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La voce perfetta secondo l’Actors Studio di New York

Una voce perfetta, capace di adattarsi al personaggio interpretato, è la caratteristica fondamentale che ogni attore deve avere.

La bravura di attore consiste soprattutto nell’adattare il proprio parlato a quello richiesto dal regista, e soprattutto dallo sceneggiatore che ha inventato il personaggio.

Per ottenere questo risultato, le scuole di recitazione propongono nei loro corsi esercizi mirati. Essi hanno l’obiettivo non solo di ottenere una voce perfetta, ma anche di formare veri e proprio talenti in grado di modificare all’occorrenza la propria voce.

Dove nasce la voce perfetta di un attore: l’Actors Studio di New York

E’ il caso dell’Actors Studio di New York, tra le più prestigiose scuole di recitazione al mondo. Questa prestigiosa scuola negli anni ha visto passare tra le sue aule alcuni dei più grandi attori di Hollywood, da Robert de Niro ad Al Pacino.

L’Actors Studio è stato fondato nel 1947 da Elia Kazan, Cheryl Crawford, e Robert Lewis. La direzione artistica di Lee Strasberg e il metodo di recitazione da lui inventato, lo hanno reso il punto di riferimento per ogni attore che cerchi di migliorare le proprie capacità interpretative per ottenere una voce perfetta.

Come ottenere la voce perfetta: il metodo Strasberg

Il metodo Strasberg consiste sostanzialmente nella capacità dell’interprete di essere credibile.

Attraverso un continuo ricorso alla memoria, l’attore potrà ottenere la voce rotta dal pianto o quella di una persona perplessa.

Ad esempio, se dobbiamo interpretare un personaggio che scopre il tradimento di un amico, occorrerà ricordarsi quando siamo stati traditi. Al contrario, se il nostro personaggio riceve un regalo inatteso, dovremo fare memoria della gioia provata in un momento simile.

Questo metodo spinge gli attori ad ottenere la voce perfetta per ogni circostanza. Facendo ricorso agli avvenimenti del proprio passato, l’interprete sarà in grado di utilizzare con spontaneità una voce che già conosce.

La voce perfetta di ogni attore quindi esiste già! Ha solo bisogno di essere rievocata attraverso esercizi di memoria mirati a far rinascere delle sensazioni provate in passato.

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Colloquio di lavoro: cosa e come comunicare

Il colloquio di lavoro non è altro che un incontro tra persone: il selezionatore (o recruiter) e il candidato.

La parola colloquio, di fatto, deriva dal latino e significa parlare insieme.

Qualunque sia la sua forma – individuale, di gruppo, tecnico – durante il colloquio sviluppa una situazione sociale, uno scambio comunicativo.

La vera protagonista di un colloquio di lavoro è la comunicazione.

La comunicazione durante il colloquio di lavoro

Quando riportiamo le nostre esperienze lavorative al selezionatore comunichiamo le nostre conoscenze e competenze. Se ci viene chiesto di parlare hobby e passioni, comunichiamo qualcosa di noi.

In realtà comunichiamo molto di più senza averne consapevolezza. La famosa comunicazione non verbale è primaria in ogni scambio comunicativo e ancora di più durante un colloquio di lavoro.

Il compito del selezionatore è di valutare in breve tempo se il candidato è la persona giusta per quel determinato posto di lavoro. E «Non c’è mai una seconda occasione per fare una buona impressione la prima volta».

Questa massima, attribuita ad Oscar Wilde, rende chiaramente l’importanza della prima impressione anche per il colloquio di lavoro, quando tutta una serie di segnali verbali e non verbali hanno un ruolo preponderante.

La comunicazione secondo la regola di Mehrabian

L’importanza della comunicazione non verbale è magistralmente riassunta nella formula dello psicologo statunitense Albert Mehrabian: 55%-38% – 7%.

