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Superare la balbuzie: da Caserta, la storia di Ciro

Per colpa della balbuzie Ciro non telefonava, non citofonava non ordinava il suo piatto preferito al ristorante.

Oggi Ciro ha 14 anni, parla spedito e sicuro. Abbiamo chiesto alla mamma, Francesca, di raccontarci come è riuscito ad affrontare e superare la balbuzie.

Quando Ciro ha iniziato a balbettare?

Aveva 3 anni. Ha iniziato a parlare molto tardi, quindi io mi sono resa conto tardi che lui balbettasse. Nonostante io sia una persona molto tranquilla, le persone che avevamo intorno cominciavano a mettermi in guardia. Mi chiedevano se non avessi notato che Ciro si bloccava. Così iniziai a preoccuparmi.

Lo portai dal primo specialista, che alla fine propose un percorso terapeutico a me e mio marito. Diceva che la balbuzie dipendeva, da come trattavo Ciro. E così iniziammo il nostro percorso con i terapisti.

Dopo circa un anno però, Ciro non era migliorato, quindi consultammo un altro scecialista. Poi un altro ancora.

La balbuzie era un limite per Ciro?

In realtà non aveva grossi problemi, gestiva bene le situazioni. Nonostante tutto, lui comunque cercava di partecipare e alzare la mano.

L’ultimo anno di scuola primaria però, non voleva partecipare alla recita per il giorno della festa della mamma. Io lo spinsi a provare, non mi piaceva il fatto che lui non ci provasse… E lui si bloccò. In quel momento ho visto la sofferenza di Ciro e la mia, fu bruttissimo. Si bloccò: non riusciva a parlare, a dire la frase.

All’inizio del secondo anno delle scuole medie, Ciro ha iniziato ad avere una serie di problemi.

Mi diceva: “Mamma mi blocco, non riesco a parlare”. I professori mi confermarono i suoi blocchi e rimasero tutti meravigliati perché non si erano mai resi conto di niente.

Fu dura accettarlo, perché era diventato grande, pensavamo all’adolescenza, alla scuola superiore.

 

 

Cosa vi ha convinto a intraprendere ul percorso di riabilitazione?

A Caserta abbiamo sostenuto il colloquio in Vivavoce. Ciro aveva difficoltà a rispondere alle domande che gli venivano fatte. In quel momento io e mio marito abbiamo capito che il problema c’era ed era serio.

Poi Ciro si girò e mi disse “Mamma lo voglio fare”. E allora iniziammo il percorso per superare la balbuzie.

Cosa ha significato per Ciro superare la balbuzie?

Ciro dice che superare la balbuzie gli ha cambiato la vita. Io ho visto che gli è cambiata la vita.

Ho scoperto che non ordinava quello che voleva al ristorante, ma chiedeva al suo migliore amico di farlo al suo posto. Mi sono resa conto che Ciro non telefonava ma mandava solo messaggi, non citofonava. Ho capito tutti i suoi disagi. Prima non li vedevo semplicemente perché lui sapeva nasconderli. Noi genitori non ci eravamo resi conto del problema.

Dopo il corso ci fermammo a mangiare un panino: Ciro ordinò in maniera spedita ed era contentissimo!

 

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La comunicazione nei bambini: come capirla e stimolarla 

Gli esordi della comunicazione nei bambini: come comunicano fin dalla nascita, come si sviluppano le interazioni con i genitori e l’ambiente circostante, come comunicare in maniera efficace con loro. Ne parliamo con Irene Chiesa, psicologa dell’età evolutiva.

Come comunicano all’inizio bambini?

Quando iniziano le prime conversazioni? Se ci si ferma a pensare all’esordio delle prime comunicazioni tra una mamma e il suo bambino probabilmente si dovrà risalire fino alla gravidanza, e questa conversazione continua anche dopo la nascita.

Essendo portato alla relazione, fin dalla nascita un neonato cerca attivamente l’interazione. È propenso a cercare i volti e preferisce quelli che si coinvolgono in scambi comunicativi. Tutti i sensi sono coinvolti nelle prime interazioni: lo sguardo, il contatto della pelle, l’odore e la voce.

Le interazioni sono reciproche. All’inizio posso essere molto brevi e il neonato può avere il bisogno di prendersi una pausa, tutto il tempo per riposarsi. In queste interazioni il neonato e i genitori iniziano a entrare in relazione e si conoscono reciprocamente.

La comunicazione nei neonati

Le comunicazioni iniziano all’interno delle relazioni significative. La ricerca sulle prime fasi della vita di un bambino mostra come il neonato presenti, già all’inizio della vita, una competenza all’interazione e un bisogno di comunicazione profonda.

È uno scambio: il neonato cerca di mettersi in contatto con la mamma e lei risponde, per come può, alle sue sollecitazioni

Nell’esperienza quotidiana con un neonato, i genitori possono scoprire il valore del parlare al bambino, intrattenendosi in conversazioni e scambi giocosi, anche se il piccolo non si esprime ancora con le parole.

