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Discalculia: cos’è il disturbo delle abilità numeriche

La discalculia è un Disturbo Specifico dell’Apprendimento. I soggetti discalculici vivono una condizione in cui non riescono ad attribuire un significato ai numeri e ai concetti riguardanti la matematica. Nonostante esercizi e attività costanti su numeri e calcoli, questi soggetti non riescono ad apprendere le procedure matematiche.

Questo disturbo viene suddiviso in due categorie. La discalculia primaria rappresenta il disturbo delle abilità numeriche e aritmetiche. La discalculia secondaria si presenta associata ad altri problemi di apprendimento.

Discalculia: quali sono le cause

Ad oggi non si conoscono esattamente quali siano le cause della discalculia, ma si ritengono coinvolti diversi fattori.

È stato scoperto che i soggetti affetti da discalculia spesso hanno parenti affetti dallo stesso disturbo. Questo fa presumere che ci sia un’ereditarietà coinvolta, tuttavia non è stato identificato un gene specifico per questo tipo di disturbi.

Studi di neuroimaging, in cui viene tracciata la funzionalità cerebrale, hanno evidenziato differenze di estensione e volume in alcune aree del cervello dei soggetti discalculici. Queste aree, legate all’apprendimento e alla memoria, secondo Nicolas Molko studioso dell’INSERM, l’Istituto di Salute e Ricerca Medica Francese, risulterebbero meno sviluppate. La principale di queste aree sarebbe il solco intraparietale destro.

Lesioni di alcune aree cerebrali possono inoltre portare a discalculia acquisita.

Anche l’ambiente avrebbe un importante ruolo nell’insorgenza della discalculia. Abusi di alcol da parte della madre durante la gravidanza o la nascita prematura del bambino sono alcuni esempi. (Ianes, Lucangeli, e Mammarella, 2010).

Discalculia: i sintomi

I sintomi principali della discalculia sono quindi:

  • Difficoltà di calcolo
  • Difficoltà nel ricordare sequenze numeriche
  • Difficoltà nel capire il senso dei numeri
  • Evitamento di attività legate alla matematica
  • Scarsa abilità nell’effettuare calcoli mentali

Discalculia: le difficoltà a scuola

Sebbene i sintomi dei disturbi dell’apprendimento siano più facilmente osservabili in età scolare, è possibile riscontrare una serie di difficoltà divisibili per fasce di età.

In età pre scolare il bambino discalculico ha difficoltà nel contare e nell’attribuire numeri a oggetti. Inoltre non riesce a riconoscere i simboli numerici e ad associarli alle parole ad essi corrispondenti. Mostra difficoltà nel ricordare i numeri, ha difficoltà ad ordinare gli elementi per dimensione, forma o colore, ed evita giochi in cui è richiesto l’uso dei numeri.

Durante la scuola primaria il bambino ha difficoltà a riconoscere numeri e simboli. Ha grossa difficoltà nel calcolo di base ed utilizza spesso le dita per aiutarsi nei conti. Inoltre ha difficoltà a distinguere la sinistra dalla destra ed ha uno scarso senso dell’orientamento. Ancora, fatica a ricordare i numeri di telefono e i punteggi ottenuti in un gioco. Un bambino discalculico, infatti, se può evita totalmente i giochi in cui è richiesto l’uso dei numeri.

Durante gli anni del liceo il ragazzo si sforza di applicare i concetti matematici alla vita quotidiana senza però riuscirci. Non riesce a misurare gli ingredienti di una ricetta, cerca strategie per non perdersi, e usa tattiche per aggirare i problemi, per esempio l’uso di tabelle e grafici.

Non esiste uno specifico test che permette di quantificare l’entità del danno, ma ci si avvale di più test o di tecniche comportamentali messi a punto ad hoc. La diagnosi di discalculia avviene nelle UONPIA, Unità Operative di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, presenti sul territorio e in centri privati convenzionati.

Fonti

Ianes D., Lucangeli D., e Mammarella I. C., Facciamo il punto su… la discalculia e altre difficoltà in matematica, Erickson (2010)

Obiettivo Diagnosi e Intervento per l’Apprendimento, www.odipa.it

Tutto DSA, www.tuttodsa.it

State of Mind, www.stateofmind.it

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Stress e balbuzie: un discusso rapporto causa-effetto

Stress e balbuzie vanno spesso a braccetto.

