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Il disturbo d’ansia sociale nei giovani

Il disturbo d’ansia sociale colpisce soprattutto i più giovani, bambini e adolescenti. Come si manifesta, da cosa è provocato e come si può intervenire?

Il disturbo d’ansia sociale nei giovani

Quando siamo bambini, le cure e le attenzioni elargite dai nostri genitori e familiari sono necessarie e, talvolta, sufficienti per uno sviluppo psico-emotivo adeguato.

Crescendo il bisogno di riconoscimento da parte della società, in particolare dei pari, diventa prioritario. Si ricerca quindi l’approvazione dell’altro, spesso solamente tramite alcuni canali stereotipati quali la bellezza fisica e l’adattamento ai canoni della comunità.

Nel mondo di oggi l’essere rifiutati o il non sentirsi parte integrante del “gruppo” non rappresenta come in passato un pericolo per la propria incolumità fisica, ma può provocare situazioni ansiose che diventano importanti per la persona e per la sua salute psicofisica.

Questa paura di non essere riconosciuti viene identificata come disturbo d’ansia sociale o fobia sociale.

Ansia sociale, un disturbo che colpisce anche i giovanissimi

Comunemente i disturbi ansiosi si associano alla fascia della popolazione adulta e lavoratrice. Uno studio americano pubblicato nel 2019 ha mostrato però come siano in crescita diagnosi di questo tipo anche su bambini, adolescenti e giovani adulti.

In molti bambini si caratterizzano paure e insicurezze legate alla separazione dai genitori, alla perdita degli oggetti cari e l’affrontare situazioni sociali temute. Queste insicurezze, se durano più di sei mesi, vengono considerate ansie e vanno a interferire con il normale funzionamento del minore. Anche nella fascia adolescenziale è presente il disturbo d’ansia sociale; è comune che crescendo si tema il giudizio altrui limitando il proprio essere per omologarsi alla fascia di popolazione più in voga sui social network. Questo comportamento può diventare più problematico quando la paura del giudizio limita la libertà della persona, portandola a evitare situazioni ed eventi o addirittura il contesto scolastico.

L’ansia sociale può presentarsi anche a livello universitario e può interferire con il normale percorso accademico. Lo studente teme il confronto con i colleghi, evita di fare domande di suo interesse durante la lezione e teme anche di essere considerato stupido dai professori. Questo porta ad una chiusura e spesso ad un rendimento inferiore.

I problemi di ansia sociale vengono sottovalutati sia dalla società sia dai familiari e considerati come semplice timidezza

Nonostante abbiano dei punti in comune, non bisogna far confusione: il primo è un disturbo psichico che può ostacolare la quotidianità mentre la seconda una difficoltà di interazione dovuta al temperamento. Come poter capire quando si parla di ansia sociale e non più di timidezza? Quando la difficoltà in ambito interpersonale diventa cosi significativa da compromettere il funzionamento del soggetto.

Un esempio potrebbe essere quando un bambino o un ragazzo fatica ad aprirsi in un gruppo nuovo di persone o impiega più tempo per far amicizia. Se nonostante sensazioni di imbarazzo, vergogna e inadeguatezza iniziale riesce a sviluppare rapporti con i coetanei si tratta solamente di timidezza; la definiamo ansia sociale se tali sentimenti sono così forti da impedire la socializzazione e creare solitudine nel ragazzo

Come si manifesta l’ansia sociale nei giovani: i sintomi

I sintomi dell’ansia sociale si possono presentare su tre differenti livelli: fisico, cognitivo e comportamentale.

A livello fisico possono comparire:

  • sudorazione
  • tachicardia
  • senso di soffocamento
  • capogiri
  • pianto incontrollato
  • insonnia
  • problemi gastrointestinali

A livello cognitivo, l’evitare situazioni o eventi che sono rilevanti per il ragazzo come una festa, l’uscita con gli amici, il cinema, può portare ad una svalutazione del sé. Quando si arriva a questo punto il ragazzo avrà un’opinione di sé stesso e delle sue competenze inferiore rispetto a quelle che sono le sue reali capacità. Si sentirà incapace di riuscire a raggiungere gli obiettivi che si era prefissato e vedrà i suoi coetanei molto più capaci e competenti di lui. Il ragazzo si crede incapace e si vergogna del suo essere. Questi pensieri altamente negativi portano quindi il soggetto a evitare situazioni, a sentirsi escluso dal contesto e a considerarsi incapace di affrontare il mondo circostante. Un vero e proprio vicolo cieco in quanto l’adolescente ripeterà l’evitamento per paura del giudizio che le altre persone possono avere riguardo alla sua assenza.

