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B come Balbuzie. B come Bullismo.

Le ricerche lo confermano: chi balbetta vittima di bullismo con una frequenza maggiore rispetto a chi non presenta difficoltà nell’eloquio. La balbuzie non si vede, ma non si può nascondere.  Le manifestazioni esternamente osservabili della balbuzie (come i tentennamenti, le frequenti pause e le possibili ripetizioni) fanno sì che chi ne soffre possa divenire facile bersaglio di benevolo scherno e leggere derisioni. Ne sono esempi le molte barzellette e le figure caricaturali di alcuni film e cartoni animati. D’altro canto, però, le difficoltà della comunicazione e la diversità dell’eloquio possono purtroppo facilmente degenerare in pesanti prese in giro e scherzi di cattivo gusto.

Se a questo aggiungiamo l’evidenza che la balbuzie può determinare condotte di ritiro e di isolamento sociale, dettate dalla tendenza di evitare il coinvolgimento in situazioni con tante persone, e il silenzio in interazioni con più interlocutori, capiamo bene come chi balbetta possa essere percepito come un membro anomalo o debole del gruppo. Questo, soprattutto in età adolescenziale e preadolescenziale, quando l’appartenenza al gruppo è fondamentale, può trasformare chi balbetta in facile bersaglio di fenomeni di bullismo e prevaricazione.

Balbuzienti e bulli: cosa dice la ricerca

Le ricerche lo confermano: chi balbetta è spesso vittima di fenomeni di bullismo, e con una frequenza maggiore rispetto a chi non presenta difficoltà nell’eloquio. In modo speculare, la percentuale di persone che balbettano che riportano di aver ricoperto nel corso della propria vita il ruolo di bullo, è molto ridotta. Esperienze di bullismo associate alla balbuzie sono fatte risalire a tutte le situazioni scolastiche di ordine e grado, fino ad arrivare a presentarsi con una percentuale molto bassa (ma non assente) all’università. Questo dato conferma i risultati degli studi sull’andamento temporale del bullismo che sottolineano come gli episodi di sopruso siano caratteristici soprattutto della fase di costruzione dell’identità corrispondente al periodo delle scuole medie e superiori, andando poi a ridursi con l’acquisizione di una struttura identitaria più stabile.

Il bullismo però, può comportare importanti conseguenze che si trascinano per molto tempo, in alcuni casi fino all’età adulta. A livello accademico, psicologico, sociale e fisico vengono frequentemente riscontrati un drastico peggioramento nelle attività scolastiche, una riduzione dell’autostima, una maggiore probabilità di sviluppare sintomatologie depressive, e una maggior incidenza di malattie a carico dei sistemi respiratorio e digerente. L’essere stato vittima di fenomeni di bullismo determina, inoltre, una maggior tendenza all’isolamento sociale, paura del giudizio altrui e una riduzione della qualità della vita. Questo quadro riguarda in misura maggiore chi balbetta.

Secondo alcune ricerche esisterebbe in generale una relazione causale tra l’esperienza di bullismo e lo sviluppo di ansia sociale. La relazione si complica con l’aggiunta dell’elemento balbuzie. Balbuzie e bullismo avrebbero entrambi un ruolo nell’attivare vissuti di ansia sociale, riducendo la motivazione del soggetto a vivere esperienze sociali, in un pericoloso circolo vizioso, in cui finiscono per essere evitate anche esperienze sociali positive che potrebbero migliorare il quadro. E’ l’esperienza del bullismo ad esacerbare o addirittura causare l’ansia sociale o è il ritiro sociale che fa apparire target ideali? Questa rimane tutt’ora una questione aperta.

Accanto all’ansia sociale e all’evitamento, altri fattori che sembrano accomunare balbuzie e bullismo sono la paura di una valutazione negativa da parte degli altri e la percezione di una cattiva qualità di vita. Il timore del giudizio altrui è una costante nella vita di chi balbetta, caratteristica che viene senza dubbio esacerbata nel caso di esperienze altamente negative come quelle associate al bullismo. In modo simile, la percezione di una cattiva qualità della vita viene negativamente influenzata dalle esperienze di bullismo e le conseguenze negative si ripercuotono per tutto l’arco della vita. Al contempo, la presenza di alcuni fattori, quali una buona autostima e il supporto della famiglia, sarebbero invece associati ad una maggiore qualità della vita anche nelle persone che balbettano. L’identificazione e lo sviluppo di questi fattori psicosociali ha sicuramente un ruolo chiave nel migliorare la vita di chi balbetta.

