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Fine del percorso universitario… e ora? Come affrontare la crisi post-laurea

Il post-laurea può a volte essere accompagnato da un periodo di crisi. L’uscita dall’università coincide con una fase nuova nel ciclo di vita di un giovane adulto, ormai non più studente: Giada Sera, psicologa del Centro Medico Vivavoce, illustra le difficoltà di questo momento di transizione e consiglia come affrontarlo al meglio.

La laurea, un nuovo rito di passaggio

La laurea è diventata un ulteriore rito di passaggio e, da quando gli studi universitari sono diventati sempre più diffusi, segna maggiormente la fase del ciclo di vita del giovane adulto. Questa fase, difficile da definire clinicamente con un modello teorico standard, è invece maggiormente riconosciuta sia a livello psicologico che sociologico.

Il giovane adulto è colui che transita verso l’età adulta raggiungendo una sempre più significativa autonomia, come quella lavorativa e abitativa.  In questi anni, il ragazzo rischia di rimanere bloccato e non raggiungere alcune tappe evolutive.

Un fattore di rischio è la permanenza prolungata nella casa d’origine – dato particolarmente alto in Italia (Cavalli e Galland, 1996) –  anche a causa delle condizioni socio-economiche attuali che rendono più difficile la stabilità lavorativa.

Cosa succede quando ci si laurea?

Durante il percorso universitario il ragazzo si concepisce ancora come studente e la sensazione e/o la necessità di autonomia non emergono in maniera preponderante. Al termine degli studi si percepisce nettamente l’uscita dal ruolo di studente e il desiderio di affermarsi con un nuovo ruolo. Tale passaggio può portare con sé una sensazione di smarrimento, disorientamento e vuoto.

In questo momento non solo il ragazzo desidera una maggior autonomia, ma questa viene richiesta – talvolta pretesa – dalla società, in primis genitori e familiari. Infatti, se durante l’università era concesso dedicarsi, esclusivamente o in parte, allo studio senza occuparsi di altri aspetti a quel punto viene richiesto di responsabilizzarsi.

Cosa si prova in quel momento?

Il disorientamento esperito in questo passaggio è determinato dal cambiamento di equilibri e abitudini.

Per tanti anni si è avuta una routine dettata dalle lezioni universitarie, dalle sessioni di esame e da una piena autonomia organizzativa: aspetti che nell’inserimento nel mondo lavorativo cambiano totalmente. Inoltre, spesso la formazione teorica universitaria e lo scarso orientamento concreto nella realtà lavorativa contribuiscono ad acuire il senso di smarrimento.

Tali cambiamenti e l’incertezza per il futuro portano a emozioni di ansia. L’ansia è un’emozione primaria e non va eliminata in quanto può sollecitare la ricerca e curiosità verso una soluzione (mandare cv, documentarsi su alcune realtà che non conoscevamo, ricercare cosa ci piacerebbe fare, chiedere informazioni, ideare progetti…).

L’ansia può essere accompagnata da altre emozioni, come la tristezza per la fine di un’esperienza o la colpa per alcuni errori o mancanze fatte nel percorso e molte altre ancora.

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Come affrontare al meglio la fase di transizione post-laurea? 

  • Riconoscere le emozioni di quel momento: fai attenzione a cosa stai provando e quali sono i pensieri sottostanti. Avere paura del cambiamento è normale, non sapere cosa ci aspetta è difficile ma tollerabile;
  • Riconoscere i cambiamenti che avverranno: poni attenzione a quali mutamenti temi maggiormente e prova a cercare anche quelli in positivo;
  • Definire le proprie priorità con ordine di importanza: inizia a definire cosa ti piacerebbe fare e ottenere nei prossimi anni – un’esperienza di lavoro all’estero, abitare da solo, un lavoro stabile, una convivenza – e ordinali in base alla priorità;
  • Procedere un passo alla volta: rimani concentrato sul primo obiettivo senza rimuginare su tutti gli altri. Riuscire a vedere gli obiettivi una alla volta permette di non “spaventarsi” e demotivarsi;
  • Ricorrere al problem solving: una volta definito il primo obiettivo, trova soluzioni per raggiungerlo. Pensa a tutte le possibili alternative, valuta i pro e contro di ogni idea emersa – anche quelle più strane – e scegli quella più conveniente per te.

 

Bibliografia:

Cavalli Alessandro, Galland Oliver, Senza fretta di crescere, Napoli, Liguori Editore (1996)

Lancini Matteo, Madeddu Fabio, Giovane adulto. La terza nascita, Milano, Raffaello Cortina Editori (2014)

 

Foto di Andrea Piacquadio da Pexels

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Relazioni dopo la quarantena: come gestire gli equilibri di coppia e familiari

Le relazioni sono state messe alla prova durante la quarantena. Dopo esserci adattati, chi più e chi meno, a quel periodo, la fine dell’isolamento ha portato altri cambiamenti nelle nostre vite. In coppia o in famiglia, le regole ora sono cambiate e vanno riscritte.

Come affrontare le emozioni di questo momento e come gestire gli equilibri? Ce ne parla la psicologa e terapeuta Laura Ranzini.

Equilibri di coppia e familiari dopo la quarantena

In questo momento storico le nostre relazioni hanno subito radicali cambiamenti. La “situazione coronavirus” è nuova, diversa da tutte quelle che possiamo aver vissuto nella nostra vita e anche i nostri familiari non hanno memoria di un simile periodo: è per tutti una scoperta e inevitabilmente si procede per prove ed errori.

All’inizio della quarantena qualcuno può essersi sentito sollevato dall’avere più tempo e finalmente maggiore possibilità di trascorrere momenti con la propria famiglia o con il proprio partner.