Negli anni Settanta, egli teorizzò la centralità di diversi aspetti della comunicazione nel trasmettere un messaggio. Tre sarebbero le componenti alla base di qualunque atto comunicativo: il linguaggio del corpo, la voce, le parole pronunciate.

Secondo il modello di Mehrabian ciascuna componente avrebbe un determinato peso.

  • Il 55% del messaggio comunicativo è dedotto mediante il linguaggio corporeo (la mimica facciale, la gestualità, la postura);
  • Il 38% è dedotto dagli aspetti para-verbali (tono, ritmo, timbro della voce);
  • Solo il 7% è dedotto dalle parole pronunciate, cioè da quanto effettivamente detto.

Seguendo il modello, le prime impressioni sono determinate dal modo in cui ci presentiamo e da come diciamo le cose, anziché dal contenuto verbale.

La regola di Mehrabian non nega l’importanza delle parole, piuttosto suggerisce che se il linguaggio corporeo (55%) è in contraddizione con il quello che viene detto e il tono (38% + 7%), allora il risultato sarà un messaggio poco credibile.

Colloquio di lavoro: l’impressione conta!

In un colloquio di lavoro l’impressione conta, e molto. Il nostro aspetto esteriore comunica qualcosa di noi, anche senza il nostro controllo. In questo caso, possiamo decisamente affermare che l’abito fa il monaco.

E’ noto che un aspetto sobrio e curato rappresenta un bel biglietto da visita. Un certo abbigliamento sembra essere in grado di suggerire affidabilità e serietà necessarie per un determinato posto di lavoro.

Un aspetto trasandato, può essere interpretato come superficialità. Un aspetto eccentrico, al contrario, può far passare il candidato come egocentrico ed eccessivo, non idoneo ad un lavoro di gruppo.

Durante un colloquio di lavoro è importante non solo quello che si dice, come lo si dice, ma anche in quale abito!

Anche il tono della voce, la stretta di mano, la mimica facciale e la gestualità contribuiscono a caratterizzarci.

Colloquio di lavoro: meglio preparati o spontanei?

Il colloquio di lavoro non è esclusivamente basato sul mero elenco delle esperienze pregresse. Piuttosto, è sempre più una situazione in cui il candidato viene esaminato come persona, nel suo modo di essere, di comportarsi e di rapportarsi.

La comunicazione non verbale e gli elementi para-verbali giocano quindi un ruolo di primaria importanza se il focus del colloquio vuole andare oltre quello che abbiamo studiato e che sappiamo fare, riportato nel nostro CV.

Attenzione però a controllare tutto nei minimi dettagli: il rischio è quello di apparire rigidi e impostati.

Al contrario, dovremmo imparare ad essere maggiormente consapevoli della nostra spontaneità, al fine di non cadere in errori che potrebbero pregiudicare il buon esito di un tanto agognato colloquio di lavoro.

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Disfonia: il “disturbo” della voce. Significato, cause e sintomi

Il termine disfonia indica in modo generico un qualsiasi disturbo della voce.

La Società Italiana di Otorinolaringoiatria definisce la disfonia come

un’alterazione qualitativa e/o quantitativa della voce parlata che consegue ad una modificazione strutturale e/o funzionale di uno o più organi coinvolti nella sua produzione o ad una inadeguatezza delle relazioni dinamiche fra le diverse componenti dell’apparato pneumo-fonatorio.

Disfonia: quali sono le cause

Ad oggi non esiste una classificazione completa delle disfonie, tuttavia nella pratica clinica a livello mondiale si distingue tra: disfonia organica e disfonia funzionale ( non organica)

Le disfonie funzionali sono disturbi della voce che si verificano in assenza di lesioni o di deficit motori. Esse sono causate da un uso scorretto (malmenage) o eccessivo della voce (surmenage).

Gridare, schiarire frequentemente la voce, oppure parlare per un tempo prolungato, sono comportamenti che pongono sotto sforzo il sistema fonatorio, alterando la qualità della voce.