L’ansia sociale si manifesta anche con la modifica del comportamento, i soggetti tendono infatti ad evitare situazioni da loro ritenute potenzialmente pericolose, in cui possono trovarsi al centro dell’attenzione o essere oggetto di giudizio. Rimangono spesso in casa e tendono ad isolarsi.

Per approfondire: L’ansia: cosa, come e perché

Capire le cause del disturbo d’ansia sociale nei giovani

Come ogni altro disturbo d’ansia, anche per l’ansia è difficile individuarne la causa. Una delle influenze maggiori è sicuramente l’aspetto genetico: i figli di genitori che soffrono di ansia sociale hanno più probabilità di sviluppare il disturbo.

Accanto a questo bisogna sicuramente citare il contesto di vita in cui è inserito il giovane. Vivere in un ambiente molto pretenzioso o con un elevato livello di ansia può portare la nascita di dinamiche ansiose nei ragazzi.

Altro aspetto rilevante è l’esposizione a giudizi influenti e negativi; fare esperienza diretta di eventi relativamente “traumatici” in cui il ragazzo si è sentito al centro di giudizi e commenti negativi può innescare un circolo vizioso probabilmente disturbante. Essere il protagonista di situazioni imbarazzanti o di vergogna può far nascere delle insicurezze. Se queste diventano rilevanti, perché intralciano con la quotidianità, possono far nascere un evitamento progressivo delle situazioni e delle possibili ansie o paure.

Anche le caratteristiche temperamentali del ragazzo possono essere una determinate della nascita del disturbo d’ansia sociale. Chi è più sensibile ai giudizi altrui, chi ha poca autostima o tende ad inibire i propri comportamenti per soddisfare gli altri è più esposto al rischio di sviluppare il disturbo rispetto agli altri.

Come riconoscere e trattare il disturbo d’ansia sociale nei giovani

Per effettuare una corretta diagnosi è necessario distinguere il disturbo d’ansia sociale da altri disturbi con caratteristiche affini. Devono essere presenti i sintomi sopracitati, come evitamento e agitazione, per almeno 6 mesi. Tali sintomi sono individuabili DSM V, Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders, specifico per individuare disturbi psicopatologici.

Devono essere presenti:

  • paura o ansia marcata relativa a una o più situazioni sociali nella quale l’individuo è esposto al possibile esame degli altri

Inoltre

  • L’individuo teme che agirà mostrando ansia e questa sarà oggetto di giudizio
  • Le situazioni sociali temute provocano ansia o paura
  • Le situazioni sociali temute creano disagio e per questo sono evitate oppure sopportante con ansia

Per risolvere il problema è necessario rivolgersi ad uno specialista, in primo luogo al medico di base, che indicherà una terapia adatta. Ad oggi la più usata è la terapia cognitivo-comportamentale. Essa si concentra sui pensieri irrazionali che sottendono al disturbo e si pone come obiettivo di aiutare il paziente a diventare consapevole e successivamente a modificare quei pensieri grazie a un processo di ristrutturazione cognitiva.

Risulta molto importante anche la fase di esposizione graduale a contesti fobici temuti. Lo scopo è produrre una graduale de-sensibilizzazione con riduzione dell’ansia. Il soggetto riesce così ad accettare maggiormente i contesti temuti, riuscendo a mettersi in gioco e ad affrontare l’ambiente in modo più sereno.

In aggiunta alle esposizioni graduali si insegnano pratiche di rilassamento come la respirazione lenta o il rilassamento muscolare che permettono di avere una miglior consapevolezza delle reazioni neurofisiologiche delle emozioni che speriamo in seguito di imparare a modulare meglio.

L’ansia sociale in bambini e adolescenti

Il disturbo d’ansia sociale è invalidante e va ad interferire con la normale vita dei soggetti. È fondamentale non sottovalutare ciò che accade, non sminuire i capricci e dare spazio ai ragazzi per parlare dei loro problemi.

L’eccessivo isolamento da parte dei minori è un altro fattore da considerare. È importante per loro mantenere lo stile aggregativo tipico dell’età, dando spazio alle amicizie senza però obbligarli a instaurare relazioni. Non è necessario spingerli oltre il loro limite.

Ricordiamo spesso ai nostri ragazzi che il mondo che hanno dentro di loro è meraviglioso. Per quanto a volte diverso, è unico e va coltivato senza vergogna.