Tuttavia ben presto alcuni si sono sentiti imprigionati in questa nuova realtà e quello che sembrava un dono e un’occasione ha iniziato ad avere un sapore faticoso.

C’è chi invece da subito si è sentito spaesato durante la quarantena e quasi non si è riconosciuto nella nuova realtà.

Ridefinire le regole post quarantena

Ognuno di noi ha dei ritmi, una routine messa a punto e consolidata che può essere fonte di sicurezza. In questo periodo tante certezze sono crollate e anche le relazioni hanno dovuto trovare nuovi ritmi.

In Cina, che ci ha preceduto in questa esperienza senza pari, dopo la quarantena si è registrato un aumento del numero dei divorzi, che verosimilmente è stato dovuto a due aspetti: la gestione delle pratiche sospese durante il lockdown e la fine di alcune relazioni in seguito a un periodo di convivenza forzata.

Non sappiamo se quanto successo in Cina si ripresenterà in Italia, quello che sappiamo per certezza è che a oggi non valgono nemmeno più le regole della quarantena, che vanno di nuovo ridefinite.

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Come gestire al meglio le relazioni di coppia o familiari

Vediamo quindi quali possono essere le strategie migliori per gestire le relazioni, siano esse di coppia o familiari, in questa fase.

Ripensa a cosa non ha funzionato e condividilo con il tuo partner o con i tuoi familiari

Una buona comunicazione è la base per superare i momenti difficili. La fase 2 non è libera da pensieri e preoccupazioni ma può essere un momento in cui andare oltre la paura e riprendere in mano la propria vita.

Non colpevolizzarti se hai fatto degli errori

Siamo esseri umani e in questa fase di emergenza dobbiamo concederci di esserci sentiti fragili e indifesi. Parlarne con i tuoi cari può essere liberatorio e permette all’altro di conoscerti meglio aprendo al dialogo.

Non prendere decisioni avventate

Scegliere di porre fine a una relazione in questo momento può non essere una buona idea. Tutte le coppie infatti affrontano momenti difficili e non è vantaggioso scegliere sulla base di un periodo dove inevitabilmente i ritmi sono stati stravolti e gli equilibri (anche personali) rotti.

Riprenditi i tuoi spazi

Se in quarantena questo è stato possibile ma con delle limitazioni, ora ci saranno più occasioni per coltivare le proprie passioni. Un buon equilibrio nelle relazioni prevede degli spazi e degli interessi condivisi ma anche delle aree personali. Inoltre stare bene con te stesso ti aiuta a essere più disponibile e presente con gli altri.

I momenti di sofferenza possono essere preziosi: forse, dopo questo periodo inatteso, avremo imparato qualcosa su di noi e sugli altri con noi.

 

Foto di Vidal Balielo Jr. da Pexels

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Maturità 2020: l’esame solo orale e il valore della domanda

L’esame di Maturità 2020 sarà soltanto un colloquio orale. Per certe ragioni può sembrare una prova “facilitata”, ma in realtà l’esame solo orale presuppone dinamiche diverse e richiede sia da parte degli studenti sia da parte degli insegnanti un impegno diverso. 

Il prof. Pietro Viscardi riflette sulle implicazioni di questo “dialogo”, rifacendosi anche alla figura di Ulisse e alla sua sete di conoscenza.

Colloquio è cercare insieme

«Le prove d’esame […] sono sostituite da un colloquio». Questo il succo dell’articolo 16 comma 1 dell’ordinanza del ministero dell’Istruzione circa gli esami di Stato nel secondo ciclo di istruzione per l’anno scolastico 2019/2020, l’anno del Covid.

Alla notizia alunni e professori, per ragioni diverse, forse si sfregano le mani.

Poi però l’articolo 16 va avanti e dice anche: ci sarà un colloquio nel quale il candidato dovrà dimostrare «di aver acquisito i contenuti e i metodi propri delle singole discipline, di essere capace di utilizzare le conoscenze acquisite e di metterle in relazione tra loro per argomentare in maniera critica e personale». E qui le mani che passano una sull’altra rallentano, si fermano e iniziano a contare: contenuto, metodo, relazione, argomentazione, senso critico, personalizzazione. Come fare?

Ancor prima dell’elenco di questi indicatori c’è un termine, non meno importante, che passa inosservato: colloquio. Riflettendo sull’etimologia (dal latino cum-loqui) ci si accorge che la parola non descrive l’esperienza di un singolo ma esige una pluralità. La responsabilità dell’andamento di un colloquio pertanto non è di un unico individuo, bensì di ogni soggetto partecipante al dialogo (dal greco dia-logos).

Maturità 2020 e colloquio orale: il compito dell’insegnante

Sulle responsabilità (e che responsabilità!) degli alunni l’ordinanza parla chiaro. Mi chiedo allora quali siano quelle di noi docenti. La risposta è semplice: fare domande.

Questo è il compito del docente. È vero, è semplice, ma come tutte le cose vere non è facile. Lo abbiamo visto in questo tempo di didattica a distanza (DAD) dove gli insegnanti, non volendo perdere il rapporto con gli alunni, hanno dovuto smettere di fare richieste e incominciare a fare domande.

La richiesta infatti presuppone una prestazione tutta dell’alunno, dalla quale il docente se ne sta fuori a braccia conserte. La domanda invece chiama in causa entrambi i soggetti: più la domanda è buona più è probabile che lo sia anche la risposta, assumendo magari caratteri così imprevisti da diventare occasione di apprendimento anche per il docente stesso.

In questo periodo ogni maestro con fatica e coraggio ha rovistato nella propria materia per trovarne il cuore da trasmettere. Il lavoro di sintesi non è stato facile. Le conoscenze e le abilità richieste all’esame di maturità sono frutto di questa sintesi, per questo sono parti fondanti dell’esame, ma non sono le uniche.