Questo implica che le persone che utilizzano la voce per svolgere il loro lavoro (cd. Professionisti vocali) siano più a rischio di disfonie. È il caso di avvocati, insegnanti, ma anche dei cantanti.

Se protratti nel tempo, questi comportamenti possono evolvere in disfonie organiche.

Le disfonie organiche sono disturbi della voce dovute a lesioni o alterazioni del movimento degli organi coinvolti.

Alcune alterazioni organiche sono la conseguenza di comportamenti vocali scorretti (malmenage o surmenage). In altri casi, le cause possono essere infiammazioni, malformazioni congenite, esiti di operazioni chirurgiche o di altra natura.

Ad esempio, laringiti, oppure cisti, noduli e polipi alle corde vocali sono tra le cause più diffuse delle disfonie.

Disfonia: quali sono i sintomi

Una qualsiasi disfonia si manifesta attraverso segni oggettivi, cioè osservabili e misurabili, e sintomi soggettivi, cioè sensazioni percepite dal soggetto.

I segni oggettivi  possono essere:

  • Acustici: alterazioni dell’ intensità, della frequenza e del timbro della voce. In questi casi, la voce può risultare rauca, soffiata, instabile o completamente afona.
  • Clinici: alterazioni della struttura o del movimento degli organi coinvolti nella fonazione. Questi ultimi sono identificabili con esami endoscopici effettuati dal medico foniatra.

I sintomi soggettivi possono essere:

  • fisici: dolore, bruciore o alterazioni della sensibilità (parestesie) a carico delle strutture faringo-laringee, sensazione di corpo estraneo (globo) in gola, affaticabilità nell’uso della voce (sensazione di sforzo per continuare a parlare);
  • psicologici: sensazione di sgradevolezza o di inadeguatezza della propria voce.

Disfonie: quando rivolgersi a un medico specialista

Le disfonie possono essere croniche (se perdurano nel tempo) o solo temporanee.

Nel caso in cui si presentino con regolarità uno o più segni o sintomi di alterazione della voce, è opportuno rivolgersi al proprio medico di base e in seguito ad un medico specialista in foniatria e/o otorinolaringoiatria, per un’eventuale diagnosi di disfonia.

 

Fonti

Bergamini G., Casolino D., Schindler O. (2002) Inquadramento delle disfonie. Da Relazione ufficiale le disfonie: fisiopatologia, clinica ed aspetti medico-legali, LXXXIX Congresso Nazionale San Benedetto del Tronto, 22-25 Maggio 2002.

Schindler A., Ginocchio D., Schindler O. Linee guida per la pratica clinica. La raucedine (disfonia). Traduzione e dell’adattamento italiano delle Linee guida per la pratica clinica dell’American Academy di ORL (Head and Neck Surgery Foundation).

Schindler O. La voce: fisiologia, patologia, clinica e terapia. Padova, Piccin (2010).

Federazione Logopedisti Italiani Piemonte, www.flipiemontelogopedia.it.

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Gestire la balbuzie? Ecco perché non mi è bastato

Gestire la balbuzie è una possibilità, per molti.

L’intensità, le manifestazioni e la frequenza di questa fatica variano da persona a persona e non è raro che, nel corso del tempo, si elaborino delle strategie per renderla meno evidente, gestire i blocchi, apparire più fluenti.

G.R. ha a che fare con la balbuzie dall’età di 10 anni, quando ha iniziato a balbettare improvvisamente.

Non ha mai «avuto una situazione drammatica». La fatica nell’esposizione orale, a scuola, non ha impedito di andare avanti. «Ho frequentato l’università. Certo non ero mai fluente. Ma non mi ha mai fatto rinunciare a niente – racconta. E siccome sono molto auto ironico, nemmeno con le ragazze non ho mai avuto problemi».

G.R. oggi ha 42 anni, è sposato, ha un bimbo piccolo ed è ricercatore universitario. La balbuzie non gli ha precluso nemmeno la carriera accademica.