Erroneamente, si tende a indicare l’uno come la causa dell’altra. Questa confusione, come le teorie sull’origine esclusivamente psicologica della balbuzie, è stata smentita dalla ricerca.

È però vero che lo stress ha un impatto notevole sulle nostre capacità verbali.

Lo stress è infatti una pressione che ci tocca tutti e a tutto tondo. Quando siamo sotto stress, iperattivazione corporea ed emotiva si presentano come due facce della stessa medaglia. Queste iperattivazioni  possono avere importanti conseguenze anche a livello comportamentale. Ci distraiamo più facilmente, ricordiamo meno, fatichiamo a rilassarci, soffriamo d’insonnia. Le nostre prestazioni cognitive ne risentono.

Non è difficile quindi immaginare che tra stress e balbuzie esista un rapporto degno di essere approfondito.

Parlare in pubblico è fonte di stress

A tutti è capitato di incepparsi, tentennare, e magari anche bloccarsi nel parlare in una situazione emotivamente significativa. Un esempio può essere la maggiore difficoltà nel trovare le parole quando ci troviamo a fronteggiare una situazione stressante.

Quella di parlare in pubblico è una fonte d’ansia comune e una richiesta stressante per molti di noi. Parlare in pubblico significa esporsi a un giudizio sociale, affrontare l’imprevedibilità della situazione e la conseguente ansia da prestazione. Tutte condizioni associate all’attivazione di una risposta psicologica di stress.

Parlare in pubblico sotto stress: cosa accade al nostro corpo?

In uno studio effettuato su persone normofluenti (non affetti da balbuzie) sono state confrontate due condizioni: una di public speaking ad alto contenuto stressante, e una condizione di stress più ridotto.

Sono stati analizzati:

  • gli effetti fisiologici dello stress (misurazione del battito cardiaco e dei livelli di cortisolo)
  • le variabili linguistiche come la frequenza comunicativa (il numero di parole prodotte per minuto)
  • la produttività verbale (il numero di parole di senso compiuto prodotte rispetto al totale di parole e non parole)
  • le pause e le disfluenze.

I risultati mostrano come la condizione stressante produca un aumento degli indici fisiologici di stress, e un’alterazione delle variabili verbali.

Da un lato aumenta la produttività verbale, il numero e la durata delle pause. In questo caso, per quanto riguarda la frequenza delle pause nell’eloquio, l’effetto è apparso tanto più intenso quanto maggiori erano gli indici fisiologici elicitati dagli stressors.

Dall’altro lato aumentano anche le disfluenze avvertite.

Cosa succede quando stress e balbuzie si incontrano?

Alcuni studi hanno cercato di indagare l’effetto fisiologico dello stress su bambini con una storia di balbuzie.

È stata analizzata la presenza di biomarcatori di stress, come cortisolo e alfa amilasi nella saliva, in risposta a normali fonti di stress quotidiane.

I risultati mostrano come questi bambini non presentassero biomarcatori di stress differenti dalla norma di fronte a normali stressors quotidiani. Normali condizioni stressanti attivano cioè una reazione fisiologica di stress in linea con quella trovata in altri campioni che non presentavano disturbi dell’eloquio.

Lo stress non sembra avere effetti differenti a livello fisiologico sulle persone che soffrono di balbuzie.

Ciononostante, anche in condizioni normali, lo stress sembra influenzare negativamente le nostre capacità verbali, e in particolare la fluenza dell’eloquio, in termini di numero di pause e di disfluenze prodotte.

Stress e balbuzie: quali conclusioni?

Anche se gli studi specifici scarseggiano, possiamo immaginare come in caso di difficoltà oggettiva, come la balbuzie, lo stress, inteso sia come stress cronico sia come evento stressante specifico, risulti un elemento di ulteriore difficoltà.

Ancora una volta è importante disancorarsi dal luogo comune secondo cui fra stress e balbuzie esista un rapporto causa-effetto. E’ fondamentale però tenere in conto di come trovarsi in una situazione stressante, acuta o cronica, metta in campo delle variabili peculiari, come le alterazioni fisiologiche, che possono influenzare intensamente la gravità del problema, inasprendo le difficoltà di chi già presenta problemi nell’eloquio.

