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Stile genitoriale e balbuzie: nessuna causalità secondo la ricerca

Quanto incidono i comportamenti e gli atteggiamenti dei genitori sulla balbuzie dei figli? Essere molto autoritari o, al contrario, troppo permissivi, può influenzare la comparsa di questa fatica? Ecco come risponde la ricerca.

Stile genitoriale e balbuzie: la ricerca

Uno studio realizzato dall’Università Islamica di Roudehen, in Iran, pubblicato sull’International Journal of Psychological and Behavioral Sciences nel 2015 ha dimostrato che non esistono differenze significative tra i metodi educativi dei genitori di bambini che balbettano e quelli degli bambini che non balbettano.

La ricerca si è svolta confrontando gli stili genitoriali dei genitori di 108 bambini suddivisi in due gruppi. Uno formato da bambini che balbettano e l’altro da bambini che non balbettano. Tutti i bambini avevano un’età compresa tra i 5 e gli 8 anni.

Cos’è lo stile genitoriale e come può influenzare i figli?

Per stile genitoriale si intende

la modalità educativa e di accudimento con cui i genitori svolgono le funzioni genitoriali e si relazionano ai propri figli.

Il questionario sullo stile genitoriale utilizzato dalla ricerca e in generale in psicologia, è quello elaborato nel 1973 dalla ricercatrice Diana Baumrind, Psicologa dello Sviluppo statunitense.

La Baumrind individua tre stili genitoriali.

  1. Stile autoritario. Si esplica con regole rigide e inflessibili e bassa tolleranza
  2. Stile autorevole. È una combinazione tra severità, protezione ed entusiasmo, esercitati con disciplina, ma anche ascolto e tolleranza.
  3. Stile permissivo. È un metodo caratterizzato dall’assenza di regole e controllo

Come è facile intuire e già indagato dalla ricerca, lo stile educativo può avere conseguenze positive e/o negative sui figli, sia in termini psicologici, sia emotivi e sociali.

Ad esempio, è ormai chiaro che lo stile genitoriale influenza il livello di ansia nei bambini.

Un certo stile genitoriale può causare la balbuzie?

Esaminando i questionari somministrati ai partecipanti, non sono risultate differenze tra lo stile genitoriale dei bambini che balbettano e quello dei bambini che non balbettano.

In altre parole, i bambini che balbettano non possono essere distinti dagli altri in base all’educazione ricevuta.

Non vi sono cioè evidenze scientifiche che i comportamenti dei genitori siano all’origine della balbuzie.

Questa ricerca, avvalora ancora di più la non causalità tra stile genitoriale e balbuzie. Così come già è stata dimostrata l’assenza da legame sul modo di parlare ai propri figli e l’insorgenza della balbuzie.

Se regole, rimproveri o problemi  dello stile genitoriale fossero davvero la causa di balbuzie, tutti bambini che li fronteggiano dovrebbero balbettare.

Ma non è così.

Fonte

Farokhzad P., The Comparison of Parental Childrearing Styles and Anxiety in Children with Stuttering and Normal Population, International Journal of Psychological and Behavioral Sciences, 9, No:5, 2015, pp. 1465-469.

I numeri della balbuzie

Determinare i numeri della balbuzie è tutt’altro che semplice. Tuttavia, soprattutto negli ultimi decenni, l’epidemiologia, cioè la disciplina che studia la distribuzione, frequenza e i determinanti di salute e malattia nella popolazione, ha fatto molti progressi nello studio di questo fenomeno. Grazie ai risultati, siamo oggi in grado di rispondere ad alcune della domande più frequenti. Quante persone soffrono di balbuzie nel mondo? A che età si inizia a balbettare? La balbuzie colpisce più gli uomini o le donne?

Quanto conta la balbuzie?

Nel 2013 Yiari & Ambrose, due ricercatori dell’Università dell’Illinois, hanno messo a confronto gli studi classici con i più recenti studi epidemiologici sulla balbuzie.

L’obiettivo dello studio era verificare lo stato dell’arte e mettere in evidenza i punti che ancora richiedono ulteriori approfondimenti. Sintetizzare i risultati di questa meta-analisi è piuttosto complesso, ma ci abbiamo provato lo stesso nell’infografica di seguito.

