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Bullismo: parla la Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza

Secondo l’ Istat oltre il 50% degli adolescenti è vittima di bullismo, ma la comunità scientifica stima che i casi reali siano almeno 25 volte quelli denunciati. Un fenomeno globale, spesso nascosto, che ha effetti negativi sulla salute fisica e mentale sia nel breve, sia nel medio-lungo termine. Gabriella Pozzobon, Presidente della Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza ci aiuta a comprendere la complessità di questo fenomeno.

Bullismo e fobia scolare

La scuola rappresenta uno dei principali contesti dove si sviluppa la personalità del bambino e dell’adolescente, attraverso la sperimentazione di esperienze, confronti e legami.

A volte può trasformarsi in teatro di sofferenza e disagio, fino allo sviluppo di un rifiuto ansioso della scuola, noto come fobia scolare.

Talvolta, soprattutto nei bambini della scuola primaria, il problema può essere attribuito all’ansia di separazione dalle figure parentali. Molto più spesso la paura è però condizionata da esperienze relazionali sgradevoli che hanno minato autostima e sicurezza sociale degli studenti, prime fra tutti gli atti di bullismo.

Bullismo: quali sono i numeri in Italia?

Come rilevato da un rapporto dell’Istat, oltre la metà dei ragazzi tra gli 11 e i 17 anni ha subito almeno un episodio offensivo, non rispettoso o violento da parte di altri ragazzi.

Il bullismo è un’epidemia globale, la cui reale dimensione in larghissima misura sommersa, causa la scelta prevalente di non denunciare per vergogna o paura di ritorsioni.

La comunità scientifica stima che i casi reali siano almeno 25 volte quelli segnalati. Come rivela una una recente meta-analisi che ha preso in considerazione 80 studi, l’età dei bulli si sta abbassando e molti sono i casi già nei primi anni delle elementari.

Nel 6% dei casi la derisione è causata dall’aspetto fisico e/o dal modo di parlare. In particolare, i bambini con disturbi specifici del linguaggio o balbuzie, sono tre volte più a rischio di bullismo.

Il diffondersi del cyberbullismo o bullismo online permette di superare le barriere spazio-temporali, raggiungere un più vasto pubblico e quindi ampliare i confini del disagio.

Ad oggi, si stima interessi il 10-15% dei ragazzi di 11-19 anni.

Quando si parla di bullismo?

Il bullismo è modalità di interazione disfunzionale, antisociale, insidiosa e pervasiva, caratterizzata da intenzionalità, persistenza nel tempo e asimmetria.

Chi compie l’azione è in una posizione preminente, per età, forza fisica, genere o potere psicologico. A questo si aggiunge spesso il supporto di amici e alla popolarità di cui gode nel gruppo di coetanei.

Chi subisce, è in una posizione di inferiorità che gli fa percepire impotenza a difendersi, lo fa sentire isolato, impaurito.

Quali sono le conseguenze del bullismo?

Come risulta dal più esteso studio longitudinale sul bullismo ad oggi disponibile, condotto da un gruppo finlandese su circa 5.000 bambini di 8 anni di età seguiti fino a un’età compresa tra i 16 e i 29 anni di età, le vittime dei bulli nell’immediato sperimentano sensazioni di:

  • alienazione
  • inadeguatezza
  • insicurezza personale e relazionale
  • perdita di dignità e autostima
  • calo di concentrazione e rendimento scolastico fino all’abbandono degli studi
  • difficoltà relazionali in casa e fuori.

Nel medio-lungo termine possono sviluppare disturbi dell’umore e del comportamento, disturbo d’ansia generalizzato, disturbo da attacchi di panico, agorafobia, abuso di fumo, alcol e droghe, psicosi e depressione, comportamenti autolesivi fino al suicidio o tentato suicidio.

Sul versante fisico possono insorgere nell’immediato sintomi psico-somatici, come cefalea, dolori addominali ricorrenti, turbe dell’alvo.

Vi sarebbe poi maggior rischio di sviluppare, in età adulta, malattie cardiache e diabete.

Cosa si fa in Italia per contrastare il bullismo?

Contro questa piaga sociale e sanitaria, la scuola e le istituzioni stanno mettendo in atto progetti e azioni di prevenzione.