Fonti

Buchanan T.W., Laures-Gore J.S. (2014), Duff  M.C., Acute stress reduces speech fluency, Biological Psychology, 97 pp. 100-122

Ortega A.I., Ambrose N.G. (2011), Developing physiologic stress profiles for school-age children who stutter, Journal of fluency disorders, 36(4) pp. 268-73.

 

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Disturbi d’ansia: cosa sono e quali sono

I disturbi d’ansia sono un insieme di condizioni psicologiche caratterizzate da sintomi diversi. Alla base di tutti ci sono paura eccessiva e irrazionale e ansia patologica.

Ansia anormale e patologica

L’ansia è una risposta del nostro corpo. Si manifesta nel momento in cui viene percepito un pericolo o quando viviamo una situazione stressante. Ci permette di rimanere vigili, attivi, e di non sottovalutare alcuni stimoli provenienti dall’ambiente.

L’ansia diventa anormale e disfunzionale nel momento in cui è persistente ed interferisce con il normale svolgimento delle attività quotidiane. Oppure quando è esagerata rispetto alla situazione stressante, o continua quando la situazione stressante si è conclusa, o quando si presenta senza una ragione.

L’ansia in quanto tale non va considerata un disturbo. Si tratta di una dimensione psicopatologica che si può manifestare in ogni forma di disagio psichico.

Disturbi d’ansia: quali sono

Ci sono innumerevoli condizioni che possono essere classificate come disturbi d’ansia. I più comuni sono:

  • Disturbo da attacchi di panico.  L’attacco di panico è un quadro clinico che può comparire in diversi disturbi, oltre a quello di panico propriamente detto. È caratterizzato dall’apparizione improvvisa di vari sintomi, come difficoltà percepita nel respirare, giramenti di testa, e stato confusionale. Queste crisi vengono vissute con un senso di impotenza e paura. La durata è molto breve, in genere è di pochi minuti, o addirittura secondi. In seguito alla crisi vi è un periodo molto prolungato in cui il soggetto può sentirsi confuso, spossato, o può accusare un senso di vertigine.
  • Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC). È caratterizzato da pensieri, immagini o impulsi ricorrenti. Questi pensieri innescano ansia e obbligano la persona ad attuare azioni ripetitive materiali o mentali.
  • Disturbo Post-Traumatico da Stress (DPTS). È caratterizzato dalla combinazione di sintomi di tipo dissociativo e sintomi di tipo ansioso. Vi è inoltre la tendenza a rivivere di continuo l’evento traumatico attraverso immagini, pensieri ricorrenti, allucinazioni e flashback. Il DPTS è un disturbo d’ansia che può presentarsi in conseguenza ad un evento traumatico.
  • Agorafobia. È la paura e l’evitamento di situazioni o luoghi dai quali è difficile allontanarsi o nei quali è difficile ricevere soccorso. Il DSM-5 indica cinque possibili situazioni agorafobiche: trasporti pubblici, spazi aperti, spazi chiusi, stare in fila tra la folla, essere fuori casa da soli. Per identificare un disturbo agorafobico è necessario che il disagio si manifesti in almeno due di queste situazioni.
  • Disturbo d’Ansia Sociale (Fobia Sociale). Il sintomo principale è l’ipervalutazione del giudizio altrui. Inoltre vi è una forte paura di apparire ridicoli o di comportarsi in maniera inadeguata. Le situazioni sociali ansiogene sono situazioni comuni, come contesti sociali amicali o lavorativi.
  • Fobie specifiche. Gli attacchi di panico si possono manifestare in seguito all’esposizione ad un oggetto o ad una situazione specifica. In questo caso, gli attacchi di panico si manifestano sempre o quasi, e non sono quindi inaspettati. Il soggetto cercherà quindi di evitare le situazioni trigger (che possono scatenare l’attacco di panico).
  • Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD). È una condizione di ansia persistente e cronica. Un prolungato stato di preoccupazione per circostanze della vita di tutti i giorni, con un continuo stato di allarme e di vigilanza. Inoltre è caratterizzato da un senso di anticipazione pessimistica di eventi negativi. Il DSM-5 lo definisce come attesa apprensiva per la maggior parte dei giorni e per almeno 6 mesi. Sono presenti irrequietezza, affaticamento, difficoltà di concentrazione o vuoti di memoria, irritabilità, tensione muscolare e alterazioni del sonno.