Il sapere infatti è impastato con il vissuto. Di più: il sapere è il vissuto, un vissuto giudicato. Lo grida il dramma dell’Italia e del mondo che pensavano di sapere tutto della vita e non sapevano nulla. Come diceva Albert Einstein: «L’unica strada per la conoscenza è l’esperienza». Vorremo dimenticarcene quando saremo di nuovo, alunni e docenti, gli uni di fronte agli altri? Quali domande faremo perché il vissuto di ognuno possa emergere?

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Come si presenteranno i ragazzi davanti ai prof?

Nel terzo libro dell’Iliade si ricorda di quando Ulisse venne in ambasciata a Troia per chiedere la restituzione di Elena. Antenore, presente alla scena, descrive il re di Itaca con lo sguardo chino «in zotica sembianza»: in parole povere, all’apparenza, un poco di buono. Eppure quando l’eroe greco comincia a parlare tutti si meravigliano per le sue «alte parole» e abbandonano l’impressione negativa che avevano avuto di lui.

Pensando alla “zotica sembianza” sorrido immaginandomi i ragazzi, intorpiditi da mesi di reclusione, che si presentano davanti ai prof. Forse riattiveranno il monitor, forse si siederanno ben distanti dai loro docenti e, a domanda, proveranno a rispondere.

Quel nobile consesso che è la commissione d’esame sarà in grado, come avvenne a Troia, di accantonare il suo fondatissimo pregiudizio per far spazio all’imprevisto? Tanto dipenderà dal candidato, ma altrettanto dipenderà dall’assemblea e dalle sue domande.

Narrami l’uomo d’ingegno molteplice, o Musa, che tanto
errò, poi che distrusse la rocca di Troia divina,
vide molte città, di molti uomini l’indole seppe,
e assai patí pel mare, cercando com’egli e i compagni
salva potesser la vita serbare, e tornare alla patria

(Odissea di Omero, traduzione Ettore Romagnoli)

Se Ulisse è l’emblema dell’uomo che conosce, che parla in modo convincente perché sa quel che dice, chi deve affrontare una maturità tutta orale non può non sentirsi chiamato a imitarne l’esempio. Ognuno di noi è un Ulisse che vuole conoscere il mondo per conoscere di più se stesso: «Tutto ch’io guardai nel mondo, mi riguardò; mi domandò: Chi sono?», come scriveva Pascoli.

Certo, forse i nostri alunni non avranno visto molte città (soprattutto in questo periodo), non conosceranno bene l’indole umana e a mala pena conosceranno la loro, ma ognuno, in un modo o nell’altro, proverà a dare il nome alle cose. E comunque ognuno, come tutti noi in questi mesi, avrà già patito molto per mare cercando «com’egli e i compagni salva potesser la vita serbare».

 

Riferimenti:

L’Iliade di Omero, Milano, Milano, BUR – traduzione di Vincenzo Monti

L’Odissea di Omero, Castel Bolognese, Itaca Edizioni – traduzione di Ettore Romagnoli

Pascoli Giovanni, Poemi conviviali, Milano, BUR Rizzoli

Foto di Gustavo Fring da Pexels

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Giocare con i bambini: come favorire la crescita

La propensione a giocare è innata ma ha bisogno delle giuste condizioni per fiorire, altrimenti può scomparire.

Perché giocare è importante per un bambino? Abbiamo chiesto a Irene Chiesa, psicologa dell’età evolutiva, di spiegarci perché un’attività così apparentemente spontanea come il gioco, sia in realtà cruciale per la crescita di un bambino e come noi adulti possiamo favorirla.

Perché giocare?

Nel giocare il bambino inizia ad intraprendere l’avventura per conoscere se stesso e il mondo.

Fin dai primi momenti di vita, il gioco è il modo con cui il bambino si comunica e si rapporta con gli altri.

Il gioco e lo sviluppo del linguaggio verbale sono strettamente legati. Fin dai primi mesi di vita, il gioco è il modo con cui il bambino si comunica all’interno delle prime relazioni di cura. Un esempio semplice sono i primi vocalizzi a cui la mamma risponde in modo giocoso.

Nello scambio fornito dal gioco, sperimentare ripetutamente risposte familiari può creare e favorire la possibilità di sentirsi sicuri. Questa è un’esperienza quotidiana fatta di gesti semplici e intuitivi, come quando un bambino nei primi mesi di vita getta un gioco per terra e aspetta che gli venga restituito.

Il gioco è scoperta di sé e del mondo ed è all’interno delle prime relazioni di cura che prende forma questa consapevolezza. Quando un bambino interagisce con adulti significativi, guardando, ascoltando e rispondendo, inizia ad imparare.

Il gioco per i bambini può avere un ruolo importante nell’affrontare le nuove sollecitazioni e scoperte portate da ogni fase dello sviluppo. Osservando i bambini a diverse età, è possibile riconoscere che questo è un processo che dura per tutta la crescita. Un esempio è il giocare al gioco del cucù dove il bambino fa esperienza che l’oggetto o la persona che va via poi torna.

Anche quando la quotidianità è connotata da elementi di incertezza e cambiamento, il gioco può sostenere lo sviluppo del bambino perché permette un contesto sicuro e contenuto, dove si apprendono e si rafforzano competenze per gestire situazioni nuove.

Il gioco può essere di beneficio non solo per i bambini ma un’attività piacevole per tutti!

Cos’è il gioco? 

Cosa rende qualcosa gioco o al contrario non gioco?