Difficoltà comunicative e bullismo: un circolo vizioso da spezzare

La situazione è complessa: da un lato, la balbuzie determina stereotipi negativi e stigma sociale; dall’altro, chi balbetta può divenire facile vittima di fenomeni di bullismo proprio a causa del suo modo di comportarsi nelle situazioni sociali, determinato dalla presenza stessa della balbuzie. Il circolo che si instaura è senza dubbio vizioso e determina l’esacerbarsi della tendenza al ritiro delle situazioni sociali per il timore di venire derisi. E’ sicuramente necessaria una maggiore consapevolezza dell’intricata relazione tra balbuzie e bullismo e le sequele psico-sociali (ansia sociale, paura di essere valutato negativamente, ridotta soddisfazione riguardante la qualità della propria vita).

Anche in questo ambito la prevenzione risulta fondamentale: un’attenzione precoce su questi fragili equilibri e le loro micidiali interazioni, potrebbe aiutare a prevenire l’instaurarsi di problematiche durature, naturalmente connesse alla presenza della balbuzie e pesantemente inficiate da eventuali fenomeni di bullismo, le cui conseguenze negative si trascinano con pesanti ripercussioni anche nella vita adulta.

Foto: Flickr, Jody Sticca

 

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Bullismo: debolezze, sofferenza e aggressività. La complessità del fenomeno.

Bullismo, cyberbullismo, branco, abusi. Parole all’ordine del giorno, nessuna ci stupisce, nessuna ci è nuova, ciascuna a suo modo ci spaventa un po’, si porta dietro un’eco minaccioso più o meno intensa a seconda del rischio che qualcosa del genere possa succedere anche a noi, o alle persone che amiamo. Pensiamo di sapere – più o meno –  di cosa si tratta e la cronaca quotidiana aggiunge ogni giorno episodi nuovi al nostro archivio di immagini allarmanti. Sempre, dalle situazioni meno eclatanti ai casi in cui l’escalation di violenza si fa dirompente, in gioco c’è una dinamica di sopraffazione intenzionale e ripetuta di chi appare più forte su è considerato più debole. Tale prevaricazione può avvenire attraverso canali differenti, assumere forme diverse (offese, insulti per il proprio modo di vestirsi, di comportarsi o di parlare, esclusione sociale, ma anche diffamazione ed aggressioni fisiche) e insinuarsi silenziosamente entro qualsiasi tipo di ambiente sociale. In una realtà sempre più interconnessa come la nostra, anche il mondo virtuale, con la sua garanzia di anonimato e il suo pubblico potenzialmente smisurato, sta diventando un palcoscenico privilegiato per i fenomeni di bullismo e di sopruso.

Bullismo: una ferita per tutti

Quello che accomuna tutti gli episodi è la ferita, non necessariamente visibile ma non per questo meno profonda, che resta addosso alle vittime. Nel riconoscere la sofferenza di chi è bersaglio degli atti di bullismo non bisogna però dimenticare che anche i bulli nascondono un malessere silenzioso, che si esprime attraverso i gesti, e che è essenziale imparare ad ascoltare e ad affrontare. I gesti trasgressivi, e più nello specifico l’azione violenta del bullo, coprono una fragilità e un disagio che possono avere origine su piani diversi (familiare, sociale, emotivo, di personalità), e che, oltre ad essere sanzionati, devono trovare un aiuto specifico. Il fragore degli episodi violenti fa si che spesso ci si dimentichi che sul palcoscenico del bullismo anche gli spettatori giocano un ruolo importante. Gli Altri, quelli che non sono coinvolti in maniera diretta ma che sono comunque a conoscenza dei fatti, spesso assumono un atteggiamento di omertà difficile da scardinare, in parte per paura, in parte perché stando dalla parte di chi appare più forte, credono di essere dalla parte giusta. Il bullismo, anche nelle sue forme più aspre, si delinea oggi come un fenomeno collettivo vasto e complesso, con radici lontane, che si esprime all’interno del gruppo dei pari come strumento brutale ma usuale attraverso cui viene contrattata la posizione sociale del singolo individuo nei confronti del gruppo.