È importante considerare che fin dai primi giorni di vita il bambino sente parlare e cantare e può fare esperienza di essere contenuto emotivamente da queste forme di “conversazioni”. Anche se ancora non comprende il significato delle parole, impara che queste comunicazioni lo aiutano a calmarsi.

Quando un neonato è sveglio, e in uno stato tranquillo, è curioso e pronto per intrattenersi in scambi giocosi: gradisce la compagnia, il cantare, essere coinvolto in un’interazione, oppure una coccola o un massaggio.

Il neonato può invece comunicare qualche disagio, attraverso il movimento o il pianto. A volte è sufficiente cambiare ritmo o attività, oppure tenere il neonato in una posizione diversa a lui più gradita, affinché possa tranquillizzarsi.

Per approfondire: Giocare con i bambini: come favorire la crescita

Il pianto nei neonati

Il pianto è anche la modalità con cui il neonato comunica  di essere in difficoltà ed esprime il suo bisogno di aiuto. Quando un neonato piange e l’adulto che si prende cura di lui cerca di rispondere, facendo dei tentativi, in modo regolare e consono, il bambino inizia a fare esperienza che i suoi bisogni possono essere ascoltati e risposti e cresce in lui il senso che possa fare qualcosa perché vengano soddisfatti.

Solitamente i genitori cercano un modo per capire cosa il pianto possa significare, domandandosi se il bambino ha troppo caldo o troppo freddo, se ha fame oppure sete, oppure se ha bisogno di essere confortato. Può essere d’aiuto alla comunicazione nominare e descrivere come il bambino possa sentirsi.

E proprio il pianto è uno dei primo modi in cui il neonato cerca di provocare una risposta. Anche se un bimbo appena nato piange involontariamente, seguendo l’impulso di liberarsi da un dolore fisico o da un malessere, senza avere la consapevolezza di influenzare con il suo pianto il comportamento degli adulti che lo circondano, in poco tempo impara che il pianto può far accadere delle risposte.

La comunicazione non verbale nei bambini e il linguaggio

Ci sono svariate forme di comunicazione non verbale e osservando un neonato da vicino nei primi mesi si può cogliere come ne faccia ampiamente uso.

Fin dai primi tre mesi, nelle prime interazioni faccia a faccia il neonato utilizza diversi parti del suo corpo per comunicare: cerca il contatto visivo, sorride, emette i primi vocalizzi, fa alcuni gesti.  Il genitore, ingaggiandosi in questa comunicazione, la sostiene, rispondendo al sorriso – per esempio – oppure mostrando piacere o sorpresa.

Dopo i primi mesi, la curiosità si sposta dalla sola interazione faccia a faccia verso altri interessi. Le interazioni con gli adulti, e non solo, coinvolgono giocare con gli oggetti o con le parti del corpo. Tutto questo può avvenire all’interno di uno scambio comunicativo con il genitore, che per esempio osserva e descrivere quello che il bambino sta facendo.

Con la crescita,  un bambino interagisce ancora di più con il mondo circostante

Inizia a comprendere le prime parole e a fare dei tentativi nell’emettere i primi suoni, mostrando entusiasmo per le risposte che riesce a provocare. Inizialmente imiterà dei suoni ed emetterà le prime vocalizzazioni. E il genitore risponde e imita a sua volta questi suoni.

Il bambino impara che ciò che fa può avere delle conseguenze nel mondo circostante e apprende a fare a turno durante gli scambi comunicativi. Questa attività è fondamentale per lo sviluppo successivo del linguaggio.

Intorno al primo anno di vita cominciano le prime parole. Per alcuni bambini questo può accadere prima per altri dopo a seconda del loro sviluppo. È in questo periodo che avviene una fase di sperimentazione in cui i suoni vengono messi insieme.

Le prime parole rappresentano un passaggio fondamentale per la crescita, sia dal punto di vista cognitivo ma anche emotivo.

Un bambino ha bisogno del suo tempo per  poter compiere questo passo. Quanto più il linguaggio si costella di vocaboli, quanto più il bambino viene come investito da un maggior senso di poter esprimersi efficacemente.

Comunicare in maniera efficace con i bambini

Se un bambino può essere definito fin da subito competente nella comunicazione, significa che desidera che l’altra persona persona comunichi con lui. E il genitore si mette in ascolto, osserva, cerca di trovare una risposta al bisogno che viene comunicato.

Il bambino ha bisogno della risposta personale del suo genitore. Quando accade che la risposta non sia sufficientemente adeguata, questo è una possibilità per il bambino di attivare le proprie risorse e lanciare nuovi segnali per sollecitarne una nuova.

Fin dai primi giorni di vita, è importante spendere del tempo guardando il proprio neonato o bambino, per poter imparare come si sente e comprenderlo a fondo.

È una conoscenza reciproca: i genitori devono adeguarsi al bambino reale che hanno davanti e viceversa.

Quanto più c’è questa reciprocità, tanto più l’adulto si sentirà fiducioso nel comprendere e rispondere in modo adeguato ai segnali del proprio bambino.

