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Neuroplasticità: come si modifica il sistema nervoso

La neuroplasticità  è la capacità del sistema nervoso centrale di modificare l’intensità delle relazioni interneuronali.

Il sistema nervoso è in grado di modificare la propria struttura e la sua funzionalità instaurando nuove relazione oppure eliminandone alcune.

In particolare, i neuroni hanno la capacità di cambiare la loro struttura e funzione, secondo input generati dall’attività e dall’apprendimento. È proprio il cambiamento neuronale alla base della memoria e dell’evoluzione comportamentale.

Perché parlare di neuroplasticità?

Fino alla metà del ‘900 la medicina ufficiale e la scienza sostenevano che il cervello fosse immutabile.

Si pensava che dopo l’infanzia e l’adolescenza, il cervello non potesse più modificarsi, ad eccezione del lento e continuo deterioramento causato dell’età.

Quest’idea si basava su tre evidenze.

  1. I pazienti con problemi neurologici raramente vanno incontro a una guarigione completa.
  2. Osservare cosa accade nel cervello in vivo è oggettivamente difficile.
  3. Il nostro cervello, quale macchina perfetta e stupefacente, non può cambiare.

Dalla metà del ‘900 alcuni scienziati mostrarono che, al contrario il cervello modifica la propria struttura adattando e affinando i propri circuiti al compito specifico che di volta in volta deve svolgere.

Qual è il vantaggio della neuroplasticità?

Comunemente, la neuroplasticità viene associata al recupero delle funzioni in seguito a lesioni neurologiche importanti (ad esempio l’ictus). La capacità del cervello di riorganizzarsi permette infatti il recupero di alcune funzioni compromesse.

La neuroplasticità, in realtà, è presente anche quando non vi sono lesioni traumatiche.

Grazie alle neuroimmagini (immagini del sistema nervoso centrale acquisite con e tecniche neuroradiologiche e di medicina nucleare) si è osservato che i fenomeni di cronicizzazione producano delle vere e proprie modifiche delle aree corticali. Nel cervello di pazienti con dolore cronico si trovano quindi alterazioni strutturali, funzionali e neurochimiche.

Ad esempio, in base alla variazione di densità della materia grigia è possibile  discriminare i soggetti sani da quelli affetti da lombalgia cronica. Ancora, si è osservato che la riduzione del dolore in pazienti con lombalgia cronica dopo trattamenti  chirurgici o infiltrativi è correlata alla riduzione di anormalità della struttura cerebrale.

Neuroplasticità adattiva e maladattiva: qual è la differenza?

La plasticità avviene costantemente, sia che siamo sottoposti a un intenso allenamento, sia che non stiamo facendo nulla.

Si parla di plasticità adattativa quando il cambiamento è positivo rispetto all’evento lesivo. Si definisce invece plasticità maladattativa se la modifica dovuta a determinati stimoli non porta a risultati positivi.

Come si aumenta la neuroplasticità?

Esistono numerose tecniche per permettere una riorganizzazione e un miglior funzionamento delle aree cerebrali.

Tra le più utilizzate l’esercizio fisico, le tecniche di meditazione, l’allenamento cognitivo e la stimolazione sensoriale.

L’esercizio fisico, con le caratteristiche di intensa ripetitività, rilevanza funzionale e utilizzo di feedback durante il movimento, è una delle tecniche  più incisive sulla plasticità corticale. Esso è infatti in grado di aumentare gli input somato-sensoriali provenienti dalla zona corporea coinvolta nella lesione.

La realtà virtuale e la terapia robotica rappresentano invece tecniche emergenti con alte potenzialità in ambito neuroriabilitativo.

La scoperta che il cervello possa modificare la propria struttura e le proprie funzioni è stata una vera e propria rivoluzione non solo per le neuroscienze, ma anche per le discipline umanistiche, le scienze sociali, e tutto ciò che riguarda l’apprendimento.