Perché allora afferma con insistenza «Adesso, devo essere fluente»?

Da gestire la balbuzie a volerla superare: cosa ti ha fatto cambiare idea?

Dopo tanti anni, ho finalmente la possibilità concreta di ottenere una cattedra importante. Dovrò parlare e dovrò parlare bene. Voglio fare il mio lavoro nel migliore modo possibile.

La prospettiva della carriera accademica ha peggiorato tutto. Il senso negativo che sentivo a livello del torace è aumentato con l’idea dell’aumento delle mie responsabilità lavorative.

Ciò che dovrebbe essere un orgoglio, fino ad ora [inizio del Percorso in Vivavoce Institute, ndr] è stato uno stress.

Come hai fatto fino ad oggi a gestire la balbuzie?

Uno dei metodi che usavo di più era quello di rilassarmi più del normale.

In situazioni di particolare ansia, ad esempio durante i congressi, cercavo di mettere il mio corpo nelle condizioni di essere rilassato. Una cosa cosa che mi aiutava era pensare a qualcosa di molto positivo durante la fase più negative della balbuzie, ad esempio mia moglie e mio figlio. Per rilassare il torace e liberarlo dal peso che sentivo, irrigidivo gli arti inferiori.

Solo che dopo ogni congresso ero stanchissimo. Se usi queste strategie l’80% della tua energia è impiegata per fare uscire le parole.

Quello che mi feriva di più era di non provare nessun tipo di orgoglio. Non ero contento perché sapevo di non aver detto tutto e di aver mostrato meno sicurezza di quanto avrei voluto.

Pensi che questa fatica ti limiti nel tuo ruolo di genitore?

Non credo che mi limiti a livello di autorità. Ma ho una sorte di pudore verso mio figlio. Vorrei dargli sicurezza, non mostrare questa fatica. La balbuzie non mi rende me stesso.

Non ho paura di fargli vedere la mia fragilità, i miei difetti. I difetti fanno parte di noi. Ma balbuzie non è una fragilità: la balbuzie non sei tu, ti senti nudo.

Io non sono la mia balbuzie: io so parlare! Il 60% delle volte ci riesco. Ma per quel 40% non sono io, sono un altro. Non ti abitui mai ad essere un altro. Ecco perché, in fondo, non ti adatti mai nemmeno a gestire la balbuzie.

Penso anche ai ragazzi che hanno intrapreso questo percorso rieducativo con me. Francesco vorrebbe raccontare le barzellette. Ma non riesce. Stefano è esuberante, ma non può a dare sfogo a quello che è.

È come se fossi in un corpo che non è il tuo.

Questa testimonianza è stata raccolta durante il Percorso di rieducazione della balbuzie di Vivavoce Institute. L’utilizzo di un nome fittizio serve a tutelare la privacy del soggetto intervistato, su richiesta dello stesso e nel rispetto della sua volontà di rimanere nell’anonimato.

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Respirazione: come funziona il «segreto della vita»

Per respirazione si intende

l’insieme degli scambi gassosi tra i tessuti dell’organismo e l’ambiente esterno; negli organismi animali consiste nell’assunzione di ossigeno dall’ambiente, nella sua utilizzazione e nell’espulsione di anidride carbonica.

Respirare, perché mai?

Il filone narrativo fantascientifico, dal Novecento ad oggi, ha immaginato come l’uomo potesse essere e come potesse vivere in un futuro lontano, fantasticando su una possibile vita su mondi lontani e inospitali. In tutte queste condizioni l’uomo aveva sempre escogitato strategie per continuare a garantirsi una funzione fondamentale: respirare.

Scrive lo scrittore americano Gregory Maguire:

Ricordatevi di respirare, dopotutto è il segreto della vita.

Ma cosa succede, in pratica, quando respiriamo?