Tra questi:

  • incontri all’interno degli istituti scolastici, anche nel solco della legge 71/2017, che prevede la nomina di un docente referente per il bullismo.
  • Progetti dedicati, come quello realizzato da Regione Lombardia in partnership con ATS e ASST, Keep Calm and Stop Cyberbullismo. Esso, attraverso il racconto nella forma del fumetto creato dagli stessi studenti, vuole mostrare gli effetti del bullismo in chi ne è vittima.

Anche le numerose campagne di sensibilizzazione realizzate da associazioni, cooperative e altri enti impegnati sul fronte sociale sono incisive.

«È noto – commenta la dottoressa Gabrielle Pozzobon, presidente della Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza – che il messaggio audiovisivo garantisce le condizioni per una memorizzazione più rapida ed efficace. Gli studi sulla percezione umana ci informano che l’83% delle sensazioni arrivano al cervello attraverso la vista. I video rappresentano quindi uno strumento di comunicazione valido che sa parlare al cuore della gente. Tra le tante, anche il video della campagna #Liberalavoce, promossa da Vivavoce Institute e Pepita Onlus per contrastare in particolare il bullismo causato dalla balbuzie, dai disturbi del linguaggio e dalle difficoltà nella comunicazione, rappresenta uno strumento di comunicazione valido che sa parlare al cuore della gente».

L’approccio integrato secondo la SIMA

La Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza sottolinea l’importanza di un intervento integrato che sia rivolto a contrastare efficacemente il bullismo.

Nell’ottica di contrastare le discriminazioni e tutelare l’integrità psico-fisica di bambini e ragazzi il potenziamento delle risorse della vittima rientra tra gli obiettivi di un intervento mirato a non tralasciare nessun aspetto della complessa dinamica alla base del bullismo.

Il bullismo è un supplizio che si consuma nel tempo, una persecuzione crudele, sottile e demolitiva.

Essere vittima di bullismo costituisce, al pari dell’abuso fisico o sessuale, uno stress sia acuto che cronico per il bambino o adolescente.

Questo stress può avere implicazioni negative sulla salute fisica e mentale, con rischio di sviluppare diversi disturbi.

Le esperienze traumatiche nell’infanzia e nell’adolescenza attivano i sistemi ormonali e neurochimici dello stress con possibili danni strutturali e funzionali al cervello e agli altri organi, interferenze con la risposta del sistema immunitario, aumento del rischio di patologie sia fisiche che mentali.

Di fronte a tali dati, nessuno può pensare che non sia urgente intervenire a favore dei ragazzi vittime dei bulli.

 

A cura di

Carlo Alfaro, consigliere SIMA, Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza, Ospedale Riunti Stabiesi, Napoli

Gabriella Pozzobon, Presidente SIMA Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza, Ospedale San Raffaele Università Vita-Salute Milano

 

Fonti

School Refusal Behavior. Lingenfelter N, Hartung S. NASN Sch Nurse. 2015 Sep;30(5):269-73.

Istat, Il bullismo in Italia: comportamenti offensivi e violenti tra i giovanissimi, Anno 2014

Bullying prevalence across contexts: a meta-analysis measuring cyber and traditional bullying. Modecki KL et al. J Adolesc Health. 2014 Nov;55(5):602-11.

Association of Bullying Behavior at 8 Years of Age and Use of Specialized Services for Psychiatric Disorders by 29 Years of Age. Sourander A et al. JAMA Psychiatry. 2016 Apr;73(4):378-87.

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Cosa significa soffrire di Disturbo d’Ansia Sociale?

Il termine Disturbo d’Ansia Sociale (o Fobia Sociale) indica, secondo il DSM V, un quadro di

Paura o ansia marcate relative a situazioni in cui l’individuo è esposto al possibile esame degli altri.

 Che cos’è l’Ansia Sociale?

Chi soffre di questo disturbo teme profondamente le situazioni sociali, in particolare quando queste prevedono un potenziale giudizio.

La persona che soffre di ansia sociale è in grado di stabilire rapporti appropriati entro la cerchia delle persone familiari, ma prova un estremo disagio quando questa cerchia si allarga.

La paura dell’individuo è quella di agire, o di mostrare segni di ansia, in modo umiliante o imbarazzante. E quindi di arrossire, sudare, tremare, incespicare nel parlare, mostrarsi goffi, deboli e incapaci.

Alla base della fobia sociale c’è la preoccupazione spropositata che il proprio vissuto ansioso interno possa essere notato e giudicato, provocando imbarazzo.

