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Bullismo e balbuzie negli adulti: che fare quando il trauma si fa ancora sentire

Può esserci un legame tra bullismo e balbuzie e anche da adulti possono persistere gli effetti delle esperienze subite. Cosa si può fare in questi casi? I consigli della psicologa Giada Sera del Centro Medico Vivavoce.

Bullismo e balbuzie

Il bullismo è un insieme di comportamenti aggressivi, intimidatori e di sopraffazione commessi da uno o più soggetti verso un altro soggetto percepito come più “debole.”

Si parla di atto di bullismo quando questi gesti sono intenzionali e ripetuti nel tempo. La caratteristica peculiare di questi gesti è l’assimmetria dei soggetti coinvolti, che definisce anche i ruoli nella relazione: il bullo – quello “forte”-  e la vittima – quello “debole”.

Esistono varie forme di bullismo:

  • verbale: quando i comportamenti del bullo sono prettamente verbali, come insulti o prese in giro;
  • psicologico: quando la vittima viene esclusa dal gruppo, viene ignorata o umiliata indirettamente;
  • fisico: il bullo ha agiti aggressivi sulla vittima, come spintoni, calci o pugni;
  • cyberbullismo: gli agiti sono veicolati da pc o cellulare, dagli insulti sui social e messaggi di minaccia a immagini diffamatorie.

Ma perché succede? Il comportamento del bullo va letto come segnale di disagio. Il suo comportamento è la manifestazione di una difficoltà: talvolta aggredire il più debole può avere la funzione di allontanarsi dalla propria vulnerabilità.

C’è un legame tra balbuzie e bullismo?

Vi può essere una relazione tra balbuzie e bullismo. Il bambino con difficoltà di fluenza potrebbe essere oggetto di scherno e diventare vittima. Il balbuziente ha maggior probabilità di essere bullizzato rispetto a un bambino normo fluente. Blood e collaboratori (2016) evidenziano un maggior percentuale di episodi di bullismo nei soggetti balbuzienti (30%) rispetto al campione di normo fluenti (14%).

Inoltre, dallo studio emerge la maggior probabilità nei soggetti balbuzienti adulti di sviluppare:

  • ansia dovuta all’interazione sociale;
  • paura del giudizio altrui o di valutazioni negative;
  • minore soddisfazione in termini di qualità della vita.

Quali conseguenze possono avere gli atti di bullismo?

La vittima, in particolare la vittima balbuziente, può riportare diversi sintomi e manifestare il suo disagio in diversi modi. Possono insorgere:

  • sintomi ansiosi: attacchi d’ansia, confusione mentale o manifestazioni somatiche (mal di pancia, mal di testa…) soprattutto in relazione a situazioni sociali e supportati dalla paura del giudizio altrui;
  • sintomi depressivi: definiti da umore basso e perdita di interesse e di piacere per le attività che si svolgono. Questi sono alimentati da pensieri autosvalutativi;
  • comportamenti di evitamento: la vittima evita i luoghi e le situazioni temute come la scuola, le feste o situazioni in cui dovrà avere uno scambio verbale con l’altro;
  • conseguenze a livello scolastico: ad esempio, cali di attenzione e concentrazione, difficoltà nell’apprendimento e disinteresse per lo studio e la scuola.

Vi sono significative conseguenze a livello psicologico. Studi scientifici evidenziano una correlazione tra vissuti di bullismo e il rischio di sviluppare problemi psicologici nei bambini (Kaltiala-Heino et al., 1999; Seals & Young, 2003; Glew et al., 2005; Klomek et al., 2007; Espelage & Holt, 2013).

Studi longitudinali hanno dimostrato le conseguenze a lungo termine del bullismo. È emerso ad esempio che sia le vittime che i bulli hanno una maggior possibilità in età adulta di sviluppare disturbi psicologici, come ansia, depressione, disturbi di personalità (Sourander et al., 2015).

Per approfondire B come Balbuzie. B come Bullismo.

Bullismo e balbuzie negli adulti, cosa si può fare se nonostante sia passato del tempo da questi eventi se ne risente ancora?

Può essere che nonostante sia passato molto tempo da questi eventi, essi si percepiscano ancora come significativi e dolorosi. Riuscire a fare chiarezza su quello che esperiamo ad oggi e imparare a prenderne distanza o valutarli più razionalmente può essere d’aiuto.

Prova a riflettere sui seguenti punti:

  • Poni attenzione a quali eventi ti hanno segnato e in che modo: porre attenzione a che significato diamo a un evento è molto importante. Cerca quindi di capire come ti sei sentito in quelle situazioni, che valore gli hai dato e cosa ti porti oggi di quell’evento;
  • Consapevole della lettura che ti sei dato di quella situazione, riconosci l’emozione che ti suscita e accettala: provare vergogna, tristezza o rabbia non è piacevole ma queste emozioni sono congrue rispetto a episodi di bullismo. È inutile e controproducente rifiutarle;
  • Cerca di ridurre la ruminazione: continuare a ripensare a quegli eventi potrebbe aumentare la tristezza e la depressione. Non puoi eliminare i pensieri ma soffermarcisi troppo spesso non ti è d’aiuto;
  • Guarda te stesso oggi: poni attenzione a cosa sei oggi, riconoscendo sia aspetti positivi che negativi, fai attenzione a non valutarti solo in base a quegli eventi;
  • Chiedi aiuto se hai bisogno: se questi episodi hanno ancora ad oggi un impatto forte sulla tua vita e sull’idea che hai di te, parlarne con un professionista infatti può essere la soluzione migliore.

 

Bibliografia:

Blood G.W., Blood I. M. (2016) Disorders Long-term Consequences of Childhood Bullying in Adultswho Stutter: Social Anxiety, Fear of Negative Evaluation,Self-esteem, and Satisfaction with Life, Journal of Fluency Disorders, 50, pp. 72-84.