Secondo gli studi alla base dei disturbi d’ansia, ci sarebbe una combinazione di fattori genetici, ambientali, psicologici e neurologici.

Fonti

Federico Baranzini, www.federicobaranzini.it

Farmaco e cura, www.farmacoecura.it

Studi cognitivi, www.studicognitivi.it

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Superare la balbuzie? È stato come perdere quei 22 kg

Superare la balbuzie non significa semplicemente parlare bene. Significa esprimere finalmente se stessi.

M. 25 anni, ci racconta la sua storia.

Quando hai iniziato a balbettare?

Balbetto da quando avevo 8 anni. Ho iniziato a balbettare all’improvviso. Subito mi sono sentito strano, perché non riuscivo a capirne il motivo.

A scuola tutti se ne sono accorti, hanno iniziato a prendermi in giro. Io facevo di tutto per evitare che se ne accorgessero. Chiedevo alla professoressa di non leggere, non farmi parlare davanti a tutti.

Fortunatamente, gli insegnanti mi hanno sempre aiutato molto, di questo non posso lamentarmi.

Hai mai subito atti di bullismo, a causa della balbuzie?

Sono stato vittima di bullismo dalle elementari fino alle superiori. Non proprio per la balbuzie. Mi prendevano in giro perché ero grasso. Ho perso 22 kg in un mese e  mezzo.

Di quello che mi succedeva a scuola non raccontavo nulla. Ero orgoglioso, non volevo che intervenissero i miei genitori.

Io non ho mai voluto difese. Per me sarebbe stata una grave sconfitta. Ancora oggi sono così: devo farcela con le mie forze, non voglio dipendere da nessuno.

Perché hai deciso di intraprendere un percorso per superare la balbuzie?

La mia balbuzie ormai va avanti da troppo tempo.

Negli anni, a causa di questa fatica, mi sono chiuso molto. Non sono una persona timida, mi sono isolato per evitare di dover parlare. Questo problema mi ha messo da parte: è stata questa è la mia sofferenza più grande.

Vorrei cancellare dalla memoria i miei ultimi anni. Ho fatto fatica a relazionarmi con le altre persone, soprattutto con le ragazze.

Nel lavoro la balbuzie non mi limita. Ho a che fare con delle persone straniere e spesso è più semplice interagire – gli stranieri non capiscono… Però, ho sempre avuto paura di essere giudicato, di essere una persona diversa da quel che sono.

In questi anni neanche per una volta sono stato me stesso. Questo mi ha causato tanta rabbia e dolore.

Cosa significa per te poter superare la balbuzie?

Per me smettere di balbettare è come perdere quei 22 kg in due mesi e mezzo.

La prima settimana del percorso in Vivavoce Institute è stata la settimana più intensa della mia vita e la più bella. Sono contento delle persone che ho conosciuto.

Riuscire finalmente a parlare in pubblico davanti a tante persone è stata la mia soddisfazione più grande. E’ una cosa che non avrei mai fatto, prima.

Chi non balbetta, non potrà mai capire quanto sia complicato convivere con questa fatica. Non riesci a esprimere te stesso fino in fondo: non puoi dare quello che vorresti dare, dire quello che vorresti dire.

La parola è vita. La parola è comunicazione, senza quella non puoi fare nulla.

Il consiglio che do a chi soffre di balbuzie è quello di non arrendersi: è un percorso molto lungo, ma la sfida si può vincere. Bisogna mettersi in gioco, tutti i giorni.

Questa testimonianza è stata raccolta durante il Percorso di rieducazione della balbuzie di Vivavoce Institute. L’utilizzo di un nome fittizio serve a tutelare la privacy del soggetto intervistato, su richiesta dello stesso e nel rispetto della sua volontà di rimanere nell’anonimato.