L’adolescenza, il gruppo, il bullo

Nel parlare di bullismo, l’associazione con il periodo adolescenziale è automatica. Gesti aggressivi si riscontrano anche durante il periodo della scuola dell’infanzia e della scuola primaria, ma il loro significato è tendenzialmente differente, e riflette più una difficoltà a gestire gli impulsi aggressivi, e la tendenza a reagire immediatamente alla frustrazione con l’azione, che non un’effettiva intenzione di nuocere all’altro. Il periodo in cui i gesti di bullismo si riscontrano con maggiore frequenza e in cui raggiungono il maggior grado di gravità è quello che copre la fine delle scuole medie e gli anni delle scuole superiori. Con la pubertà il corpo è cambiato, e l’immagine restituita dalla famiglia e dai genitori non è più sufficiente a rispondere alla domanda «Chi sono io?». Durante questa fase evolutiva il gruppo gioca un ruolo essenziale, diventa il contenitore psichico collettivo entro cui costruire progressivamente la propria identità. Perché questo avvenga in modo completo il riconoscimento da parte degli altri è essenziale. Il gruppo inizia i suoi membri ai ruoli e alle responsabilità della vita adulta, diventa uno specchio entro cui riflettersi: l’immagine che ci proietta addosso, con i suoi spazi di luce e quelli di ombra, gioca un ruolo determinante nello stabilire chi siamo e chi potremmo diventare.

Entro il difficoltoso percorso di costruzione della propria identità, il bullo può presentarsi come un leader negativo incapace di governare i propri impulsi in modo maturo, che per confermare e rinsaldare la propria instabile struttura identitaria ha bisogno di trovare un nemico a cui contrapporsi. La vittima rappresenta allora il bersaglio su cui proiettare tutto ciò che sente di non potere o non voler essere. «Sei come me?»: l’omologazione rispetto a determinanti standard di comportamento, il fatto di vestire, agire, parlare in un certo modo, diventano prove di appartenenza al gruppo, tutto ciò che appare come estraneo a questo modello è visto come minaccioso, e per questo motivo deve essere allontanato, emarginato, umiliato, distrutto.

Subire il bullismo

In un quadro in cui il gruppo conta così tanto nella definizione di Sé appare evidente come chi è vittima di bullismo viva una situazione di profonda sofferenza psicologica nonché di esclusione sociale. Essere oggetto di comportamenti prevaricatori influisce profondamente sull’autostima del singolo, nonché sulla costruzione della propria concezione di Sé, e dell’immagine di Sé in relazione agli altri. Quelle inferte dai bulli sono ferite spesso invisibili, ma profonde e difficili da rimarginare, che possono produrre un effetto dirompente sulla costruzione dell’identità e causare conseguenze importanti nel tempo, anche in età adulta.

Aggressività: tra necessità e violenza

E’ evidente come la problematica del bullismo rifletta un problema sfaccettato, che va a toccare almeno tre universi distinti, ma tutti ugualmente fragili: quello delle vittime degli abusi, quello dei loro perpetuatori, e quello degli spettatori silenziosi che osservano, incapaci di agire, il palcoscenico. Come si sa una certa dose di aggressività è vitale e necessaria, nonché parte determinante del patrimonio istintuale di ciascuno di noi. Il compito di questa aggressività è spingerci avanti, incanalarsi verso mete socialmente utili; il rischio però, soprattutto in una società liquida come la nostra dove precarietà, incertezza e competitività pervadono tutti i livelli del vivere, è che la direzione di questa energia vitale si faccia altrettanto incerta, facendo cadere il confine sottile che distingue aggressività e violenza.  E’ essenziale allora non negare l’aggressività, ma imparare ad utilizzarla e a gestirla. Perché questo sia possibile è necessario favorire un atteggiamento critico, in cui la costruzione della propria identità passi attraverso il riconoscimento del fatto che la diversità è ricchezza e non minaccia. Al contempo è fondamentale insegnare a  conoscere e gestire la propria sfera relazionale ed emotiva, permettendo l’interiorizzazione progressiva del controllo esterno esercitato da genitori, famiglia ed educatori, ed una sua trasformazione in controllo interno.

Foto: Flickr, Pixabay

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DSA e Balbuzie: quando una fatica è causa di bullismo

 

Dall’impegno congiunto di Pepita Onlus, Vivavoce Institute e Studio Salem, con la partecipazione dell’avvocato Anna Livia Pennetta, nasce l’idea dell’incontro: DSA, balbuzie e BULLIsmi. La normativa di riferimento, i dati e le parole giuste per comunicare il disagio dei giovani.