Inspirare ed espirare: la ventilazione

La ventilazione è il processo meccanico che permette all’aria di entrare nelle vie aeree e nei polmoni (inspirazione) e di fuoriuscire dagli stessi organi (espirazione).

L’aria entra attraverso il naso o la bocca e percorre le vie aree superiori (cavità nasali, faringe e laringe) e quelle inferiori (trachea e bronchi) fino ad arrivare nei polmoni.

È negli alveoli polmonari (componenti del polmone ubicati nella parte terminale dei bronchi ) che avviene lo scambio gassoso. L’ossigeno entra nei capillari arteriosi, mentre dai capillari venosi avviene un rilascio di anidride carbonica.

La ventilazione è guidata da una combinazione di forze attive e passive che alterano il volume del torace. Il cambiamento del volume all’interno de torace causa un cambiamento della pressione dell’aria.

Come dimostra la Legge di Boyle: aumentando il volume del contenitore (torace) diminuisce la pressione dell’aria. Dal momento che i flussi d’aria si muovono spontaneamente da pressioni alte a pressioni più basse, ecco che la differenza di pressione negativa permette all’aria di essere risucchiata nel torace.

Immaginiamo di avere in mano una siringa: se spingiamo lo stantuffo l’aria esce perché stiamo diminuendo il volume del corpo cilindrico ed aumentando la pressione del gas al suo interno. La stessa identica cosa avviene nel nostro torace.

Organi e muscoli coinvolti nella respirazione

Uno dei principali protagonisti della respirazione, oltre alle vie aeree e ai polmoni, è la gabbia toracica.

La gabbia toracica protegge organi vitali (cuore e polmoni), ma deve anche garantire una discreta mobilità per modificare i suoi volumi interni e quindi permettere un continuo flusso d’aria in entrata e in uscita.

Protezione e mobilità sono assicurate da una sviluppata architettura ossea rappresentata da costole, sterno, colonna vertebrale e numerose articolazioni.

I muscoli coinvolti della respirazione sono il diaframma, gli addominali, i muscoli intercostali e gli scaleni.

Inspirazione: espansione toracica e ruolo del diaframma

Durante l’inspirazione  l’espansione della gabbia toracica è resa possibile dalla contrazione del muscolo diaframma, dai muscoli intercostali e dei muscoli scaleni.

Il diaframma (o cupola diaframmatica) è un sottile foglio muscolo-tendineo che separa la cavità toracica da quella addominale. Quando inspiriamo, il diaframma si abbassa, appiattendosi.

A seconda del tipo di inspirazione il diaframma può anche raggiungere una escursione di dieci centimetri.

Espirazione e antagonismo sinergico

Quando espiriamo il diaframma si rilascia, risalendo in una posizione di riposo.

Durante la ventilazione è di fondamentale importanza che sia mantenuto il cosiddetto antagonismo sinergico tra diaframma e addominali.

In pratica durante l’inspirazione, il diaframma si contrae, e contemporaneamente avviene un’inibizione degli addominali affinché esso trovi meno resistenza nella discesa.

Accade invece il contrario durante l’espirazione.

Respirazione diaframmatica e respirazione toracica

La respirazione è il perfetto risultato della collaborazione di gruppi muscolari differenti, che insieme ampliano le dimensioni della gabbia toracica.

Se prevale l’azione del diaframma si parla di respirazione diaframmatica (o addominale). Se, invece, prevale l’azione di intercostali e scaleni, si parla di respirazione toracica (o costale).

In entrambi i casi il diaframma è il muscolo inspiratorio principale. Si occupa infatti di circa il 60% della capacità ventilatoria, ed è il primo muscolo attivato dal sistema nervoso durante uno sforzo inspiratorio.

Al fine di non sviluppare schemi motori stereotipati è importante utilizzare sia una respirazione di tipo toracica che quella diaframmatica.

La meccanica respiratoria cambia in base a molteplici variabili, alcune delle quali non modificabili (età e sesso).

