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Blog

Vivavoce Focus

Relazioni alla prova: effetto del coronavirus

Il lockdown per il coronavirus ha influenzato le nostre relazioni? È cambiato qualcosa in questi due mesi di quarantena imposta per arginare la diffusione del Covid-19? 

Cosa abbiamo imparato sulle nostre relazioni in questo periodo e cosa possiamo fare in caso di difficoltà: il parere di Giada Sera, Psicologa e Psicoterapeuta del Centro Medico Vivavoce.

Durante la quarantena le nostre capacità relazionali sono state messe a dura prova

Da un giorno all’altro sono cambiate le “condizioni ambientali” e, di conseguenza, anche le regole che sottostanno alle nostre relazioni.

In particolare, i nostri rapporti si sono posizionati su due estremi:

  • Isolamento sociale: ci siamo distanziati fisicamente dalla maggior parte delle persone che frequentavamo quotidianamente – colleghi, compagni di classe e amici;
  • Convivenza forzata: siamo 24 ore su 24 a stretto contatto con i nostri coinquilini – amici, partner, genitori.

La reazione a questo cambiamento radicale è soggettiva e influenzata da innumerevoli aspetti, ad esempio, aspetti tipicamente personologici – la capacità di tollerare la solitudine, l’inattività, l’ansia e la paura – e fattori ambientali – la grandezza della casa o la possibilità di avere un proprio spazio.

Leggi anche Fase due: il ritorno alle abitudini tra entusiasmo ed ansia

Il coronavirus ha influenzato le nostre relazioni?

Le nuove condizioni di vita hanno influito tangibilmente sulle relazioni interpersonali.

Si pensi, ad esempio, ai turni conversazionali, ovvero alla capacità di alternare il proprio intervento in una conversazione,  un aspetto intuitivo nella scambio tête-à-tête. Nella videochiamate con amici è stato più difficile rispettarli, causando intervalli con lunghi silenzi oppure sovrapposizioni continue. A causa della monotonia della nostra quotidianità, si sperimenta la sensazione di avere meno argomenti di conversazione nonostante il desiderio di vicinanza e di contatto.

Inoltre, potrebbe emergere un irrigidimento eccessivo in alcune relazioni, un maggior numero di scontri e discussioni, o al contrario, percepire un maggior attaccamento e affetto per qualcuno.

A due mesi dall’inizio del lockdown, cosa abbiamo imparato sulle nostre relazioni?

Avendo dovuto mettere in “pausa” le nostre vite, abbiamo portato maggior attenzione su di noi e quindi anche sulle nostre dinamiche relazionali. Ecco su quali aspetti possiamo riflettere maggiormente:

  • Che valore diamo alle relazioni? Avendo messo in stand by molti impegni e attività, possiamo aver sperimentato realmente il valore e il peso che le relazioni hanno nella nostra vita: se abbiamo investito tanto sul lavoro o sullo studio, tralasciando gli affetti o, al contrario, ci siamo stupiti di avere molti contatti. Questa consapevolezza potrebbe portare a una riflessione sulle priorità e sui valori da attribuire alle relazioni in futuro;
  • Il modo in cui gestiamo le emozioni influisce sulle nostre relazioni? In momenti di maggior stress possiamo ricorrere a diverse strategie per gestire le nostre emozioni. Talvolta queste possono coinvolgere anche gli altri. Ad esempio, se sono agitata posso:
    • cercare un confronto con una mia amica o un amico;
    • diminuire i contatti con l’esterno;
    • essere maggiormente irascibile;
  • Hai imparato qualcosa di nuovo su di te e sulle tue relazioni? Sicuramente abbiamo un’idea di noi e del mondo, che spesso è rigida e immutabile. In questi mesi potremmo averla messa in discussione. Ad esempio, potremmo esserci scoperti più o meno forti di quello che pensavamo, di soffrire o di non soffrire la solitudine, di avere sovrastimato o sottostimato alcuni rapporti, di aver bisogno dei propri spazi o di avere difficoltà nel gestire alcune relazioni.

Se ho avuto difficoltà in qualche relazione, cosa posso fare?

  • Ricordati che questo è un momento particolare: abbiamo vissuto in condizioni extra-ordinarie, bisogna tenerne conto. Se è una difficoltà emersa in questo periodo, potrebbe essere il frutto di questo cambiamento; 
  • Non è conveniente prendere decisioni avventate ora: non prendere questa fase come momento rivelatorio. L’obiettivo che possiamo porci ora è solo quello di conoscerci meglio e di trovare strategie per gestire al meglio che si può questo momento;
  • Osserva le tue difficoltà relazionali: valuta se i contesti, le modalità, gli attori degli scontri sono sempre gli stessi e se ci sono delle modalità ricorrenti;
  • Osserva le reazioni degli altri in risposta ai tuoi comportamenti: ricorda che il tuo comportamento verso l’altro scatena in lui una risposta. Ad esempio, se aggredisco una persona, lui proverà rabbia e risponderà di conseguenza; se rispondo a monosillabe alle domande che mi vengono fatte, trasmetterò disinteresse e, di conseguenza, si interromperà la conversazione;
  • Prova a modificare, anche leggermente, il comportamento che suscita una risposta negativa nell’altro: se hai scoperto che un tuo comportamento scatena nell’altro una risposta indesiderata, prova a modificarlo, cerca delle alternative per disinnescare il circolo vizioso e passare ad un circolo più virtuoso. Ad esempio, se hai osservato che fare numerose domande in certi momenti della giornata porta l’altro a innervosirsi, prova a trattenerti e farle in un altro momento;
  • Monitora nel tempo tali difficoltà, se dovessero perdurare nonostante la ripresa delle attività dopo la quaranta prendine atto.