Il gioco non ha confini limitati ma può avere diverse forme e caratteristiche. Può essere solitario o fatto in compagnia, di fantasia, più o meno strutturato e organizzato, con o senza regole, verbale o non verbale, con oggetti, di ruolo, etc…

Si possono distinguere due modalità di gioco: il gioco strutturato e il gioco spontaneo.

Quello di cui ci interessa parlare è il gioco spontaneo perché è caratterizzato da una certa flessibilità. Ad esempio, dà la possibilità di combinare gli oggetti in una nuova forma, cambiare ruoli, oppure usare oggetti per rappresentare altre cose.

Noi adulti spesso sottovalutiamo il fatto che il gioco può essere considerato a tutti gli effetti il lavoro del bambino.

Infatti, fin dai primi giorni di vita, attraverso il gioco il bambino sviluppa la sua capacità di immaginazione e creatività ed elabora alcuni aspetti importanti della sua esperienza quotidiana.

Perché giocare insieme al bambino

Il bambino gioca, comunica con tutto di sé, si muove nella realtà e quanto più fa esperienza di adulti affidabili che sono attenti alle sue comunicazioni e ai suoi bisogni, tanto più forma e sviluppa il suo senso di identità.

Questo senso di identità favorisce la creazione di legami e la capacità di apprendere.

Il gioco può essere un’area di scambio tra ciò che appartiene alla realtà esterna del bambino – persone,luoghi ed esperienze di vita – ed il suo mondo interno – legami, pensieri ed emozioni.

Il bambino impara ad essere “giocoso” osservando tutto quello che succede intorno a lui e imitando quello che succede nella sua quotidianità. Poter giocare e giocare insieme aiuta il bambino a crescere sano e sicuro.  È un crescita per tutti: giocando con i bambini, gli adulti scoprono la piacevolezza dello stare insieme.

Per questo motivo è molto importante ritagliare del tempo per il gioco.

La ricerca sulle prime fasi della vita di un bambino mostra come il giocare insieme, favorendo il gioco auto-diretto dal bambino o gioco guidato dal bambino, sia fondamentale per la crescita e lo sviluppo.

Lasciando spazio all’iniziativa del bambino, gli adulti possono incoraggiare l’autonomia e l’esplorazione e aumentare  la sua fiducia, per esempio fornendo un piccolo aiuto quando non è ancora in grado di portare a termine un compito da solo, così che possa fare l’esperienza di  conquista.

Con bambini piccoli sono gli adulti  solitamente a provvedere a momenti di gioco nella routine quotidiana e favorire diverse modalità di gioco.

Perché osservare il bambino mentre gioca

Durante il gioco, l’adulto può guardare, ascoltare e rispondere al bambino.

Quando il bambino gioca e l’adulto osserva, l’osservazione attenta aiuta e facilita il gioco del bambino.

È la presenza dell’adulto e la sua disponibilità a prestare attenzione a ciò che sta succedendo, che aiuta a dare valore al gioco del bambino. Essere presenti per i bambini è ciò che permette a loro di diventare adulti curiosi. Giocare insieme è un modo molto efficace per migliorare la comunicazione e la capacità di stare in relazione con gli altri.

E’ importante che siano dedicati uno spazio tranquillo e del tempo perché il bambino possa giocare insieme ad un adulto o ad entrambi i genitori.

Questo dà la possibilità di osservare l’esperienza del bambino da un punto di vista più vicino. E guardare in modo curioso fa scoprire altri aspetti da conoscere.

Così anche l’adulto impara a giocare con il bambino mettendosi all’ascolto e garantendo una certa vicinanza emotiva, in modo da poter scoprire, piano piano, la sua personale narrazione.

Bibliografia:

Maiello Suzanne, Gioco e linguaggio, Roma, Astrolabio (2012)

Winnicott Donald W., Gioco e realtà, Roma, Armando Editore (1974)

Foto di Elly Fairytale da Pexels

 

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La tristezza nei bambini e negli adolescenti: come gestirla e quando rivolgersi a un esperto

“Sono triste e non mi va di fare niente”: che succede? Bambini e adolescenti possono manifestare tristezza, una reazione “sana” e utile, contrariamente a quanto si è portati a pensare. 

Cosa fare e come gestirla, a casa e a scuola e quando è necessario rivolgersi a un esperto?

Cos’è la tristezza?

La tristezza è spesso considerata come un’emozione “negativa” e per questo da non provare. In realtà, la tristezza è una reazione sana e adattiva di fronte a una perdita, a una delusione o ad altre esperienze negative.

Come altre emozioni, la tristezza è utile e necessaria poiché ci informa che abbiamo perso uno scopo, un obiettivo che ci eravamo prefissati. Molte persone ritengono intollerabile sostare nella tristezza tuttavia tale emozione permette l’adattamento a seguito di una perdita.

Tristezza e depressione

Come le altre emozioni, la tristezza si muove lungo un continum sano-patologico. Riprendendo la metafora del termometro, la tristezza diventa disfunzionale quando è a temperature troppo alte: in questo caso, si parla di depressione.

La depressione è un disturbo emotivo caratterizzato da intensi sentimenti di disperazione, colpa, senso di impotenza, perdita di capacità di provare piacere e interesse nelle cose. Inoltre, per ipotizzare una condizione di depressione, non basta un gradiente di intensità ma si definisce anche rispetto a indicatore temporale: per diagnosticare un disturbo depressivo è necessario che i sintomi precedentemente elencati siano presenti da almeno due settimane.

I sintomi

La tristezza, come le altre emozioni, ha dei correlati neurovegetativi tipici: pianto, apatia (perdita di interesse per le attività), anedonia (perdita di piacere nello svolgere le attività), perdita del desiderio, alterazione della sensazione di fame (può aumentare o diminuire), alterazioni del sonno, pensiero lento e ripetitivo, scarsa energia e affaticamento.