La manifestazione pubblica della propria ansia si concretizza nell’incapacità del singolo di allinearsi alle richieste sociali. Questo si traduce in vergogna.

Ogni situazione temuta provoca un’ansia ingestibile, sopportata con grande fatica e disagio, oppure evitata del tutto. Vissuti inevitabili, anche se la persona si rende conto della sproporzione delle sue paure.

Imbarazzarsi facilmente nelle situazioni pubbliche, significa soffrire di Ansia Sociale?

Assolutamente no!

Quando ci dobbiamo esporre ad una situazione pubblica o al giudizio altrui, a molti capita di sentirsi un po’ più goffi o inadeguati. Sono manifestazioni emotive frequenti e normali, che possono riflettere temperamenti personali o reazioni a condizioni specifiche.

Come sempre, alla base della definizione di Disturbo, il fattore intensità è molto importante.

I sintomi della Fobia Sociale sono tali da compromettere in modo significativo la vita sociale o lavorativa dell’individuo.

Quali contesti provocano il Disturbo d’Ansia Sociale?

I contesti che innescano Disturbo d’Ansia Sociale possono essere di prestazione oppure d’interazione. Entrambe sono condizioni di esposizione a giudizio sociale.

Per la persona può risultare critico parlare di fronte ad un pubblico, ma anche utilizzare un mezzo pubblico, scrivere o firmare un documento sotto lo sguardo altrui, andare ad una festa o al cinema, o, semplicemente, attendere in fila il proprio turno per fare qualcosa.

Quando le paure arrivano a includere gran parte delle interazioni sociali si parla di Fobia Sociale Generalizzata.

Tutte queste , potenzialmente fonte di ansia vengono spesso fuggite (meccanismo dell’evitamento).

Cause e diagnosi della Fobia Sociale

Non sempre è facile stabilire l’incidenza specifica del Disturbo d’Ansia Sociale. Questo, infatti, si presenta spesso in concomitanza con altri disturbi, e raramente viene diagnosticato da solo.

Spesso, erroneamente, viene sovrapposto a schemi interpersonali di timidezza e evitamento.

Il Disturbo d’Ansia Sociale, così come gli altri disturbi d’ansia a matrice fobica, sembra essere dovuto a diversi fattori, sia di predisposizione genetica sia ambientali.

Cosa significa?

Dove è presente una predisposizione, alcune esperienze di vita specifiche (in genere vissute durante il periodo infantile) possono contribuire a innescare il Disturbo d’Ansia Sociale.

Queste esperienze negative attivanti hanno spesso a che fare con il giudizio altrui, vissuto in modo critico e distruttivo.

Esiste una cura?

Anche il Disturbo d’Ansia Sociale può essere affrontato e superato.

Chi soffre di Disturbo d’Ansia Sociale spesso fatica a chiedere una valutazione o una consulenza. Rivolgersi ad uno psicologo e assumere il ruolo di paziente è, a sua volta, una situazione relazionale. Assumere il ruolo di paziente significa spesso essere al centro dell’attenzione di qualcuno, circostanza che provoca disagio e che l’individuo fa di tutto per evitare.

Sottoporsi ad un percorso di cura è però fondamentale perché aiuta a liberarsi progressivamente dei limiti che il disturbo impone. La terapia del Disturbo di Ansia sociale può riguardare una proposta di tipo psicoterapico o farmacologico.

In genere, la somministrazione di farmaci ha un effetto ad hoc sui sintomi, che può produrre un beneficio immediato su una situazione ansiogena specifica, oppure un generale abbassamento del livello di ansia.

Il farmaco, per quanto efficace, ha però un effetto limitato nel tempo: scompare quando il rilascio farmacologico si esaurisce.

Occorre allora integrare la somministrazione di farmaci con un percorso psicoterapico, i cui effetti si mantengano nel tempo.

Come per le altre forme fobiche, le psicoterapie di matrice cognitivo-comportamentali risultano efficaci nel trattamento del Disturbo d’Ansia Sociale. Esse lavorano sui meccanismi cognitivi disfunzionali che il paziente mette in atto nelle situazioni temute, e sul loro smantellamento graduale.

A questa prima fase fa seguito l’esposizione progressiva alle condizioni che provocano ansia, a cui spesso si associa il rafforzamento delle capacità di rilassamento della persona, attraverso l’insegnamento di strategie di rilassamento specifiche.

Fonti

Pettirossi, Psichiatria, 2008, Centro Scientifico Editore, Torino.