I genitori spesso fanno un grande sforzo nel comprendere le prime comunicazioni dei loro bambini e questo implica una disposizione a volere accogliere queste comunicazioni. Ed è il genitore, colui che è competente nel comprendere e rispondere alle comunicazioni del proprio bambino.

 

Bibliografia: 

Murray Lynne, Andrews Liz. The Social Baby: Understanding Babies Communication from Birth, Richmond, Uk, CP Publishing (2000)

Tronick Ed, The neurobehavioral and social-emotional development of infants and children, New York, W. W. Norton & Co (2007)

 

Foto di Polina Tankilevitch da Pexels

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Il linguaggio è uguale per tutti?

Cosa influenza lo sviluppo del linguaggio? Esistono diverse teorie sull’acquisizione e l’elaborazione del linguaggio. È un abilità innata oppure ogni sviluppo è diverso dall’altro?

Come si sviluppa il linguaggio?

Nell’ambito degli studi sul linguaggio si sono contrapposte nel tempo due posizioni divergenti: la posizione “innatista” e quella cosiddetta “empirista”.

La posizione innatista ha trovato in Noam Chomsky, famoso linguista e attivista politico, il suo più importante rappresentante. Secondo Chomsky il linguaggio è un’abilità innata, ovvero ogni persona nasce con delle istruzioni, implementate a livello neurale, che permettono di acquisire il linguaggio.

Queste istruzioni formano quella che gli innatisti hanno definito “Grammatica Universale”. Pensiamo alle conseguenze che questo tipo di approccio porta con sé: il linguaggio si sviluppa in modo pre-determinato, non è influenzato dalle esperienze e quindi le differenze individuali nelle capacità linguistiche sono minime.

La teoria della “Grammatica Universale” degli innatisti 

Prendiamo in considerazione alcune delle prove che, secondo gli innatisti, testimoniano l’esistenza delle Grammatica Universale, anche se, come vedremo, molte di queste sono state successivamente confutate.

  • Universali linguistici: tutte le lingue sono simili, cioè condividono certe proprietà fondamentali;
  • Convergenza: i bambini esposti alla stessa lingua nativa apprendono la grammatica nello stesso modo pur essendo esposti a stimoli linguistici diversi;
  • Facilità, velocità e uniformità dell’apprendimento: i bambini apprendono il linguaggio rapidamente e senza sforzo, passando per le stesse fasi dell’apprendimento.
  • Effetti della maturazione: il linguaggio si sviluppa seguendo delle tappe determinate biologicamente e non è influenzato da fattori ambientali;
  • Povertà dello stimolo: i bambini acquisiscono delle conoscenze sul linguaggio di cui non c’è traccia negli stimoli linguistici. Ad esempio, sappiamo che in italiano non si può associare un nome singolare con un verbo plurale, come nella frase “Francesco corrono”. Espressioni di questo genere, proprio perché grammaticalmente scorrette, non vengono utilizzate nelle conversazioni e quindi non vengono percepite dai bambini durante l’apprendimento del linguaggio. Eppure sappiamo che sono sbagliate. Secondo gli innatisti, questo fenomeno prova l’esistenza di proprietà universali del linguaggio che sono codificate nel nostro cervello.

Leggi anche Che cos’è il linguaggio e come funziona il nostro sistema di comunicazione

Il linguaggio secondo gli empiristi

L’approccio empirista, a differenza di quanto visto fino a ora, enfatizza le differenze individuali nell’acquisizione e nell’elaborazione del linguaggio.

Gli esponenti di questo approccio sostengono che:

  • Le lingue sono in realtà così diverse fra loro che è difficile individuare delle proprietà condivise, quanto piuttosto delle tendenze;
  • I bambini non apprendono la grammatica allo stesso modo. Infatti le persone differiscono considerevolmente rispetto a quanto conoscono la grammatica della propria lingua nativa;
  • Non tutti i bambini apprendono il linguaggio velocemente e senza sforzo, e anche l’età di acquisizione non è la stessa per tutti;
  • Il linguaggio non è affatto indipendente dalle esperienze individuali: gli studi hanno dimostrato che le abilità linguistiche sono considerevolmente influenzate dai fattori ambientali e dalle esperienze particolare di ciascun individuo;
  • I bambini sono in grado di estrarre le regolarità presenti negli stimoli linguistici e utilizzarle per creare delle regole generali attraverso un processo di generalizzazione. Cerchiamo di essere più chiari: cosa intendiamo quando parliamo di generalizzazione? Per generalizzazione si intende la capacità di trarre delle conclusioni generali a partire da casi particolari. Facciamo un esempio: da bambini abbiamo imparato che i cani hanno determinate caratteristiche e da allora siamo sempre in grado di riconoscere un cane quando ne vediamo uno. Tuttavia nessuno di noi ha visto tutti i cani del pianeta, abbiamo visto solo alcuni esempi e sulla base di questi abbiamo estratto le caratteristiche comuni a tutti i cani. Seguendo lo stesso principio, attraverso gli stimoli linguistici che ci vengono forniti da bambini siamo in grado di dedurre delle regole generali, anche se queste non ci vengono spiegate in modo esplicito.