Foto di Engin Akyurt da Pexels

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Timidezza e relazioni sociali: 5 consigli per superare le difficoltà

La timidezza non è un disturbo psicologico ma può influenzare le relazioni sociali e avere un notevole impatto sulla vita di che ne soffre. Come fare quando arriva a limitare i rapporti con gli altri e li rende più difficoltosi? Giada Sera, psicologa del Centro Medico Vivavoce ed esperta nella terapia di giovani e adolescenti, ci spiega che cos’è e come fare per non lasciarsi limitare nei rapporti sociali. 

Cos’è la timidezza

La timidezza è una difficoltà che si riscontra nelle situazioni sociali. La persona timida può provare disagio nel conoscere nuove persone, nel sostenere una conversazione e nell’instaurare un rapporto di amicizia. Inoltre, teme il giudizio altrui e può esperire un forte senso di inadeguatezza.

Nonostante queste sensazioni ha il forte desiderio di vicinanza con l’altro ed è motivato a entrare in relazione. Ad esempio, a una festa il timido vuole interagire ma potrebbe stare fuori da alcune dinamiche sociali perché non sa come affrontarle.

La timidezza è un disturbo? 

La timidezza non è un disturbo psicologico. Nonostante condivida alcuni aspetti con il disturbo d’ansia sociale, non ha impatto clinicamente significativo sul funzionamento delle persone. Chi soffre di ansia sociale, ad esempio, si ritira socialmente ed evita le situazioni temute con possibile impatto negativo a livello relazionale, lavorativo o scolastico.

La timidezza non è un aspetto personologico, quindi va distinta anche dall’introversione. Chi è introverso non teme il giudizio altrui, non soffre la solitudine e non desidera socializzare, aspetti invece presenti nel timido.

La timidezza può essere limitante quando si cresce?

Nel corso delle varie fasi di crescita, la timidezza può assumere forme peculiari con conseguenze in diversi ambiti.

Durante l’adolescenza il rapporto con i pari assume un aspetto essenziale per lo sviluppo personologico dell’individuo. Un ragazzo particolarmente timido potrebbe riscontrare difficoltà nel creare amicizie e nel vivere situazioni di gruppo.

Allo stesso modo, il giovane adulto timido potrebbe riportare maggior difficoltà a socializzare con i compagni di università o con i nuovi colleghi.

I timidi possono inoltre riscontrare difficoltà ad iniziare una relazione sentimentale, aspetto che in queste fasi di vita assume un valore rilevante.

Come superare la timidezza nelle relazioni sociali?

  • Ricorda che la timidezza non è un disturbo: negare questa caratteristica o concepirla come un problema clinico non è d’aiuto. Rifiutarla non aiuta ad arrivare a una soluzione, ma al contrario blocca un processo di cambiamento o di risoluzione delle difficoltà.
  • Accetta questa caratteristica e valorizzala: prova a comprendere le dinamiche che sottostanno la tua timidezza in modo da cambiare i propri comportamenti e non la propria natura.
  • Riconosci cosa temi del giudizio altrui e mettilo in discussione: prova a fare attenzione a cosa temi che pensino gli altri di te. Rifletti razionalmente su questi timori identificando quelli davvero possibili e reali.
  • Potenzia le tue abilità colloquiali: è importante implementare la capacità di mettersi in relazione con l’altro e sostenere una conversazione. Prova a osservare in quale fase del colloquio hai più difficoltà: l’inizio della conversazione, mantenerla attiva o concluderla in maniera adeguata. Una volta riconosciuto l’aspetto più deficitario inizia ad apportare alcune modifiche: ad esempio, cerca argomenti comuni da introdurre, poni domande interessate, saluta creando la possibilità di un prossimo contatto, etc.
  • Chiedi aiuto a un esperto se risulta difficile modificare alcune dinamiche sociali da solo.

Bibliografia:

Carducci, Bernando J. Pocket Guide to Making Successful Small Talk: How to Talk to Anyone Anytime Anywhere About Anything, Pocket Guide Pub (1999)

Henderson, L., Zimbardo, P., Carducci, B. (2010). Shyness. Corsini Encyclopedia of Psychology, 1-3.

Foto di Andrea Piacquadio da Pexels

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Smettere di balbettare: il percorso di riabilitazione di Camilla, a Milano

“Parole cucite”. Così Camilla descriveva, un anno fa, la sua balbuzie. Come tanti bambini, ha iniziato a balbettare da molto piccola.

Smettere di balbettare, per lei, è stata una conquista. Ce la racconta Dora, la mamma.

Quando si è manifestata la balbuzie di Camilla e come avete reagito?

Camilla ha iniziato a balbettare a 4 anni.

Appena io e suo padre abbiamo notato il problema ci siamo immediatamente allarmati. Eravamo comunque consapevoli che a quell’età si possano verificare dei casi di balbuzie, eravamo quindi più attenti che preoccupati.