Espelage, D. L., & Holt, M. K. (2013), Suicidal ideation and school bullying experiences after controlling for depression and delinquency. Journal of Adolescent Health, 53(1), S27-S31

Glew, G. M., Fan, M. Y., Katon, W., Rivara, F. P., & Kernic, M. A. (2005), Bullying, psychosocial adjustment, and academic performance in elementary school. Archives of pediatrics & adolescent medicine, 159(11), 1026-1031

Kaltiala-Heino, R., Rimpelä, M., Marttunen, M., Rimpelä, A., & Rantanen, P. (1999), Bullying, depression, and suicidal ideation. Finnish adolescents: school survey. Bmj, 319(7206), 348-351

Klomek, A. B., Marrocco, F., Kleinman, M., Schonfeld, I. S., & Gould, M. S. (2007), Bullying, depression, and suicidality in adolescents. Journal of the American Academy of Child & Adolescent Psychiatry, 46(1), 40-49

Seals, D., & Young, J. (2003), Bullying and victimization: Prevalence and relationship to gender, grade level, ethnicity, self-esteem, and depression. Adolescence, 38(152), 735

Sourander, A., Gyllenberg, D., Brunstein Klomek, A., Sillanmaki, L., Ilola, A.M., & Kumpulainen, K. (2015). Association of Bullying Behavior at 8 Years of Age and Use of Specialized Services for Psychiatric disorders by 29 years of age. JAMA Psychiatry, 73(2), 159-65

 

Foto di Japheth Mast da Pexels

 

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Esami a distanza, i controlli online possono aumentare lo stress: come non farsi sopraffare

I sistemi di controllo e sorveglianza messi in atto durante gli esami a distanza per evitare comportamenti scorretti possono aumentare il carico di stress negli studenti. Come affrontare questa nuova situazione? I consigli della coach Lucia Ivona

Esami a distanza, studenti “sorvegliati speciali” e “presunti colpevoli”

Si avvicina per molti studenti universitari il periodo degli esami. Gli appuntamenti si fanno ravvicinati, l’impegno è intenso e ritmato, le energie investite a livello mentale sono considerevoli.

Questa sessione di esami presenta inoltre un ulteriore elemento di complessità, non trascurabile se pensiamo alle possibili implicazioni ed effetti che può sortire: presenterà infatti agli studenti, il conto di esami da svolgere online e in stanze virtuali, in gruppo, o da soli con la presenza del docente, monitorati a distanza da sistemi di controllo forniti dall’intelligenza artificiale, sempre più sofisticati e precisi.

Questo sistema di sorveglianza e le differenti strategie di controllo cui sarà sottoposto lo studente, per evitare che possa alterare il corretto andamento dell’esame, potrebbero dare origine a una tensione eccessiva, maggiormente difficile da gestire rispetto a quella che in modo del tutto coerente con la richiesta di prestazione si avverte quando si è sotto esame. Tali sistemi di controllo, seppure in parte comprensibili nelle finalità, potrebbero far sentire lo studente un “presunto colpevole”, alterando significativamente il suo approccio alla seduta di esame.

Sentirsi un “sorvegliato speciale”, scrutato in modo continuo in ogni possibile virata di sguardo oltre lo schermo del PC, potrebbe generare comprensibilmente uno stato di soggezione e paralisi; la scarsa conoscenza di questa modalità di sorveglianza e delle sue dinamiche, insieme all’incertezza legata al come potrà svolgersi la seduta, potrebbe aumentare lo stress e la tensione che già fisiologicamente sono alti nei momenti di grande prestazione mentale quali gli esami.

Come possiamo comportarci? Quali consigli possiamo dunque dare agli studenti?

Non è semplice rispondere a queste domande, poiché ogni singolo studente è diverso da tutti gli altri, vive una situazione differente e specifica rispetto al contesto; non vorremmo quindi correre il rischio di offrire una ricetta pensando che sia valida per tutti. Un ricetta da replicare seguendo le indicazioni e le quantità proposte per garantire così i risultati sperati da ciascuno.

Ogni essere umano è chiamato a trovare la propria strada per rispondere in modo funzionale alle situazioni potenzialmente stressanti che gli si propongono nel quotidiano; tuttavia ci sono alcune semplici attenzioni che potrebbero fungere da bussola e fornire a tutti dei buoni prerequisiti di partenza che potremmo definire comportamenti di igiene di base per la mente.

Esami a distanza, sette suggerimenti per non farsi sopraffare dallo stress

1) Imparare a riconoscere le proprie emozioni

Imparare a darsi spazio, a concedersi un tempo per conoscere il proprio codice interno: cosa provo? cosa sento? Cosa avverto nel corpo? Stati d’animo, tensioni muscolari, movimenti viscerali, pensieri ricorrenti. Tutto appartiene al nostro linguaggio interiore.

Saper leggere questo codice insolito, senza avere fretta o urgenza che ogni cosa passi, che ogni fastidio cessi, ogni tensione svanisca, può essere un utile aiuto per crescere in consapevolezza e in capacità di gestire lo stress.

Rimanere in ascolto delle proprie tensioni e di altri possibili sintomi psicofisici, non allontanarli frettolosamente come ospiti sgraditi, ci permetterà di renderli non solo più “gestibili”, ma di farne dei veri e propri alleati per migliorare le nostre prestazioni. La tensione infatti, se ben canalizzata, è un valido strumento per aumentare la nostra vigilanza e la nostra attenzione.

2) Trovare il tempo per fare le cose che ci appassionano

Quando siamo sotto esame, tendiamo a dimenticarci di tutto il resto. Canalizziamo tutte le nostre energie nello studio e tendiamo a rimandare o interrompere quelle attività che più di altre ci appassionano. Così facendo non ci rendiamo conto di quale grande autogol ci facciamo.

Dedicare del tempo alle attività che nutrono la nostra passione, significa infatti generare nuove energie per la nostra psiche. Se infatti spendiamo molte energie per studiare, dobbiamo trovare un modo per recuperarle altrimenti, come anche le più sofisticate auto,  potremmo rischiare di andare prima in riserva e, nella peggiore delle ipotesi, di finire del tutto il nostro carburante, fino a fermarci.

Coltivare le proprie passioni, anche nelle giornate di studio e di alta tensione in vista degli esami è un modo utile per  “ricaricare le batterie”, o, tornando alla metafora precedente, per fare benzina. Ognuno con il suo tempo e con la propria passione, importante è cominciare ad allenarsi a coltivare questo prezioso spazio di recupero.

3) Avere cura di sé

La situazione creata dal Covid 19 ci ha ricordato che avere cura di sé stessi è fondamentale per la propria salute e avvantaggia al contempo le persone che amiamo e la comunità in cui viviamo.

Riposare bene e per almeno 8 ore a notte, sarà un toccasana per il nostro equilibrio psicofisico specie se siamo sotto esami. Imparare ad ascoltare il nostro corpo, i suoi movimenti, i suoi cambiamenti, portare consapevolezza e attenzione in quello che sentiamo, potrà solo facilitare la creazione di risposte funzionali e di comportamenti adeguati alle situazioni. Alimentarsi con gusto ed equilibro, facendo attenzione alla qualità e alla quantità di quello che mangiamo, può rispondere con efficacia all’aumento di richiesta energetica di cui necessitiamo sotto esame.