Cosa può influenzare lo sviluppo del linguaggio

Naturalmente sia l’empirismo che l’innatismo sono posizioni estreme: oggi si ritiene che esista una predisposizione ad apprendere il linguaggio ma si riconosce anche l’importanza dei fattori ambientali. Esistono infatti significative differenze individuali nell’acquisizione e nell’elaborazione del linguaggio durante tutto l’arco della vita.

Ad esempio, è stato dimostrato che il caregiver, ovvero la figura che si prende cura del bambino, svolge un ruolo importante nello sviluppo del vocabolario attraverso il cosiddetto caregiver speech (cioè il discorso che il caregiver rivolge al bambino).

In uno studio è stato osservato che la quantità di parole conosciute da bambini di 24 mesi era correlata a quanto i genitori parlavano direttamente al bambino. Altri studi hanno dimostrato che il caregiver speech influenza anche la capacità di apprendere le strutture sintattiche in bambini tra i 14 e i 36 mesi!

Leggi anche Sviluppo del linguaggio nei bambini: le tappe fondamentali

Anche lo status socio-economico (SES) influenza le abilità linguistiche: è stato osservato che bambini ad alto SES possiedono un vocabolario più alto rispetto a bambini con SES medio. Questa differenza era dovuta al fatto che le madri stesse dei bambini possedevano diverse abilità linguistiche.

Queste differenze nelle abilità linguistiche vengono mantenute anche nella vita adulta. Inoltre, esse sembrano essere legate non solo a fattori ambientali ed esperienziali, ma anche a fattori innati, come differenze nelle abilità di memoria a breve termine e una certa predisposizione ad apprendere le lingue.

Nell’ambito delle neuroscienze, negli ultimi anni sempre più studi hanno osservato differenze innate in alcune strutture cerebrali. Sembra che queste differenze potrebbero influenzare il successivo sviluppo delle abilità linguistiche.

 

Bibliografia:

Dąbrowska, E. (2018), Experience, aptitude and individual differences in native language ultimate attainment. Cognition, 178, pp.222-235.

Hoff, E. (2003), Causes and consequences of SES-related differences in parent-to-child speech, in M. H. Bornstein, R. H. Bradley (Eds.), Monographs in parenting series. Socioeconomic status, parenting, and child development  Mahwah, NJ, Lawrence Erlbaum Associates Publishers, pp. 147-160

Huttenlocher, J., Waterfall, H., Vasilyeva, M., Vevea, J., Hedges, L. V. (2010). Sources of variability in children’s language growth, Cognitive psychology, 61(4), pp. 343-365.

Weisleder, A., & Fernald, A. (2013). Talking to children matters: Early language experience strengthens processing and builds vocabulary, Psychological science, 24(11), pp. 2143-2152.

 

Foto di Gustavo Fring da Pexels

 

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Genitori e figli adolescenti: 7 consigli per comunicare in maniera efficace

La difficoltà di comunicazione tra genitori e figli adolescenti rappresenta uno dei problemi più frequenti che si riscontrano in famiglia.

Quali sono le modalità per comunicare in maniera efficace con i propri ragazzi? Martina Tramontano, psicologa del Centro Medico Vivavoce, suggerisce sette raccomandazioni per aiutare i genitori.

La comunicazione tra genitori e figli adolescenti

L’ingresso nella fase adolescenziale spesso non avviene in modo semplice e lineare. A volte per i genitori può essere faticoso accettare il cambiamento e comprendere il progressivo bisogno di autonomia e individuazione del figlio. 

I problemi più frequenti che si riscontrano riguardano la comunicazione.

Gli adolescenti hanno l’idea di veicolare segnali piuttosto chiari su chi sono, cosa vogliono, che aspettative hanno e si arrabbiano quando non si sentono compresi. 

I genitori hanno la credenza che avere una comunicazione costruttiva con i propri figli soprattutto in una fase di crescita così delicata sia complesso. Essi faticano a decifrare i loro segnali cercando di trasmettere ai figli le proprie idee, frutto di anni di esperienze personali, senza spesso essere disposti ad ascoltare le loro ragioni non essendo più in grado di controllarli e di gestirli come quando erano piccoli.

Diventa quindi importante riconoscere che gli adolescenti hanno una propria storia, una propria individualità e devono poter sperimentare le conseguenze delle proprie azioni per crescere e diventare autonomi.

Anche se il genitore comunica con l’intento di aiutare il proprio figlio a maturare e a migliorarsi, prima di esprimersi, può essere utile riflettere non solo su ciò che vuole dire ma anche sulle modalità più appropriate per farlo. 

I risultati evidenziano come il tono di voce sia uno strumento prezioso di cui siamo in possesso e modularlo potrebbe risultare una carta vincente in ogni tipo di relazione.