Prima del suo ingresso nella scuola elementare, abbiamo parlato con le maestre che la seguivano alla scuola materna che hanno confermato le nostre percezioni.

A quel punto, abbiamo consultato la sua pediatra e abbiamo affrontato un primo consulto.

Dopo quasi un anno di sedute settimanali con una psicologa Camilla era migliorata, ma il problema comunque persisteva.

Come genitori, avevamo la sensazione che stessimo lasciando in sospeso qualcosa. Abbiamo riflettuto su come oggi si risolvano problemi molto più gravi di questo. Ci siamo decisi a fare un ultimo tentativo per aiutarla a smettere di balbettare.

In più, c’è stato un caso di prima presa in giro da parte di un amichetto. Questo episodio ha contribuito nel costruire la nostra volontà di anticipare problematiche che Camilla avrebbe potuto avere in futuro rispetto alla relazione con i coetanei.

 

Perché avete scelto Vivavoce?

Quello che mi aveva colpito è stato un approccio molto diverso rispetto a quella che era la pratica tradizionale. La componente innovativa ha attirato la nostra attenzione e accresciuto l’interesse.

Leggevo dei riferimenti scientifici che in altri approcci non avevo mai trovato.

È stato durante il colloquio conoscitivo in Vivavoce, nel 2019, che Camilla ha descritto per la prima volta la sua balbuzie.

Ha detto “Per me è come se le parole alcune volte fossero cucite, quindi non riesco a staccarle. Balbetto perché le stacco”. A volte era arrabbiata, non tanto per la balbuzie in sé ma per il fatto che ci mettesse troppo tempo a esprimere quel pensiero che invece scivolava così veloce nella sua mente.

Leggi anche Balbuzie nei bambini: come riconoscerla

Smettere di balbettare: cosa ha significato per Camilla?

La sua vita è cambiata tantissimo soprattutto nei momenti di tensione.

Circa un mese dopo l’inizio del percorso con Vivavoce la sua maestra mi ha fermato fuori dalla scuola e mi ha detto: “Voglio che lei sappia che è come se sua figlia non avesse mai balbettato”.

Cosa si sente di consigliare a un genitore con un figlio che balbetta?

Direi di non farsi prendere dall’ansia perché viene riflessa sul bambino, cosa che a me è successa in diverse occasioni.

È importante valutare quando un bimbo si sente pronto a intraprendere un percorso di riabilitazione. Quello è il momento su cui bisogna focalizzare l’attenzione.

Mi sento di dire soprattutto che è qualcosa che si può risolvere.

Scopri il percorso per la riabilitazione della balbuzie e richiedi un colloquio individuale gratuito

 

Foto di Elina Sazonova da Pexels

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L’impatto della balbuzie sul reddito: i risultati di uno studio americano

Diversi studi hanno indagato l’impatto della balbuzie sul lavoro e sulla carriera di chi ne soffre. Una recente ricerca è andata più a fondo, analizzando la questione del punto di vista dello stipendio. Ecco i risultati dell’indagine condotta dai ricercatori statunitensi su balbuzie e reddito. 

Balbuzie e mondo del lavoro

La balbuzie è un problema che condiziona la vita dell’1% della popolazione mondiale in forma più o meno grave. Questa difficoltà comunicativa porta con sé numerose implicazioni, che si riversano nelle relazioni personali di chi ne soffre ma anche nell’ambito lavorativo.

Una ricerca uscita nel 2018 sulla rivista scientifica statunitense Journal of Speech, Language and Hearing Research analizza la relazione tra la condizione del balbuziente e i suoi risultati lavorativi, in particolare per quanto riguarda il reddito percepito.

Negli Stati Uniti più del 90% dei lavori richiedono in misura diversa delle capacità comunicative. Per questo gli autori dello studio hanno trovato interessante riscontrare il rapporto tra l’uno e l’altro fattore.

C’è una relazione tra balbuzie e reddito?

Lo studio si è avvalso di un campione di circa 14.000 questionari ottenuti dal National Longitudinal Study of Adolescent to Adult Health che in 14 anni ha completato 4 cicli di questionari sulla balbuzie.

Le risposte sono state suddivise per sesso. Ciò ha permesso di distinguere tra l’esperienza unica di uomini e donne balbuzienti ed evitare che la variabile di genere potesse confondere i risultati. Infine, gli autori hanno confrontato i risultati di balbuzienti e non.

Studi simili risultano già pubblicati negli Stati Uniti, ma questo si può considerare come la prima indagine quantitativa delle relazioni tra balbuzie e mercato del lavoro in quel Paese.