Questa caratteristica del nostro sistema nervoso abbraccia ambiti completamente diversi l’uno dall’altro e ci permette di capire fenomeni fino al secolo scorso completamente inspiegabili.

Fonti

Kleim J.A, Jones T.A. (2008), Principles of experience-dependent neural plasticity: implications for rehabilitation after brain damage. Journal of Speech Language and Hearing Research, 51, pp. S225–S239.

Norman Doidge, The brain that changes itself: Stories of Personal Triumph from the Frontiers of Brain Science.

Larden D.S. Why Neuroplasticity? JNPT r Volume 36, 2012.

Tajerian M, Clark DJ. Nonpharmacological Interventions in Targeting Pain-Related Brain Plasticity. Hindawi Publishing Corporation Neural Plasticity, Volume 2017.

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Disturbo del Linguaggio Espressivo: ecco come si manifesta

Con Disturbo del Linguaggio Espressivo si intende:

Disturbo evolutivo specifico in cui la capacità del bambino di esprimersi tramite il linguaggio è marcatamente al di sotto del livello appropriato alla sua età mentale, ma in cui la comprensione del linguaggio è nei limiti di normalità. Vi possono essere o meno anomalie nell’articolazione.

Disturbo del linguaggio espressivo è una delle forme di Disturbo Specifico del Linguaggio. Esse sono classificate all’interno dell’ICD (Classificazione Statistica Internazionale delle Malattie).

In generale si definisce Disturbo Specifico di Linguaggio un deficit significativo nelle abilità linguistiche rispetto alla norma dei pari età, in assenza di cause riconoscibili.

A seconda della forma di disturbo specifico di linguaggio, le difficoltà possono riguardare  la comprensione o la produzione del linguaggio.

Diagnosi del Disturbo del Linguaggio Espressivo

La diagnosi di Disturbo del Linguaggio Espressivo può essere fatta solo da un medico specialista, in seguito ad una valutazione logopedica e psicologica approfondita.

Tale valutazione, effettuata tramite specifici test standardizzati, è volta ad indentificare i seguenti criteri diagnostici.

  1. Capacità di esprimersi tramite il linguaggio significativamente al di sotto del livello appropriato all’età del bambino.
  2. Capacità di comprensione del linguaggio compresa entro il limite di normalità per l’età del bambino.
  3. Assenza di deficit sensoriale (uditivo), ritardo cognitivo, patologie neurologiche (epilessia, paralisi cerebrale infantile), anomalie morfologiche del distretto orale (labiopalatoschisi), disordini dell’interazione sociale comunicativa (autismo e disturbo pervasivo dello sviluppo) e deprivazione (mancata o inadeguata esposizione al linguaggio e/o carenze affettive e maltrattamento).

Come può presentarsi il Disturbo del Linguaggio Espressivo? I campanelli di allarme

Lo sviluppo del linguaggio presenta una grande variabilità tra bambino e bambino.

Un ritardo nel raggiungimento delle tappe linguistiche non significa necessariamente la presenza di un disturbo del linguaggio espressivo.

È importante tuttavia prestare attenzione alle difficoltà nell’acquisizione del linguaggio, in modo da rivolgersi per tempo ad uno specialista.

Intervenire precocemente permette infatti di evitare il consolidarsi delle difficoltà linguistiche e di eventuali ricadute sugli apprendimenti scolastici o sul piano emotivo.

I sintomi del Disturbo di Linguaggio Espressivo possono riguardare il versante espressivo di una o più aree del linguaggio.

  • Area Fonologica: incapacità di utilizzare adeguatamente i suoni della lingua (preferenza per un suono in particolare, sostituzione di suoni con altri, omissione di suoni o di parti di parole, linguaggio incomprensibile a causa dell’uso scorretto dei suoni);
  • Lessicale: vocabolario ridotto, difficoltà nel recupero di parole;
  • Morfo-sintattica: errori nella coniugazione di verbi, nella concordanza grammaticale tra articolo, nome e aggettivo, omissione di elementi della frase nucleare (soggetto, verbo, oggetto), difficoltà nella produzione di frasi di lunghezza e complessità adeguate per l’età.