O. Gabbard, Psichiatria Psicodinamica, 2007, Raffaello Cortina Editore, Milano.

http://www.terzocentro.it/disturbi-ansia/fobia-sociale/

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Stanislavskij: la centralità della voce

Tutto ciò che è vivo respira. Anche l’uomo respira, è la prima cosa che fa quando arriva al mondo. Ma annuncia la sua presenza, non con il respiro, ma con un grido. Che cos’è il grido? È un forte respiro con il suono.

Così scrive, parlando della voce, il grande attore, regista e pedagogo russo Konstantin Sergeevič Stanislavskij (1863 – 1938) ne Il lavoro dell’attore su se stesso.

La considerazione di  Stanislavskij, seppur ovvia, ci pone dinnanzi ad un’evidenza. È un suono ad annunciare il nostro ingresso al mondo. Nonostante questo suono sia simile a tanti altri, esso è unico.

Come non esistono due individui identici, così non esistono due voci identiche.

Nella voce si nascondono i tratti del carattere, della personalità e del modo di vivere di ciascun individuo.

Non è un caso che in molte lingue, la parola voce venga utilizzata anche per esprimere altri concetti. Non ha voce in capitolo, Fai sentire la tua voce! In russo, ad esempio, la parola  voce e voto politico coincidono.

La voce è qualcosa di profondo, legato al cuore e alla ragione.

Il Metodo Stanislavskij e la credibilità scenica

Per riprodurre anche sulla scena una voce credibile, Stanislavskij proponeva ai suoi attori un lavoro continuo. Lui stesso, per tutta la vita, non smise di perfezionare voce e dizione, anche quando lasciò la scena.

Ciò che  Stanislavskij propone è qualcosa di straordinario, perché prende la distanza dal modo di recitare classico.

Gli attori erano infatti abituati a recitare in modo accademico e astratto. Dovevano imparare a memoria non solo le battute, ma anche le intonazioni con cui esse dovevano essere pronunciate.

Stanislavskij desidera invece rendere il teatro realistico e naturale.

Come rendere unica la voce: esercizi di dizione e studio sul carattere

Stanislavskij propone per la prima volta di rendere unici i personaggi interpretati, così come sono uniche le persone che incontriamo nella vita.

Egli propone ai suoi attori di sviluppare l’apparato vocale, con esercizi di dizione e di respirazione. Solo così, gli attori possono utilizzare la voce con diverse sfumature, intonazioni , trasmettendo i tratti unici e distintivi delle emozioni e dei sentimenti del personaggio interpretato.

Agli attori viene anche proposto uno studio sulle abitudini del personaggio, per capire quali siano i motivi che spingono a fare una scelta anziché un’altra.

Non a caso, Stanislavskij dice di non giudicare il proprio personaggio, ma di capirlo e amarlo.

In scena compaiono allora dei personaggi che non sono più o bianchi o neri, ma ricchi di sfumature, come nella realtà. L’attore crea così la vera e propria spina dorsale del personaggio.

La voce come espressione dell’individuo

Nel metodo Stanislavskij la voce occupa un posto di riguardo, non solo come mezzo espressivo fine a se stesso, ma come mezzo di espressione dell’unicità di ogni individuo, che entra nel mondo con un suono unico.

Solo attraverso gli esercizi e lo studio sul carattere, l’attore può finalmente dare sfumature vocali e sfumature di intonazione uniche al personaggio interpretato.

L’influenza del metodo Stanislavskij è viva ancora oggi in tutto il mondo e resta la base delle principali scuole e tecniche di recitazione contemporanee.

Fonti 

Stanislavskij, K.,S. G., Guerrieri (a cura di), E. Povoledo (Traduttore), Il lavoro dell’attore su se stesso, Editori Laterza (2008).

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Disgrafia: significato e campanelli d’allarme

La disgrafia è un disturbo specifico di apprendimento della scrittura che riguarda la competenza grafo-motoria.

La scrittura coinvolge infatti una serie di capacità motorie sequedrinziali e processi di elaborazione del linguaggio. Nei bambini disgrafici queste abilità non sono però completamente integrate.

Le maggiori difficoltà in caso di disgrafia riguardano le abilità  motorie e visuo-spaziali e l’elaborazione linguistica.

Disgrafia: quanto si effettua la valutazione?

