellenza nel trattamento rieducativo, desidera promuovere un percorso di informazione, sensibilizzazione ed educazione, al fine di rendere l’opinione pubblica più informata e consapevole di cosa sia realmente la balbuzie. #liberalaVoce è l’hashtag scelto per raccontare sui social questo percorso; un augurio e insieme un invito lanciato con la voce di chi questa fatica l’ha finalmente vinta.

La partecipazione è gratuita: per prenotazioni scrivere a eventi@vivavoceinstitute.com 

 

Supera la balbuzie con noi

Metodo clinico dimostrato
Il metodo MRM-S per superare la balbuzie è scientificamente dimostrato da un progetto in collaborazione con l’Università San Raffaele

Esperienza consolidata
Vivavoce ha aiutato oltre 1300 pazienti in tutta Italia a superare la loro balbuzie