Oltre a quella proposta dall’ICD, esistono altre possibili classificazioni dei DSL.

Ciascuna di queste rappresenta però un’eccessiva semplificazione. Infatti, nella pratica clinica il disturbo può presentarsi con caratteristiche molto diverse da bambino a bambino.

Le etichette diagnostiche hanno tuttavia il vantaggio di guidare la presa in carico del piccolo paziente, seppur con le differenze specifiche di ogni caso.

Fonti

Marotta L., Caselli M.C. I disturbi del linguaggi. Erickson, 2014.

World Health Organization, International statistical classification of disease and health related problems, ICD-10, Ginevra 2007.

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Trauma psicologico: significato e origine

Il termine trauma deriva dal greco trayma e significa trafittura, perforamento.

La parola trauma indica la frattura di un tessuto prima intatto, sia esso un tessuto fisico (trauma fisico), oppure psichico (trauma psicologico).

Trauma fisico e trauma psicologico: le differenze

Il trauma fisico indica una categoria ampia, che comprende anche i piccoli incidenti. Infatti, dal punto di vista fisico, anche la stortura di una caviglia può essere considerata evento traumatico.

Il trauma psicologico, invece, soprattutto nel nostro immaginario, è qualcosa di grave, complesso e non sempre comprensibile.

Come descrive il Professor Massimo Ammaniti, uno dei più noti psicoanalisti dell’età evolutiva in Italia,

Il trauma è una rottura dell’esperienza quotidiana e della memoria, un evento non rappresentabile nella nostra mente, la quale per natura ha bisogno di incasellare i fatti nell’universo dei significati umani. Questa ferita psicologia si presenta come stordimento ed amputazione delle emozioni e la sua concretezza perdura nel tempo, provocando sofferenze mentali destabilizzanti.

Conseguenze di un trauma psicologico

Il trauma psicologico coincide quindi con un’interruzione dolorosa ed imprevedibile dello scorrere regolare degli eventi. Più la rottura è incomprensibile, più è distruttiva.

Se lo stordimento prodotto dal trauma non viene elaborato, ricostruito e condiviso attraverso la parola, può tradursi in stress che spesso si concretizza in alcuni sintomi.

Questi sintomi, se non affrontati, possono diventare stabili e provocare il Disturbo Post Traumatico da Stress (DPST), che può durare anche anni dopo che l’evento traumatico si è svolto.

Caratteristiche dell’evento traumatico

L’evento in grado di produrre un trauma psicologico (cd. evento traumatico) è un evento straordinario.

La straordinarietà non è data tanto dalla rarità in termini di frequenza, ma da quanto l’evento è in grado di scardinare le normali capacità dell’individuo di adattarsi alla vita.

L’evento traumatico è una situazione che comporta una minaccia alla vita o all’integrità del corpo dell’individuo.

Possono essere fonte di trauma anche avvenimenti che riguardano altri, ma che prevedono comunque una componente di violenza o morte. Un esempio sono le catastrofi naturali, o le guerre.

Quello che accomuna gli eventi traumatici, di qualsiasi natura essi siano, è il fatto di sconvolgere i sistemi che permettono all’individuo di avere un senso di controllo su ciò che succede, e di attribuire a questo un significato.

Attacco o fuga: le possibili reazioni all’evento traumatico

L’evento traumatico viene subito letto dall’individuo come un pericolo a cui dare una risposta.

La normale risposta umana al pericolo è messa in atto attraverso l’attivazione del sistema di attacco o fuga.

Si tratta di una serie di reazioni che coinvolgono il corpo e la mente. Esse modificano lo stato di allerta, attenzione, emozione e percezione.