Come gli altri  DSA, la  disgrafia  si  presenta  in  bambini o ragazzi con  quoziente  intellettivo  nella  norma,  in  assenza  di patologie  neurologiche  e/o  deficit  sensoriali  e  può  influenzare  sia  l’apprendimento  scolastico  sia  le  attività  di  vita quotidiane con eventuali conseguenze negative a livello emotivo e comportamentale.

La valutazione della competenza grafica viene eseguita dopo la fase di apprendimento che di norma è a fine della seconda elementare.

Talvolta però, alcune difficoltà grafiche emergono già nel disegno in età prescolare.

Disgrafia: quali sono i campanelli d’allarme?

I testi scritti da un bambino disgrafico risultano poco leggibili, anche per il bambino stesso. Le parole appaiono spesso disallineate rispetto alla righe e le singole lettere hanno grandezze diverse.

La disgrafia comporta inoltre una significativa lentezza  nello scrivere.  Come conseguenza, la scrittura prolungata nel tempo per un bambino disgrafico può risultare molto faticosa.

I campanelli di allarme cui prestare attenzione sono:

  • eccessiva pressione sul foglio
  • alterata distribuzione spaziale nel rigo o nella pagina
  • parole e righe fluttuanti
  • eccessiva lentezza di scrittura
  • scatti, interruzioni nel tratto, variabilità della distanza delle parole
  • variabilità dei grafemi, ricalco o sovrapposizioni parziali delle lettere.

Attenzione, però. Una scrittura lenta o sciatta non significa necessariamente che il bambino sia disgrafico.

Per capire se si è di fronte a una pessima grafia, un deficit intellettivo o un disturbo dell’apprendimento è infatti necessaria una valutazione psicodiagnostica specialistica.

Disgrafia e disortografia: qual è la differenza?

Sebbene la disgrafia venga spesso confusa o assimilata alla disortografia, sono disturbi differenti. Nonostante entrambi siano disturbi dell’apprendimento della scrittura, il primo è un deficit di  natura  motoria (coinvolge i  processi  di  realizzazione  grafica); il secondo,al  contrario,    è  un  deficit  nei  progressi  di  cifratura (cioè coinvolge la  componente  linguistica).  (Fonte: Consensus  Conference,  2007).

La disgrafia può essere in comorbilità con.

  • altri DSA (dislessia, disortografia, discalculia);
  • disturbi del linguaggio
  • difficoltà attentive e ADHD
  • difficoltà nella memoria visiva ed uditiva
  • difficoltà di organizzazione visuo-spaziale
  • difficoltà nella coordinazione motoria (disprassie)
  • difficoltà emotive, disturbi del comportamento o dell’umore.

Quanti sono i disgrafici in Italia?

In Italia manca attualmente una statistica certa sull’incidenza di tale disturbo, tuttavia la crescente richiesta di valutazione da parte della scuola e delle famiglie lascia pensare che tale fenomeno sia più diffuso di quanto si possa pensare.

Una ricerca condotta su un campione di 2200 bambini di quinta elementare, età in cui l’alunno dovrebbe aver consolidato un buon sviluppo grafo-motorio evidenzia che il 20,7 % del campione ha difficoltà esecutive nell’atto grafico e il 5% di questo presenta una forma grave. (Fonte: Associazione GraficaMente, Atti del convegno nazionale sulla disgrafia 2008)

Risulta significativo che solo il 0,7% del campione ha diagnosticata tale difficoltà.

Questi dati suggeriscono che la disgrafia è un fenomeno poco riconosciuto e al quale si pone poca attenzione.

 


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Fonti

Associazioni Italiane Disgrafie, http://www.associazioneitalianadisgrafie.it

Convegno Disgrafia, http://www.convegnodisgrafia.it/public/genpags/bigs/DisgrafiaRuggerini.pdf

Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Linee Guida per il Dirtitto Allo Studio degli Alunni e Degli Studenti con Disturbi Specifici dell’Apprendimeto.

Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, LEGGE 8 ottobre 2010, n. 170 Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico.

Educazione & Scuola, http://www.edscuola.it/archivio/handicap/legge_dsa.html

Spazio Acca Onlus, http://www.spazioacca.org/russo_disgrafia_disortografia.pdf

Studio ODIPA, https://www.odipa.it

State of Mind, http://www.stateofmind.it

Stella Giacomo & Grandi Luca, Come leggere la dislessia e i DSA, Giunti EDU, 2016.

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Marilyn Monroe era davvero balbuziente?