L’incontro, organizzato dall’Istituto Gonzaga di Milano, con il patrocinio dell’Ordine dei Giornalisti e dell’Associazione Lasalliana Genitori, è in programma lunedì 26 febbraio dalle 16 alle 20 nella Sala Audio A.

Tra i relatori, anche Valentina Letorio, neuropsicologa di Vivavoce Institute. Secondo le ricerche, anche la balbuzie è tra le cause di bullismo. Le difficoltà della comunicazione possono purtroppo facilmente degenerare in pesanti prese in giro e scherzi di cattivo gusto. Se a questo si aggiunge l’evidenza che la balbuzie può determinare condotte di ritiro e di isolamento sociale, è semplice capire come chi balbetta possa essere percepito come un membro debole del gruppo. Secondo la dottoressa Letorio «È necessario ripensare alla definizione della balbuzie per comprendere veramente tutto il mondo silenzioso che vi sta dietro: come si sente il balbuziente, cosa pensa, come può il bullismo amplificare i vissuti associati a questa fatica e cosa possono fare la famiglia, la scuola e i compagni per creare una rete e progettare una cultura nuova della balbuzie?».

Insieme a lei interverranno: Ivano Zoppi, Presidente Pepita Onlus, Responsabile operativo CO.NA.CY, Anna Livia Pennetta, Avvocato esperto in reati legati al bullismo e ai cybercrimini, Miolì Chiung, psicologa psicoterapeuta esperta in disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) – Studio Salem.

L’appuntamento è gratuito e aperto a genitori, insegnanti, giornalisti, educatori e psicologi. Non è necessaria alcuna iscrizione, è sufficiente presentarsi all’evento il 26 febbraio alle 16 in via Vitruvio, 41 presso l’Istituto Gonzaga.

Il programma completo è disponibile a questo link.
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E se a balbettare fosse il genitore?

Siamo soliti pensare alla balbuzie di un bambino, e di conseguenza all’impatto che essa può avere sugli altri componenti della famiglia: genitori, fratelli e sorelle. Ma cosa succede quando il bambino che balbetta diventa adulto e a sua volta genitore? In altre parole, qual è l’impatto della balbuzie sulla propria vita e sul proprio ruolo di genitore?

Balbettare: un ostacolo alla genitorialità?

La balbuzie può portare ad una generale riduzione della qualità della vita di un genitore, nonché ad alcune limitazioni nelle attività quotidiane. Secondo alcune ricerche, il fatto di balbettare può persino influenzare la scelta dei nomi dei figli, che devono essere facili da pronunciare, anche per il genitore che balbetta. Altri genitori confessano la brutta sensazione di non essere in grado di leggere le favole ai propri bambini, o ancora di sperimentare la paura di non riuscire a chiedere aiuto nel caso in cui il figlio si possa trovare in difficoltà. Pur nella loro semplicità, questi esempio ci fanno intuire più chiaramente come balbettare possa condizionare enormemente la vita di chi ne soffre.

Lo stesso ruolo genitoriale può venire messo in discussione, tra grande preoccupazione e frequente imbarazzo. «Parlerò abbastanza ai miei figli? Proveranno imbarazzo o vergogna per le mie difficoltà?». Alcuni genitori, chiedono al partner di intervenire al posto loro durante un rimprovero o un momento emotivamente carico. Ovviamente queste esperienze non valgono per tutti: vi sono genitori che non balbettano affatto quando devono gridare o sgridare i propri figli. Alcuni studi, mostrano infatti che a volte chi balbetta può parlare fluentemente proprio quando prova sensazioni forti, quali la rabbia o l’orgoglio, l’entusiasmo o la paura.

Le difficoltà quotidiane di un genitore che balbetta si manifestano anche quando ad essere protagonisti sono i figli, con le loro attività, lo sport, la scuola e le relazioni sociali che essi instaurano, con gli amici, i compagni o gli altri genitori. Queste relazioni possono provocare emozioni negative. Da una parte, l’interlocutore potrebbe incutere timore per la sua autorità, come nel caso di genitori, insegnanti, o medici. D’altra, gli interlocutori potrebbero essere numerosi, come nel caso delle riunioni di classe. In questi casi, le preoccupazioni per le proprie difficoltà di espressione, possono portare all’evitamento. Per esempio, alcuni genitori evitano colloqui con gli insegnanti, i professionisti o i conoscenti, delegandoli al coniuge. Similmente, non investono nelle relazioni con i genitori dei compagni di classe o degli amici dei propri figli.