L’approccio statistico conferisce alla ricerca una certa affidabilità che lo distacca dalle precedenti. Gli autori hanno infatti usato la tecnica dell’analisi di regressione per quantificare i risultati e il punteggio di propensione per accrescere l’accuratezza dell’analisi dei dati.

Leggi anche I numeri della balbuzie

Obiettivo dello studio è stato rispondere a queste domande:

  • Ci sono differenze tra i risultati del mercato del lavoro (guadagni, occupazione, partecipazione della forza lavoro, sottoccupazione, ricezione di assistenza pubblica) tra uomini/donne balbuzienti e non balbuzienti?
  • Se esiste una differenza significativa nel guadagno associato con balbuzie di maschi e/o donne, quali fattori (ad es. demografia, istruzione, tipo di occupazione, stigma) contribuiscono alla differenza e in quale misura?

Balbuzie e reddito, i risultati di uno studio americano

I risultati della ricerca mostrano come le persone balbuzienti siano svantaggiate anche in minima misura rispetto alle persone non balbuzienti per quanto riguarda il guadagno annuale.

In media, i maschi non balbuzienti hanno guadagnato circa $42.100 all’anno rispetto ai balbuzienti, fermi a $33.600. Seguendo lo stesso modello, le donne che non balbettano hanno guadagnato circa $29.300 all’anno, le balbuzienti invece ne hanno guadagnati $19.100.

Diverse sono le motivazioni associate alla differenza di guadagno tra balbuzienti e non balbuzienti. Per gli uomini il 33% della differenza di guadagno scaturisce dalla tipologia di occupazione. Da questo ne deriva, secondo lo studio, che i balbuzienti tendono a seguire una carriera meno retributiva. Il 17% della differenza invece, viene attribuita a un problema di autostima.

Per quanto riguarda le donne, il 20% della differenza di guadagno risulta attribuita a un livello di istruzione inferiore. Tale dato lascia a intendere che le donne balbuzienti tendano a scegliere percorsi meno impegnativi. Il 12% della differenza si associa ancora una volta alla tipologia di occupazione.

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Sia per gli uomini che per le donne una percentuale della differenza di guadagno è considerata «unexplained», cioè non giustificata da nessuna delle motivazioni prese in analisi.

Le donne si trovano rispetto agli uomini in una posizione di svantaggio a prescindere dalla balbuzie. Esse sono vittime, dicono gli autori dello studio, di una doppia discriminazione.

In conclusione, la balbuzie rappresenta una variabile penalizzante in ambito lavorativo. Questo non per forza per una scelta di mercato ma soprattutto anche perché diretta conseguenza delle scelte dei balbuzienti che tendono a limitarsi nella scelta dei loro percorsi di studio o di professione a causa di una bassa considerazione personale.

A cura di Michela Ria (Università Cattolica del Sacro Cuore)

Fonte:

Gerlach, H., Totty, E., Subramanian, A. & Zebrowski, P. (2018). Stuttering and the labor market outcomes in the United States. Journal of Speech, Language and Hearing Research, 61, 1649-1663.

Foto di Breakingpic da Pexels

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Deglutizione atipica: cos’è, quali conseguenze ha e come intervenire

Una deglutizione non corretta può avere importanti conseguenze per la salute, dalle patologie odontoiatriche alla postura, ma anche per quanto riguarda il linguaggio.

Con la logopedista Marina Vai vediamo come funziona la deglutizione, quali sono i rischi di un suo malfunzionamento e come si può intervenire.

Cos’è la deglutizione e perché è importante 

La deglutizione è l’atto fisiologico che ci permette di ingerire il cibo e la saliva, in coordinamento con molte altre funzioni. Un suo eventuale malfunzionamento trascina con sé altre disfunzioni nel nostro corpo, il quale è un sistema perfettamente integrato.

La deglutizione avviene in quattro fasi:

Fase Orale: il cibo viene preparato in bocca con la masticazione. Quello che ingeriamo viene triturato e poi raccolto grazie al movimento della mandibola e della lingua che si sposta per raccogliere il cibo e portarlo tra le arcate destra e sinistra fino a formare il cosiddetto bolo. In questa fase le labbra devono sempre rimanere chiuse. L’azione muscolare della mandibola e della lingua durante la masticazione permette l’allenamento muscolare dei propri organi fonatori e lo stabilirsi di gesti motori; grazie a questo primo allenamento il bambino sarà in grado di produrre i suoni del parlato.