Tutte queste modificazioni (cd. adattive) producono un’azione, che può essere

  • attacco: un avvicinamento diretto al pericolo
  • fuga: un allontanamento dal pericolo

Se però la portata dell’evento che si sta vivendo è troppo intensa, può diventare impossibile attivare una normale risposta attacco – fuga. La persona si trova cioè in uno stato di impotenza totale.

Ed è proprio quando ogni azione diventa impossibile che si verifica la reazione traumatica.

Dall’evento traumatico al trauma

Di fronte a questo black out delle azioni e della mente, si fa strada una terza tipologia di risposta, quella del congelamento (cd. freezing).

Non trovando una reazione efficace agli eventi che si stanno vivendo, il nostro corpo e la nostra mente si bloccano. L’immobilità diventa cioè la difesa estrema.

Per tutelarci dal dolore e dallo shock, il  nostro intero sistema psichico e fisico entra in uno stato di ipoattività temporanea.

Questa sospensione è un tentativo di sottrarci dal pericolo che però non ci permette di evitarlo realmente, ma solo dal punto di vista cosciente.

Effetti corporei, cognitivi ed emotivi

Chi ha vissuto una situazione traumatica sente, e agisce, come se il suo sistema di reazioni fosse scollegato dal presente, e avesse vita propria.

  1. Dal punto di vista corporeo, il trauma può produrre sovraeccitazione, ovvero uno stato di allerta permanente. In questa condizione, anche la più piccola sollecitazione provoca un ulteriore allarme.
  2. Dal punto di vista cognitivo, i ricordi del trauma possono restare attivi e intrusivi, interrompendo in modo problematico la vita quotidiana della persona. È come se l’evento non fosse del tutto trascorso, ma si ripresentasse di continuo, attraverso flashback e incubi ricorrenti, caratterizzati dal fatto di essere particolarmente reali.
  3. Le emozioni si svuotano di significato, sono scollegata dagli eventi che le hanno prodotte. Sono emozioni al di fuori dell’esperienza ordinaria, e ingestibili. Chi le ha sperimentate fa di tutto per evitarle. Sono emozioni che restano senza parole, che non possono essere dette, perché non possono essere sperimentate consciamente.

L’impatto sulla quotidianità

Il trauma ha un effetto potente anche in termini di progettualità di vita.

Cercare di dominare la paura e di ristrutturare il senso di controllo e di sicurezza perduto, significa, in molti casi, restringere il proprio orizzonte di vita.

Le persone traumatizzate arrivano così a negarsi opportunità di agire in modo nuovo e positivo, allo scopo di evitare situazioni che ricordino il trauma passato, o che prevedano la costruzione di un piano per il futuro.

Pianificare il futuro, vivere, significa assumersi nuovi rischi, che potrebbero potenzialmente rigettare in situazioni traumatiche.

Le esperienze centrali del trauma psichico sono l’impotenza, l’incomprensibilità, e la deprivazione del controllo su di sé e sulle situazioni.

Guarire dal trauma significa ricostruire, pezzo per pezzo, il senso di controllo perduto e la capacità di dare significato agli eventi.

 

Fonti

Ammaniti, M, Quei traumi incancellabili, La Repubblica, 2 Giugno 1999.

Herman, J. L, Guarire dal trauma, Roma, ed. scientifiche Ma.Gi. srl, 2005.

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Richard Branson, tra i più ricchi del mondo, era balbuziente

Richard Branson è uno tra gli uomini più ricchi del mondo.

La classifica del 2018 della rivista Forbes lo piazza al 338 posto con un patrimonio netto di più di cinque miliardi di dollari. Il magnate inglese deve la sua fortuna ad una serie di aziende che portano tutte lo stesso nome: Virgin.

C’è infatti Richard Branson dietro la Virgin Records che è stata venduta nel 1998 per un miliardo di dollari. Così come di proprietà di Richard Branson è la Virgin Atlantic, la compagnia aerea con sede a Londra e maggior rivale di British Airways. Virgin sono anche le palestre diffuse in tutto il mondo.