La paura che la presenza della balbuzie possa indurre critiche o giudizi, oltre a essere una potenziale minaccia alla propria identità e al proprio senso di competenza comunicativa, può causare maggior sconforto e inadeguatezza nel prendersi cura dei propri figli.

Pazienza, sensibilità, empatia: quando balbettare diventa una risorsa

La balbuzie non è solo portatrice di sensazioni negative: molte sono, anzi, le sfaccettature positive.

L’esperienza con la balbuzie può fornire ai genitori risorse utili nel supportare la crescita dei figli.

Alcuni genitori riconoscono che la balbettare ha insegnato loro ad essere più pazienti, più introspettivi e più capaci di entrare maggiormente in contatto con le proprie emozioni. Questa capacità ha permesso loro di insegnare ai figli ad esprimere con più facilità i propri stati affettivi, favorendo di conseguenza la comprensione degli stati emotivi sia propri sia altrui.

L’aver avuto a che fare con difficoltà nella comunicazione sembra rendere i genitori maggiormente in grado di comprendere la frustrazione e, grazie a questo, aiutare i figli a essere più empatici e comprensivi anche delle sofferenze altrui.

Nel caso in cui anche il figlio balbetta, il genitore ha il “vantaggio” di sapere sulla propria pelle cosa significa il mondo della balbuzie e questa conoscenza diretta può aiutarlo nella gestione del figlio. Non solo riconosce la fatica nel figlio, ma, avendola vissuta in prima persona, la comprende perfettamente e ne rimane più colpito e coinvolto.

La balbuzie è senza dubbio un fenomeno che può avere impatti molto differenti nelle diverse fasi di vita.  E la genitorialità non è un’eccezione. Soffrire di balbuzie porta con sé una serie di ostacoli anche nelle relazioni familiari, ma l’aver affrontato e l’affrontare quotidianamente queste difficoltà può dare a un genitore un’esperienza di efficacia e resilienza che può trasmettere ai propri figli, consentendogli di avere più risorse nel percorso di crescita.

Foto: Flickr, Emanuele Rosso

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Ansia anticipatoria e balbuzie. Quando le parole fanno paura

Cosa significa anticipare?

Anticipare significa

spostare in un tempo precedente, attraverso l’azione o l’immaginazione, quello che nei fatti sarebbe dovuto accadere in un momento futuro.

Nel linguaggio quotidiano anticipare significa fare una cosa prima del previsto, avvantaggiarsi.

Ma anche immaginare scenari futuri, proiettarci virtualmente in situazioni non ancora vissute, che potenzialmente potremmo non sperimentare mai. Prefigurare il futuro, e imparare dall’esperienza, sono capacità tipicamente umane che risultano molto utili in diverse circostanze.

Anticipare qualcosa che potrebbe succedere serve, in condizioni normali, a portarci avanti, riducendo i rischi e massimizzando le possibilità.

Ci mettiamo alla prova, ci assicuriamo la possibilità di affrontare il futuro con passo più saldo.

E se tutto andasse storto?

Ogni tanto la nostra capacità di guardare al futuro s’inceppa.

L’ansia è, per definizione, l’anticipazione di un pericolo in assenza di stimoli minacciosi reali. 

Nell’ansia anticipatoria il vissuto ansioso si manifesta alla sola idea di dover sperimentare in futuro determinate situazioni temute.

Cosa potrebbe andare storto? Nei fatti non lo sappiamo, non l’abbiamo ancora vissuto, ma in potenza tutto può andare storto, e allora è come fosse già stato così.

In ambito clinico l’ansia anticipatoria si associa in particolare al Disturbo di Panico e al Disturbo d’Ansia Sociale.

Viaggiare, spostarsi da soli, parlare in pubblico, affrontare situazioni che prevedono un potenziale giudizio, guidare diventano azioni difficili da compiere, anzi, addirittura situazioni al cui solo pensiero il corpo risponde in modo incontrollato. Come se si trovasse di fronte ad un grave pericolo che minacci la sua integrità e la sua sopravvivenza.