Ricordiamoci inoltre di bere molta acqua, perché non fa bene solo al nostro corpo, ma aiuta moltissimo anche la nostra mente al lavoro. Le cellule del nostro cervello infatti, lavorano meglio e con meno sforzo se riescono a conservare quel giusto livello di idratazione di cui hanno bisogno per trasmettersi segnali. I mal di testa da troppo studio, sono in molti casi mal di testa da disidratazione. Pensiamoci bene: quanto beviamo mentre siamo presi da studio ed esami? Non dimentichiamoci di bere!

4) Considerare nuovi punti di vista e imparare a saper chiedere aiuto

Quando siamo immersi in una situazione difficile e stressante, il livello di coinvolgimento personale può essere molto alto. In questi momenti più che in altri, può essere molto utile allargare la visuale e cercare di considerare nuovi punti di vista.

Se ci sentiamo schiacciati da un eccessivo carico tensivo e abbiamo la sensazione che tutto cominci ad essere troppo difficile, pesante, oscuro, possiamo considerare la possibilità di un percorso di consultazione psicologica o di counselling. Divenire consapevoli che possiamo avere bisogno di aiuto è un atto coraggioso ma ancora di più lo è, quello di riuscire a chiedere questo aiuto.

Per approfondire: Burnout universitario: cos’è e come si riconosce

5) Restare aperti e disponibili

È vero che le difficoltà o lo stress possono renderci più duri con gli altri, possono renderci più cupi e meno disponibili alla relazione, ma è anche vero che coltivare un atteggiamento di gentilezza può permetterci di aprirci alla vita in modo nuovo e dinamico.

Un sorriso o una piccola cortesia non sono utili solo a chi li riceve ma anche a chi per primo, sorride e si relaziona con gentilezza. Come dice una massima buddista: il male che compi nel cosmo, prima o poi il cosmo te lo rende. Ugualmente accade con il bene.

6) Fare sport ed esercizio aerobico

Acquisire consapevolezza significa scegliere la via “sofisticata” del nostro cervello emotivo, quella più corticale, che interseca emozione e ragione. Esiste però anche una via “semplice”, cioè quella del cambiamento di “abitudine mentale”, che passa attraverso un miglioramento della reattività fisica agli stati mentali.

Questo tipo di via può essere potenziata mediante lo sport e l’esercizio aerobico. Ricorda infatti: quello che la tua mente non sa ancora fare, insegnalo al tuo corpo perché le due unità consolidano ogni apprendimento sempre insieme e quello che impara il primo, impara anche la seconda. E viceversa.

7) Fare attenzione ai canti delle sirene!

I vizi come il fumo e l’alcool, che sul breve periodo possono darci un senso di benessere, a lungo andare possono influire negativamente sul nostro stato di salute e aumentare i nostri livelli di tensione e stress.

Sono come le sirene di cui Omero racconta nell’Odissea. Ulisse per ascoltarle senza rimetterci la vita prese delle precauzioni importanti e estreme. Se non riusciamo a eliminare l’uso di queste sostanze, seguiamo almeno l’esempio di Ulisse: prudenza!

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Come e quando si fa una diagnosi di DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento)

La diagnosi di DSA può essere fatta solo alla fine della seconda primaria per dislessia, disortografia e disgrafia e al termine della terza per la discalculia. È eseguita da un’équipe multidisciplinare e vi si arriva attraverso un percorso complesso che coinvolge sia la scuola sia le famiglie.

Marina Vai, logopedista del Centro Medico Vivavoce, spiega passo per passo cosa succede e cosa devono sapere le famiglie. 

L’individuazione dei bambini con difficoltà di letto-scrittura e area nel numero

Verso la fine dell’anno scolastico gli insegnanti della scuola primaria ricevono le schede relative ai futuri alunni. I docenti incontrano poi i colleghi della scuola dell’infanzia. Nei loro colloqui vengono descritte le potenzialità e le difficoltà dei bambini nei vari ambiti: linguistico, motorio, attentivo, comportamentale e via dicendo.

Questa condivisione aiuta gli insegnanti della scuola primaria nella formazione delle classi e permette di porre maggiore attenzione ai bambini con qualche difficoltà. Non si tratta di un atto discriminatorio quanto piuttosto di sostegno e vigilanza attenti.

Nel caso di bambini già seguiti per logopedia e psicomotricità, i professionisti che li hanno in carico consegnano alla famiglia una relazione e/o una certificazione aggiornata e si rendono disponibili a un contatto con la scuola primaria che accoglierà i piccoli alunni.

Già durante il primo anno della primaria è possibile individuare gli alunni che hanno delle difficoltà nell’acquisizione della letto-scrittura, nel calcolo, nelle regole ortografiche, nelle abilità visive e spaziali. Le insegnanti hanno il compito (secondo quanto stabilito dai decreti ministeriali del 2011 e 2013 ) di sostenere questi bambini con un programma di rinforzo da attuarsi singolarmente o in piccolo gruppo.

Qualora dovessero vedere che l’alunno continua ad avere delle difficoltà, le insegnanti segnaleranno la circostanza ai genitori suggerendo la necessità di una valutazione per il bambino.

Aiutare la famiglia a capire e intervenire

La diagnosi di Disturbo specifico dell’apprendimento (DSA) può essere posta solo alla fine della seconda primaria per la lettura e scrittura, a fine terza per la discalculia, per evitare falsi positivi. La cautela nel rinviare una diagnosi alla fine della seconda e terza primaria è corretta: con adeguato supporto molti bambini possono infatti recuperare e raggiungere il livello atteso per la classe.

È importante trovare il modo giusto di comunicare ai genitori le difficoltà del figlio: non bisogna infatti creare ansia o negazione del problema.

Spesso, per poter accettare la diagnosi di DSA e la certificazione, la famiglia stessa deve fare un percorso per prendere consapevolezza delle difficoltà del figlio. Le insegnanti hanno però la possibilità di accompagnare i genitori in questo cammino, facendo capire loro che stanno già mettendo in atto delle strategie per aiutare l’alunno nel suo apprendimento.

Leggi anche Dsa, perché è importante lo screening precoce nella scuola dell’infanzia

Diagnosi DSA, chi fa la valutazione e come avviene

Per la valutazione è necessario rivolgersi ai centri di neuropsichiatria infantile (NPI), pubblici o privati, accreditati dal sistema sociosanitario regionale di riferimento.

L’équipe che effettua la valutazione è composta da un neuropsichiatra infantile (NPI), uno psicologo e un logopedista. Si tratta di professionisti accreditati, con un determinato numero di ore di formazione, tirocinio ed esperienza pratica, inseriti in un elenco ufficiale come équipe.

La valutazione e la diagnosi di DSA devono essere effettuate nel rispetto dei criteri dati dalla Consensus Conference del 2007 e dalla Legge 170 del 2010. Il numero di sedute varia a seconda dei centri. Solitamente sono previsti otto/dieci incontri oppure due/tre mattine in regime di day hospital.