Difatti, dimostrarsi assertivi e supportivi verso l’adolescente gli permetterebbe di sentirsi considerato e rispettato nei suoi bisogni. Questo, inevitabilmente, lo predisporrebbe positivamente nei confronti del genitore e nell’ascolto delle sue richieste. 

Leggi anche Come gestire le emozioni

Comunicazione tra genitori e figli adolescenti, come renderla efficace

Mostratevi accoglienti e disponibili nel dialogo senza dare ordini o minacciare

Questi atteggiamenti possono generare ostilità e rabbia e trasmettere l’idea che le esigenze del genitore sono più importanti. L’adolescente può sentirsi inferiore e perdere la fiducia nella possibilità di instaurare una relazione positiva con il genitore.

Non lasciatevi prendere dall’ansia e dalle preoccupazioni

È importante ascoltare senza entrare in allarme o assumendo un tono indagatorio. All’interno di questa tipologia di comunicazione il ragazzo può percepire il genitore come troppo invadente, non si sentirà libero di esprimersi e tenderà a chiudere la comunicazione. 

Non minimizzate o criticate quello che viene detto

Sminuire i loro stati d’animo li fa sentire poco ascoltati, mentre giudizi negativi finiscono spesso per ledere l’immagine che l’adolescente ha di sé.

Non utilizzate un tono predicatorio

Imporre la propria morale può attivare nell’adolescente sensi di colpa e diminuire la fiducia in se stesso e nelle sue capacità. 

Date consigli e non soluzioni

Offrire risposte preconfezionate ostacola lo sviluppo dell’autonomia e può rendere i ragazzi insicuri e più dipendenti dagli adulti.

Cercate di conoscere il loro mondo

Per avvicinarvi ai vostri figli è fondamentale cercare di comprendere cosa gli piace e gli interessa altrimenti il rischio è di prendere le distanze, giudicare e non accettare a priori i loro comportamenti instaurando più facilmente una comunicazione conflittuale. Mantenete il ruolo genitoriale

In adolescenza i figli hanno bisogno di un riferimento autorevole, che non vuol dire controllante o punitivo. Mettersi sullo stesso piano comportandosi da amico rischia di interferire con il loro processo di autonomia e maturazione. 

Una comunicazione costruttiva ha bisogno che i genitori vengano percepiti come alleati e qualora si presentasse un problema i ragazzi devo sapere che sono disponibili, pronti a sostenerli e ad ascoltarli.  

 

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Quando il sovraccarico di impegni diventa dannoso: l’ipercontrollo come strategia

La mania di controllo può in realtà ostacolare il compimento delle attività di una persona. Se il controllo è una strategia di gestione emotiva vantaggiosa, come comportarsi quando diventa ipercontrollo? I consigli della psicologa Laura Ranzini del Centro Medico Vivavoce. 

L’ipercontrollo come strategia

Nella nostra società sempre di più sono le persone che si sentono cariche di impegni, che riferiscono una vita dai ritmi accelerati e con poco tempo da dedicare a se stessi e alle proprie passioni. 

Ma è davvero solo responsabilità del nostro mondo frenetico? 

In parte sicuramente dobbiamo riconoscere che la cultura occidentale si fonda sui valori del successo, su ritmi veloci e sulla produttività, tuttavia, non possiamo attribuire solo a questo uno stile di vita caratterizzato da un’eccessiva importanza al dovere. 

Quello che sta alla base è il controllo, una strategia di gestione emotiva la quale fintantoché rimane limitata e flessibile può essere estremamente vantaggiosa.  Il controllo infatti permette alle persone di porsi obiettivi e impegnarsi a raggiungerli.

Tuttavia l’ipercontrollo può diventare estremamente faticoso e talvolta anche un ostacolo nel portare a termine le attività con i risultati attesi. 

Da dove viene la mania di controllo?

Tale strategia verosimilmente viene appresa nel contesto di apprendimento familiare. Infatti genitori con aspettative molto elevate potranno trasmettere ai loro figli il messaggio che è importante ottenere buoni risultati ed essere dediti agli impegni presi.

Si può imparare pertanto che ritmi in cui ci si sovraccarica sono normali e che mamma e papà apprezzano il mio impegno e la mia dedizione alle attività, pertanto la strategia appare vantaggiosa e viene interiorizzata. 

Perché ci si sovraccarica di impegni?

Questo avviene quando la persona ha imparato a valutarsi rispetto agli standard raggiunti in aree di vita che valuta come importanti.

Il problema di questa modalità di valutazione di sé è che per la persona ha standard personali molto esigenti. Pertanto, se un obiettivo viene raggiunto si sottovaluta (con un pensiero del tipo “se ci sono riuscito è perché era troppo semplice”) e sostituito da uno più impegnativo.

Ecco quindi che la persona si trova sovraccarica e non si pone dei limiti. 

Leggi anche Disturbi d’ansia: cosa sono e quali sono

Quando diventa dannoso?

Quando ci si valuta sul raggiungimento di alcuni obiettivi, la persona ha molta paura di non riuscire a soddisfare i propri standard personali, ha preoccupazioni ricorrenti e pertanto può verificare spesso se la sua prestazione soddisfa gli standard e si confronta frequentemente con gli altri.