La dislessia, la balbuzie e l’abbandono degli studi

La storia personale dell’imprenditore inglese è una di quelle che si possono definire a lieto fine.

Richard Branson non era uno studente modello. Aveva molte difficoltà sia di apprendimento, dovuate alla dislessia, sia nel rapporto con gli altri, per via dalla balbuzie. E proprio a causa di queste difficoltà, abbandonò prematuramente il percorso di studi.

Fu proprio quando lasciò il liceo, che uno dei suoi professori gli disse che aveva due alternative per il suo futuro: diventare milionario oppure finire in carcere.

Fortunatamente per lui, le cose sono andate per il verso giusto. Nonostante le fatiche oggi Richard Branson può godersi la vita nella sua isola privata alle Virgin Islands.

Prendere la balbuzie con ironia: ecco il segreto di Richard Branson

Nonostante abbia superato la balbuzie, Richard Branson ha dichiarato più volte che parlare in pubblico è per lui ancora una grande sfida.

Il segreto per affrontarla, per lui, è vincerla di volta in volta tramutando la tensione in energia positiva. Prima di affrontarle, Richard preferisce pensare alle occasioni di public speaking come a delle chiacchierate informali tra amici. Questo lo aiuta a parlare senza bloccarsi.

Continuo a balbettare qualche parola, e talvolta mi dimentico persino delle battute, ma finché mi ricordo che è una conversazione piuttosto che una performance e provo a divertirmi, le cose di solito funzionano bene*.

La storia di Richard Branson è oggi fonte di ispirazione per diversi imprenditori, ma soprattutto per coloro che affrontano le sue stesse difficoltà.

E forse, per molti balbuzienti, il suo metodo di gestione della tensione, a volte, può risultare efficace per sconfiggere le proprie paure.

 

*Richard Branson, Virgin.com

Foto: Wikimedia

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Balbuzie da Trauma: ecco il suo significato (e perché non è ciò che si pensa)

Il termine balbuzie da Trauma indica una piccola minoranza delle forme di balbuzie. E, al contrario di quello che si pensa, non è collegata a un rimprovero severo o alla separazione dei genitori. E nemmeno ad altri episodi familiari che vanno sotto la comune definizione di “traumi infantili”. Perché il Trauma ha un significato e una portata ben precise. Scopriamo quale e quando può essere considerato la causa della balbuzie.

Balbuzie da Trauma: dove ha origine il dubbio?

In passato, l’ipotesi dominante era quella che la maggior parte delle forme di balbuzie derivasse da esperienze vissute nell’ambiente familiare e considerate erroneamente traumatiche.

Questa ipotesi si è radicata nel pensiero comune, tanto che ancora oggi la comparsa della balbuzie in un bambino scatena in un genitore una preoccupazione e un’incertezza tali, da convincerlo di esserne la causa. Come conseguenza, inizia una ricerca (nella memoria) di fatti o comportamenti che possano spiegare la presunta balbuzie da trauma.

Tra questi, ad esempio, un’educazione particolarmente severa, aspettative troppo elevate nei confronti del figlio, oppure contrasti, separazioni. O ancora, la nascita di un fratellino.

Balbuzie e Trauma: qual è l’errore?

Tutti questi episodi sono spesso iperbolicamente ed erroneamente definiti traumi infantili e considerati l’origine della balbuzie.

Erroneamente, appunto: per due motivi.

Il primo è che non è mai stata trovata una correlazione tra comportamenti e scelte dei genitori e insorgenza della balbuzie.

Il secondo è che, in realtà, nessuno degli episodi citati risponde alla definizione di Trauma psicologico.

Cos’è il Trauma per un bambino?

Il Trauma psicologico, per definizione, segna una rottura nello scorrere degli eventi, ed è prodotto da situazioni percepite come di rischio concreto per l’integrità fisica, o psichica, propria o altrui.

Nella vita di un bambino i veri e propri eventi Traumatici, con le caratteristiche del Trauma con la T maiuscola, sono eventi molto gravi. Ad esempio: abusi, maltrattamenti, violenza assistita (situazioni in cui il bambino assiste ad episodi di violenza), gravi incidenti, malattie.