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BES: Bisogni Educativi Speciali e intervento personalizzato

Lo svantaggio scolastico è un area molto più ampia di quanto si possa pensare. In un quadro così variegato di necessità specifiche si inseriscono i Bisogni educativi Speciali, o BES.

In ogni classe ci sono alunni che necessitano di attenzioni speciali e supporto scolastico personalizzato. Queste necessità possono insorgere per molteplici ragioni. Vi sono comprese tre grandi sotto-categorie: quella della disabilità; quella dei disturbi evolutivi specifici e quella dello svantaggio socioeconomico, linguistico e culturale.

Per garantire ad ogni alunno il diritto a una formazione adeguata, la Direttiva Ministeriale del 27 dicembre 2012, introducendo i BES, ha rivolto l’attenzione a queste intricate problematiche.

BES: quali sono?

Contrariamente a quanto spesso si crede i BES non sono una categoria diagnostica.

Qualunque studente può manifestare dei bisogni educativi speciali nel corso del suo percorso di studi. Queste difficoltà, che danno diritto ad un intervento personalizzato, non sono veri e propri problemi clinici, bensì pedagogici.

I BES, ad ora riconosciuti dal Ministero dell’Istruzione, sono:

  • Svantaggio socio-economico
  • Svantaggio culturale
  • Svantaggio ambientale
  • Svantaggio linguistico (come nel caso di alunni extracomunitari)
  • Disabilità (come previsto dalla Legge 104/1992)
  • Disturbi evolutivi specifici ( come DSA, Deficit del linguaggio o della coordinazione motoria, ADHD)

Per l’intervento su queste situazioni il sistema scolastico Italiano in questi anni ha abbandonato il concetto di integrazione, che prevede che avvenga una certificazione delle disabilità degli alunni. Si sta invece concentrando sul concetto di inclusione, attuando strategie che permettano di accompagnare lo studente mediante percorsi di apprendimento individualizzati e personalizzati.

POF: Piano dell’Offerta Formativa

Il POF descrive la singola istituzione scolastica nelle sue linee distintive. Presenta l’insieme dei servizi offerti dalla scuola, le scelte educative, i percorsi didattici, le soluzioni organizzative e operative adottate, le procedure di valutazione dell’offerta e dei risultati ottenuti.

Il POF deve inoltre descrivere l’impegno della scuola per l’inclusione esplicitandone i criteri e le procedure rispetto a tutti gli ambiti dell’insegnamento, nell’organizzazione dei tempi e degli spazi scolastici, nella gestione delle classi e nelle relazioni tra docenti, alunni e famiglie.

PAI: Piano Annuale per l’Inclusività

Il PAI, riferito a tutti gli alunni con BES, è elaborato al termine di ogni anno scolastico dal Gruppo Lavoro per l’Inclusione (GLI), individuato dal dirigente scolastico. Deve essere approvato dal Collegio di docenti e includere tutto ciò che possa rivelarsi utile ed inclusivo per la scuola.

Delinea un’analisi delle criticità e degli interventi effettuati nell’anno trascorso, ponendo le basi per il miglioramento delle pratiche di inclusione dell’istituto scolastico. Oltre ad essere parte integrante del POF, viene inviato agli uffici scolastici regionali di competenza e alle istituzioni territoriali.

Il PAI non è un documento definitivo. La Nota Ministeriale prot.1551 del 27 giugno 2013 afferma:

esso è prima di tutto un atto interno della scuola autonoma, finalizzato all’auto-conoscenza e alla pianificazione, da sviluppare in un processo responsabile e attivo di crescita e partecipazione.

Modello ICF

Il modello ICF dell’OMS (Classificazione Internazionale del Funzionamento, delle Disabilità e della Salute) è il documento in base al quale è elaborato il PAI. Serve a costruire una griglia di conoscenza del funzionamento educativo e/o apprenditivo dell’alunno. Consente inoltre una facile comunicazione delle informazioni sulla salute e le disabilità della popolazione a tutte le figure che operano nell’assistenza sanitaria.

Fornisce una base scientifica per la comprensione della salute, vista come interazione tra individuo e contesto. L’introduzione dei fattori ambientali e sociali come concause della condizione di salute della persona rendono il PAI uno strumento estremamente innovativo, spostando l’attenzione dai deficit degli alunni alle loro potenzialità.