Come cambia la respirazione nel corso della vita

Nel bambino la respirazione è di tipo addominale.

Nella donna è di tipo toracico (costale) superiore: l’escursione massima si ha quindi nella parte alta del torace. Nell’uomo, invece,  è di tipo misto ovvero toracico (costale) superiore e inferiore.

Nelle persone anziane il tipo di respirazione si modifica dal momento in cui aumenta la rigidità a carico della colonna vertebrale e della cassa toracica. Ciò determina una diminuzione della mobilità superiore del torace con una conseguente respirazione di tipo toracico (costale)  inferiore o anche addominale.

 

Fonti

Dizionario enciclopedico di scienze mediche e biologiche e biotecnologie, Seconda Edizione, Zanichelli.

Kapandji I.A. , Fisiologia articolare 3. Tronco e rachide. Monduzzi Editore.

Neumann D. A, Kinesiology of the musculoskeletal syste. Foundations for rehabilitation, 2nd Edition, Springer

Oatis C. A, Kinesiology. The mechanism and patomechanics of human Movement, 2nd Edition, Lippincott Williams and Wilkins.

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Balbuzie negli adulti: «un sollievo» superarla. La storia di Elena

Elena è ingegnere meccanico, ha 45 anni. Ed è una donna che balbetta. Una storia rara la sua, perché la balbuzie negli adulti, secondo le statistiche, preferisce gli uomini.

La convivenza di Elena con la sua fatica non è tra le più lunghe. «Ho iniziato a balbettare molto tardi. Quando dico che fino a prima dell’università parlavo perfettamente, tutti si stupiscono».

La balbuzie negli adulti e la discriminazione sul lavoro

Fortunatamente, la balbuzie non ha impedito a Elena di realizzarsi professionalmente.

Non si è mai sentita discriminata sul lavoro: «La carriera – ci racconta – è arrivata lo stesso», prima che la balbuzie peggiorasse. «Negli ultimi anni – confessa – c’è stato un netto peggioramento. Le mie difficoltà principali riguardano l’ambito lavorativo. Tre anni fa ho cercato di cambiare lavoro. Parlavo malissimo e ho perso un sacco di opportunità dal punto di vista professionale».

Eppure, Elena di strada ne ha fatta. Oggi ha un’azienda, l’intraprendenza certamente non le manca. Nelle relazioni interpersonali non ha mai avuto grandi problemi.

Qual è allora la difficoltà più grande legata alla balbuzie negli adulti?

«È il condizionamento il problema più grosso. Mi sono stancata di fare tanta fatica per qualsiasi cosa. Desidero tornare a fare ciò che facevo prima e farlo bene. Ad esempio parlare in pubblico. Ho sempre fatto molte presentazioni davanti alle persone.

Un condizionamento che investe tutti gli aspetti della vita quotidiana. Anche quelli più semplici che sembrano banali.

Balbuzie negli adulti e quotidianità

«Recentemente, diciamo negli ultimi due anni, le telefonate a clienti, fornitori e installatori erano diventate molto difficili. Ne facevo sempre meno e quindi perdevo l’abitudine. Avevo proprio paura di telefonare. Soprattutto se dovevo chiamare un cliente, magari un po’alterato, mi batteva il cuore a mille. Mi bloccavo subito e questo non favoriva certo il rapporto con lui».

Per chi balbetta, parlare al telefono è un’enorme fatica. Difficile da immaginare se non si hanno particolari difficoltà a comunicare.

Come tanti, Elena confessa: «Preferisco 100 volte parlare con le persone faccia a faccia piuttosto che al telefono. Al telefono manca il contatto visivo e tutta la comunicazione non verbale».

Parole che fanno riflettere su cosa possa significare non soffrire più di e per la balbuzie.

«Accorgermi che potevo farcela è stato un sollievo clamoroso», rivela Elena, nel pieno del lavoro di consolidamento parte del percorso rieducativo di Vivavoce Institute.