La prima visita

È importante spiegare al bambino lo scopo della visita, della valutazione e della successiva possibilità di aiutarlo meglio a scuola e a casa nei compiti. I bambini con DSA solitamente sono molto intelligenti, con capacità cognitive nella norma o superiore alla norma. Il più delle volte si sentono sollevati dalla possibilità di capire meglio da dove deriva tanta fatica.

La prima visita viene effettuata dal neuropsichiatra infantile (NPI), che è il medico responsabile ultimo della diagnosi. Il NPI raccoglie l’anamnesi del bambino e i dati importanti su sviluppo, socialità, interessi, attività, comportamento a casa e a scuola. Effettua anche un esame neurologico.

Sulla base di quanto raccolto, il NPI decide il percorso valutativo e comunica – in modo semplice – ai genitori e al bambino le prove che verranno fatte.

I test

Lo psicologo dell’équipe somministra al bambino il test cognitivo WISC-IV mentre il logopedista propone prove di lettura, comprensione, scrittura, velocità di scrittura, calcolo, problem solving. Questi test di base permettono già di porre una diagnosi di dislessia, disgrafia, disortografia, discalculia.

La visita del NPI, insieme alla storia del paziente, il test WISC-IV e quelli effettuati dal logopedista danno le indicazioni per ulteriori test da eseguire e che meglio definiscono le fragilità, le potenzialità, il funzionamento del bambino in ambito scolastico.

Il NPI, lo psicologo e il logopedista in un primo incontro di équipe si confrontano e stabiliscono come proseguire l’osservazione del bambino.

Si effettuano poi ulteriori prove di linguaggio e di competenza meta-fonologica e visuo-spaziale, insieme a test di riproduzione grafica, funzioni esecutive, memoria, attenzione, osservazione psicomotoria. L’osservazione psicomotoria e altri test visuo-spaziali sono di competenza dello psicomotricista, che non fa parte dell’èquipe ma è solitamente presente nei centri.

Ulteriori indagini

Il NPI può inoltre suggerire ulteriori visite oculistiche, ortottiche e optometriche.

Molti bambini con difficoltà di apprendimento di lettura e scrittura potrebbero avere infatti dei deficit di funzionalità visiva. Quest’ultima è spesso collegata alla postura e per questo è a volte consigliata una visita osteopatica.

La correzione della funzionalità visiva probabilmente non elimina le difficoltà di lettura, ma sicuramente produce un miglioramento.

Cosa trova il genitore nella certificazione DSA

Al termine della valutazione, il NPI stende la certificazione clinica e funzionale in collaborazione con gli altri professionisti.

Cosa c’è nella certificazione?

  • La trascrizione dell’anamnesi e l’eventuale familiarità per DSA.
  • L’elenco dei test effettuati, descritti nel dettaglio, con evidenziati i risultati sotto norma (cioè quelli che si collocano sotto il 5° percentile).
  • Il funzionamento del bambino, cioè come si comporta e quali strategie che utilizza per risolvere i quesiti che gli vengono posti. Ad esempio come fa i calcoli a mente, se utilizza una lettura sillabata o globale, se preferisce utilizzare immagini per risolvere il problema, se rilegge per capire.
  • Le indicazioni sul percorso riabilitativo da effettuare: psicomotorio, logopedico o entrambi. Spesso si ha un primo miglioramento già con le prime sedute di logopedia. Il bambino infatti si sente finalmente accolto nel suo bisogno e sa che è stato dato un nome alla sua difficoltà, che non dipende dalla sua intelligenza.

Nella seconda parte della certificazione, sono poi elencati e descritti gli strumenti e le misure dispensative da utilizzare a scuola e a casa. A questi si aggiungono suggerimenti ulteriori da inserire nel Piano Didattico Personalizzato (PDP) a scuola per sostenere l’alunno nel suo apprendimento.

Il PDP viene realizzato dagli insegnanti sulla base delle informazioni contenute nella certificazione consegnata dai genitori, e contiene le indicazioni didattiche per l’alunno.

Photo by Magda Ehlers from Pexels

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Come, quando e perché leggere un libro con i bambini

Il momento della lettura con il proprio bambino può contribuire in maniera determinante alla sua crescita.

Irene Chiesa, psicologa dell’età evolutiva, illustra come rendere speciale e formativa questa esperienza: perché, quando e come leggere insieme.

Condividere la lettura di un libro con un bambino: perché

Condividere la lettura di un libro con un bambino può essere un momento davvero piacevole. Leggere insieme le storie e costruirne di nuove è un modo per unire genitore e bambino perché ognuno può portare il proprio contributo.

Dentro l’esperienza di raccontare una storia ci può essere il desiderio di condividere un tempo speciale. Non c’è la preoccupazione di dover svolgere un compito ma solo il piacere di un’esperienza condivisa. Io – adulto – mi metto in relazione con te – bambino – per fare qualcosa di bello insieme. Insito in questa proposta c’è anche una dichiarazione di stima: dare fiducia alla capacità dell’altro di saper ascoltare.

Il raccontare – cioè un soggetto che racconta una storia a un altro soggetto che ascolta – presuppone che ci sia un rapporto tra i due e che nel rapporto ci sia lo spazio perché possa accadere uno scambio. Specialmente nei primi anni di vita, ma vale anche durante la crescita, è importante prendersi cura della qualità della relazione, per esempio dedicando del tempo a questa attività condivisa, perché l’ascolto dell’altro e il rispetto dei suoi desideri, sono la base affettiva in cui si sviluppa tutto l’aspetto cognitivo.

La partecipazione dell’adulto che narra una storia è un contributo fondamentale e assolutamente arricchente dell’esperienza che il bambino fa di quella storia.

Raccontare non è solamente leggere

Raccontare implica immedesimarsi con quello che sta succedendo nella storia, “sentire” quello che il significato della storia suscita in sé e nel bambino. La storia può essere arricchita da elementi e significati che vengono aggiunti da chi la narra.

Inoltre raccontare una storia ha una natura del tutto interpersonale, è uno scambio, perché ci sono due attori che vi partecipano; un adulto che narra e un bambino che ascolta ed entrambi sono fondamentali nel prendere parte a ciò che avviene durante la narrazione. Pensiamo per esempio che quando gli viene letta una storia, il bambino ascolta e allo stesso tempo comunica di sé: si incuriosisce, ride, viene colpito da un’immagine, rimane in ascolto a bocca aperta oppure si distrae, commenta, fa delle domande, vuole riascoltare più volte una parte o l’intera storia.