Leggiamo insieme i numeri della balbuzie e proviamo a comprenderli.

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Prevalenza della balbuzie

Il concetto di prevalenza indica quante persone sono affette da un determinato disturbo in un determinato momento.

Come si calcola? Si prende un campione di popolazione e si contano quanti sono quelli che balbettano.

Facile, no? Per niente.

Innanzitutto bisognerebbe avere chiaro che cosa significa persona che balbetta. La balbuzie presenta infatti una alta variabilità, sia interindividuale che intraindividuale. Le manifestazioni della balbuzie, infatti, cambiano da persona a persona; ma anche nello stesso soggetto, possono variare lungo l’arco della vita in termini di frequenza, durata, tipologia e severità.

Identificare chi balbetta, quindi, non è immediato come potrebbe sembrare.

In secondo luogo: chi è l’arbitro della diagnosi? È sufficiente una autodiagnosi o è necessario un parere clinico o, magari, una registrazione della persona mentre parla, per decidere se censirla effettivamente come balbuziente?

Inoltre, in base al campione che si sceglie potremmo avere stime di prevalenza anche molto differenti tra loro. Per esempio, se il campione non comprende bambini in età prescolare, la prevalenza sarà più bassa, per il fenomeno della remissione (ovvero la scomparsa della balbuzie dopo una fase di balbettii transitori).

Generalmente, gli studi sulla prevalenza si indirizzano per fasce di età, attraverso questionari (compilati dai genitori o dagli insegnanti nel caso di età infantile) o interviste.

In base ai dati al momento disponibili si ipotizza una prevalenza della balbuzie su tutto l’arco della vita di circa l’1 % . Ma nel campione di popolazione sotto i 6 anni si concentrano prevalenze maggiori, intorno al 5%.

Incidenza della balbuzie

Il concetto di incidenza indica una stima di quanti individui nell’arco della loro vita hanno presentato il disturbo.

Come si calcola l’incidenza della balbuzie?

Sappiamo che la balbuzie si sviluppa nella prima infanzia con tassi di remissione vicini al 90%. Il modo più semplice per calcolare quante persone ne hanno sofferto nell’arco della loro vita (anche se ora non balbettano più) è un’indagine retrospettiva, di tipo indiretto. Ovvero per sapere se un bambino a due anni ha balbettato bisogna rivolgersi ai genitori, i quali potrebbero aver dimenticato o identificato come balbuzie un altro tipo di disturbo.

Il metodo più affidabile, ma poco pratico e costoso, invece dovrebbe essere quello di uno studio prospettico longitudinale. Esso permette di monitorare per lunghi periodi di tempo campioni di popolazione molto ampi. Anche qui però emergono gli stessi problemi del calcolo della prevalenza. Se il campione non include bambini fin dai primi mesi, si perderanno molti casi di balbuzie precoce e con remissione precoce.

Per tutti questi motivo gli studi più antichi riportavano dati di incidenza intorno al 4,5-5% su tutto l’arco della vita (Andrews & Harris, 1964), mentre gli studi più recenti hanno ipotizzato un’incidenza anche superiore all’8% (Dworzynsky et al. 2007; Reilly et al., 2009).

Due temi critici sono quindi quello dell’esordio e della remissione della balbuzie

A che età si inizia a balbettare?

Un dato su cui c’è sufficiente concordanza è l’età di esordio della balbuzie, che si colloca generalmente tra i 2 e i 6 anni.

L’intervallo tra i 2 e i 4 anni è quella in cui il dato di incidenza (nuovi casi) e quello di prevalenza (numero di casi al momento della rilevazione) si avvicinano di più. Entrambi si aggirano intorno al 5%, perché i nuovi casi e le remissioni si bilanciano.

33 mesi è l’età in cui mediamente la balbuzie fa la sua comparsa, almeno in base a quanto riportano gli studi più recenti.

Veniamo, quindi ai dati sulla persistenza/remissione della balbuzie sulla popolazione nell’arco della vita.

L’ampia differenza tra incidenza e prevalenza nella popolazione totale è legata al fenomeno della remissione naturale della balbuzie.

Tra i nuovi casi rilevati, quanti sono quelli in cui la balbuzie prosegue come fenomeno persistente e quanti invece quelli in cui scompare?