L’attenzione alle potenzialità degli alunni affetti da BES permette agli educatori di programmare percorsi didattici e formativi che ne aiutino l’inclusione.

Il modello ICF è stato proposto anche come base per un nuovo modello di Diagnosi Funzionale. Grazie alla sua attenzione alle potenzialità degli alunni permette inoltre una nuova definizione del concetto di competenza. Inoltre permetterebbe di creare uno strumento informatico per abilitare la scuola a una percezione globale degli alunni con BES.

 

Fonti

Portale Italiano delle Classificazioni Sanitarie, www.reteclassificazioni.it 

Erickson, www.erikson.it

Orizzonte Scuola, www.orizzontescuola.it.

Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, www.miur.gov.it

Training Cognitivo, www.trainingcognitivo.it

Rizzoli Education, www.rizzolieducation.it

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L’illusione del movimento: cos’è e cosa dice del nostro corpo

Che cosa si intende per illusione? In psicologia, viene definita come

ogni percezione della realtà falsata dall’intervento di elementi rappresentativi, associati allo stimolo sensoriale così strettamente, da essere considerati di natura oggettiva e riferiti all’oggetto che il soggetto crede di percepire.

Viene quindi distinta dalla allucinazione, che è invece la percezione di una realtà totalmente inesistente.

Le più frequenti illusioni con cui ci siamo confrontati probabilmente sono quelle ottiche. Chi non ha mai visto quella dei serpenti rotanti del professor Kitaoka in cui le figure sembrano muoversi in cerchio? Oppure la griglia di illusione di Hermann in cui sembra di vedere delle macchie grigie nella zona di intersezione tra le linee bianche e nere, che poi spariscono osservando un solo incrocio?

Illusione motoria: cos’è?

Allo stesso modo esistono illusioni in ambito motorio, situazioni in cui i soggetti percepiscono un movimento senza in realtà farlo.

Consentono di studiare quelle situazioni in cui è possible dissociare la consapevolezza di un proprio movimento dall’attuale performance del movimento.

I principali aspetti su cui si sono approfonditi studi e ricerche sono due: l’illusione del movimento indotto dalla vibrazione e la stimolazione delle aree cerebrali che inducono una sensazione illusoria del movimento.

Con questi studi si dimostrò come la consapevolezza del movimento combaci con le informazioni dei fusi neuromuscolari.

Negli anni ’70 si descrisse l’illusione attraverso la vibrazione. A causa di vibrazioni indotte ai tendini del bicipite e tricipite il soggetto con occhi chiusi non era in grado di identificare la posizione del suo braccio.

Successivamente, il Professore Jean Pierre Roll misurò i feedback propriocettivi di una serie di muscoli mentre venivano effettuati dei movimenti. Trasformò questi feedback in frequenze vibratorie che venivano applicate a persone. Lo scopo era di capire se fossero in grado di identificare a quale movimento appartenesse quella serie di frequenze indotte a livello neuromuscolare. Lo studio mostrò come i soggetti fossero in grado di riconoscere il movimento ottenuto dalla registrazione dei feedback propriocettivi.

L’Illusione di Pinocchio

L’illusione di Pinocchio spiega come l’illusione motoria si con lo schema e l’immagine corporea.

Immaginiamo di  afferrarci il naso con pollice e indice e di mantenere la presa. Nel mentre una persona esterna induce una vibrazione al tendine del bicipite. Il nostro sistema nervoso dovrà gestire un mismatch di informazioni. Il tendine verrà percepito come molto più stretchato di quello che in realtà è, a causa dell’induzione della vibrazione. Contemporaneamente, potrebbe sembrare che il naso ci stia crescendo.

Il nostro cervello trova questa illusione come soluzione ad informazioni contrastanti. Ciò che può essere indotto perifericamente può essere molto diverso da ciò che il cervello rielabora!

L’Illusione della mano di gomma

Un altro esempio di alterazione della consapevolezza corporea viene dato dal paradigma di Botvinick & Cohen attraverso quella che viene chiamata l’illusione della mano di gomma.

L’esperimento consisteva nel sedere un soggetto con un braccio posto sopra un tavolo.