Ricerche neurologiche mostrano come vi sia una correlazione tra depressione e mimetizzazione: in natura vi sono diversi esempi della funzionalità dei correlati fisiologici della tristezza.

Un esempio: quando una gazzella viene accerchiata da più predatori può fingersi morta. Il sistema interno della gazzella si “disattiva”, la respirazione rallenta la respirazione e il battito cardiaco si abbassa, il predatore la percepisce come morta e si allontana. Questo indica che le sensazioni correlate a uno stato depressivo, che insorge quando ci sentiamo senza via di uscita, sono reazioni fisiologiche e utili a livello evolutivo e, pertanto, non ci dobbiamo giudicare negativamente per la loro presenza.

Una connessione di pensieri

Come per le altre emozioni, la tristezza è determinata dai pensieri che facciamo. Lo stato depressivo è associato spesso a pensieri negativi e pessimisti su di sé, sul mondo e sul futuro ed è caratterizzato dall’idea di perdita di speranza. Ad esempio, pensiamo a un bambino che prende un brutto voto in una verifica: il pensiero «Mi va sempre tutto storto, non so fare nulla» lo porterà a consolidare un umore nero in quanto è un pensiero autosvalutativo.

Un pensiero più funzionale in questa situazione potrebbe essere: «Ogni tanto qualcosa mi va male ma ci sono molte cose che mi vanno bene». Questo porterebbe non a un’emozione di tristezza ma a una temperatura adeguata.

Tristezza e lutto

Essendo la tristezza un’emozione che indica la perdita, il lutto di una persona cara è sicuramente una situazione che evoca forti emozioni di tristezza.

Ma, come detto precedentemente, questo risulta problematico se la tristezza perdura per un tempo superiore ai 6/12 mesi. In questo caso si parla di un’elaborazione del lutto problematica che richiede attenzione.

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Come si manifesta la tristezza nel bambino e come nell’adolescente?

I segnali nel bambino

Rispetto alle altre emozioni, la tristezza molto intensa è spesso difficile da identificare in bambini. Questa può essere reattiva a un evento chiaro ma talvolta non è così semplice identificarlo e inoltre si può presentare con manifestazioni che potrebbero non far pensare immediatamente a emozioni di tristezza, quali irritabilità, atteggiamento oppositivo o alterazioni del sonno veglia e dell’alimentazione.

In particolare le manifestazioni di tristezza nel bambino potrebbero essere:

  • Insoddisfazione per attività prima considerate piacevoli;
  • Poco soddisfazione dalle attività ludiche;
  • Poca propensione all’interazione con i pari;
  • Alterazioni del sonno: insonnia o ipersonnia;
  • Alterazione della sensazione di fame: mancanza di appetito o iperfagia;
  • Difficoltà di concentrazione;
  • Irritabilità;
  • Lamentele e capricci

Le manifestazioni nell’adolescente

L’adolescenza è una fase di vita critica essendo una fase di transizione tra la fanciullezza e l’età adulta. I cambiamenti fisici, relazionali, ormonali possono portare a una maggior variabilità emotiva e una difficoltà maggiore nel controllarla.

Tendenzialmente l’adolescente ha una competenza emotiva maggiore, quindi una capacità maggiore di riconoscere l’emozione provata e verbalizzarla. Tuttavia la fase di vita che determina il cambiamento nel rapporto con il genitore, che diventa una base sicura in una fase esplorativa, rende più difficile il dialogo con l’adulto e quindi di conseguenza il confronto su emozioni di tristezza.

Le manifestazioni nell’adolescente possono ricalcare in parte quelle presenti nel bambino ma, di solito, emerge maggiormente la sensazione di apatia e anedonia. In una fase di vita dove il gruppo dei pari è fondamentale, la depressione può risultare evidente proprio in ambito relazionale portando il ragazzo a ridurre i contatti sociali.

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Cosa possono fare i genitori e gli insegnanti? 

L’impegno dei genitori

I genitori di bambini e adolescenti tristi possono sperimentare loro stessi emozioni di tristezza e sensi di colpa. Questi potrebbero chiedersi se hanno loro la responsabilità dello stato emotivo del figlio o in alcune situazioni, quali separazioni o altri eventi di vita, attribuirsi completamente la colpa.

Ricordiamo che non esiste un “libretto di istruzioni”: purtroppo nella vita non sempre le cose vanno come vorrebbero e questo non è colpa del genitore. Il principio da seguire è fare il meglio che si può in una certa situazione, non il meglio in assoluto.

Quindi il genitore può:

  • porre attenzione a quello che prova in quel momento nel vedere il figlio sofferente,
  • accogliere la sofferenza del figlio e non negargliela: l’emozione di tristezza non è piacevole ma è assolutamente normale, anzi è consigliabile spiegargli che non c’è nulla di male a sentirsi tristi, capita a tutti di sentirsi un po’ giù ma poi anche la tristezza passa;
  • aprire un dialogo su tali emozioni. Se ci si accorge che il proprio figlio non riesce ad aprirsi con il genitore, si può creare la condizione affinché si confidi con una persona estranea che può ascoltarlo e sostenerlo;
  • se si riconoscono dei pensieri negativi (autosvalutazione, perdita di speranza) favorire in lui un dialogo interno più funzionale e positivo.

Per quanto riguarda invece i bambini, i genitori possono stimolarli nel gioco o in attività piacevoli che potrebbe essere di grande aiuto per superare sentimenti di tristezza. Quando il bambino è triste spesso trascura contatti sociali e molte cose piacevoli in cui era solito impegnarsi. È bene evitare che questo accada, cercando di sollecitare il bambino, senza essere pressanti, per farsi coinvolgere in attività per lui gradevoli e stimolandolo a frequentare compagni con cui sta più volentieri.