Il Trauma rappresenta un evento destabilizzante e dirompente per l’intensità, che produce effetti di frammentazione importanti sul piano emotivo e cognitivo.

Balbuzie da Trauma: ecco quando insorge

La portata del Trauma è tale che, in determinate circostanze estremamente gravi, i suoi effetti possono incidere sulle capacità verbali dell’individuo, bambino o adulto.

La conseguenza può essere il mutismo reattivo allo stato di shock, o la cosiddetta balbuzie psicogena.

La balbuzie psicogena è una forma di balbuzie che si verifica in individui che presentano psicopatologie specifiche, o che hanno subito gravi Traumi.

È bene però ricordarsi che soltanto una piccola minoranza delle forme di balbuzie ha origine psicogena.

La balbuzie psicogena è infatti causata da esperienze Traumatiche estremamente gravi, che nulla hanno a che vedere con i comportamenti dei genitori o i naturali cambiamenti cui si è soggetti nel corso della vita.

Il ruolo del cambiamento nella balbuzie in età evolutiva

L’errata convinzione che siano vissuti familiari a causare la balbuzie è rafforzata dal fatto che essa insorge e causa le prime vere difficoltà nelle fasi della vita caratterizzate da cambiamenti importanti.

Tra queste, principalmente l’infanzia, l’inizio della scuola e l’adolescenza.

Bisogna però considerare che questi sono momenti in cui bambini e ragazzi rispondono a compiti evolutivi fisici, cognitivi e relazionali completamente nuovi.

  • La prima infanzia è la fase della dipendenza assoluta dalle figure di accudimento e dall’ambiente circostante. Il linguaggio viene acquisito progressivamente, e diventa strumento di relazione con il mondo.
  • Con l’inizio della scuola il bambino esce dal nucleo familiare, e deve imparare a confrontarsi e relazionarsi con gli altri. L’apprendimento apre nuove sfide dal punto di vista cognitivo, rafforzando le dimensioni normative dell’impegno e del dovere.
  • La pubertà segna l’avvio di cambiamenti fisici, ma anche un salto in avanti nel processo di costruzione delle propria identità individuale.

Le fasi evolutive delineate sono fasi di transizione impegnative e difficoltose, in cui il rapporto relazionale con la famiglia e con l’ambiente circostante contano molto.

Tuttavia, né questi cambiamenti, né le dinamiche relazionali familiari possono essere considerate di per sé situazioni in grado di causare una balbuzie da Trauma (né una qualsiasi altra forma di balbuzie).

Come l’ambiente familiare influenza la balbuzie?

La maggior parte delle forme di balbuzie non ha origini psicogene.

Questo però non significa negare che determinate situazioni emotive o relazionali possono influenzare la balbuzie, pur non essendone la causa.

Ad esempio, alcuni stili educativi o relazionali, invece che aiutare il bambino a superare  la sua fatica, potrebbero amplificarla.

Le esperienze che il bambino vive nell’ambiente familiare sono occasioni importanti di apprendimento e di messa alla prova, a 360°, anche per quanto riguarda il superamento delle sue fatiche.

 

Fonti

M.T. Ingenito, A. Ragno, La balbuzie nell’età adolescenziale. Clinica e riabilitazione. Milano, Franco Angeli Editore, 2003.

Van Borsel, J. (2014). Acquired stuttering: A note on terminology. Journal of Neurolinguistics, 27(1), pp. 41-49.

 

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Balbuzie in Italia: la più sfortunata d’Europa secondo la ricerca

Secondo la ricerca, la balbuzie in Italia non ha vita facile. Un recente studio condotto da un gruppo di ricercatori europei e pubblicato sul Journal of Communication Disorders ha svelato che gli atteggiamenti degli italiani nei confronti di chi balbetta sono tra i peggiori in Europa. E nel mondo.