Fase Deglutitoria: si tratta di un atto volontario automatizzato. La lingua si posiziona con la punta sullo spot palatino che si trova dietro la papilla interincisiva superiore. La parte mediana e posteriore della lingua inizia a spingere il bolo verso il palato molle che si alza chiudendo la parte superiore del faringe (parte velo-faringea) impedendo in questo modo il reflusso nasale. Nello stesso tempo le due arcate mascellare e mandibolare si serrano grazie ai muscoli masseteri e temporo-mandibolari per un secondo. Si crea inoltre una depressione nell’ipofaringe che dà luogo a un’aspirazione del bolo nella faringe.

Fase Faringea: la laringe si eleva permettendo l’apertura dell’esofago e nello stesso tempo l’epiglottide chiude la via respiratoria e si chiudono le corde vocali

Fase Esofagea: il bolo scende lungo l’esofago e arriva nello stomaco.

Deglutizione, attenzione alla lingua: è fondamentale

La posizione della punta della lingua sullo spot palatino è di estrema importanza poiché in questo punto ci sono cinque tipi di recettori nervosi collegati al nervo naso palatino (diramazione del nervo trigemino); questi recettori inviano segnali al nucleo locus coerulus, produttore di adrenalina necessaria al funzionamento di tutto il sistema nervoso centrale. Da questo si può facilmente intuire quanto sia importante la stimolazione dello spot palatino per un buon funzionamento neurologico.

Un paziente può presentare una deglutizione scorretta per diversi motivi. Ad esempio, il mancato passaggio da una deglutizione infantile ad una adulta che avviene con lo svezzamento. Oppure il frenulo corto, la respirazione orale, l’utilizzo prolungato dell’uso del ciuccio, abitudini orali viziate, una malocclusione congenita.

Conseguenze della deglutizione atipica

Se la deglutizione non avviene con posizionamento corretto della punta allo spot palatino si avranno delle alterazioni nell’occlusione. Si verificherà una spinta della lingua contro gli incisivi superiori o inferiori o entrambi. La lingua potrà inoltre interporsi tra le due arcate dentarie posteriormente provocando un’inclinazione inadeguata dei denti e un’alterazione occlusale. La deglutizione avverrà senza un corretto impegno dei muscoli masseteri e temporali, venendo a mancare in tal caso un equilibrio di forze tra esterno ed esterno della cavità buccale.

Ponendosi sul palato, la lingua ne permette  un allargamento in crescita corretto e se questo non avviene, come nel caso di una deglutizione atipica (o disfunzionale), si creerà un palato ogivale, un’arcata superiore stretta e protrusa, un affollamento dei denti. Ne deriveranno quindi delle patologie odontoiatriche, per le quali sarà necessario far ricorso a un trattamento specifico.

La lingua potrebbe non sollevarsi allo spot palatino a causa del frenulo corto. Se quella sottile lamina di natura fibro-mucosa che congiunge la parete ventrale della lingua alla mucosa del palato orale è corta, finisce per tenere ancorata la lingua alla base. È quindi necessario eseguire un intervento chirurgico o con laser per liberare la lingua e intraprendere immediatamente gli esercizi logopedici adeguati. Se l’intervento non avviene precocemente potrebbero verificarsi deglutizioni disfunzionali e dislalie.

Le conseguenze della deglutizione scorretta sul linguaggio

Una deglutizione scorretta può avere conseguenze anche sul linguaggio, con dislalie per alcuni fonemi (suoni articolatori) soprattutto per /s/, /ʦ/, /ʣ/, /s composta/, /ʤ/,/ʧ /.

Una deglutizione alterata – con conseguenti patologie odontoiatriche – può essere provocata anche dalla respirazione orale, frequente nei bambini e nei bambini soggetti a riniti e riniti allergiche. In questo caso il bambino tende a tenere sempre la bocca aperta a causa delle vie aree occluse. La lingua si posiziona in basso, il flusso dell’aria crea un palato ogivale e rende impossibile alla lingua di trovare lo spazio necessario a espandersi e ritrovare una posizione alta corretta in deglutizione. La respirazione orale provoca un’infiammazione delle tonsille che andranno a ingrossarsi impedendo a loro volta uno spazio nella cavità orale sufficiente per un atto deglutitorio corretto.

Una deglutizione scorretta crea una pressione positiva nell’orofaringe che comporta un “risucchio” dei secreti lungo la tuba di Eustachio provocando delle otiti; per lo stesso motivo il bambino sarà soggetto ad aerofagia.

La postura scorretta della testa durante la deglutizione potrà avere conseguenze sulla postura generale del paziente. Se si posta in avanti o all’indietro a seconda della spinta della lingua sugli incisivi superiori od inferiori potrebbe portare a cifosi, scoliosi, lordosi, dolori cervicali. In conseguenza allo squilibrio scheletrico e muscolare si rileva deficit nella funzionalità visiva con comparsa di forie, difetto della vista in cui l’occhio tende a deviare dalla posizione normale nella visione binoculare.