Diventare familiare alle storie aiuta il bambino a imparare a dare un ordine: la crescita avviene proprio perché a un pensiero ne segue un altro e insieme ne fanno un terzo.

Condividere la lettura di un libro con un bambino: quando

Non c’è un’età in cui è troppo presto iniziare. Anche un bambino molto piccolo infatti può gradire ascoltare la voce dell’adulto, guardare le espressioni del suo volto, manipolare il libro, soprattutto se è adatto alla sua età, ed essere tenuto vicino per un tempo tutto dedicato a lui.

È importante pensare che fin da neonato il bambino riconosce la voce materna proprio per il suo carattere così personale. Può essere d’aiuto parlare al bambino fin dalla gravidanza perché diventi familiare la voce della mamma e il bambino possa essere da essa confortato. Fin dai primi mesi vita, per essere recepito il suono ha bisogno di qualcuno che ascolta, bisogna essere in due.

Le prime conversazioni con un neonato nascono proprio da un’alternanza, c’è un ritmo: un soggetto parla e l’altro ascolta.

È importante per la crescita di un bambino fare l’esperienza di leggere insieme una storia.

Porre il bambino in un contesto di non frastuono, di parole adeguate a lui, dove c’è la possibilità di seguire i suoi tempi di comprensione prendendosi tutto il tempo di girare le pagine insieme, di guardare le figure, è un’esperienza che supporta e aumenta la capacità di regolazione, fondamentale per il suo sviluppo emotivo.

Leggere una storia insieme può essere un’esperienza divertente. Non deve preoccupare se il bambino si distrae per qualche momento o si allontana per poi tornare. Fa parte dell’imparare a concentrarsi. Anche se non c’è molto tempo, solo qualche minuto può fare la differenza. Può essere importante trovare uno spazio all’interno della routine, per esempio la sera prima di andare a dormire.

Condividere la lettura di un libro con un bambino: come

Suggerimenti per leggere insieme:

  • Chiedi al tuo bambino di scegliere quello che gli piacerebbe leggere. Può essere più interessato se viene letto un libro che ha scelto. Potrebbe scegliere più e più volte la stessa storia!
  • Spegni la televisione, la radio e i dispositivi elettronici. È più semplice godersi il momento della lettura se non ci sono altre distrazioni.
  • Quando è possibile, lascia che alcuni libri siano accessibili al bambino, dove li possa prendere da solo.
  • Siediti vicino al tuo bambino. Puoi chiedergli di tenere il libro in mano e girare le pagine.
  • Guardate insieme le figure: ci potrebbe essere qualcosa che incuriosisce il bambino e può essere l’occasione per fare delle domande o magari domandare che cosa potrebbe succedere dopo.
  • Parlate insieme del libro. Le storie illustrate possono essere un ottimo spunto per il bambino per parlare di alcune paure e preoccupazioni, o magari aiutarlo a gestire alcune emozioni. Può essere importante dare lo spazio di parlare e condividere come si sente rispetto ad alcune situazioni della storia.
  • Divertitevi! Non c’è un modo giusto o sbagliato di condividere le storie! Usa la voce per fare i diversi personaggi! Aggiungi dei gesti per enfatizzare quello che succede. Al tuo bambino potrebbe piacere molto! Anche per i bambini più grandi….
  • Quando leggi qualcosa, una rivista, il giornale, una poesia, un romanzo oppure semplicemente una ricetta, chiedi a al tuo bambino di unirsi alla lettura.
  • Regala libri!
  • Coinvolgi il bambino nella scelta dei libri nelle biblioteche o nelle librerie.
  • Leggi libri insieme, anche se il bambino è più grande può sempre essere un momento piacevole insieme con libri più adatti alla sua età.

Foto di Andrea Piacquadio da Pexels

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Come affrontare il passaggio da una scuola all’altra e gestire l’ansia da fine ciclo

Il passaggio tra la fine di un ciclo scolastico e l’inizio di un altro è un momento importante e delicato nella vita di bambini e ragazzi. Da un lato porta con sé stimoli e occasioni di crescita, dall’altro può favorire la nascita di dubbi e timori. Come affrontare questi aspetti?

I consigli di Martina Tramontano, psicologa e psicoterapeuta del Centro Medico Vivavoce. 

Ansia da fine ciclo scolastico, che fare?

L’esperienza scolastica riveste un ruolo importante per lo sviluppo del bambino o del ragazzo da un punto di vista sia formativo che di crescita personale.

All’interno di questo processo i passaggi da un ciclo scolastico all’altro sono i più delicati. Rappresentano un cambiamento (di vita, metodo di studio, relazioni interpersonali) con i propri coetanei ma anche con nuovi docenti e nuovi contesti.

Per l’alunno entrare in un nuovo ordine di scuola significa mettere in discussione i criteri su cui è stata fondata l’esperienza scolastica precedente, uscire dalle sicurezze costruite e affrontare nuovi sistemi relazionali, nuove regole e richieste.

Questo porta con sé stimoli e occasioni di crescita, ma anche dubbi, interrogativi e timori che è importante condividere e affrontare anche con il sostegno dei genitori.

Quali aspettative ed emozioni si provano in vista di un passaggio da un ciclo scolastico all’altro?

Ogni evento nuovo spaventa, soprattutto in una fase in cui bambini e ragazzi già devono fare i conti con i cambiamenti emotivi e cognitivi legati alla pre-adolescenza e all’adolescenza. Non si sentono pronti, temono di non essere all’altezza delle richieste e di confrontarsi con i nuovi compagni. Devono affrontare se stessi, sperimentarsi e conoscersi in un contesto completamente nuovo dove le aspettative che si sono creati spesso non coincidono con la realtà.

I preadolescenti si ritrovano a confrontarsi con il passaggio da un ambiente più protetto e intimo a un luogo più distaccato e meno rassicurante con un numero maggiore di insegnanti e materie.

Gli adolescenti invece devono confrontarsi anche con la scelta della tipologia di scuola. Spesso nella testa dei ragazzi questa decisione influenza l’orientamento professionale per il resto della vita.

Molti studenti vivono l’ingresso nel nuovo ciclo scolastico in modo positivo per via della maggiore indipendenza. Proprio questo fattore però può rivelarsi un ostacolo all’adattamento.

Come affrontare questi aspetti?

1) Partire dall’idea che la vita di tutti presenta cambiamenti e richiede adattamenti. Bambini e ragazzi possono avere l’impressione che i compagni siano maggiormente a proprio agio, ma la verità è che, soprattutto all’inizio, tutti si sentono un po’ spaesati e in ansia e ciò è normale quando si sperimenta un momento di passaggio da una realtà nota a un’altra sconosciuta.