Foto di cottonbro da Pexels

 

Vivavoce Focus

Insegnanti e didattica a distanza: la lezione con “la porta aperta”

“Parlano come se il governo di casa tua consistesse interamente di quel che tu devi fare dei bambini. Un bel po’, invece, consiste della domanda disperata di che cosa i bambini faranno di te.”

G. K. Chesterton

Quando è iniziato tutto questo e le scuole hanno chiuso, come insegnante ho avuto un pensiero che da allora non mi ha abbandonato: vedere i ragazzi. E farmi vedere da loro.

Per farlo, per vedersi intendo, c’è voluto un po’. Alcune scuole sono partite subito, altre dopo, ma alla fine tutte, percorrendo strade differenti più o meno lineari, sono arrivate dove ogni strada educativa conduce: al rapporto. In questi due mesi le infinite comunicazioni di scuole in ansia da prestazione si sono sfoltite, i fitti silenzi di altri istituti spaesati fino all’immobilismo hanno lasciato spazio a qualche timida proposta. Così gradualmente e in altra forma gli insegnanti sono tornati a fare l’appello. Un docente si connette, guarda la sua faccia nel computer, fa un respiro poi chiede: ci siete? E aspetta che qualcuno da qualche parte dica: presente.

Così si è sempre cominciato, così si comincia anche oggi e così iniziano i problemi, ora accentuati dalla DAD (Didattica a distanza). Sì, perché adesso una volta fatto l’appello non si può più chiudere la porta della classe, per il semplice fatto che la porta non c’è. Non si possono vedere gli alunni perché spengono la telecamera e non si può più di tanto chiedere di intervenire perché i ragazzi si “mutano” (così dicono togliendo il microfono).

Gli insegnanti e la sfida della didattica a distanza al tempo del coronavirus

Non si può valutarli come si deve perché copiano e soprattutto, grande cruccio dell’insegnante, non si può neanche essere certi che stiano ascoltando perché forse, mentre tu parli, quelli non ci sono già più ed è rimasta solo un’icona sul computer con le loro iniziali. La porta non si può chiudere e il docente o dirigente che ancora con le unghie e con i denti si tiene aggrappato alla maniglia è destinato, dopo uno sforzo titanico, a rimanere con niente in mano, se non la maniglia stessa sradicata dalla forza della libertà.

La libertà di cui parlo però non è solo quella degli alunni che, nel bene o nel male, l’hanno sempre vissuta, ma quella degli stessi insegnanti. Noi privati ognuno delle proprie sicurezze, dalle quattro mura dell’aula fino a “sei politici” o criteri di valutazione tanto legnosi quanto la porta della classe, rischiamo di trovarci davanti a un muro ancora più arido degli intonaci scrostati delle nostre scuole: lo schermo del computer.

Quale libertà occorre vivere quindi? Una sola: esserci.

Parafrasandolo, Chesterton chiede non che cosa i docenti devono fare degli alunni, ma che cosa gli alunni se ne faranno dei docenti. Bene: gli alunni dei docenti possono farsene molto, ma è altrettanto vero che possono farsene niente. Niente. Sono liberi.

E noi? Siamo liberi al punto da accettare, seppur con dolore, che di me l’altro non se ne faccia niente?

Parlando davanti a un monitor, lanciando come naufraghi un messaggio in una bottiglia nella speranza che qualcuno lo riceva, ci chiediamo di cosa sia fatta la nostra libertà. A mio parere la risposta è da cercare proprio nel legame tra noi e la forza del messaggio che lanciamo, oggi più che mai una richiesta di salvataggio: il nostro.

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Cosa e come deve comunicare l’insegnante con la didattica a distanza?

Privati di tutto, a partire dal tempo di lezione adesso così ostico, cosa è chiamato a comunicare un insegnante? Quale messaggio mandare aldilà dello schermo?

Da due mesi i miei alunni tengono i loro Diari Clandestini. Li abbiamo chiamati così in onore di Giovanni Guareschi che dal lager di Beniaminovo scriveva: «Signora Germania, tu mi hai messo fra i reticolati, e fai la guardia perché io non esca. È inutile, signora Germania: io non esco, ma entra chi vuole. Entrano i miei affetti, entrano i miei ricordi».