L’attenzione dell’insegnante

L’insegnante ha un ruolo privilegiato di osservatore di bambini e adolescenti in situazioni che il genitore non può cogliere. Quindi è molto importante una comunicazione scuola-famiglia dove il genitore sia disponibile all’ascolto e l’insegnante a un’osservazione oggettiva.

L’osservazione dell’insegnante dovrebbe focalizzarsi non solo sull’aspetto prestazionale ma, per quanto possibile, anche su quello relazionale.

Se si osservano sentimenti forti di tristezza nel bambino l’insegnate potrebbe monitorarlo registrando su un diario i momenti e i comportamenti del bambino in questa direzione e comunicarli alla famiglia.

Spesso i ragazzi/bambini che provano frequentemente tristezza hanno pensieri autosvalutativi su di sé: pertanto, è auspicabile puntare sul rinforzo positivo.

Quando serve l’esperto?

Il ruolo dell’esperto appare importante in quelle situazioni in cui il bambino fatica ad aprirsi con persone a lui care o quando i sentimenti di tristezza appaiono pervasivi e persistenti nel tempo.

L’obiettivo del professionista sarà quello di aiutare il bambino o il ragazzo a riconoscere e gestire l’emozione e quindi modificare la risposta alla tristezza.

Bibliografia:

Di Pietro Mario, L’ABC delle mie emozioni (4-7 anni). Programma di alfabetizzazione socio-affettiva secondo il metodo REBT, 2014, Erickson Editore

Foto di Aa Dil da Pexels

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Burnout universitario e disagio psichico: rischiose soluzioni temporanee e investimenti duraturi

Se nel mondo anglosassone il rapporto tra studenti universitari e uso di sostanze viene sviluppato e analizzato, in Italia il disagio psichico e il burnout tra i più giovani non sono abbastanza monitorati.

Cosa possiamo fare allora per aiutare i ragazzi? Ce ne parla Lucia Ivona, trainer, counselor e coach da anni impegnata in attività a sostegno di studenti universitari.

Disagio psichico, burnout universitario e le “droghe intelligenti”

Il centro clinico di Psicoterapia Psicoanalitica dell’adulto di Milano ha condotto negli ultimi anni alcune importanti ricerche nel campo dell’abuso di sostanze da parte dei giovani e giovani adulti milanesi. Le ricerche hanno evidenziato un aumento significativo dell’uso di sostanze come alcol e cannabis soprattutto tra i più giovani.

I dati epidemiologici dell’Agenzia Tutela Salute (ATS) di Milano confermano questo quadro. Tale problematica investe anche gli studenti che frequentano le nostre università, i quali, spesso affaticati da stress e da sindrome di burnout non diagnosticata, si ritrovano ad abusare di sostanze con lo scopo di alleviare la sensazione di fatica e di aumentare le prestazioni di studio e i tempi di concentrazione.

Le “droghe intelligenti”, così sono chiamate le sostanze che agendo sul sistema nervoso, aumentano le capacità di sopportazione dello stress, di concentrazione e di memorizzazione: sostanze tuttavia pericolose per il benessere psicofisico e che creano dipendenze patologiche.

Disagio psichico e burnout tra gli studenti: i numeri del fenomeno

Ma andiamo con ordine e partiamo da qualche dato.

Negli Stati Uniti, il rapporto 2017 del Center for Collegiate Mental Health of  University Park, in Pennsylvania, ha individuato i sintomi della depressione nel 20% degli universitari americani oggetto del campione.

Nel Regno Unito un sondaggio di qualche mese precedente, promosso dalla National Union of Students, ha evidenziato che il 78% degli studenti intervistati stava soffrendo di disturbi mentali durante la propria esperienza universitaria. La quasi la totalità di questi ultimi dichiarò di sentirsi senza forza o in preda all’ansia. Risultarono alte anche le percentuali di disturbi più gravi, quali depressione, insonnia, irritabilità e sbalzi di umore, fino ad arrivare agli attacchi di panico e all’insorgenza di comportamenti anaffettivi.

Un’altra importante ricerca condotta dall’azienda di tecnologie finanziarie IeDigital ha rilevato che lo stress causato dall’esperienza universitaria influenza negativamente le relazioni interpersonali e, paradossalmente, il buon esito degli esami nel 32% del campione intervistato.

Gli Usa sono uno dei pochi paesi che ha sviluppato e condotto ricerche puntuali sul rapporto tra studenti universitari e uso di sostanze e rappresentano dunque un primo quadro di riferimento significativo per provare ad impostare progetti di ricerca simili nel nostro paese

Le cause 

A generare malessere non è solo l’ambiente troppo stressante – o più stressante che in passato. Purtroppo, infatti, i nostri giovani  sono meno strutturati, meno pronti a far fronte agli stimoli certo stressogeni, ma costitutivi e intrinseci del percorso universitario.

Esami, lezioni, gestione burocratica degli eventi, numero elevato di ore di studio e di concentrazione, accettazione del giudizio e/o del rifiuto sono infatti parte del sistema universitario.

Entrambe le cose incidono in proporzione variabile.

Qual è la situazione in Italia?

In Italia, su otto milioni di ragazzi tra i 12 e i 25 anni, quasi tre milioni affermano di non essere soddisfatti della propria vita e di non sentirsi “a posto” a livello psichico, stando al Rapporto Giovani 2019.