Si collegava uno schermo accanto all’arto al fine di nasconderlo allo sguardo del soggetto. Veniva poi posta sopra il tavolo una mano di gomma di dimensioni simili alla mano del soggetto. Gli si chiedeva quindi di mantenere lo sguardo sulla mano artificiale mentre due piccole spazzole accarezzano contemporaneamente sia la mano di gomma che quella reale. I tocchi di spazzola, eseguiti in modo sincrono, erano somministrati con una frequenza d’intervallo di un secondo.

Il risultato straordinario è che, dopo poco, il soggetto iniziava a sentire la mano di gomma come propria.

Addirittura se, in un secondo momento, i ricercatori tentavano di colpire la mano finta con un coltello o con un ago inducevano i soggetti ad attuare delle risposte di evitamento.

Attraverso tecniche di neuroimaging si è osservato che nel momento in cui i soggetti iniziano a sentire propria la mano finta, le aree del cervello deputate alla coordinazione motoria (corteccia intraparietale e premotoria) si attivano. Quando viene minacciata si attivano invece le aree preposte all’elaborazione del dolore (insula e corteccia cingolata).

Questa illusione produce un cambiamento della sensazione di proprietà del proprio arto. L’oggetto inanimato che si stava osservando in un primo momento, diventa in un secondo momento vivo.

Illusione motoria: cosa dice del nostro corpo?

Da questi esempi si evince come l’esperienza del nostro corpo sembra derivare da diversi canali multisensoriali, integrati in un’unica rappresentazione del corpo costantemente aggiornata dalle informazioni che ognuno riceve da differenti modalità sensoriali.

Quando la consapevolezza del nostro corpo è formata, la vista prevale sulla propriocezione e sulla sensibilità corporea.

Un’informazione addizionale ci viene data dal movimento proveniente da meccanismi efferenti, che danno origine ad un’integrazione unica di informazioni che portano alla sensazione del movimento stesso.

Fonti

Botvinick, M., and Cohen, J. (1998) Rubber hands “feel” touch that eyes see, Nature 391 (6669) pp. 756–756.

Goodwin, G.M., McCloskey, D.I. and Matthews, P.B.C. (1972) Proprioceptive illusions induced by muscle vibration: Contribution by muscle spindles to perception?, Science 175 (4028) pp. 1382–4.

Roll, J.-P., Albert, F, Thyrion, C., Ribot-Cisar, E, Bergenheim, M. and Mattei, B. (2009)
Inducing any virtual two-dimensional movement in humans by applying muscle tendon vibration, J Neurophysiol 101 (2) pp. 816–2.3.

Thyrion, C. and Roll, J.-P. (2010) Predicting any arm movement feedback to induce three- dimensional illusory movements in humans, J Neurophysiol 104 (2) pp. 949–59.

Ehrsson, H.H. (2009) How many arms make a pair? Perceptual illusion of having an additional limb, Perception 38 (2) pp. 310–12.

Ehrsson, H.H. (2007) The experimental induction of out-of-body experiences, Science 317 (5841): 1048.

Longo, M.R., Schüur, F., Kammers, M.J.M., Tsakiris, M. and Haggard P. (2009) Self awareness and the body image, Acta Psychol (Amst) 132 (2) pp. 166–72.

 

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Depressione: cos’è e come si manifesta

La depressione (Disturbo Depressivo Maggiore) è una malattia del tono dell’umore. Affligge la funzione psichica che permette l’adattamento al nostro mondo interno e a quello esterno. L’umore è alto quando siamo in situazioni piacevoli, tende a essere basso quando viviamo situazioni sgradevoli.

Il Disturbo Depressivo Maggiore è un disturbo spesso ricorrente e cronico. Una persona affetta da questo disturbo potrà soffrirne svariate volte nel corso della vita.

Depressione: quali sono le cause

Il Disturbo Depressivo Maggiore non ha un’unica causa.

Al suo sviluppo concorrono fattori genetici, biologici e psicosociali, che interagiscono tra loro.