I ragazzi, anche loro chiusi ma in casa, si mettono al computer e scrivono. Eccone uno.

22/04/2020. Ore 6:46
Ho preso il brutto vizio di vegliare di notte e dormire di giorno, però questa cosa da una parte mi aiuta perché le giornate passano più in fretta e non le sento più di tanto. Si dice che la notte porta consiglio, a me porta pensieri e riflessioni su tante cose, sono sempre stato uno molto pensieroso e riflessivo e in questi giorni lo sono ancora di più. Spesso mi succede che non ho più voglia di fare niente, come se volessi staccarmi da tutto ciò che mi circonda, però è in questi momenti che bisogna reagire. Mia mamma continua a lavorare a fare turni su turni per fronteggiare questa emergenza che è in corso nel nostro paese, come in tutto il mondo.

Sono pagine vive. Sono una testimonianza, cioè unica e vera comunicazione.

Se anche la scuola prendesse sul serio la domanda su cosa veramente comunicare potremmo riuscire a navigare non solo nelle acque burrascose del Covid ma anche in quelle più stagnanti dei programmi ministeriali.

Così forse anche la maturità potrebbe essere occasione di vera sintesi. Mi dicono che sarà un grande colloquione informe. Comunque sia ci sarà sempre qualcosa di ben delineato: i volti. Compariranno di nuovo in tutta la loro franchezza. E sarà ancora una volta, come ogni giorno nella vecchia classe, uno spietato faccia a faccia.

 

Citazioni:

Gilbert Keith Chesterton, La famiglia, regno della libertà, Macerata, Leardini Guerrino (2019)

Guareschi Giovanni, Diario clandestino (1943-1945), Milano, Rizzoli (2017)

 

Foto di Julia M Cameron da Pexels

Vivavoce Focus

Esame di stato: la maturità ai tempi del coronavirus

Cosa pensano i maturandi 2020 del loro futuro esame di Stato al tempo del coronavirus? Quali preoccupazioni sono legate a questo momento tanto atteso e temuto?

Grazie all’esperienza diretta con loro è stato possibile confrontarsi e riflettere su questo tema. I ragazzi 2001 non si limitano a manifestare entusiasmo per un esame light, ma riportano numerose e più profonde considerazioni.

Abbiamo intervistato Giada Sera, Psicologa e Psicoterapeuta di Vivavoce, che ha raccolto le esperienze dei maturandi del 2020.

Come sarà l’esame di stato quest’anno?

I ragazzi rispondono prontamente riportando le ultime notizie sentite al telegiornale o inoltrate loro da genitori o compagni, ma concludono sempre sottolineando dubbi relativi alla struttura, alla modalità di studio e di valutazione.

I ragazzi stanno sperimentando emozioni contrastanti, in primis derivanti dall’incertezza: “Cosa dovrò affrontare?”.

Si sono preparati per cinque anni all’esame di Stato – all’idea di studiare per ore e ore, a serate dedicate a scrivere tesine ed elaborati, alla temuta seconda prova di indirizzo, all’immagine dei banchi nei corridoi, alla tensione nel momento in cui viene aperta la busta ministeriale, alla famosa notte prima degli esami e infine al paventato orale.

In questo senso, i maturandi di quest’anno non sanno cosa li aspetta.

Ad oggi si inizia a definire la struttura – una singola prova orale – ma rimane ancora incerta la modalità, a distanza o in presenza. Si può immaginare come tale situazione si sta ripercuotendo sugli animi fragili dei maturandi.

Infatti, se prima l’ansia era legata esclusivamente all’impegnativa preparazione e alla prestazione, ora è legata anche al non sapere cosa succederà.

Cosa pensano i ragazzi in una singola prova orale, in presenza o a distanza?

Sulla base del decreto legge n. 22 dell’8 aprile 2020, l’esame di Stato consisterà in un’unica prova orale.

Alcuni ragazzi si sentono tranquillizzati per il fatto di avere una prova sola invece di tre e di avere la commissione interna. In molti sono sicuri di aver maggior comprensione da parte dei professori o addirittura di avere la promozione assicurata.

Al contrario, chi ha sempre sofferto maggiormente le interrogazioni rispetto alle verifiche scritte riporta una maggiore ansia. Essa è dovuta all’idea di essere valutato su un’unica prova orale, al pensiero di avere una commissione di fronte o al timore che, data la  difficoltà nell’esposizione orale, la modalità a distanza renda tutto più difficile.

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Ma la riflessione dei maturandi va oltre la prova d’esame. Molti di loro infatti, ci riportano  anche considerazioni ed emozioni legate all’esperienza dell’esame di maturità. Sperimentano, in particolare un’emozione di tristezza.