Atteggiamenti verso la balbuzie: come si misurano

Scopo dello studio era quello di evidenziare differenze o similitudini negli atteggiamenti verso chi balbetta tra i Paesi europei.

L’indagine ha coinvolto per questo 1.111 adulti in Italia, Norvegia, Germania, Islanda, Inghilterra e Bosnia Erzegovina.

Per stabilire se l’atteggiamento verso la balbuzie sia positivo o negativo, viene somministrato un questionario chiamato POSHA–S (Public Opinion Survey of Human Attributes-Stuttering). Questo questionario è riconosciuto e utilizzato da tutta la comunità scientifica internazionale.

Attraverso una serie di domande specifiche, il POSHA-S permette di valutare due dimensioni.

  1. La conoscenza del fenomeno balbuzie, tra cui le sue cause, i tratti di personalità che si pensano essere caratteristici di chi balbetta, cosa si pensa i balbuzienti possano fare nella vita (ad esempio: Le persone che balbetto possono condurre una vita “normale”)
  2. Le reazioni o i comportamenti messi in atto (o che si pensa di mettere atto) nei confronti di chi balbetta (ad esempio: “Dire loro di rallentare e rilassarsi”).

Balbuzie in Italia: i risultati della ricerca

I risultati rivelano che l’atteggiamento degli Italiani nei confronti di chi balbetta è tra i più negativi in Europa e al di sotto della media mondiale.

La conoscenza della balbuzie in Italia risulta ancora incompleta, a tratti scorretta, e ancorata a luoghi comuni e falsi miti, che rafforzano a loro volta i pregiudizi.

Ad esempio, gli Italiani non hanno ancora abbandonato l’idea che la balbuzie sia causata da un evento spaventoso o traumatico. Ancora, chi balbetta in Italia viene spesso percepito impossibilitato a condurre una vita normale, o svolgere una qualsiasi professione lavorativa.

Come conseguenza, anche i comportamenti nei confronti di chi balbetta si rivelano piuttosto stereotipati.

Un esempio? Nell’interazione con chi balbetta, gli Italiani utilizzano molto più frequentemente le frasi Stai calmo, Respira, Rilassati, rispetto agli altri europei.

Frasi che, al contrario di ciò che comunemente si pensa, aumentano la pressione comunicativa e quindi la probabilità di balbettare.

 

Fonte

St. Louis K.O et al. (2016), Public attitudes toward stuttering in Europe: within-country and between-country comparisons. Journal of Communication Disorders, 62, pp. 115-130.

 

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Ansia: cosa fare quando ti manca il respiro

Sei agitato e ti manca il respiro?  Accade perché le condizioni di tensione, stress o ansia influenzano la respirazione, accelerandola. E quando il respiro diventa “troppo rapido”, possono scatenarsi altri sintomi. Ecco i consigli pratici per riconoscerli e imparare a gestire la respirazione.

 

Sai di quanta aria hai bisogno?

La respirazione è una forma di alimentazione: respiriamo per alimentarci, per immagazzinare il carburante necessario per sopravvivere.

 

Ma quanta aria ti serve veramente?

In una situazione di normalità, in cui non si è sottoposti a particolari sforzi fisici o stress emotivi, i cicli respiratori sono compresi tra i 10 e i 12 al minuto e permettono di accumulare circa 4 – 6 litri d’aria nei polmoni.

Ansia, stress o panico possono causare un aumento del ritmo respiratorio anche in una condizione di riposo.

Quindi se sei in tensione, il numero dei cicli respiratori supera i 15 al minuto e la quantità di litri d’aria nei polmoni aumenta. Ecco che allora ti “manca il respiro”.

Quando ti manca il respiro: l’iperventilazione

L’aumento del ritmo respiratorio può arrivare fino all’iperventilazione.

È una condizione caratterizzata da un’importante riduzione della quantità di anidride carbonica nel sangue.