2) Pensare che non ci sono cambiamenti “positivi” o “negativi” in sé, ma tutto dipende da come li viviamo. Per aiutarci a sperimentare questi passaggi positivamente è utile dirigere il proprio focus sulle opportunità di crescita, riconoscerne gli aspetti positivi e individuare e sviluppare le risorse necessarie nel nuovo contesto.

3) Sicuramente ogni cambiamento, anche quando gestito nel migliore dei modi, comporta sempre e comunque un po’ di ansia che può essere sperimentata con disagio portando a sviluppare pensieri negativi sulle capacità e l’efficacia personale. È bene ricordare che la maggior parte delle preoccupazioni sono passeggere e destinate a scomparire rapidamente non appena si ha la possibilità di conoscere il nuovo ambiente, le strutture e le risorse presenti, nonché le richieste del nuovo contesto scolastico.

4) Il passaggio al ciclo scolastico successivo è anche connesso a come sono stati vissuti gli anni precedenti. Se la scuola è stata sperimentata come un’esperienza positiva sarà più facile vederla come una fase di crescita e di arricchimento. Se gli anni precedenti sono stati vissuti negativamente, si svilupperà il timore di rivivere nuovamente quelle emozioni per cui il cambiamento verrà percepito con più fatica e paura e si affronterà con un ruolo più passivo. In questi casi il supporto genitoriale può essere importante.

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Cosa fare quando ansie e paure riguardano le relazioni?

Alcune insicurezze possono riguardare i rapporti interpersonali con gli altri studenti o con i docenti. Sicuramente la creazione di nuove relazioni con altri studenti può costituire inizialmente una fonte di stress.

Un aiuto può essere fornito dalla considerazione che più o meno tutti coloro che frequentano il primo anno di una nuova scuola sono nelle stesse condizioni e che quindi molto probabilmente accetteranno positivamente qualsiasi approccio interpersonale, nella speranza di creare dei contatti.

È importante essere consapevoli del fatto che non si è i soli a sperimentare delle difficoltà e si ha la possibilità di condividere con gli altri i propri vissuti. La vicinanza e il confronto con i compagni consentono, infatti, di reperire informazioni mancanti, correggere i propri errori di valutazione, controllare meglio l’ansia soprattutto nella relazione con i nuovi docenti.

Il ruolo dei genitori: come possono aiutare i propri figli?

In queste tappe delicate i genitori sono fondamentali ma è importante che si mostrino comprensivi e disponibili al dialogo permettendo al figlio di esprimere insicurezze e preoccupazioni. Abituarlo a parlare di ciò che gli succede in ambito emotivo, facendogli capire che può contare su di loro, lo aiuterà a non sentirsi solo nell’affrontare il cambiamento legato al passaggio scolastico.

È anche importante che il genitore rispetti i tempi del figlio supportandolo senza esprimere eventuali ansie e preoccupazioni che lo manderebbero inutilmente in agitazione. In questa fase il genitore non dovrebbe focalizzarsi sulla prestazione scolastica. È meglio invece normalizzare il senso di disorientamento e ansia vissuti dal figlio che si trova ad affrontare una nuova situazione.

Potrebbe essere utile anche condividere le proprie esperienze e paure per farlo sentire più accolto e compreso; non minimizzare le sue preoccupazioni, anche se sembrano infantili e irrazionali. Infine non enfatizzare questo momento e passaggio della sua vita dandogli eccessiva importanza, parlando solo del passaggio, caricandolo di aspettative ed emotività.

Altro aspetto importante è fare attenzione ai segnali del corpo, come effetto dell’eccessiva preoccupazione che viene somatizzata.

Questo vale soprattutto per chi ha avuto problemi relazionali, di bullismo o ha vissuto in maniera negativa le precedenti esperienze scolastiche.

Tali aspetti possono portare a vivere l’ingresso nel nuovo ciclo con la paura di trovarsi di nuovo in quella situazione, di non essere compresi e di avere ancora problemi. In questi casi è fondamentale che i genitori siano fonte di rassicurazioni e positività per il figlio.

Da un punto di vista pratico infine è anche importante che i genitori lavorino fin da subito sull’autonomia del figlio nella gestione del quotidiano fino ad arrivare all’organizzazione scolastica e del metodo di studio.

Foto di Dương Nhân da Pexels

SCUOLA

Dsa, perché è importante lo screening precoce nella scuola dell’infanzia

Sebbene la diagnosi di DSA possa essere fatta alla fine della seconda elementare, mentre quella di discalculia al termine della terza elementare, già nella scuola dell’infanzia è possibile individuare i bambini che presentano delle difficoltà. Come funziona lo screening di valutazione del linguaggio e dei prerequisiti scolastici e come viene svolto: ce lo spiega Marina Vai, logopedista del Centro Vivavoce.

Lo screening DSA già nella scuola d’infanzia

La legge 170 del 2010 relativa alle linee guida dei Disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) sottolinea l’importanza di rilevare fattori a rischio fin dalla scuola dell’infanzia e delega agli insegnanti l’osservazione e descrizione delle difficoltà dei bambini.

In alcune scuole vengono somministrati test standardizzati di screening per rilevare difficoltà specifiche nel linguaggio, nella motricità, nell’organizzazione spazio-temporale, nell’attenzione e nella memoria.

L’importanza dell’osservazione precoce è ribadita in due decreti ministeriali, uno del 2011 e un altro del 2013. «È importante identificare precocemente le possibili difficoltà di apprendimento e riconoscere i segnali di rischio già nelle scuole dell’infanzia», si legge ad esempio nel decreto ministeriale 12/07/11.

Da logopedista confermo l’importanza di proporre ai bambini dell’ultimo anno della scuola dell’infanzia uno screening di valutazione del linguaggio e dei prerequisiti scolastici.  Tale screening deve avere un costo sostenibile. Inoltre deve essere molto sensibile in quanto capace di individuare i bambini che hanno delle difficoltà e specifico perché deve dare il minor numero di falsi positivi.

I due obiettivi dello screening sono elencati di seguito.

  • Individuare bambini che hanno ancora delle difficoltà linguistiche.
  • Rilevare bambini con difficoltà nei prerequisiti scolastici, comprese le difficoltà di organizzazione motoria e visuo-spaziale (nel caso potesse partecipare una neuropsicomotricista).

Le cose da sapere sullo screening DSA

Lo screening è proposto dagli insegnanti della scuola dell’infanzia ai genitori, in compresenza del logopedista qualora sia possibile.