  • È diffusa la sensazione di “perdita” di un evento, di un momento che è una tappa fondamentale nella vita di ogni adolescente. Sulla notte prima degli esami si sono girati film e scritte canzoni. L’attenta valutazione e l’aspettativa creatasi nella loro testa verrà totalmente capovolta lasciando l’amaro in bocca.
  • Un altro aspetto riportato con maggior sofferenza riguarda “l’ambiente classe”. I maturandi del 2020 hanno perso la possibilità di vivere gli ultimi mesi con i compagni e la sensazione di euforia mista a malinconia dell’ultimo giorno di scuola e del grido di liberazione al rintocco dell’ultima campanella.

Queste piccole esperienze scandiscono in realtà un momento importante, perché ci hanno dato e danno ai ragazzi di oggi la consapevolezza di un rito di passaggio, della fine di un percorso e l’inizio di un altro.

La situazione di emergenza sanitaria legata al coronavirus ha interferito con molti aspetti rituali delle nostre vite. E questo è ciò che succederà ai ragazzi del 2001.

Come poter gestire al meglio questo evento?

Possiamo dare ai maturandi alcune indicazioni pratiche su come gestire queste emozioni.

  • Riconosci cosa provi. chiediti che emozioni stai esperendo? Dove le percepisci nel corpo? E quale è il contenuto dei tuoi pensieri?
  • Accetta quello che provi. Ansia e tristezza vengono comunemente etichettate come emozioni “negative”: cerchiamo sempre di non provarle o di “eliminarle” il prima possibile. In questa situazione sono assolutamente congrue quindi, riconoscile e accettale come normali rispetto a questo evento invece di rifiutarle.
  • Datti l’obiettivo di gestire le emozioni, non eliminarle. Ricorda che eliminare le emozioni è impossibile e soprattutto poco utile. Le emozioni hanno un loro scopo e, se gestite bene, sono necessarie. L’ansia per un esame è normale: ti permette di prepararti al meglio, di dedicarci tempo e attenzione i giorni prima invece di stare al pc o alla tv. Quindi:
    • Valuta l’attivazione fisica delle emozioni e prova a ridurla. Cosa significa? Ad esempio, se quando sei agitato il battito cardiaco aumenta e inizi a sudare maggiormente, prova a ristabilire cicli respiratori adeguati rallentando il ritmo e aumentando il tempo destinato all’espirazione;
    • Valuta la natura dei tuoi pensieri e come questi determinino le emozioni che proviamo e la loro intensità. Una volta identificati, prova a ragionare su quale di questi pensieri ti è più o meno utile nel gestire le tue emozioni.

Ad esempio, se mi ripeto che devo assolutamente studiare il capitolo in un’ora o che se non prendo un determinato voto non valgo, l’emozione di ansia sarà sicuramente più intensa. Diverso è se reputo preferibile studiare il capitolo in un’ora, o se penso che nel caso in cui prendessi un voto in meno questo non determinerà il mio valore come persona. Le doverizzazioni e il valutarci per un singolo comportamento non sono pensieri utili.

  • Prova a creare una piccola ritualità che ti aiuti, per quanto possibile, a delineare quel momento di “passaggio”: una video chiamata con i compagni l’ultimo giorno, un ripasso “a distanza” i giorni prima dell’esame. Potete programmare un’uscita appena sarà possibile, festeggiare in casa con la famiglia questi momenti.

 Foto di Pixabay da Pexels

Vivavoce Focus

Linguaggio dei bambini: 10 domande alla Logopedista

Il linguaggio dei bambini è uno dei temi più sensibili per i genitori. Ritardi, difficoltà, o addirittura mutismo provocano facilmente – e comprensibilmente – preoccupazione e disorientamento. 

Quando è necessario intervenire? A chi è bene ricolgersi? Durante il Webinar dello scorso 23 Aprile , Come migliorare il linguaggio del bambino stando a casa, abbiamo raccolto le domande più frequenti dei genitori.

Risponde la Dottoressa Marina Vai, Logopedista.

Mio figlio non parla: quando mi devo preoccupare?

Il processo evolutivo fisiologico di apprendimento del linguaggio comporta il raggiungimento di alcune tappe a partire dall’anno di vita. Da questo momento è importante osservare un aumento progressivo del vocabolario, un miglioramento nell’articolazione dei suoni e una sempre maggiore capcità di strutturare la frase.

A tre anni, all’inizio della scuola dell’infanzia, il bambino deve avere un inventario fonetico adeguato, deve formulare frasi strutturate e rispondere alle domande dell’adulto in modo corretto.

Se questo non avviene, è consigliabile rivolgersi ad un centro di Neuropsichiatria Infantile.

A chi mi devo rivolgere se mio figlio presenta solo un ritardo del linguaggio e non nel comportamento?

E’ il Neuropsichiatra infantile il medico che può fare un’anamnesi corretta.

Egli effettua l’esame neurologico, prescrive accertamenti diagnostici, indica le valutazioni logopediche e psicomotorie da fare, e insieme a un’equipe di professionisti formula la diagnosi.

Quali sono le tappe di sviluppo  del linguaggio?

Generalmente a 4 mesi un bambino inizia il vocalizzo.

A 8 il bubbling o lallazione, che consiste nella ripetizione di più sillabe. Più il bubbling è variato più il bambino avrà una facilità articolatoria futura.