Leggi anche Disturbi del linguaggio (DSL): cosa sono e quando insorgono

Linguaggio e deglutizione atipica: perché serve un approccio multidisciplinare

A questo punto è chiara perciò l’importanza di un approccio multidisciplinare al paziente. Il professionista che per primo osserva il paziente dovrà inviarlo ad altri professionisti e valutare la priorità del suo intervento o la contemporaneità con altri.

Otorini, odontoiatri, fisioterapisti, osteopati, logopedisti, ortottisti ed optometristi preparati sanno guardare il paziente nel suo funzionamento globale e inviarlo al collega che ritengono adeguato.

Un intervento essenziale in caso di deglutizione atipica è quello del logopedista. Questo professionista allenerà tutta la muscolatura oro-facciale per ristabilire la tonicità dei vari distretti e insegnerà come deglutire correttamente. Sono importanti anche il ripristino di una respirazione nasale corretta e la correzione delle dislalie. L’intervento del logopedista andrà concordato con l’odontoiatra a seconda del tipo di apparecchio ortodontico che verrà proposto.

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“Mio figlio è troppo timido, quando devo preoccuparmi?”

Quando preoccuparsi se un bambino risulta troppo timido? Martina Tramontano, psicologa del Centro Medico Vivavoce, ci aiuta a capire quando la timidezza nei bambini diventa un problema e quali segnali è bene che i genitori monitorino nei propri figli. 

Capire la timidezza nei bambini

Nell’immaginario comune la timidezza assume una connotazione negativa e soprattutto nei bambini scatena molte preoccupazioni e paure genitoriali.

La timidezza rappresenta una caratteristica di personalità di per sé non patologica.

Ogni bambino nasce con il proprio temperamento che influenza il modo in cui si relaziona con l’esterno e reagisce agli stimoli.

Un bambino timido potrebbe semplicemente aver bisogno di più tempo per interagire e trovarsi a suo agio nel contatto con altre persone

Per un genitore è plausibile desiderare che il proprio figlio sia sicuro e sereno nelle situazioni sociali, ma è importante comprendere che non viene naturale a tutti i bambini. Questo non significa che non si aprirà mai, ma solo che necessita di un suo spazio e un suo tempo per abituarsi all’altro.

Inoltre non è detto che bambini timidi siano anche adulti timidi. Il percorso di sviluppo infatti può modificare il modo di affrontare e sperimentare le relazioni sociali. Esistono diversi gradi di timidezza e spesso una volta superata la prima fase di regolazione, ogni bambino impara nel corso del suo sviluppo a socializzare.

Per queste ragioni è fondamentale che i genitori sostengano il proprio figlio nella sua timidezza evitando di etichettarla come un difetto assolutamente da modificare o come segnale di una problematica di cui bisogna preoccuparsi.

Per approfondire Le emozioni nei bambini: consigli a genitori e insegnanti

Quando la timidezza diventa qualcosa di più serio?

La timidezza è considerata una caratteristica normale se emerge all’interno di uno sviluppo complessivo sano del bambino, dove non si evidenzia un quadro caratterizzato da bassa autostima e pensieri svalutanti e negativi del bambino verso se stesso.

Un bambino timido mostra un atteggiamento riservato, poco socievole e solitario che lo porta a esitare nel fare nuove conoscenze. Tali caratteristiche però non sono limitanti al punto di vietarsi le amicizie, anche se l’entrare in relazione può richiedere tempi più lunghi o a volte l’aiuto da parte di un adulto o un altro amico.

La timidezza diventa problematica quando è invalidante e impedisce al bambino attività tipiche della sua routine come stringere amicizia, frequentare la scuola o il parco. In questi casi la timidezza può configurarsi come la manifestazione di paure, ansie, disagi che possono sfociare in una vera e propria patologia.

Quali sono i segnali che i genitori possono monitorare?

Ecco alcuni aspetti che i genitori possono osservare per comprendere meglio quando la timidezza del figlio può condurre ad altre problematiche:

  • il bambino mostra forte ansia rispetto a qualsiasi situazione sociale
  • si rifiuta di giocare con i suoi coetanei e vuole sempre essere accompagnato da un adulto in qualsiasi situazione relazionale
  • si rifiuta di andare a scuola mettendo in atto comportamenti di resistenza  o forte disagio emotivo ogni giorno
  • potrebbe non essere in grado di salutare e guardare negli occhi le persone che interagiscono con lui
  • la timidezza sta interferendo con il suo rendimento scolastico e interpersonale

In presenza di questi segnali è opportuno esplorare meglio e valutare i sintomi con l’aiuto di un professionista per evitare il manifestarsi di un vero e proprio disturbo.