Basandosi sulle rilevazione di incidenza e prevalenza è possibile fare delle inferenze statistiche indirette, calcolando la persistenza della balbuzie. Secondo le stime dello studio di Yairi e Ambrose, con prevalenza all’1%, l’indice di persistenza è dell’11,7% e la remissione dell’88%.

Per avere un calcolo diretto di questi dati, si possono utilizzare anche studi retrospettivi o studi longitudinali.

In entrambi i casi, esistono diversi limiti di rilevazione rispetto alla balbuzie e i dati sono spesso discordanti. Un aspetto ulteriore di difficoltà in questo caso è come di distinguere tra remissione spontanea e remissione in seguito a trattamenti riabilitativi. Rispetto a questi, il metodo indiretto ha il vantaggio di basarsi su grandi numeri (raccolti da studi differenti), riducendo l’impatto di eventuali variabili.

Esistono differenze tra maschi e femmine?

L’ultimo dato riguardo ai numeri della balbuzie, riguarda il sesso.

La balbuzie colpisce di più i maschi o le femmine?

Non ci sono significative differenze per l’età di esordio, ma è possibile affermare che la balbuzie colpisce di più i maschi e che le bambine vanno incontro più frequentemente alla remissione spontanea.

I dati epidemiologici riportano infatti una variazione del rapporto tra maschi e femmine che balbettano in base all’età. 4 a 1 nella popolazione adulta contro i 2 a 1 dell’età prescolare.

Fonti

Dworzynsky et al. (2007) Genetic Etiology in Cases of Recovered and Persistent Stuttering in an Unselected, Longitudinal Sample of Young Twins,  American Journal of Speech-Language Pathology, 16, pp.169-178

Reilly et al. (2009), Predicting Stuttering Onset by the Age of 3 Years: A Prospective, Community Cohort Study, Pediatrics, 123 (1)

Yiari & Ambrose (2013), Epidemiology of stuttering: 21st century advances, Journal of Fluency Disorders, 38 (2), pp. 66-87.

 

News

Focus Balbuzie: l’Open Day Vivavoce per la Giornata Mondiale della Balbuzie

Focus Balbuzie è il titolo dell’Open Day di Vivavoce Institute, che si terrà a Milano Domenica 21 Ottobre 2018, dalle 10:00 alle 18:00.

Anche quest’anno, in occasione della Giornata Internazionale per la Sensibilizzazione alla Balbuzie, che si celebra il 22 Ottobre da ormai vent’anni, Vivavoce apre le porte della sua sede di via Pietro Custodi 3 a Milano.

Domenica 21 Ottobre il Centro resterà aperto l’intera giornata, in un susseguirsi di incontri e approfondimenti con il team di professionisti Vivavoce.

L’Open Day è l’occasione per approfondire, anche attraverso colloqui individuali, tutte le difficoltà legate alla balbuzie.

Tutti professionisti di Vivavoce (psicologi, neuropsicologi e logopedisti) saranno a disposizione per rispondere alle domande, fornire consiglio e supporto a genitori, insegnanti e a tutte le persone interessate.

Il cuore di Focus Balbuzie, sarà l’incontro gratuito in programma per 14:30, aperto a tutti. Due saranno i temi principali trattati dagli specialisti del Centro.

  • Balbuzie: quali sono le vere cause? È possibile superarla? E se sì, come? metterà in luce le cause della balbuzie, secondo le recenti teorie neuroscientifiche, e fornirà un sguardo a 360° sul fenomeno e sulle nuove frontiere dell’intervento rieducative. Interverranno la Dottoressa Valentina Letorio, Psicologa Responsabile dei Percorsi in Vivavoce e la Dottoressa Marta Quadri, Fisioterapista del centro.
  • Balbuzie nei bambini e genitorialità, metterà in luce le difficoltà dei bambini che balbettano sul piano psicologico, emotivo e relazionale, fornendo ai genitori consigli e strumenti per aiutare i propri figli ad affrontare questa fatica e arginare le conseguenze dei vissuti negativi che essa provoca, che spesso si protraggono fino all’età adulta. A tenere l’incontro sarà la Dottoressa Giada Sera, Psicologa Clinica dello Sviluppo, specializzata in supporto psicologico alle famiglie e agli adulti nel Percorso di rieducazione della balbuzie in Vivavoce Institute.