Tuttavia questa strategia di estremo controllo appare prima di tutto estremamente faticosa. Inoltre perde la propria utilità, poiché la prestazione e i risultati appaiono ridotti a causa del lavoro eccessivo e delle aspettative non realistiche. Infatti, caricarsi di impegni con l’idea di portarli tutti a termine è irrealistico, estenuante e demotivante. 

Mania di controllo, che fare?

Fermiamoci a pensare quali sono realmente le nostre aspirazioni e i nostri obiettivi di vita. Possiamo impegnarci per questi adottando però degli standard più flessibili per noi stessi e riducendo il tempo che gli dedichiamo.

Non dobbiamo considerare una perdita tempo il dedicarci ad attività “non produttive”. La nostra vita deve prevedere il giusto bilanciamento tra doveri e piaceri, pertanto alleniamoci a tenere degli spazi vuoti in cui saremo più a contatto con noi stessi e gli nostri stati emotivi.

All’inizio può far paura ma il vuoto che si crea quando lasciamo andare certi impegni può essere una scoperta meravigliosa.  

 

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Che cos’è il linguaggio e come funziona il nostro sistema di comunicazione

Come dare una definizione di linguaggio? Forse è più facile iniziare a dire cosa NON è.

Un viaggio attraverso il linguaggio umano, il suo sviluppo e le prime scoperte neuroscientifiche durante la seconda metà dell’Ottocento, “appena” due secoli fa… .

Cos’è il linguaggio

Se un alieno atterrasse sulla Terra sarebbe sorpreso da una differenza chiave tra tutti gli organismi viventi del pianeta: l’assenza di un sistema di comunicazione universale. Se il nostro alieno fosse attento, potrebbe anche notare che il sistema di comunicazione umano appare significativamente più complesso rispetto a quello degli altri esseri viventi.

Il linguaggio umano, infatti, possiede delle proprietà che lo rendono profondamente diverso dai sistemi di comunicazione degli altri animali. Ad esempio, la capacità di creare un numero infinito di messaggi con significati diversi combinando un insieme finito di elementi (la frase “Carlo non legge il giornale” può essere ricombinata in “il giornale non legge Carlo”) e la capacità di parlare di cose lontane nello spazio e nel tempo (possiamo parlare della nostra amica che vive in Svizzera o della vacanza fatta l’anno scorso).

Inoltre, a differenza di quanto accade negli altri animali, il linguaggio umano è principalmente volontario e raramente associato a funzioni biologiche (ad esempio la fame o la stanchezza).

In altre parole: non parliamo solo per dire che siamo affamati o che vogliamo fare un pisolino

Il nostro alieno potrebbe chiedersi, infine, come gli uomini abbiano acquisito il linguaggio e come si sia evoluto. Si tratta di domande a cui è difficile dare una risposta.

In questa sede ci basti sapere che, secondo molti antropologi e linguisti, lo sviluppo del linguaggio è ciò che ha permesso alla nostra specie di dominare il pianeta, consentendoci di espandere la nostra sapienza e accumulare le conoscenze.

Linguaggio umano e comunicazione animale

Gli scimpanzé, i gorilla e perfino alcune scimmie sono capaci di comunicazione simbolica: esse, infatti, possono imparare a usare il linguaggio dei segni e i computer per comunicare. Alcune di loro sono arrivate addirittura a padroneggiare vocabolari di centinaia di simboli! Una particolare specie di primate, il cercopiteco verde, è in grado di usare una forma di comunicazione basata su grugniti in cui suoni leggermente diversi hanno diversi significati.

Perché, allora, questi animali non hanno sviluppato linguaggi molto più complessi come il nostro?

A quanto pare, la risposta a questa domanda ha a che fare con la struttura della laringe, della lingua e di tutti i muscoli che consentono un controllo preciso dei suoni articolati. Ciò che ha consentito lo sviluppo della capacità di parlare e che, infine, ci ha reso pienamente umani, potrebbe essere stato un leggero cambiamento di queste strutture, che ci ha permesso un controllo più preciso e una maggiore varietà dei suoni prodotti.

Questa piccola variazione anatomica ha avuto un impatto enorme sul comportamento umano: ci ha permesso di comunicare messaggi complessi in pochi secondi, di organizzare battute di caccia in modo più efficiente, di confrontarci su come costruire utensili migliori.

Grazie allo sviluppo del linguaggio la cultura umana, che prima si era evoluta molto lentamente per milioni di anni, subì un balzo in avanti. Improvvisamente era possibile pensare e comunicare in modo nuovo, nonché trasmettere idee e conoscenze alle generazioni successive. Anche se il nostro aspetto non è cambiato molto da allora, da quel momento la cultura umana si è sviluppata molto più velocemente.

Ma cos’è dunque il linguaggio?