Marilyn Monroe è solo una delle tante celebrità che ha parlato, più volte, della la sua balbuzie.

Marilyn, la diva che ha fatto sognare intere generazioni, era davvero balbuziente?

L’infanzia della protagonista di capolavori tra cui A qualcuno piace caldo e Gli uomini preferiscono le bionde è segnata dall’abbandono di entrambi i genitori. Questo fatto la costringerà a trascorrere molto tempo presso diverse case-famiglia.

In giovane età, Norma Jean, questo il vero nome di Marilyn Monroe, comincia a lavorare nell’industria bellica. E proprio presso la fabbrica dove lavora viene scoperta da un fotografo. I suoi primi scatti sono destinati alle riviste distribuite ai militari impegnati al fronte durante la seconda guerra mondiale.

A quelle prime fotografie ne seguono delle altre e l’immagine di Marilyn Monroe comincia ad essere conosciuta negli Stati Uniti e in Europa.

La sua ascesa è resa possibile grazie all’aiuto di Emmeline Snively, direttrice della più importante agenzia pubblicitaria di Hollywood.

La Snively le schiarisce i capelli, le da lezioni di portamento, ma soprattutto le insegna a parlare. È infatti in questi primi anni ad Hollywood che la Monroe sviluppa il caratteristico breathy style, lo stile sospirato che l’attrice utilizzerà nel corso della sua brillante carriera.

Alcuni sostengono che questo modo di parlare fosse in realtà una strategia che Marilyn utilizzava per non balbettare.

Parlare piano, sospirando tra le parole, appare una tecnica studiata per nascondere quella fatica, che avrebbe potuto mettere a repentaglio la sua carriera di attrice.

In realtà, quei suoi sospiri sono semplicemente un modo per modificare la sua voce e renderla più sensuale. Marilyn è infatti una giovane ragazza di provincia che non ha evidentemente la dizione perfetta necessaria per sfondare ad Hollywood.

Durante alcune interviste, Marilyn Monroe ha dichiarato di aver avuto problemi di balbuzie negli anni trascorsi in orfanotrofio. Ha raccontato alcuni episodi durante i quali le sue difficoltà nel parlare sono state motivo di imbarazzo.

Probabilmente la sua indimenticabile voce, lieve e sospirata, era semplicemente un modo per essere riconoscibile ed unica.

Ma pensare quei sospiri come un tentativo per arginare la propria difficoltà la fa apparire più vicina. E forse per molti, il suo enorme successo può essere la prova che questa fatica non può impedire di realizzare i propri sogni.

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Il linguaggio: significato, usi e ambiguità di una abilità complessa

Il linguaggio è una funzione cognitiva innata dell’essere umano. Esso permette all’essere umano di sviluppare un sistema di comunicazione, cioè di utilizzare un codice (ad esempio la lingua) per esprimere, comprendere e rappresentare il pensiero.

Le funzioni cognitive sono quelle capacità caratteristiche della mente umana con cui l’individuo rielabora le informazioni sensoriali provenienti dall’esterno, per formulare pensieri complessi con cui agire sul mondo per raggiungere scopi.

Anche attenzione, memoria, apprendimento, ragionamento, problem solving, processo decisionale sono tutte funzioni cognitive.

Usi e ambiguità del termine 

Il termine linguaggio oggi è utilizzato in un crescente numero di contesti. Spesso, però, il suo significato è esteso per analogia, ma molto lontani da quello tecnico-scientifico.

In alcune occasioni è usato per indicare la presenza di un codice, ossia un insieme di segni dotati di significato governato da regole. Da qui nascono espressioni come linguaggio dei fiori o dei gesti.

Talvolta esso viene usato in senso più ampio per indicare un sistema di comunicazione, anche nel mondo animale (ad esempio il linguaggio delle api).

In altri contesti ancora è usato con il significato di articolazione, cioè la capacità di produrre i suoni oralmente.

A causa della presenza di queste numerose definizioni, il termine ha finito per portare con sé una certa ambiguità.

Lingua e linguaggio: qual è la differenza?

Il concetto di linguaggio viene poi spesso confuso con quello di lingua.

Tuttavia, la lingua è una delle possibili realizzazioni concrete con cui si manifesta la facoltà del linguaggio all’interno di una comunità.  Si parla infatti di linguaggio al singolare, mentre si può parlare di lingua anche al plurale.