«Non considero ancora superata del tutto la mia balbuzie. Voglio migliorare ancora, tornare a parlare come parlavo prima. Soprattutto, voglio tornare a fare le stesse cose senza essere condizionata, senza avere paura e senza questo peggiorare di continuo».

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Respirare per parlare: come emettiamo la nostra voce

Respirare è il primo atto che compiamo nel momento in cui veniamo al mondo, la più essenziale delle alimentazioni, senza la quale non possiamo resistere.

La respirazione rappresenta una delle funzioni primarie del nostro organismo, uno scambio costante con l’ambiente circostante. Respirando il nostro corpo si carica di ossigeno e rilascia l’anidride carbonica accumulata nel sangue. Storicamente il respiro ha rappresentato sempre un elemento importante dal punto di vista simbolico, un simbolo di vita, di unione e di equilibrio fra anima e corpo.

Respirare: un atto volontario e involontario

Respirare sembra semplice e meccanico. In una situazione di normalità l’aria entra ed esce senza richiederci troppo sforzo.

La funzione respiratoria ha però una sua peculiarità: è l’unica funzione fisiologica ad essere al contempo sia volontaria che involontaria.

Quanto spesso ci capita di concentrarci realmente sul nostro respiro? Di ascoltarne le fasi, le pause, il ritmo, la profondità, la tipologia? Raramente. Molto più spesso, il sottofondo ritmico e costante della nostra esistenza resta in secondo piano. È un compagno silenzioso ma fondamentale a cui non facciamo caso se non nelle situazioni in cui si altera.

Tale modificazione può essere involontaria – per esempio a seguito di alcune patologie, durante uno sforzo fisico prolungato, o in una situazione di ansia o di paura – o volontaria. È il caso di un esercizio di riflessione o di un allenamento che abbia come focus specifico quello del respiro. In generale però respirare è considerato un meccanismo automatico del nostro corpo, qualcosa a cui riservare poche attenzioni.

Espirazione e produzione del linguaggio

Parlare e respirare sono due azioni coordinate in modo automatico. Il passaggio del flusso d’aria emesso dai polmoni attraverso la laringe e le corde vocali è necessario per produrre suoni.

In particolare, la produzione del suono avviene durante la fase di espirazione. Affinché ci sia produzione vocale è essenziale che l’aria esca dai polmoni. Immaginiamo di pronunciare il nostro nome: apriremo le labbra, la lingua si muoverà appoggiandosi in punti diversi sul palato, e durante tutto il tempo necessario l’aria verrà emessa dai nostri polmoni in modo costante.

Proviamo adesso a fare il contrario, a dire il nostro nome inspirando. I movimenti messi in atto saranno esattamente gli stessi, ma l’effetto complessivo completamente diverso. Il suono verrà parzialmente emesso comunque ma risulterà come soffocato e alterato. Inspirando riusciamo inoltre a produrre suoni molto più brevi, a causa del fatto che quasi subito ci manca l’aria.

Quando la portata del respiro si riduce anche la voce si fa più sottile. Pensiamo a ciò che accade in un momento di particolare debolezza o nell’anzianità.

Capita spesso, nei momenti di particolare tensione, che il nostro ritmo respiratorio e il nostro timbro vocale si modifichino: incrinature, tentennamenti, suoni più acuti lo evidenziano. Anche gli stati emotivi intensi, come ad esempio quelli di ansia, paura, o rabbia, influenzano l’atto del respirare, e di conseguenza la produzione dei suoni.

Ecco perché spesso la voce ci tradisce, rivelando le nostre vere emozioni.

 

Fonti

Montecucco Nitamo Federico, La respirazione Psicosomatica.

Fossler H. R. (1930). Disturbances in breathing during stuttering, Psychological Monographs, 40(1), pp. 1-32.

Laura Pedrinelli Carrara, www.laurapedrinellicarrara.it

 

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