Il titolo dell’Open Day, Focus Balbuzie, vuole essere un richiamo a porre la giusta attenzione sul fenomeno. La balbuzie è infatti troppe volte ignorata o sottovalutata.

Come centro d’eccellenza specializzato nel trattamento rieducativo della balbuzie, Vivavoce Institute non può che promuovere una corretta informazione e favorire lo sviluppo di un contesto culturale in grado contrastare gli stereotipi e la discriminazione esistenti nei confronti di chi soffre a causa della balbuzie.

La giornata è gratuita e aperta; è gradita prenotazione.

Per informazioni e prenotazioni è possibile contattare la segreteria del centro, dal lunedì al venerdì dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 18.00.

T. 02 366 924 64 | M. 334 72 88 188 | E-mail info@vivavoceinstitute.com

Il programma completo è disponibile a questo link.

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Balbuzie e ansia sociale: come non confondersi

Balbuzie e ansia sociale non hanno un legame causa-effetto. Molte però sono le caratteristiche in comune, in termini di meccanismi cognitivi e vissuti psico-emotivi. Vediamo quali.

Balbuzie e ansia sociale: un facile confronto?

Chi soffre Disturbo di Ansia Sociale (Fobia Sociale) teme di manifestare sintomi ansiosi in situazioni pubbliche e di essere giudicato. Il pensiero di esporsi al giudizio degli altri diventa fonte di grave ansia anticipatoria e disagio. La persona può allora cercare in tutti i modi di evitare le situazioni temute, arrivando anche a limitare la sua vita sociale.

Pensando alla balbuzie può sorgere un parallelismo.

Anche chi soffre di balbuzie teme di manifestare apertamente la sua difficoltà in occasioni sociali, e di essere sottoposto allo sguardo critico altrui. Il timore di una valutazione negativa rischia di tradursi, anche in questo caso, in ansia anticipatoria e disagio. E chi balbetta può arrivare a fare di tutto per sfuggire alle situazioni temute, anche se questo significa imporsi dei limiti importanti.

Disturbo di Ansia Sociale e Balbuzie sono la stessa cosa?

Assolutamente no.

Vi sono però aspetti comuni che possono creare confusione. Inoltre, balbuzie e ansia sociale possono a volte sovrapporsi ed incrementarsi a vicenda.

Il timore di chi soffre di ansia sociale è quello che il proprio imbarazzo diventi visibile.

Per questo motivo, nelle situazioni temute, l’attenzione dell’individuo si fa selettiva e si concentra sulle manifestazioni fisiologiche dell’ansia. Ad essere monitorati sono

  • tremore
  • rossore
  • sudorazione
  • reazioni incontrollate come lo svenire o il vomitare
  • la voce.

Fra i timori che la persona ha può esserci quello di parlare con voce flebile e incerta, di incespicare, di perdere il filo del discorso, o di non trovare più le parole adatte.

La balbuzie può, quindi, rientrare nelle manifestazioni ansiose che la persona che soffre di Disturbo d’Ansia Sociale sperimenta nelle situazioni pubbliche.

Quindi la balbuzie è causata da un Disturbo di Ansia Sociale?

No, la balbuzie non è una conseguenza del Disturbo di Ansia Sociale.

Tipicamente la balbuzie insorge tra i 2 e i 3 anni, quando i bambini iniziano a sviluppare le abilità linguistiche, ed ha una componente fisiologica importante.

L’ansia sociale, invece, insorge più tardi, quando la persona comincia a confrontarsi con situazioni strutturate, ad esempio a scuola, dove sperimenta esperienze critiche ed è sottoposta al giudizio altrui.

Il Disturbo di Ansia Sociale può causare disfluenze situazionali, che però si presentano in momenti specifici, dentro le situazioni sociali che fanno paura.

Queste situazioni sono infatti caratterizzate da un elevato livello di ansia. Per quanto la persona cerchi di sopportarla o gestirla non può evitarne le manifestazioni fisiche, tra cui l’alterazione della respirazione e della voce.

Ecco quindi che balbettare può rientrare nelle (tante) manifestazioni del Disturbo di Ansia Sociale.