Le lingue del mondo, molte e diverse, sono più precisamente definite lingue storico-naturali. Storiche perché si sono evolute nel corso della storia della civiltà umana, riflettendo mentalità e culture diverse. Naturali in contrapposizione ai linguaggi artificiali.

Quali sono le caratteristiche del linguaggio umano?

Le ricerche e i dibattiti teorici tra linguisti, già a partire dal ‘900, hanno identificato le due caratteristiche che rendono il linguaggio umano diverso da qualsiasi altro sistema di comunicazione.

  1. Produttività. E’ la possibilità di produrre un numero potenzialmente infinito di messaggi, partendo da un numero limitato di unità di base (fonemi e parole) e di regole di combinazione.
  2. Arbitrarietà. Il significato delle parole non può essere ricavato dalla loro forma, ma deve essere appreso e trasmesso culturalmente. Non esiste infatti alcun motivo esterno alla lingua (oggettivo, naturale, logico o psicologico) che colleghi una parola al suo significato. La conseguenza più evidente è che uno stesso concetto è reso con parole diverse in lingue diverse.

Il linguaggio, nel suo significato originario di funzione cognitiva innata nell’uomo è dunque complesso. E soprattutto unico, perché possiede caratteristiche specifiche che lo differenziano da altri sistemi di comunicazione non umani, animali o artificiali.

Fonti

Camaioni L., Psicologia dello sviluppo del linguaggio, Bologna, Il Mulino (2001).

Lena L., Pinton A., Trombetti B., Valutare linguaggio e comunicazione, Manuale per logopedisti e psicologi. Roma, Carocci (2004).

Schindler A., Ginocchio D., Cap.14 Elementi di Fonetica e Linguistica, Da Ambrosetti U., Di Berardino F., Del Bo L., Audiologia protesica. Torino, Minerva Medica (2014).

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La prima voce d’Italia

La prima voce d’Italia fu udita alle 21 del 6 ottobre 1924.

Una giovane violinista di nome Ines Viviani Donarelli annunciava l’inizio delle trasmissioni della neonata Unione Radiofonica Italiana.

La sua fu la prima voce femminile ed essere sentita contemporaneamente da tutti gli italiani, o almeno da quelli che erano accanto ad una radio.

La prima voce maschile fu invece quella di Benito Mussolini che esattamente 24 ore prima annunciava agli italiani la nascita delle trasmissioni radiofoniche.

Il messaggio della prima voce d’Italia

Il messaggio diffuso tramite l’invenzione del premio Nobel Guglielmo Marconi recitava:

Uri, Unione Radiofonica Italiana. 1-RO: stazione di Roma. Lunghezza d’onda metri 425. A tutti coloro che sono in ascolto il nostro saluto e il nostro buonasera. Sono le ore 21 del 6 ottobre 1924. Trasmettiamo il concerto di inaugurazione della prima stazione radiofonica italiana, per il servizio delle radio audizioni circolari, il quartetto composto da Ines Viviani Donarelli, che vi sta parlando, Alberto Magalotti, Amedeo Fortunati e Alessandro Cicognani, eseguirà Haydn dal quartetto opera 7 primo e secondo tempo.

L’attribuzione alla Viviani Donarelli di questo importante primato nella storia della comunicazione in Italia fu in realtà tardiva.

L’annuncio fu infatti modificato con la rimozione della frase che vi sta parlando. Così, per oltre settant’anni si pensò che la prima voce d’Italia appartenesse a Maria Luisa Boncompagni, considerata da molti la prima signorina buonasera.

Quando nel 1997 vennero inaugurati gli archivi della Rai, le ricerche portarono alla luce il nastro originale del 1924. Si scoprì allora che ne esistevano ben due versioni. Uno registrato dalla Boncompagni, più breve e senza riferimenti ai nomi dei musicisti, l’altro, completo, attribuibile alla violinista.

La prima voce d’Italia è quindi quella di Ines Viviani Donarelli.

Suo, per caso, fu il compito di annunciare a tutti gli Italiani il concerto che inaugurava la storia delle radio comunicazioni Italiane.

Supera la balbuzie con noi

Metodo clinico dimostrato
Il metodo MRM-S per superare la balbuzie è scientificamente dimostrato da un progetto in collaborazione con l’Università San Raffaele

Esperienza consolidata
Vivavoce ha aiutato oltre 1300 pazienti in tutta Italia a superare la loro balbuzie