  • Fattori genetici. Esistono numerose prove che dimostrano un importante componente ereditaria nella depressione. Gli studi dimostrano un maggior rischio dello sviluppo di un disturbo analogo nei familiari di primo grado dei pazienti con depressione. Questo fattore genetico non spiega però interamente il verificarsi del disturbo.
  • Fattori biologici. La depressione deriva da un’alterazione della regolazione di alcuni ormoni che influenzano umore, affettività, sonno, appetito, e che controllano alcune funzioni cognitive. Essi sono la Noradrenalina, Serotonina e Dopamina.
  • Fattori psicosociali. L’insorgenza della depressione è favorita da eventi stressanti vissuti come perdite irreversibili, irreparabili e totali. Tra gli altri, malattie fisiche, difficoltà nei rapporti familiari o amorosi, fallimenti scolastici, lavorativi o economici, scomparsa di una persona cara.

Gli eventi stressanti giocano solitamente un ruolo importante nel causare il primo o il secondo episodio di depressione. Secondo gli studi, hanno invece meno importanza per l’esordio degli episodi successivi.

Depressione: i sintomi

Soffrire di depressione significa sperimentare angoscia persistente, perdita di interesse in attività piacevoli, avere difficoltà nello svolgere azioni quotidiane.

Il fattore scatenante è spesso un evento stressante vissuto come una perdita importante e non accettabile.

Le persone che soffrono di depressione si percepiscono come inadeguate e senza valore, incapaci di fronteggiare le situazioni. Inoltre considerano l’ambiente circostante come ostile e il futuro come pieno di difficoltà. Questo comporta un’invalidazione dell’individuo e di tutta la sua prospettiva esistenziale: passato, presente e futuro.

Nello specifico, sperimentano perdita di energia, cambiamento dell’appetito, insonnia o ipersonnia, ansia, ridotta concentrazione, indecisione, irrequietezza, senso di inutilità, senso di colpa o di disperazione, pensieri di autolesionismo o suicidio.

La diagnosi di Disturbo Depressivo Maggiore

Secondo il Manuale Diagnostico Statistico, per la diagnosi di Disturbo Depressivo Maggiore deve essere soddisfatto almeno uno dei criteri tra:

  • Umore depresso per la maggior parte del giorno, quasi tutti i giorni.
  • Marcata diminuzione di interesse o piacere per tutte o quasi tutte le attività che prima interessavano e davano piacere.

In più devono verificarsi almeno tre dei seguenti criteri:

  • Aumento o una diminuzione significative dell’appetito e quindi del peso corporeo senza essere a dieta
  • Rallentamento o agitazione 
  • Disturbi del sonno: si dorme di più o di meno, ci si sveglia spesso durante la notte, o non ci si riesce ad addormentare.
  • Faticabilità o mancanza di energia
  • Ridotta capacità di pensare o di concentrarsi, mantenere l’attenzione e prendere decisioni.
  • Pensieri ricorrenti di morte o di suicidio, che possono andare da un vago senso di morte e desiderio di morire fino all’intenzione di farla finita con una vera e propria pianificazione e tentativi di suicidio.

Il sintomo prevalente è la sensazione di essere inutile, negativo o colpevole. Questi sintomi possono trasformarsi in vero e proprio odio verso di sé.

Spesso la depressione si associa ad altri disturbi, sia psicologici (frequentemente di ansia) sia medici. Accade cioè che il fatto stesso di presentare altri disturbi o malattie sia causa della depressione.

Quante persone soffrono di Disturbo Depressivo Maggiore?

Il Disturbo Depressivo Maggiore colpisce oltre 350 milioni di persone nel mondo. Ne soffrono circa 15 persone su 100.

Il disturbo depressivo è più frequente tra i 25 e i 44 anni ed è due volte più comune nelle donne adolescenti e adulte. Bambine e bambini ne soffrono in egual misura. Le frequenze sono più basse sia per gli uomini sia per le donne oltre i 65 anni. Il 20%-25% degli individui che soffrono di un disturbo organico (diabete, cardiopatia, HIV, invalidità corporea, malattie terminali) si ammalano anche di depressione.

Fonti

American Psychiatric Association, Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, Raffaello Cortina Editore (2014).

Istituto di Psicologia e Psicoterapia Comportmentale e Cognitiva,  www.ipsico.it

Istituto A.T. Beck, www.istitutobeck.com

Scuole di Specializzazione in Psicoterapia Cognitiva, www.apc.it

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