Quindi se io balbetto soffro di ansia sociale?

No! La relazione causa-effetto non è valida nemmeno in direzione opposta.

La balbuzie non porta necessariamente ad ansia sociale.

Nell’insorgere del Disturbo d’Ansia Sociale interagiscono fattori di predisposizione genetica e fattori ambientali. Questo significa che esperienze di vita specifiche, in questo caso legate alla tematica del giudizio critico da parte dell’altro, e in genere vissute durante il periodo infantile, possono contribuire a innescare il disturbo, dove presente una predisposizione genetica familiare.

La balbuzie può rappresentare una delle situazioni critiche in cui il giudizio dell’altro viene sperimentato negativamente.

Il bambino che balbetta può suscitare reazioni negative da parte del gruppo dei pari, diventando bersaglio di prese in giro o bullismo, o cercare di isolarsi dal gruppo nel timore che le sue difficoltà vengano notate e criticate. Tali condizioni sono di per sé ovvia fonte di malessere, ma non necessariamente causa di Disturbo di Ansia Sociale.

Nel caso in cui però tali condizioni critiche si presentino in un quadro di predisposizione ereditaria al disturbo, possono contribuire alla sua manifestazione, anche nel lungo termine.

Meccanismi cognitivi e aspettative negative comuni

Se è vero che balbuzie e Disturbo di Ansia Sociale non solo la stessa cosa, è anche vero che gli elementi in comune non mancano.

A livello di meccanismi cognitivi, entrambe condividono un quadro generico di aspettative negative rispetto alle proprie prestazioni sociali, accompagnato dal forte timore di ricevere un giudizio critico da parte degli altri. Spesso tali cognizioni derivano da esperienze critiche vissute in passato.

Le aspettative negative del tipo Penso in anticipo che tutto andrà storto, e nelle situazioni concrete mi concentro sugli indizi che confermano che è stato proprio così svolgono un ruolo chiave nel mantenimento sia della balbuzie che del Disturbo di Ansia Sociale. Inoltre, innescano in entrambi i casi alcuni meccanismi reattivi, tra cui ansia anticipatoria ed evitamento.

Il circolo vizioso aspettativa negativa – evitamento – limitazione può avere effetti che si ripercuotono sia sull’autostima dell’individuo, sia sulle sue prestazioni scolastiche o lavorative.

Balbuzie e ansia sociale: un legame complesso

Balbuzie e Disturbo di Ansia Sociale non sono la stessa cosa, né sono collegate da un rapporto causa-effetto.

Tuttavia, condividono alcune caratteristiche che rendono il loro legame non sempre facile da chiarire.

Il Disturbo di Ansia Sociale può aumentare la balbuzie, e, allo stesso modo, balbettare può essere fra le condizioni che aumentano la vulnerabilità dell’individuo ai problemi di ansia sociale.

Per questo è molto importante, in ambedue le situazioni, trovare un ambiente esterno supportivo e accogliente, entro cui imparare a sperimentarsi senza giudizio.

 

Fonti

CEDAS, Centro d’Eccellenza per i Disturbi di Ansia Sociale, www.ansia-sociale.it/news/balbuzie-e-ansia-sociale

Pettirossi, Psichiatria, 2008, Centro Scientifico Editore, Torino.

O. Gabbard, Psichiatria Psicodinamica, 2007, Raffaello Cortina Editore, Milano.

Iverach L.,Rapee R. M. (2014) Social anxiety disorder and stuttering: Current status and future directions; Journal of Fluency Disorders  40, 69-82.

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Cos’è il Disturbo Specifico dell’Articolazione dell’Eloquio

Con Disturbo Specifico dell’Articolazione dell’Eloquio si intende un

disturbo evolutivo specifico in cui l’uso dei suoni verbali da parte del bambino è al di sotto del livello appropriato alla sua età mentale, ma in cui vi è un normale livello delle abilità linguistiche.

In altre parole, si fa riferimento ad una fragilità che riguarda in modo selettivo l’aspetto fonetico-fonologico (capacità del bambino di riconoscere, articolare e utilizzare correttamente i suoni del linguaggio). Le competenze linguistiche (lessicali e sintattiche) e la capacità di comunicare in generale non risultano compromesse, né in comprensione né in produzione.