A 12 mesi iniziano le prime parole. All’età 20 mesi un bambino utilizza in media 50 parole e formula le prime frasi contratte (due parole per una frase intera senza verbo.

Le prime frasi compaiono tra i 24 e i 30 mesi. E a 3 anni la frase dovrebbe essere completa.

Leggi anche Sviluppo del linguaggio nei bambini: le tappe fondamentali

Mio figlio struttura la frase completa, ma non pronuncia alcuni suoni. Cosa devo fare?

Se il bambino non pronuncia alcuni suoni, ne inverte altri e/o li sostituisce è consigliabile rivolgersi a un Neuropsichiatra Infantile, già a partire dai 3 anni.

Il bambino potrebbe infatti presentare un disturbo specifico nella capacità di co-articolare i suoni del linguaggio.

Alle volte, solo i fonemi /sta/ /spa/ /sca/ /r/ /cia/ e /gia/ tardano a comparire nell’articolazione del bambino .

Non sottovalutiamo, poi, il fatto che un linguaggio poco intelleggibile, potrebbe provocare nel bambino delle difficoltà comunicative che provocano frustrazione edisagio.

Il ciuccio interferisce con il linguaggio?

Il ciuccio impedisce l’allenamento della muscolatura orofacciale,  impedisce la corretta posizione della lingua nell’articolazione dei suoni del linguaggio (foni) , può creare palato ogivale, morso aperto e deglutizione disfunzionale.

Se non si elimina, il bambino avrà bisogno presto di un intervento ortodontico e logopedico che corregga punto e modo di articolazione dei foni alterati.

Mio figlio utilizza il dito come ciuccio. Come posso farlo smettere?

Il bambino che utilizza il dito stimola il recettore palatino che è posto dietro la papilla interincisiva dell’arcata superiore. Questo recettore chiamato spot palatino invia stimolazioni importanti al cervello.

Bisogna dunque sostituire questa stimolazione con esercizi che vadano a stimolare lo spot palatino e togliere piano piano l’uso del dito.

Mio figlio non comprende delle indicazioni semplici che gli comunico. Cosa devo fare?

Ci sono bambini intelligenti che hanno un disturbo di comprensione che va valutato il prima possibile da un Neuropsichiatra infantile, anche per escludere difficoltà reali di interazione e comunicazione.

Solitamente il disturbo di comprensione si accompagna ad altre difficoltà di linguaggio che vanno prese in esame.

Cosa fare per aiutare il racconto il bambino di 5-6 anni che utilizza pochi vocaboli e frasi semplici?

Si possono utilizzare libretti con favole o racconti purchè siano molto figurati, raccontando con enfasi ogni figura e successivamente far raccontare al bambino.

In alternativa, è possibile utilizzare anche video molto brevi, audiolibri, o cartoni, purché si guardino e coommentino insieme.

È importante enfatizzare quanto accade, raccontate insieme al bambino quanto fatto durante la giornata impostandolo come un gioco.

Leggi anche Come stimolare il linguaggio dei bambini a casa

È corretto attendere l’ultimo anno di asilo per una visita dal logopedista?

I ritardi di linguaggio possono provocare in seguito delle difficoltà di letto-scrittura.

Conviene quindi muoversi molto prima dell’ingresso in scuola primaria. Al limite, è possibile fare un primo consulto con una logopedista di comprovata esperienza che possa fare una prima valutazione, dare delle indicazioni e inviare dalla Neuropsichiatra Infantile.

Questo può dare una conferma del ritardo, tranquillizzare i genitori ed indirizzare nel miglior modo possibile.

Le strutture pubbliche hanno lunghe liste d’attesa. Cosa faccio?

C’è la possibilità di mettersi in lista d’attesa nel pubblico ed intanto rivolgersi a centri di Neuropsichiatria Infantile privati.

È sempre possibile possibile rivolgersi alla logopedista, ma è importante avere la consapevolezza che il suo intervento non è esaustivo.

Per essere sicuri del professionista al quale ci si rivolge è possibile consultare il sito della FLI (Federazione Logopedisti Italiani) oppure al nuovo Albo. I Logopedisti ed i Neuropsicomotricisti devono essere assolutamente iscritti  all’Albo che è stato istituito nel 2018 per le professioni sanitarie.

 

L’équipe multidisciplinare di Neuropsichiatri Infantili, Psicoterapeuti e Logopedisti del Centro Medico Vivavoce prende in cura bambini e adulti che soffrono di balbuzie, di problemi legati alla voce e al linguaggio, e alla sfera psicologica ed emotivo-comportamentale.

Per maggiori informazioni scrivi a info@vivavoceinstitute.com.

 

Photo by Andrea Piacquadio from Pexels

Vivavoce Focus

Burnout universitario: cos’è e come si riconosce

Il burnout universitario è un tema tanto diffuso quanto poco osservato e studiato in chiave sistemica. Questo fenomeno, infatti, non è slegato da quello molto più seguito e documentato dei Neet – dall’acronimo inglese “Not in education, employment or training” – dunque quello dei giovani inattivi o “sdraiati”.