La frequenza cardiaca e quella respiratoria aumentano d’intensità, i muscoli si contraggono, la postura cambia per garantire una possibilità di difesa maggiore. Il corpo, insomma, si prepara a combattere o fuggire.

Ansia anticipatoria e balbuzie: la paura di balbettare

La capacità che abbiamo di prevedere le situazioni che di potenziale difficoltà deriva dai vissuti di successo o di fallimento che connettiamo alle nostre esperienze passate.

In altre parole: l’esperienza insegna.

Ma la nostra abilità predittiva non è perfetta! Possiamo sovrastimare rischi piccoli, e sottostimarne di grandi, ma ogni nuova esperienza, una volta messa alla prova dei fatti, crea un precedente, un’eco che porteremo con noi sotto forma di traccia.

Per chi sperimenta la difficoltà della balbuzie

L’ansia anticipatoria è associata alla paura di balbettare e tende ad essere tanto più forte quanto più in esperienze precedenti si è vissuta l’interruzione della parola. E quindi la riduzione della propria capacità di comunicare, e fonte di imbarazzo nel rapportarsi con gli altri.

Qual è il legame tra ansia anticipatoria e balbuzie?

E’ importante sottolineare che l’ansia anticipatoria è un effetto delle precedenti esperienze di balbuzie e non la loro causa.

L’ansia anticipatoria rischia però di aggravare la balbuzie. Come si è visto in precedenza l’effetto immediato dell’ansia anticipatoria è quello di generare nel corpo alcune risposte primitive di difesa, fra cui l’irrigidimento dei muscoli e l’alterazione della frequenza respiratoria.

Entrambe condizioni possono avere un’influenza importante sulla fluenza e sui comportamenti motori secondari di chi balbetta, amplificando il problema.

Anticipare le parole difficili: l’esperienza di chi balbetta

La capacità predittiva di chi balbetta sembra essere particolarmente sviluppata, al punto che chi balbetta conosce già in alcuni casi quali saranno le parole o i suoni specifici su cui si bloccherà.

Questa capacità di anticipazione sembra essere presente in grado variabile in individui diversi, e affinarsi progressivamente all’aumentare dell’età.

Anche in questo caso le esperienze precedenti giocano un ruolo importante. I singoli episodi di balbuzie associati ad una parola o ad un suono rappresentano per la persona

  • momenti di interruzione della comunicazione
  • situazioni emotivamente difficili da gestire
  • fonte di imbarazzo che spesso producono risposte negative da parte dell’ambiente circostante, ad esempio negli ascoltatori.

Tali vissuti negativi possono non essere ricordati consapevolmente, ma rimanere associati come un’eco alle parole e ai suoni che li hanno evocati inizialmente.

Nel momento in cui chi balbetta si trova a ripronciare questa parole, si attiva l’ansia anticipatoria. Questo porta spesso la persona a balbettare con frequenza maggiore su quelle stesse parole, in un circolo vizioso che si autoalimenta.

In conclusione: l’ansia come effetto, non come causa

Ridefinire i rapporti fra ansia anticipatoria e balbuzie è importante, e permette di inquadrare il problema attraverso una prospettiva diversa che non confonda cause ed effetti.

A tutti capita di ricordare episodi in cui le cose non sono andate come avremmo voluto, che instaurano in noi un meccanismo per cui il ripetersi di situazioni simili viene vissuto con grande ansia.

Questo tipo di ansia è un effetto, non la causa, dell’episodio che fa paura.

Essere consapevoli di questo cambia la nostra prospettiva sulla cose, e può permetterci di vederle, e di affrontarle, sotto una luce nuova.

Foto: Flickr, Filippo Traversa

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Sistema Nervoso Centrale: dal neurone al neurotrasmettitore

Il Sistema Nervoso Centrale (SNC), ed in particolar modo il cervello, sono da sempre avvolti da un fascino particolare. Nei secoli, hanno attirato l’attenzione di scienziati ed artisti. Andiamo in profondità, per cercare di capire cosa avviene microscopicamente e cosa c’è alla base del suo funzionamento.

Quali sono le cellule che costituiscono il Sistema Nervoso Centrale?

Nel sistema nervoso esistono due classi di cellule: i neuroni, anche chiamati cellule nervose, e le cellule gliali o glia.