Il Disturbo Specifico dell’Articolazione dell’Eloquio rientra nella classificazione dei Disturbo Specifico di Linguaggio (DSL). Essi si definiscono come deficit significativi nelle abilità linguistiche rispetto alla norma, in assenza di altre cause riconoscibili.

Valutazione logopedica e diagnosi di Disturbo specifico dell’articolazione dell’eloquio

La diagnosi di Disturbo Specifico dell’Articolazione dell’Eloquio può essere posta solo in seguito ad una valutazione logopedica approfondita.

Questa valutazione è volta ad identificare tre seguenti criteri diagnostici (specificati dall’ICD-10).

  1. Capacità di articolare suoni verbali, valutata con test standardizzati, è significativamente al di sotto del livello appropriato all’età del bambino.
  2. Espressione e la comprensione del linguaggio, valutate con test standardizzati, sono comprese entro il limite di normalità per l’età del bambino.
  3. Assenza di altre cause: deficit sensoriale (uditivo), ritardo cognitivo, patologie neurologiche (epilessia, paralisi cerebrale infantile), anomalie morfologiche del distretto orale (labiopalatoschisi), disordini dell’interazione sociale comunicativa (autismo e disturbo pervasivo dello sviluppo) e deprivazione (mancata o inadeguata esposizione al linguaggio e/o carenze affettive e maltrattamento).

Come può presentarsi il disturbo?

La principale conseguenza è la compromissione dell’intellegibilità dell’eloquio, ossia difficoltà o impossibilità di comprendere ciò che il bambino dice.

La gravità del disturbo può variare da un effetto minimo (singole parole) fino a un linguaggio completamente incomprensibile.

Il disturbo di articolazione dell’eloquio include diversi tipi di errori.

  • Errori di articolazione, cioè la capacità di realizzare correttamente i suoni dell’eloquio. Errori di questo tipo sono le distorsioni, che riguardano suoni più complessi e che si sviluppano nelle normali tappe del linguaggio (r, s, z, gl, gn…). In casi di maggior gravità, possono essere distorti anche suoni che si sviluppano precocemente (vocali, p, b, m…).
  • Errori di categorizzazione linguistica dei suoni, cioè la capacità di riconoscere due suoni come diversi e quindi utili a modificare il significato di una parola. Un esempio sono la “P” e la ”B” in “pollo-bollo”. Gli errori di questo tipo sono considerati più gravi rispetto e includono: sostituzioni di suoni, omissioni di suoni o di parti di parole, errori nell’ordine dei suoni o nella struttura della parola.

Quando intervenire?

Se le difficoltà nello sviluppo del linguaggio persistono oltre i 3 anni, è utile rivolgersi ad uno specialista, in modo da riconoscere per tempo un eventuale disturbo. Intervenire precocemente permette di evitare possibili ripercussioni sia sul piano linguistico, sia emotivo e dell’apprendimento.

E’ bene ricordarsi che lo sviluppo del linguaggio nel bambino presenta una grande variabilità inter individuale. La presenza di un ritardo o di una difficoltà nella sua acquisizione non è per forza sinonimo di patologia.

Inoltre, gli errori di tipo fonetico-fonologico sono fisiologici fino ad una certa età di sviluppo e caratterizzano le prime tappe linguistiche di ogni bambino.

 

Fonti

Marotta L., Caselli M.C. I disturbi del linguaggi. Erickson, 2014.

World Health Organization. International statistical classification of disease and health related problems. ICD-10. Ginevra 2007.

 

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Conseguenze del bullismo sugli adulti che balbettano

Uno studio del 2016 condotto dall’Università della Pennsylvania e pubblicato sul Journal of Fluency Disorders suggerisce una relazione tra le esperienza di bullismo vissute nell’infanzia e lo sviluppo di disturbi psicologici negli adulti che balbettano. 

La ricerca

La ricerca ha coinvolto due gruppi di 36 adulti: uno formato da adulti che balbettano, l’altro da adulti che non balbettano. Entrambi i gruppi erano composti da 31 uomini e 5 donne, di età compresa tra i 18 e i 33 anni.