Per comprendere meglio questo fenomeno, abbiamo rivolto qualche domanda a Lucia Ivona, trainer, counselor e coach che da anni lavora a stretto contatto con gli universitari, fornendo percorsi individuali di potenziamento delle capacità di studio e di concentrazione.

Cos’è la sindrome da burnout?

Si parla sempre più spesso di burnout in termini lavorativi.

Il termine burnout nasce negli Stati Uniti alla fine dello scorso millennio, per identificare un insieme di disturbi psichici, derivati da situazioni di eccessivo stress, individuabili nei lavoratori impegnati nelle professioni cliniche e di aiuto.

Successivamente, con l’aumento degli studi e delle ricerche, negli Stati Uniti così come in Italia e in Europa, il suo significato si è ampliato.

Si è identificata con sindrome di burnout ogni situazione di disagio psichico dovuta ad uno stress lavorativo eccessivo.

Tale terminologia è stata estesa al campo di tutte le professioni.

Fu Cristina Maslach, psicologa e sociologa dell’università di Berkeley, in California, a proporre per prima un modello per evidenziare i sintomi e i disturbi psichici attribuibili a tale sindrome.

Quali sono? Te li elenco brevemente.

  • Esaurimento emotivo, ovvero sentimento di stanchezza e di svuotamento di ogni tipo di energia fisica e psichica.
  • Depersonalizzazione, ovvero perdita di ogni atteggiamento positivo verso sé stessi, verso il mondo e verso gli altri.
  • Mancanza di realizzazione professionale, ovvero sentimenti di frustrazione, rabbia, calo di autostima e desiderio di cambiare o di abbandonare il lavoro.

Quali sono le conseguenze del burnout negli studenti?

Rileggendo i tre punti del modello della Maslach e pensando sgli universitari, possiamo cogliere alcune analogie di comportamento.

E a comprendere meglio come il burnout possa investire anche la vita degli studenti universitari, ci aiuta Enrico Montanari. 

Oggi infatti con il termine Burnout identifichiamo una situazione in cui non si riesce ad affrontare lo stress, cosa che può avvenire in un campo dove si hanno molteplici responsabilità, ma anche quando ci si prefigge obiettivi troppo alti da raggiungere o quando si entra in crisi lungo il percorso verso il traguardo.

Questa appena descritta è la situazione in cui non di rado possono trovarsi i nostri giovani. Specialmente quelli iscritti al primo o al secondo anno di università!

Perché mai dico questo? La mia è una osservazione sul campo iniziata circa dieci anni fa, insieme alla mia professione di coach.

Molti studenti si sono negli ultimi dieci anni rivolti a me, spinti dall’esigenza di trovare una soluzione al loro blocco negli studi.

Non di rado sono stati i loro genitori a farlo, mossi dalla frustrazione e dall’impossibilità di sostenere a lungo una situazione economicamente e psicologicamente difficile.

Un figlio iscritto all’università che non sostiene più gli esami, non segue più le lezioni, non riesce a stare dietro agli appelli e al contempo non vuole modificare la sua situazione aprendosi all’aiuto, presenta ai genitori un prezzo altissimo da pagare in termini economici e psicologici.

Il giovane stesso in questa situazione di burnout inconsapevole e non diagnosticato, è portatore di una grandissima sofferenza psichica.

Ma perché un soggetto giovane che studia dovrebbe correre il rischio di burnout?

Le motivazioni possono essere diverse.

Molto spesso, le cause del burnout universitario sono annodate con problematiche di fatica psicologica pregresse e affondano le radici nella nostra attuale cultura educativa e sociale.

I nostri giovani, fin troppo tutelati e protetti, sono poco avvezzi alla gestione prolungata delle fatiche e degli impegni.

Nativi digitali, hanno maturato deficit di attenzione e incapacità di tenuta della concentrazione.

Il carico di impegni e la gestione dei ritmi di studio presentano al giovane studente appena uscito dal liceo un conto troppo alto da pagare in termini di tempo, di capacità organizzativa, di gestione dello stress e di risoluzione di problemi complessi.

Cosa succede quando questi ragazzi arrivano in università?

Inconsapevoli delle proprie scelte e delle proprie reali motivazioni e inclinazioni, carenti nella gestione organizzata del tempo e degli spazi, fanno fatica ad organizzare lo studio, a programmarsi gli esami, a conciliare le esigenze di vita e di svago con il ritmo e la cadenza delle lezioni.

Si approcciano agli studi universitari con quella velata onnipotenza di chi crede di sapere già tutto o molto,  lievitati sotto l’egida di una immagine di sè stessi, se non del tutto ideale, quanto meno enormemente distante dalle istanze reali.

Le basi sulle quali si fonda la loro forza, la loro energia e la loro motivazione sono dunque molto fragili.