I genitori devono comprendere il significato e lo scopo del test che verrà fatto. Possono a loro volta dare informazioni utili sul bambino ed essere aiutati a prendere consapevolezza delle eventuali difficoltà. Capita spesso che rispondendo a delle semplici domande sull’evoluzione del figlio i genitori si rendano conto “all’improvviso” delle difficoltà presenti e diventino collaboratori attivi durante un’eventuale presa in carico.

Il logopedista dovrebbe visionare con gli insegnanti della scuola dell’infanzia le schede che esse compilano per ogni bambino. Insegnanti attenti e preparati possono infatti fornire per ogni bambino dati importanti che sono di estremo aiuto al logopedista durante l’osservazione e valutazione di screening. Il logopedista in aggiunta può fornire un questionario più specifico da far compilare ai genitori e alle insegnanti.

Come avviene lo screening

Lo screening avviene in due fasi.

Nella prima fase vengono visti tutti i bambini dell’ultimo anno di scuola dell’infanzia.

Nella seconda, vengono rivisti solo quei bambini per i quali ci sono dei dubbi sul linguaggio e sui prerequisiti scolastici.

Lo screening permette di rilevare i bambini a rischio e fornire gli insegnanti degli strumenti necessari per poterli aiutare. Ad esempio, potrebbero essere dati degli esercizi di rinforzo da svolgere in piccoli gruppi (workshop).

Anche le stesse famiglie potrebbero essere coinvolte, chiedendo loro di prestare attenzione ai primi processi d’apprendimento della letto-scrittura durante i primi mesi di scuola. Tale rinforzo permetterebbe di preparare anche quei bambini a cui sarà comunque successivamente diagnosticato un DSA, limitando la loro difficoltà.

L’avvio di uno screening efficace richiede uno sforzo in termini di risorse e di tempo, poiché il logopedista dovrà partecipare a incontri con le insegnanti, con i genitori, elaborare i dati, valutare i bambini.

Non tutte le scuole, purtroppo, dispongono di fondi utili. In tal caso, lo screening può essere rivolta solo ai bimbi su cui si hanno dei dubbi.

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Il vantaggio del logopedista interno alla Scuola dell’Infanzia

Alcune scuole dell’infanzia già si avvalgono della collaborazione di un il logopedista all’interno della struttura. Questo rappresenta sicuramente un vantaggio. La figura professionale interagisce direttamente con gli insegnanti e collabora con loro nell’individuazione dei bambini con difficoltà.

Il logopedista può così incontrare facilmente i genitori nei colloqui e nelle assemblee di classe. Può dare anche indicazioni rispetto allo sviluppo linguistico, suggerire visite, indicare a chi e dove rivolgersi motivando l’indicazione data.

La presenza del logopedista all’interno della struttura crea maggior familiarità e di conseguenza la possibilità di far comprendere pian piano alla famiglia l’importanza di rivolgersi a un centro specializzato per effettuare una valutazione.

Lo screening DSA nella Scuola Primaria

I bambini che sono già stati valutati per ritardo e disturbo di linguaggio presso centri convenzionati o privati e che sono in carico per la riabilitazione vengono sottoposti a delle prove prima dell’ingresso in scuola primaria.

Solitamente il logopedista, in accordo con il neuropsichiatra infantile referente del caso, propone delle sedute di potenziamento dei prerequisiti scolastici.

Si possono proporre degli screening nella scuola primaria a metà percorso e alla fine della prima. In questo modo si avvia un programma di potenziamento per i bambini che presentano delle difficoltà e tenerli sotto osservazione.

La diagnosi di Disturbo Specifico dell’Apprendimento può essere posta solo alla fine della seconda primaria ed alla fine della terza primaria per il calcolo (discalculia). Tuttavia, gli insegnanti hanno il dovere di sostenere i bambini con difficoltà in attesa della diagnosi mettendo in atto strategie d’intervento che possono facilitarli nell’apprendimento.

A livello di screening in prima e seconda primaria ci sono vari strumenti che possono utilizzare gli insegnanti. Un esempio sono le prove ZERO: prove di lettura e scrittura molto semplici che vanno a testare il livello raggiunto del bambino e le sue difficoltà. Queste contengono il manuale e i dati normativi che indicano la presenza di difficoltà meritevoli di attenzione e successiva valutazione.

Foto di Natalie da Pexels

Vivavoce Focus

Università, orientarsi senza perdersi: le domande giuste da porsi prima di scegliere

L’orientamento universitario è una fase importante nella vita di uno studente che sceglie di proseguire dopo la scuola secondaria. Bisogna però capire qual è la propria meta e quale percorso seguire per essere sicuri di arrivare e non perdersi per strada.

I consigli della coach Lucia Ivona per fare la scelta giusta.

Cosa significa davvero la parola “orientamento”?

«Nessun altro poteva ottenere di entrare da questa porta, a te solo era riservato l’ingresso. E adesso vado e la chiudo»

Orientamento è un termine denso di significato. Nello specifico, sull’orientamento scolastico e universitario si è scritto e si scrive moltissimo con approcci e punti di vista differenti. Proviamo invece a tornare all’origine di questa parola, ritrovando parte delle sue antiche radici e dei suoi significati.

Etimologicamente il termine “orientamento”, deriva dal verbo latino orior: sorgere, nascere, spuntare. L’oriente era definito, ed è tutt’ora così, il punto di nascita del sole. Per traslato oggi orientamento significa volgersi a oriente. Orientarsi.

Prima che arrivassero le tecnologie cui siamo abituati, volgersi ad oriente significava saper individuare il punto dal quale il sole sarebbe sorto, con la possibilità che conseguiva, di trovare i tre punti cardinali mancanti: nord, sud e ovest. Questo permetteva ai viaggiatori e ai marinai di programmare la propria rotta.

La parola orientamento quindi, presuppone che si sappia individuare l’oriente in qualità di punto fisso che facilita l’individuazione degli altri tre e che si abbia ben chiara la meta che si vuole raggiungere. Accade così, anche per l’orientamento universitario. Individuato l’oriente interiore, avremo scoperto anche la meta e il viaggio.

Orientamento universitario, le domande da cui partire

“Cosa voglio fare da grande? Cosa mi piacerebbe diventare?” sono solo alcune delle domande esplorative che studenti e studentesse prossimi alla scelta universitaria si pongono.

“Dove desidero arrivare?”,“Cosa mi piacerebbe realizzare?”: queste domande potrebbero aiutarci a individuare la meta ma non l’oriente, il punto fisso che determina tutto il resto. Le chiameremo domande meta.

Per trovare il proprio oriente le domande di partenza invece potrebbero essere:

“Dove mi trovo oggi? Finito il percorso di studi di scuola secondaria cosa ho imparato di me? Quali sono le materie che mi hanno appassionato? Verso cosa mi sono dimostrata incline, che cosa ho studiato con passione e con metodo, che cosa non ha mai suscitato in me interesse, attenzione, curiosità? E fuori dalla scuola, cosa mi ha appassionata? A cosa mi sono interessata? Cosa mi ha attratto?”