Il disagio dei più giovani è un fenomeno molto preoccupante per la società intera e influenza negativamente anche le politiche che si sforzano di creare maggiori opportunità di formazione e di lavoro per le fasce giovanili. Tali politiche infatti si scontrano con problematiche strutturali, che non sono legate al contesto esterno del giovane, che pure vorrebbero supportare con le loro proposte, ma al contesto interno dello stesso: questo non è modificabile con i sistemi delle politiche attive o passive, ma solo con un buon ascolto e un buon supporto psicoterapico nei casi di maggiore complessità, che, stando alla mia esperienza, rappresentano di gran lunga il numero maggiore.

I motivi di questa sofferenza possono essere diversi. Tra questi, c’è sicuramente la pressione degli studi e l’alta competitività di alcuni ambienti scolastici e universitari.

Ma è davvero tutto qui?

Io non credo; penso invece che dobbiamo purtroppo annoverare, alcuni altri significativi fenomeni che investono i giovani adulti,  quali l’impoverimento mentale ed emotivo di chi vive in una epoca di “passioni tristi”, per dirla con Miguel Benasayag e Gérard Schmit. Secondo loro spesso i nostri giovani hanno slegato il raggiungimento dei propri obiettivi dall’impegno e dalla costanza, dalla resistenza alla fatica, dal lavoro responsabile e programmato, dall’entusiasmo e dall’appagamento del fare bene il proprio lavoro, dalla accettazione del proprio limite e dei propri doveri.

Quale prezzo i giovani stanno pagando a causa di questo impoverimento?

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Le “droghe dello studio” contro il burnout universitario

Il pericoloso mix tra desiderio di alte prestazioni e incapacità di ottenerle – o meglio, in molti casi, di lavorare con cura per ottenerle – genera gravi effetti collaterali secondari come l’abuso delle “smart drugs”, le cosiddette droghe dello studio che tengono alta l’attenzione e migliorano le performance.

Modafinil, Adderall, Ritalin, Dexedrine sono nomi sempre più conosciuti fra gli studenti. Stando al Global Drug Survey del 2018 il consumo di smart drugs in Europa è passato dal 5% del 2015 al 14% del 2017; un bel salto, no?

Secondo il Journal of American College Health, queste droghe provocano una facile dipendenza, influiscono sull’umore e sulla salute mentale inducendo stati di nervosismo e sovraeccitazione, facilitano l’insonnia e l’insorgere di problemi cardiovascolari.

Burnout e disagio psichico nell’ambiente universitario in Italia

In Italia, diversamente che negli Stati Uniti, i problemi della depressione, del disagio psichico e del burnout fra gli studenti non sono abbastanza monitorati, o almeno non vi sono ancora un numero sufficiente di studi che mettano in relazione lo stress dell’ambiente universitario con il sopraggiungere di disturbi più gravi. Allo stesso modo non si fa attenzione all’abuso di smart drugs, che si possono facilmente reperire online.

Che il problema esista e sia diffuso, lo testimonia tuttavia il fatto stesso che negli ultimi due anni sono aumentate in tutta Italia le strutture universitarie che mettono a disposizione degli studenti un servizio di ascolto gratuito. Ma questo flebile segnale, non può certamente garantire una risposta di alto valore clinico a un problema così grave che ci interroga con forza.

La relazione di aiuto infatti necessita di tempo per essere costruita perché sia capace di realizzare quella piattaforma di fiducia indispensabile per un buon ascolto e una buona apertura della persona in difficoltà. Il tempo della cura inoltre è un tempo diverso per ogni singolo essere umano e necessita di uno spazio costruito in modo adeguato.

È importante non solo ascoltare il giovane, ma anche riuscire ad orientarlo a nuove scelte, a cambi di facoltà, di strutture universitarie o di percorsi di studio, se necessario. E forse questo aspetto potrebbe non essere così semplice per il personale di un ateneo dove il numero degli iscritti e dei successi formativi contribuisce a un miglioramento dei riconoscimenti e dei fondi legati agli standard internazionali.

Cosa possiamo fare allora?

Dobbiamo intanto accettare una premessa e un limite di partenza: lo studente universitario è un soggetto adulto, ha già superato gli anni della formazione ed è dunque fuori dai processi di “sorveglianza educativa”.

Il lavoro che pertanto va fatto, con lo studente e a suo vantaggio, è un lavoro di riposizionamento di sé stesso all’interno di un contesto ben preciso. Un lavoro di counseling o di supporto psicologico che lo aiuti a guadagnare una vera consapevolezza di sé, del proprio limite,  della propria forza e del proprio desiderio, che è il motore del benessere, se diventa il protagonista di un buon ascolto e di una buona mediazione con quello che è il regno delle cose possibili, con le quali ciascun essere umano, a qualunque età, deve fare i conti.

 

Fonti: 

Center for Collegiate Mental Health (Ccmh): 2017 Annual Report. University Park (PA), Penn State University 2018, consultato il 14 maggio 2020 (https://sites.psu.edu/ccmh/files/2018/01/2017_CCMH_Report-1r3iri4.pdf)

National Union of Students (Nus), 2015, Mental Health Poll Nov 15, consultato l’ultima volta il 14 maggio 2020 (http://appg-students.org.uk/wp-content/uploads/2016/03/Mental-Health-Poll-November-15-Summary.pdf)

Students struggle under debt stress while at university, in “IeDigital”; consultato il 14 maggio 2020 (https://www.iedigital.com/news/students-struggling-debt-stress-university/)

La condizione giovanile in Italia. Rapporto Giovani 2019, Bologna, Il Mulino (2019)

Maier Larissa J., Ferris Jason A., Winstock Adam R., (2018), Pharmacological cognitive enhancement among non-ADHD individuals – A cross-sectional study in 15 countries, International Journal of Drug Policy, 58, pp. 104-112