Non sanno bene cosa vogliono dagli studi, spesso non hanno una idea, nemmeno vaga, di cosa vorrebbero diventare o di dove potrebbero arrivare.

Davanti alle prime difficoltà e ai primi esami non passati, quella che è una crisi esistenziale rintracciata già da tempo li travolge fino a paralizzarli. E li conduce in uno stato di stagnazione e immobilità che aumenta la spirale di demotivazione, esaurimento emotivo ed allontanamento dallo studio.

Quali sono le conseguenze di questa immobilità?

Accade che non riescono più a studiare, ma non sanno come ripartire.

Gli studenti incappati nel burnout universitario non proseguono negli studi, ma nemmeno scelgono di  ri-orientare il proprio percorso.

Il burnout, appunto.

Nel nostro Paese sono specialmente i giovani, nello specifico il 10% dei circa 8 milioni e 200 mila tra i 12 e i 25 anni (ISTAT 2018), che dichiarano di non essere soddisfatti della propria vita e di non trovarsi in uno stato mentale ottimale.  

Possiamo dire che la sindrome da burnout può insorgere negli studenti universitari e che molto spesso essa provoca un calo di motivazione tale da indurre, nei casi di maggiore gravità, all’abbandono degli studi universitari.

All’abbandono, però, spesso non segue la ricerca di un nuovo percorso di formazione, di orientamento, di presa in carico della propria sofferenza psichica o di ingresso nel mondo del lavoro.

Gli studenti in burnout non diagnosticato vanno dunque ad incrementare il numero dei neet che nella nostra società è già abbastanza elevato.

Secondo la tua esperienza e i dati a disposizione, quanto è pervasivo questo fenomeno?

Il malessere è stato riconosciuto anche dall’OMS ed è sempre più drammaticamente diffuso.

In America, negli ultimi anni è stata riconosciuta questa sindrome anche negli studenti universitari, i quali hanno permessi speciali per poter stare a casa e soprattutto a riposo.

Incrociando i dati di Eurostat con quelli dell’Istat, che riguardano la fascia 15-34 anni, il numero dei Neet in Italia supera i 3 milioni.

È, in effetti, un dato preoccupante.

Ed è alla luce di questo dato, che è importante riflettere sulle possibili soluzioni per aiutare i nostri giovani studenti e le loro famiglie a superare il burnout, soprattutto in questo momento di grande complessità, un momento straordinario.

perché, come scrive Montaigne:

L’anima che non ha uno scopo stabilito si perde: di fatto, come si dice, essere dappertutto è non essere in alcun luogo.

 

Fonti

Michele Serra, Gli sdraiati, Feltrinelli 2015

Daniel Goleman, Focus, BUR 2014

Miguel Benasayag e Gérard Schmit, L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli 2005

Michel de Montaigne, Saggi, Libro 1, cap. 8, Adelphi 1992, Pag.39

Rapporto Eurostat sui Neet, 2018

 

Photo by Andrea Piacquadio from Pexels

News

Fase 2: Vivavoce riapre la sede di Milano

Fase 2: dal 4 maggio, il Centro Medico Vivavoce ha riaperto la sede di Milano. 

Dal 4 maggio è possibile prenotare attività riabilitative individuali e ambulatoriali presso la sede di Milano, nel rispetto delle norme di sicurezza emanate dal Ministero per la fase 2.

Fase 2: le misure di sicurezza adotatte dal Centro

I professionisti sanitari e gli operatori del Centro sono stati dotati di dispositivi di protezione individuale e sono sottoposti quotidianamente al controllo della temperatura. 

Abbiamo riorganizzato le sale d’attesa per consentire le distanze di sicurezza e aumentato la sanificazione degli spazi.

A ciascuno è richiesto l’impegno per garantire la massima sicurezza a tutti i nostri pazienti, medici e operatori. È dunque importante seguire le seguenti indicazioni.

  • Rispettare tutte le disposizioni delle Autorità e del Centro stesso nel fare accesso nella struttura.
  • Informare tempestivamente e responsabilmente i professionisti sanitari e gli operatori della presenza di qualsiasi sintomo influenzale durante il permanere nella struttura, avendo cura di rimanere ad adeguata distanza dalle persone presenti.

 

Fase 2: cosa devi sapere se ti rechi presso il Centro

Ecco cosa devi sapere prima di recarti al Centro per una visita.

  1. In presenza di febbre (oltre i 37,5°) o di altri sintomi influenzali sospetti, è obbligatorio rinviare l’appuntamento e rimanere presso il proprio domicilio. È possibile disdire o rinviare l’appuntamento telefonicamente, contattando la segreteria.
  2. In caso di sintomatologia non è possibile fare ingresso o permanere presso il Centro. Segnalaci tempestivamente se, successivamente all’ingresso al Centro, sussistono le condizioni di pericolo in cui i provvedimenti dell’Autorità sanitaria impongono di informare il proprio medico di famiglia e l’Autorità sanitaria e di rimanere al proprio domicilio (sintomi influenzali, temperatura, provenienza da zone a rischio, contatto con persone positive al virus nei 14 giorni precedenti, etc.).