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L’assertività, ovvero la capacità di affermare le proprie idee in maniera funzionale

Ti capita spesso di fare qualcosa anche se non ne hai voglia? Ti risulta difficile dire di no alle richieste degli altri? Fai fatica a prendere in considerazione i tuoi desideri e i tuoi diritti? Probabilmente hai difficoltà ad essere assertivo. Con Giada Sera, psicologa del Centro Medico Vivavoce, vediamo cos’è l’assertività e come svilupparla per migliorare la propria comunicazione.

Cosa si intende per stile assertivo?

Quando una persona è assertiva ha ben chiari sia i propri diritti che quelli altrui. Tale consapevolezza permette di non assumere uno stile aggressivo (imporre la propria idea) né uno stile remissivo (ignorare i propri desideri).

Una persona assertiva è cooperativa, flessibile e riesce a raggiungere dei compromessi. In base alla situazione in cui si trova riesce a decidere quando assecondare maggiormente l’altro e quando affermare in maniera più decisa, ma educata, la propria idea. Talvolta, può risultare più semplice in alcuni ambiti o con alcune persone rispetto ad altre.

Cosa succede quando manca l’assertività?

Volere qualcosa e non riuscire ad ottenerlo, anche per poca assertività, ci fa esperire frustrazione. Inoltre, se questo viene ripetuto nel tempo, può influenzare il nostro senso di autoefficacia: non riesco a ottenere quello che voglio, non raggiungo gli obiettivi che mi prefiggo.

Gli stili passivo e aggressivo hanno delle conseguenze a livello relazionale

Imporre la nostra idea può suscitare emozioni di rabbia nell’altro e, di conseguenza, portare a un cambiamento nel rapporto: l’altro non si sente libero di dirmi la sua opinione, si litiga in maniera non costruttiva, non si trova una soluzione comune o addirittura l’altro si allontana.

La risposta remissiva sembra non avere conseguenze evidenti ma – se protratta nel tempo – può essere allo stesso modo svantaggiosa. Assecondare sempre l’altro, nonostante non si condivida l’opinione, allontana dal conflitto. Tuttavia, non sempre il confronto è svantaggioso: ad esempio, proporre le proprie idee sul lavoro – anche se distante da quella dei colleghi – è spesso considerata una caratteristica positiva.

Inoltre, evitare il raffronto porta l’altro a credere che noi concordiamo con la sua opinione. Nel lungo termine l’altro potrebbe pretendere una coesione alla sua idea, dal suo punto di vista reciprocamente condivisa, portando a un conflitto con maggiori incomprensioni.

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Come essere più assertivi?

Dopo aver esplorato alcune delle conseguenze di uno stile poco assertivo, saper affermare la propria idea risulta molto utile.

Seguire questi suggerimenti può essere un buon inizio:

  • Valuta il tuo livello di assertività: poni attenzione quando hai maggiori difficoltà – con chi, in che situazioni, con che svantaggi;
  • Decidi da dove partire: inizia a sperimentarti in un ambito o con una persona. Darti un focus specifico ti aiuterà a usare le tue energie al meglio e a coglierne più facilmente i risultati;
  • Definisci un obiettivo semplice e raggiungibile: cerca di avere chiaro cosa desideri, scrivi un obiettivo in termini positivi, chiaro e semplice;
  • Ricordati che l’altro non legge nella nostra mente: a volte non si afferma quello che si desidera perché vi è la convinzione che l’altro debba capire da solo i nostri desideri, ricorda che l’altro non può sapere al 100% quello che vogliamo è meglio agevolarlo essendo più espliciti;
  • Fai la richiesta in maniera cortese: affermare la tua idea è più facile se fatto in maniera cortese considerando i sentimenti dell’altro. Quindi:
  • Sii preciso nel dire quello che desideri;
  • Fai la richiesta guardando l’altro;
  • Prova a esprimere come ti sentiresti se lui assecondasse la tua richiesta;
  • Cerca di cogliere quello che l’altro potrebbe provare e sii comprensivo.

Quando la paura del conflitto o del rifiuto dell’altro è molto forte un percorso psicoterapico può aiutarci a modificare al meglio alcuni aspetti comportamentali per noi svantaggiosi.

Bibliografia:

Leveni Daniela, Piacentini Daniele, Michielin Paolo, Superare la depressione. Un programma di terapia cognitivo-comportamentale, Trento, Erikson (2018)

 

Foto di cottonbro da Pexels

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