Può verificarsi occasionalmente come risposta a situazioni particolarmente ansiogene, oppure come fenomeno frequente scatenato da stress, ansia o depressione.

Quando sei in iperventilazione, indipendentemente dal fattore scatenante, non solo ti manca il respiro, ma provi una sensazione di malessere, simile a quella che sperimenti dopo aver gonfiato rapidamente un palloncino o un materassino da spiaggia.

Può capitare che con l’aumento della respirazione tipico dell’iperventilazione compaiano altri sintomi fisici come ad esempio:

  • dolori toracici
  • formicolio agli arti
  • giramento di testa
  • nausea
  • senso di svenimento e di vertigine.

E c’è di più. Spesso sono proprio questi sintomi ad aumentare l’ansia e la sensazione di panico.

Hai sperimentato questi sintomi? Parla con un nostro specialista per una consulenza personalizzata.

 

Perché se manca il fiato aumenta la sensazione di ansia?

Perché il fiato corto tipico dell’iperventilazione coincide con una respirazione toracica, che sfrutta cioè soltanto la parte alta dei polmoni.

In questa situazione, la quantità di anidride carbonica nel sangue si riduce notevolmente con conseguenze negative sulla circolazione sanguigna e sull’ossigenazione del cervello.

Quando il cervello è poco ossigenato la capacità di concentrarsi e di memorizzare si riduce. Parallelamente, aumentano i livelli di alcuni ormoni specifici he hanno un effetto negativo sullo stato emotivo della persona.

Durante l’iperventilazione si crea un vero e proprio circolo vizioso: l’ansia e il panico aumentano la frequenza del respiro e questa, a sua volta, alimentare ulteriormente ansia e panico.

Allora, che fare?

Esistono delle semplici tecniche di respirazione che permettono di risintonizzare il respiro e placare l’ansia.

 

Ti manca il respiro? Tecniche pratiche per ritrovare il controllo

Esiste una tecnica di respirazione semplice e utilizzabile in modo rapido in situazioni differente, che richiede solo l’uso della mani come sistema di rilevamento del modo corretto o scorretto di respirare.

Se ti trovi in una situazione di ansia o panico e ti accorgi che ti manca il respiro, fai così:

  1. Siediti e appoggia i palmi delle mani uno all’altezza del petto, l’altro all’altezza della pancia.
  2. Se la mano appoggiata sul petto si muove più rapidamente rispetto a quella che si trova sulla pancia, allora i tuoi cicli respiratori sono troppo rapidi.
  3. Sposta il respiro dal torace alla pancia, rallentando il ritmo e monitorando la lunghezza dei cicli respiratori in modo che siano di circa 6 secondi.
  4. Prosegui fino a che la mano sulla pancia si muove più rapidamente di quella sul petto. A questo punto, il respiro sarà tornato regolare.

Questa tecnica respiratoria così semplice e basilare può avere un effetto positivo sull’ansia e sugli altri sintomi associati all’iperventilazione.

 

Gestire la respirazione: ecco perché è importante

Sono molte, frequenti e inattese le situazioni emotivamente intense in cui il ritmo del nostro respiro si altera, accrescendo la sensazione di ansia.

Ecco perché imparare a concentrarsi sul respiro, ascoltandolo e sintonizzandolo, può avere un effetto importante nel placare il vissuto ansioso e i suoi sintomi fisiologici.

Sappi che non esiste un’unica tecnica respiratoria, ma molte strategie differenti che vengono incontro ai bisogni di ciascuno. Esse non hanno lo scopo di modificare totalmente la nostra respirazione, ma di migliorarla in base alle nostre esigenze.

 


 

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Fonti

Luca Evangelisti, Mai più paura di volare, Milano, Feltrinelli (2010).

Anna Oliverio Ferraris, Psicologia della paura, Torino, Bollati Boringheri (2013)

Laura Petrinelli Carrara: http://www.laurapedrinellicarrara.it/argomenti-di-psicologia/psicologia-benessere/le-tecniche-respirazione/

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