Se ti rechi presso il centro per l’attività riabilitativa o una visita da uno specialista osserva le norme seguenti.

  • Evita assembramenti presso i punti di ristoro (distributore di caffè) e nella Reception.
  • Non farti accompagnare da altre persone se non indispensabili. Limita al massimo gli accessi alla struttura, agli ambulatori e alle sale polifunzionali, facendo sì che gli accompagnatori rimangano all’esterno nella Reception, rispettando le indicazioni di sicurezza (distanza minima, mascherina).
  • Presentarti in orario per non causare ritardi nelle visite successive, ma non con eccessivo anticipo, per non dover sostare presso la struttura più del tempo necessario alla visita.
  • Presentati indossando la mascherina.
  • Se necessario, utilizza i servizi igienici per l’utenza espressamente indicati dalla Direzione.

La struttura è stata dotata di punti di distribuzione di guanti e gel disinfettante.

La segreteria rimane a disposizione per ulteriori informazioni e prenotazioni.

Tel: 02.36692464

Cell: 334.7288188

E-mail: info@vivavoceinstitute.com

Vivavoce Focus

Fase due: il ritorno alle abitudini tra entusiasmo ed ansia

Fase due ormai dietro l’angolo: è per tutti una buona notizia?

Il lockdown del 9 marzo aveva portato con sè una sensazione di soffocamento ed inquietudine. Ci sembrava impossibile lavorare da casa o rinunciare all’aperitivo con gli amici.

Ma oggi, alle porte del 4 maggio e della fase due, il probabile ritorno alla normalità provoca in tanti di noi emozioni simili. Perché?

Perché ci preoccupa la fase due

Ci siamo adattati a nuove condizioni.

In biologia

l’adattamento indica la facoltà degli organismi viventi di mutare i propri processi metabolici, fisiologici e comportamentali, consentendo loro di adattarsi alle condizioni dell’ambiente nel quale vivono.

La flessibilità ad adattarsi alle diverse situazioni è fondamentale per l’uomo. Gli permette, infatti, di rispondere al meglio alle richieste lavorative quando muta il contesto aziendale, o di cambiare il comportamento in base all’interlocutore.

Dopo due mesi, le nostre abitudini sono cambiate. Posizionarci in salotto per lavorare e organizzare aperitivi a distanza su Zoom: questa è la nostra nuova realtà.

Cosa proviamo quando dobbiamo ri-adattarci

Un nuovo adattamento provoca emozioni contrastanti

Da una parte, l’entusiasmo di poter vivere questa primavera a pieno e riavere la nostra libertà. Dall’altra, l’ansia all’idea di riprendere la quotidianità al di fuori del piccolo mondo che avevamo creare.

Dopo lockdown e smartworking, cocooning è il termine anglosassone che sembra poter descrivere al meglio la situazione attuale. Esso indica la tendenza a chiudersi nel proprio bozzolo.

Questo atteggiamento è significativo soprattutto per chi aveva già qualche timore del mondo esterno. Ad esempio, chi viveva con fatica il lavoro, le relazioni sociali o l’ambiente universitario, in questi mesi probabilmente si è sentito più sereno e leggero, in quanto giustificato a non esporsi alla situazione temuta.

All’idea di un imminente ritorno alla normalità potrebbe quindi sperimentare maggiore ansia, come conseguenza dell’evitamento forzato.

Fase due: come affrontare al meglio il post lockdown

Ecco cosa possiamo fare per non farci prendere dall’ansia

  • Chiediamoci cosa proviamo e cosa pensiamo. Quello che proviamo è determinato da quello che pensiamo. Quando sentiamo un’emozione di ansia soffermiamoci sui nostri pensieri in modo da cogliere cosa ci turba in quel momento.
  • Stiliamo una lista delle situazioni che ci agitano maggiormente e mettiamole in ordine crescente, dalla meno temuta alla più temuta.
  • Valutiamo se abbiamo già affrontate in passato tali situazioni. Ricordare di averle già affrontate ci aiuterà ad avere un pensiero più razionale. In questo modo sarà più semplice concepirle come fattibili. Difficili sì, ma tollerabili, data la nostra pregressa esperienza.
  • Esponiamoci gradualmente. Partiamo dalle situazioni meno indesiderate per procedere pian piano a quelle maggiormente ansiogene. La riapertura graduale e prudente ci aiuterà a riavvicinarci agli elementi ansiogeni con cautela.

Nel caso l’ansia sia estremamente forte e risulti eccessivamente difficile riprendere le attività pre coronavirus potrebbe essere utile chiedere un supporto psicologico.

Photo by cottonbro from Pexels

 

L’équipe di Psicologi e Psicoterapeuti del Centro Medico Vivavoce è a disposizione per effettuare un primo colloquio e individuare il percorso più adatto a te.

Contattaci per informazioni: info@vivavoceinstitute.com  | 02.36692464 | 334.7288188

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