Garnier-Dykstra Laura M., Calderia Kimberly M., Vincent Kathryn B., O’Grady Kevin E., Arría Amelia M., (2012), Nonmedical use of prescription stimulants during college: Four-year trends in exposure opportunity, use, motives, and sources, Journal of American College Health, 60, (3), pp. 226-234

Benasayag Miguel, Schmit Gerard, L’epoca delle passioni tristi, Milano, Feltrinelli (2004)

 

Approfondimenti:

Bauman Zygmunt. L’arte della vita, Bari, Laterza (2009)

Galimberti Umberto, L’ospite inquietante, Milano, Feltrinelli (2007)

Goleman Daniel, Focus, Milano, BUR (2014)

Carr Nicholas, Internet ci rende stupidi?, Milano, Raffaello Cortina (2011)

Wallace Patricia, La psicologia di Internet, Milano, Raffaello (Cortina 2017)

Foto di Andrea Piacquadio da Pexels

Vivavoce Focus

Dsa, le dieci domande più frequenti: risponde la logopedista

Tante sono le domande nella mente di un genitore quando si parla di disturbi specifici dell’apprendimento.

Ecco le dieci più frequenti che i genitori di bambini e ragazzi con disturbi rivolgono alla logopedista: risponde la dottoressa Marina Vai, logopedista del Centro Medico Vivavoce.

È vero che un bambino che presenta ritardo di linguaggio può diventare dislessico?

Sì: una percentuale di bambini (circa il 50% di quelli che hanno difficoltà di linguaggio durante l’ultimo anno della scuola materna) può diventare dislessico. In particolare  il bambino diagnosticato con disturbo fonetico-fonologico può presentare una difficoltà di acquisizione della letto-scrittura.

La lettura e la scrittura comportano la consapevolezza e la padronanza della sequenza dei fonemi che va poi tradotta con i corretti grafemi: un bambino che non riesce a ripetere in modo corretto una parola non riesce a tradurre in modo altrettanto corretto i grafemi necessari per scrivere una parola.

Esistono test specifici che possono valutare la padronanza dei prerequisiti scolastici?

Esistono dei test specifici per valutare i prerequisiti scolastici ed esercizi logopedici da fare sia con libri adeguati sia con cd dedicati molto divertenti e accattivanti.

Come posso capire se mio figlio ha delle difficoltà scolastiche che vanno valutate e/o diagnosticate?

Rivolgetevi innanzitutto all’insegnante di classe che può valutare se rispetto agli altri compagni vostro figlio ha delle difficoltà. Se avete la conferma potete iniziare a fare richiesta per una visita NPI (Neuropsichiatrica Infantile) presso centri accreditati convenzionati, dato che i tempi d’attesa sono lunghi.  Intanto contattate un centro privato  per avviare almeno un percorso logopedico di sostegno.

Si può rilevare un recupero adeguato con esercizi appositi?

Certo. Se il bambino aveva solo un ritardo nell’acquisizione della letto-scrittura può recuperare con esercizi personalizzati.

Quando è possibile fare una diagnosi di DSA?

La diagnosi è possibile a fine II primaria per la lettura e la scrittura e a fine III primaria per le difficoltà in matematica, previo allenamento specifico sulle abilità di calcolo, senso numerico, lettura e scrittura del numero.

Leggi anche Dsa, disturbi specifici dell’apprendimento: cosa sono?

Chi effettua la diagnosi di DSA?

La diagnosi va fatta da équipe – formata da neuropsichiatra infantile, psicologa, logopedista – accreditata presso le Aziende Sanitarie Locali in quanto deve dimostrare di avere anni di formazione e di lavoro sul campo con bambini con DSA per garantire la corretta applicazione della Consensus Conference relativa. Quella del 2007 è riferita ai lavori svolti da neuropsichiatri infantili, psicologi, logopedisti, psicomotricisti, optometristi e otorini durante i quali si sono stabiliti i criteri di valutazione e certificazione dei DSA e requisiti e composizione dell’équipe.

Quali sono le difficoltà che un bambino diagnosticato DSA può incontrare?

Le difficoltà si rilevano nella velocità e correttezza della lettura, nella comprensione del testo, nell’ortografia, nella grafomotricità, in matematica. La diagnosi comporta dei codici diversi a seconda degli ambiti compromessi.

La riabilitazione logopedica risolve le difficoltà di un bambino diagnosticato DSA?

La riabilitazione è assolutamente indispensabile. Essa sostiene e aiuta a migliorare gli ambiti deficitari e consiglia alla famiglia e alla scuola quali strumenti compensativi e misure dispensative adottare secondo la legge 170, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale l’8 ottobre 2010, che stabilisce le norme in materia di disturbi specifici dell’apprendimento in ambito scolastico.

Cosa sono gli strumenti compensativi e misure dispensative?

Sono strumenti e misure che possono essere adottate per facilitare gli apprendimenti del bambino: sono condivise dal centro che ha fatto la diagnosi e che lo ha in carico per la logopedia. Faccio solo qualche esempio: sintesi vocale per la lettura, correttore ortografico per gli errori ortografici, calcolatrice per i calcoli.

Chi decide quali  strumenti e misure dispensative utilizzare?

Gli strumenti e le misure dispensative da adottare vengono scritti sulla certificazione rilasciata alla famiglia e che va consegnata alla scuola in modo tale che gli insegnanti possano attenersi alle indicazioni scritte.

Se il bambino sta seguendo un percorso logopedico, consiglio vivamente che gli strumenti compensativi  vengano valutati caso per caso ed eventualmente adattati, condivisi direttamente con le insegnanti.

Foto di Pragyan Bezbaruah da Pexels

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