Forse sarebbe più semplice iniziare a dire cosa NON è:

  • linguaggio non è sinonimo di lingua. Le lingue sono un’espressione specifica della capacità linguistica, e quindi un prodotto del linguaggio;
  • è indipendente dalla modalità di trasmissione, che può essere verbale, scritta o visiva (si pensi al linguaggio dei segni);
  • non è il pensiero, ma un modo di esprimere il pensiero;
  • non è una abilità unica, ma è formato da piccoli mattoncini che, insieme, formano il linguaggio. Ognuno di questi mattoncini può essere studiato separatamente. La fonologia, ad esempio, studia i suoni del linguaggio; la sintassi studia i modi in cui le parole possono essere combinate fra loro per formare frasi di senso compiuto; la semantica studia il significato delle parole; la pragmatica studia il modo in cui il contesto influenza l’interpretazione del linguaggio.

Leggi anche Le tappe del linguaggio: un viaggio meraviglioso

Il linguaggio è, prima di tutto, una capacità implementata dal punto di vista neurale

Cosa significa? Significa semplicemente che ci sono alcune aree del cervello (principalmente localizzate nell’emisfero sinistro) altamente specializzate nella produzione e nella comprensione del linguaggio.

Le aree del linguaggio

La scoperta delle “aree del linguaggio”, nella seconda metà dell’800, coincide in buona parte con l’inizio dello studio del cervello e la nascita delle relative discipline (le neuroscienze). Questo è avvenuto quasi due secoli fa, non molto se pensiamo ad altre discipline molto più antiche, come la matematica e la fisica!

La prima area del linguaggio è stata descritta da Paul Broca dopo aver condotto l’autopsia di un paziente con un disturbo nella produzione del linguaggio, detto anche paziente Tan perché “tan tan” erano le uniche parole che riusciva a pronunciare.

Esaminando il cervello del paziente, Broca notò una lesione in un’area dell’emisfero sinistro e pensò che quest’area dovesse essere importante per l’elaborazione del linguaggio. Ancora oggi questa regione viene chiamata area di Broca in nome del suo scopritore.

Pochi anni dopo un altro scienziato, Carl Wernicke, effettuò un’autopsia su un paziente che in vita presentava un disturbo nella comprensione del linguaggio pur essendo in grado di parlare perfettamente. Egli osservò che l’area di Broca era intatta, mentre un’altra regione, sempre nell’emisfero sinistro, era lesionata. Quest’area è stata chiamata area di Wernicke.

Il modello neuronale del linguaggio

Mettendo insieme le conoscenze disponibili in quegli anni, Wernicke e il suo collega Norman Geschwind crearono un primo, rudimentale, modello neurale del linguaggio.

Secondo questo modello l’area di Broca era responsabile della produzione e l’area di Wernicke della comprensione del linguaggio e queste due aree comunicavano fra loro.

Linguaggio e cervello umano: aeree di Broca e Wernicke(Immagine da NIH publication 97-4257)

Queste prime scoperte si sono rivelate nel tempo molto imprecise, perché in quegli anni non erano ancora state sviluppate le tecnologie moderne che permettono di studiare il funzionamento del cervello. Non hanno però dato un impulso fondamentale allo studio delle basi neurali del linguaggio, tanto che ancora oggi è uno degli ambiti più studiati nelle neuroscienze. Oggi disponiamo ovviamente di modelli molto più complessi, anche se siamo ben lontani dal capire come il nostro cervello elabora il linguaggio.

Foto di Tatiana Syrikova da Pexels

 

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Dsa, cosa succede dopo la diagnosi: gli interventi a scuola

Vediamo cosa succede dopo la diagnosi di Dsa, subito dopo la consegna della certificazione, e soprattutto cosa avviene a scuola. Con la logopedista Marina Vai capiamo cosa sono il PRI e il PDP e come si scelgono e come vengono utilizzati gli strumenti compensativi e le misure dispensative.

Cosa succede dopo la diagnosi DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento)

Il momento della consegna della certificazione diagnostica per DSA è molto importante e delicato. Questa deve essere infatti spiegata ai genitori in ogni sua parte, “traducendo” in modo adeguato i termini tecnici inseriti. Bisogna inoltre spiegare bene anche la scelta degli strumenti, delle misure dispensative e delle strategie d’intervento.

È poi importante motivare l’indicazione delle sedute di logopedia, gli obiettivi che si propongono e la durata. Dopo l’accettazione del percorso riabilitativo, il neuropsichiatra che ha effettuato la valutazione redige il cosiddetto PRI (Piano Riabilitativo Individualizzato), con la collaborazione del logopedista. Questo piano deve essere firmato dai genitori del bambino.

Leggi anche: Come e quando si fa una diagnosi di DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento)

Diagnosi DSA, che cos’è il PRI e a cosa serve

Il PRI descrive nel dettaglio la frequenza e la durata delle sedute, gli obiettivi che si propone suddivisi per aree (lettura, ortografia ecc) e gli strumenti che verranno utilizzati (cartacei, software, CD ecc).