I neuroni sono cellule costituite da 4 parti:

  • corpo cellulare, che è il centro metabolico
  • assone, ovvero la principale via di conduzione dei segnali del neurone
  • dendriti, arborizzazioni che prendono origine dal corpo cellulare
  • terminazioni pre-sinaptiche, ovvero dei rigonfiamenti localizzati alla fine dell’assone deputati alla trasmissione dei messaggi. È attraverso queste terminazioni che i neuroni trasmettono informazioni circa la propria attività ai dendriti ed ai corpi cellulari di altri neuroni.

I punti di contatto tra i neuroni vengono definiti sinapsi, strutture che consentono sia la comunicazione tra neuroni sia quella tra neuroni ed altre cellule (muscolari, sensoriali, endocrine).

Le cellule gliali, invece, sono molto più numerose delle cellule nervose e circondano il corpo dei neuroni stessi. Assumono molteplici funzioni: sembra fungano da sostegno dando forma e consistenza al tessuto nervoso, danno origine ad una guaina che avvolge la parte assonale dei neuroni permettendo all’impulso che viene trasmesso di andare più veloce, hanno una funzione fagocitaria in seguito a lesione o morte dei neuroni, danno origine alla barriera tra vasi sanguigni ed encefalo (emato-encefalica) e sembrerebbe che possano avere anche una funzione nutritiva.

Da neurone a neurone: gli impulsi nervosi

Tutti i neuroni impiegano gli stessi meccanismi per inviare i propri messaggi. Il carattere del messaggio, che viene inviato da un neurone, non dipende tanto dalla proprietà del messaggio stesso quanto dal tipo di connessioni specifiche che la cellula nervosa stabilisce con altri neuroni.

I messaggi nervosi sono determinati da modificazioni delle proprietà elettriche dei neuroni. Come tutte le cellule dell’organismo, anche ai capi della membrana cellulare si dispongono cariche elettriche (ioni), che permettono alla cellula nervosa di mantenere una differenza di potenziale ai lati della membrana plasmatica. Per membrana plasmatica si intende quel sottile rivestimento che delimita la cellula in tutti gli organismi viventi, la separa dall’ambiente esterno e ne regola gli scambi di elementi e sostanze chimiche.

La differenza di potenziale viene determinata dalla presenza di ioni sodio e di ioni potassio, la cui distribuzione di segnale viene garantita e mantenuta da un meccanismo chiamato pompa sodio-potassio, il quale permette di trasportare sodio all’esterno della membrana e potassio all’interno.

Le cellule nervose come quelle muscolari hanno la caratteristica di essere particolarmente eccitabili in quanto il loro potenziale a riposo di membrana può andare incontro a notevoli variazioni. Nel momento in cui il potenziale si modifica, variando anche di solo 10mV (a riposo il potenziale è di -65mV), si viene a generare un potenziale di azione.

Che cosa è il potenziale d’azione?

Il potenziale d’azione è  una rapida variazioni nel potenziale di membrana che passa dal normale valore negativo verso un valore positivo, e termina con una variazione che ripristina il potenziale negativo. Il potenziale d’azione nelle cellule del sistema nervoso permette la trasmissione di informazioni fra cellule: esso si trasmette simultaneamente a tutte le membrane della cellula e dunque anche alle diramazioni più distanti costituite dagli assoni. Quando il potenziale di azione raggiunge le terminazioni del neurone si determina la liberazione di neurotrasmettitori.

I neurotrasmettitori

Il neurotrasmettitore è una sostanza che veicola le informazioni fra le cellule che compongono il sistema nervoso attraverso la trasmissione sinaptica. La liberazione dei neurotrasmettitori costituisce il segnale di uscita e la quantità di neurotrasmettitore liberato è una funzione graduata del numero e della frequenza dei potenziali d’azione arrivati. Il neurotrasmettitore, una volta liberato, determina a sua volta l’insorgenza di un potenziale sinaptico. Una cascata di potenziali di azione con il rilascio di neurotrasmettitori e di potenziali post-sinaptici sono quindi alla base del funzionamento del nostro sistema nervoso.

Foto: iStockphoto, Sebastian Kaulitzki

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Balbuzie infantile: l’impatto sul legame fraterno

La balbuzie esercita la sua influenza a 360 gradi e, nel caso in cui l’esordio esordio avvenga durante l’infanzia, è la famiglia ad esserne maggiormente interessata. Oltre che sul genitore la balbuzie ha un impatto importante anche su fratelli e sorelle. Che però, non sempre è negativo. Ecco perché.