Rispondere a queste domande, che chiameremo domande oriente, potrebbe significare individuare l’oriente e cominciare a costruire una propria mappa interiore, ritrovando il resto dei propri punti cardinali interni.

Alcuni potrebbero non riuscire a rispondere a questa seconda tipologia di domande. Come fare, allora, a orientarsi?

Come rispondere?

Una delle possibili risposte potrebbe essere fermarsi e prendersi il tempo necessario per ricostruire i propri punti fermi al momento della scelta, perché se non si conosce bene la propria geografia interiore difficilmente si potrà essere capaci di orientarsi verso una meta.

In altre parole: se non so chi sono o cosa desidero autenticamente oggi, con molta difficoltà saprò tracciare davanti a me un cammino perseguibile. Il tempo dedicato alla scoperta del proprio oriente prima di scegliere sarà lo stesso che non verrà disperso disperderò lungo la via, come che accade spesso a chi fa scelte universitarie non ponderate.

Rispondere alle domande meta, invece, significa impostare un ragionamento e un piano di orientamento che consenta allo studente e alla studentessa, uscente dalla scuola superiore, di farsi un’idea rispetto ai differenti percorsi universitari che potrebbero essere d’aiuto a raggiungere la sua meta. Ciascuna facoltà potrà essere esplorata leggendo manuali, siti, testimonianze di altri studenti che daranno alla futura matricola una serie di articolate e dettagliate informazioni, indispensabili per una scelta accurata del proprio percorso di studio.

Così il nostro viaggiatore o la nostra viaggiatrice avràcominciato a puntare la bussola verso la meta. Ad esempio, se alle domande meta risponderà: “Voglio diventare medico”, a quel punto potrà salire sulla sua imbarcazione dopo aver studiato il percorso della facoltà di medicina.

Quello che spesso accade è che il nostro viaggiatore ha guadagnato così la sua dotazione di base: una meta e un percorso.

Se avrà saputo rispondere anche alle domande oriente, saprà superare le difficoltà che gli si presenteranno durante il viaggio perché la sua navigazione sarà agganciata ai restanti punti cardinali interni: inclinazione, passione, motivazione. Saprà dunque tenere il suo timone dritto fino alla meta. Orientato, appunto.

Se invece non lo avrà fatto, se non avrà trovato le risposte per le domande oriente, potrebbe trovarsi in difficoltà significative lungo il percorso perché la sua navigazione potrebbe non essere agganciata a niente. E la spinta dei motori potrebbe presto cessare.

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Università e orientamento, qual è la domanda di partenza?

La meta, la laurea, infatti, non è visibile nel momento in cui si inizia il percorso universitario e non si può raggiungerla senza una carta che disegni le tappe del viaggio. “Ma c’è questa mappa!”, si potrebbe rispondere.  “La fornisce la stessa università con il suo calendario di lezioni ed esami”. Questo è vero. In parte.

Per fare però in modo che quella mappa diventi un disegno interiore capace di orientarci e di farci camminare è necessario che si inscriva nel nostro spazio mentale: è necessario che sia agganciata alla nostra motivazione. I punti fissi per il nostro “oriente interno”, quindi, non sono le facoltà con i loro ritmi e i loro programmi da seguire; sono invece tre elementi che rappresenteranno il combustibile per il viaggio: inclinazione, motivazione e passione.

Alla base di una buona scelta, di un buon orientamento c’è la scoperta dei propri punti fissi: verso cosa mi inclino? Cosa mi attrae? Cosa mi spinge a muovermi verso una meta?

La domanda di partenza quindi forse non è dove voglio arrivare, ma verso cosa sono spinto

Quale aspetto del mondo, della vita, della cultura mi interessa a tal punto da spingermi all’azione? Scoprirò che potrebbe essere la ricerca, la matematica, la biologia, la musica, lo sport. E potrei felicemente scoprire che è proprio dentro queste passioni che troverò la mia meta: come scrive lo psicologo James Hillman, ne “Il codice dell’anima”, la quercia è già tutta presente nella ghianda.

Orientamento universitario, i consigli della coach: trovare i punti fissi

Da coach, mi permetto di suggerire a chi sta orientandosi verso l’università: se non hai ancora scoperto i tuoi punti fissi, prenditi il tempo necessario per scoprirli e scegli una meta che possa utilizzare la tua passione per alimentare e sostenere la tua motivazione nel tempo; questo ti sarà di aiuto nel prefissarti obiettivi intermedi possibili, nello studiare con zelo e attenzione nonostante le fatiche, nel tenere il ritmo che l’università impone; significherà garantirti un buon rifornimento per un viaggio che durerà 5 anni e non 5 giorni e che a tratti, potrebbe essere particolarmente arduo e faticoso.

Partire con il pieno di energia e ritrovarsi esausti dopo i primi mesi, è una esperienza molta diffusa; solo gli appassionati alla loro scelta sapranno trovare nuove energie per alimentare la motivazione e tenere il passo.

Scegli dunque la facoltà che fa per te; quella che ti porterà a realizzare il tuo obiettivo. Ma prima di sfogliare le mille offerte accademiche, sfoglia te stesso o te stessa e trova le tue passioni, osservati e guarda in quale direzione sei inclinato o inclinata, dove pende la tua attenzione, da cosa viene attratto il tuo pensiero, cosa stimola la tua curiosità.

Domandati quale tipo di quercia è già tutta contenuta nella giovane ghianda che sei. Questa è la base. È solo la base. E tuttavia nulla si può costruire senza di essa.

In ambiente universitario si sviluppano capacità di autogestione, lavoro di gruppo e di responsabilità verso se stessi comprendendo come, lavorando per micro obiettivi, si raggiungano i traguardi prefissati.

La scelta dell’indirizzo di studi merita di essere valutata attentamente ponderando molteplici fattori, ma soprattutto è bene considerare in maniera conscia le proprie passioni, inclinazioni, attitudini e potenzialità, valutando attentamente l’impegno necessario che tale percorso comporta.

L’incipit di questo articolo, è tratto da un racconto di Kafka, intitolato “Davanti alla legge”.

Prima di scegliere il tuo percorso universitario, prenditi il tempo per leggerlo.

È una ghianda.

 

Riferimenti:

Kafka Franz, I racconti, a cura di Giulio Schiavoni, Milano, BUR Rizzoli (1985)

Hillman James, Il codice dell’anima, Milano, Adelphi (2009)

 

 

Foto di Andrea Piacquadio da Pexels

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