Il PRI ha una scadenza e in prossimità di questa è necessario effettuare dei test di verifica per valutare eventuali miglioramenti. Il neuropsichiatra rivede il bambino in compresenza della logopedista e valuta i risultati dei test effettuati. I due professionisti valutano quindi insieme il rinnovo del PRI, decidendo come proseguire. Si può decidere ad esempio di continuare a lavorare sugli obiettivi precedenti poiché la verifica ha evidenziato la possibilità di un ulteriore possibile miglioramento. In altri casi invece si rende necessario proseguire nella riabilitazione delle stesse aree deficitarie che non sono migliorate, cambiando però lo strumento. Altre volte ancora si sceglie di lavorare su aree non ancora riabilitate. Il PRI può anche avere una scadenza intermedia; anche in tal caso il neuropsichiatra visita il bambino e incontra i genitori.

Le variabili che fanno decidere come e quanto proseguire nel progetto terapeutico sono davvero molte, poiché le componenti da valutare sono diverse. Tra queste non meno importanti sono la collaborazione e motivazione del bambino, la costanza nella frequenza, la collaborazione della famiglia soprattutto quando si richiede una ripresa di alcuni esercizi a casa.

DSA, il PDP a scuola

I genitori dovranno consegnare la certificazione in segreteria e agli insegnanti di classe. I docenti scriveranno poi un PDP (Piano Didattico Personalizzato) come da disposizioni ministeriali (si vedano per questo i decreti ministeriali del 2011 e 2013).

Gli insegnati redigeranno il PDP attenendosi alle indicazioni consigliate e condividendolo con i professionisti che hanno in carico il bambino e con gli stessi genitori. Il PDP andrebbe di fatto visionato e firmato dalle insegnanti, dai genitori e dai professionisti. Può anche accadere che venga firmato solo da genitori e insegnanti. Questo può avvenire per scarsa disponibilità oraria ma può succedere anche per quegli alunni che non sono più in carico presso un centro riabilitativo pubblico.

Per approfondire: DSA, Disturbi Specifici dell’Apprendimento: cosa sono

Dsa, la scelta degli strumenti compensativi e delle misure dispensative dopo la diagnosi

La scelta degli strumenti compensativi e misure dispensative può avvenire in due fasi. Una prima selezione è già scritta sulla certificazione, ma la seconda scelta e il momento corretto in cui inserirli avvengono “in corso d’opera” in collaborazione tra gli insegnanti e il logopedista che ha in carico il bambino per la terapia logopedica.

La scelta degli strumenti e delle tabelle deve essere personalizzata, verificata dalle insegnanti e dal logopedista. Esistono in commercio dei “quaderni” con le regole di ogni materia (italiano, matematica, geometria). Le pagine all’interno però spesso vanno adattate al bambino. Possono essere semplifica o ampliate seguendo il programma della classe.

Lo stesso avviene per l’uso della tastiera del PC per scrivere. La necessità del suo utilizzo si può trovare scritta già in una certificazione in III primaria ma bisogna valutare bene il momento in cui “concederlo”; vi si può comunque far ricorso solo dopo che l’alunno ha fatto degli esercizi per utilizzare la tastiera con le dieci dita.

Per le materie di studio ci sono diversi siti web con mappe già pronte ma è più proficuo crearle insieme al bambino inserendo molte immagini che facilitano la memorizzazione del contenuto. Le frasi inserite nell’immagine possono essere scritte con il carattere di più facile lettura e avere lunghezze diverse a seconda del grado di dislessia del bambino.

Ci sono delle insegnanti che costruiscono in classe delle mappe insieme a tutti gli studenti permettendo in questo modo una maggior inclusione dell’alunno certificato DSA.

DSA, strumenti compensativi per le verifiche

Gli alunni con DSA hanno diritto a strumenti compensativi per le verifiche, come da disposizioni redatte nella certificazione e coerenti con le linee guida e i decreti ministeriali. Alcuni esempi: se l’alunno ha gravi difficoltà di lettura, l’insegnante leggerà il testo della consegna a meno che questi non sia già fornito di PC dotato di sintesi vocale; se l’alunno deve svolgere un problema gli verrà data la calcolatrice, dato che è più importante che comprenda e ragioni sul quesito posto.

In alcune scuole ormai sono presenti tutor specializzati che aiutano nei compiti scolastici e sostengono gli insegnanti nella scelta degli strumenti e nel programmare delle verifiche. Queste saranno agevolate non nei contenuti ma nella grafica, nel numero di esercizi, nell’impaginazione sequenziale facilitata delle domande di un testo o di un problema.

nella programmazione e pianificazione di un problema che ha molte domande e alcune di queste sono nascoste, l’insegnante cercherà di porle una alla volta con la parte di testo al quale si riferiscono.

In alcune scuole paritarie vengono organizzati dei dopo scuola per gli alunni con DSA, con insegnanti specializzate che hanno fatto dei corsi di aggiornamento o dei master rivolti a loro.

Per esperienza personale la collaborazione settimanale con le insegnanti ha sempre permesso un buon percorso scolastico e un buon recupero della stima che il ragazzino ha di sé stesso.

 

Foto di Pixabay da Pexels

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