Un legame privilegiato

Nella vita di un bambino, il legame emotivo che lo lega ad eventuali fratelli o sorelle è secondo di intensità solo rispetto a quello con i genitori. Durante l’infanzia, infatti, i fratelli condividono non solo l’ambiente famigliare e relazionale, ma passano tra di loro la maggior parte del tempo, rispetto a quanto non facciano con i genitori. Questo rapporto stretto, esclusivo e unico può essere fonte di arricchimento e crescita, ma anche disagio e frustrazione, ad esempio qualora emergano delle difficoltà durante lo sviluppo.  La balbuzie infantile ne è un esempio. Infatti, la sua sola presenza in uno dei membri della fratria, al di là di peculiarità e sfaccettature (entità, frequenza, gravità) ha un impatto a molteplici livelli sugli altri fratelli. L’influenza la si ritrova all’interno della relazione tra i fratelli stessi, nella relazione tra fratelli e genitori e anche nella relazione dei fratelli con altre persone estranee alla ristretta cerchia famigliare.

I risultati di alcune ricerche ci dimostrano come le esperienze emotive di un bambino che si trova a dover affrontare la balbuzie di un fratello sono variegate. Esse possono essere collocate lungo un continuum che vede ai due poli opposti reazioni  negative e positive.

Dal fastidio alla forza: le reazioni dei fratelli alla balbuzie infantile

Reazioni negative includono rabbia e frustrazione nel dover sopportare la balbuzie del fratello, ma anche fastidio e gelosia, e talvolta tristezza e noia.

Tra di esse, la sensazione più frequentemente riportata è il fastidio: fastidio per dover attendere che il fratello finisca di parlare, per essere messo in secondo piano rispetto, eccetera. Per esempio, il fratello che non balbetta può sentirsi spinto ad intervenire per aiutare l’altro fratello, parlando al suo posto o difendendolo in caso di scherno. Questi atteggiamenti possono favorire l’insorgere di frustrazione, ma anche un eccessivo aumento di responsabilità. Lungo questo versante negativo vengono riportate altre reazioni rispetto alla balbuzie del fratello quali senso di imbarazzo e senso di colpa, ma anche sensazioni di isolamento e di risentimento.

Le reazioni positive sono invece riconducibili a sensazioni di orgoglio e forza, ma anche maggiore maturità e capacità introspettiva. Alcuni bambini raccontano di come la balbuzie dei fratelli li abbia resi più tolleranti e leali nei confronti degli altri, soprattutto se in difficoltà. Tra le reazioni positive ritroviamo anche la tendenza a sentirsi utile, soprattutto quando ci si può mettere in gioco in prima persona per alleviare la sofferenza altrui.

Dal momento che la balbuzie influenza tutto il nucleo familiare, le reazioni emotive descritte possono interessare non solo i fratelli, ma anche i genitori. Molto spesso, però, sono proprio le reazioni emotive dei fratelli ad essere sottostimate e non adeguatamente riconosciute.

Balbuzie infantile e legame tra fratelli: quando e come intervenire?

Assumere il punto di vista dei fratelli ci permette di conoscere la prospettiva di chi potrebbe rivelarsi un prezioso alleato nel caso in cui la famiglia decida di inserire il figlio che balbetta in un percorso di rieducazione. In questo caso, anche i fratelli possono giocare un ruolo fondamentale per creare un ambiente favorevole: per esempio possono supportare durante il percorso, sollecitare nello svolgimento degli esercizi, ricordare i metodi appresi.

Alcuni studi riportano come un maggior coinvolgimento del fratello che non balbetta aumenta il suo interesse e la sua attenzione, che si traducono in un maggior desiderio di conoscere e di aiutare. Tale coinvolgimento dà al fratello che non balbetta la sensazione di essere allo stesso passo del fratello che affronta balbuzie. Un atteggiamento di questo tipo non può che giovare al rapporto fraterno, evitando che la balbuzie infantile scateni sensazioni negative come invidia, rabbia o fastidio ed esacerbi ulteriormente i normali conflitti tra fratelli.

Foto: Flickr, Racchio

Supera la balbuzie con noi

Metodo clinico dimostrato
Il metodo MRM-S per superare la balbuzie è scientificamente dimostrato da un progetto in collaborazione con l’Università San Raffaele

Esperienza consolidata
Vivavoce ha aiutato oltre 1300 pazienti in tutta Italia a superare la loro balbuzie