L’obiettivo della ricerca era di verificare l’esistenza di un legame tra gli effetti del bullismo subito nell’infanzia e la successiva comparsa di disturbi psicologici nella persone che balbettano.

Incidenza del bullismo negli adulti che balbettano

In primo luogo, è stata effettuata un’indagine retrospettiva (Retrospective Bullyng Questionnaire) per identificare quanti tra i partecipanti avessero subito atti di bullismo. Sono state considerate tutte le possibili forme di bullismo (fisico, verbale, relazionare e cyberbullismo).

Attraverso apposite scale di misurazione, si sono valutate l’ansia sociale, il livello di autostima , la paura di giudizio negativo e la soddisfazione della vita.

Quasi il 30% dei componenti il gruppo di persone che balbettano ha dichiarato di essere stato vittima di bullismo in età scolare e/o universitaria.

Nell’altro gruppo la percentuale dei bullizzati è risultata solo del 14%.

Quali sono gli effetti psicologici del bullismo sugli adulti che balbettano?

La ricerca ha rivelato che gli adulti hanno maggiore probabilità di sviluppare:

  • ansia dovuta all’interazione sociale
  • paura del giudizio altrui o di valutazioni negative
  • minore soddisfazione in termini di qualità della vita.

Questi dati supportano le numerose evidenze scientifiche secondo cui gli effetti del bullismo persistono nel tempo.

I bambini che balbettano sono dunque esposti ad un doppio rischio. Non solo i bambini e gli adolescenti che soffrono di balbuzie devono fronteggiare i vissuti negativi di questa fatica, la discriminazione e gli stereotipi negativi. Ma sono anche un facile bersaglio dei bulli, a causa delle loro difficoltà nel comunicare.

Le conseguenze del bullismo, a loro volta, incrementano, negli adulti che balbettano, la probabilità di sviluppare disturbi o difficoltà sul piano psicologico.

Fonte 

Blood G.W., Blood I. M. (2016) Disorders Long-term Consequences of Childhood Bullying in Adultswho Stutter: Social Anxiety, Fear of Negative Evaluation,Self-esteem, and Satisfaction with Life, Journal of Fluency Disorders, 50, pp. 72-84.

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Linguaggio dei genitori e balbuzie? Nessun legame secondo la ricerca

Linguaggio dei genitori e balbuzie dei figli non sono correlati. Lo conferma una ricerca condotta dalla University of Maryland e pubblicata sul Journal of Speech, Language, and Hearing Science nel 2001, secondo cui la difficoltà delle parole o delle frasi utilizzate dai genitori per rivolgersi ai propri bambini non può essere legato alla comparsa di questa fatica. 

Le parole delle mamma a confronto: la ricerca

La ricerca ha coinvolto due gruppi di bambini di 12 anni e le relative madri. Il primo gruppo era formato da bambini che balbettano, il secondo da bambini che non balbettano.

L’obiettivo era quello di evidenziare l’esistenza di differenze significative nel modo di parlare delle mamme dei bambini che balbettano, e verificare se l’utilizzo di parole e frasi complesse abbia un ruolo nella comparsa della balbuzie o nella sua evoluzione.

I dialoghi tra i due gruppi di mamme e rispettivi figli sono stati registrati all’interno di una stanza isolata acusticamente.

Si sono poi sono analizzati la lunghezza delle frasi, il numero e la complessità delle parole dette, e il grado di interazione.

Linguaggio dei genitori e balbuzie nei bambini: quali risultati?

I risultati non hanno mostrato differenze significative tra il modo di parlare delle mamme dei bambini che balbettano e quello delle altre mamme.

Entrambi i gruppi di mamme, insomma, utilizzavano un linguaggio adatto all’età e alle abilità linguistiche dei propri figli.

L’attenzione e la sensibilità verso il livello linguistico del proprio bambino è dunque la stessa, indipendentemente dalla presenza della balbuzie.

Questo studio ha in realtà  confermato i risultati di una precedente ricerca, secondo cui

Non si può affermare con certezza che le abitudini linguistiche contribuiscano in qualche modo all’insorgere della balbuzie o che il modificarsi di tali abitudini migliori la fluenza dei figli (Nippold and Rudzinski, 1995).

Linguaggio dei genitori e balbuzie nei figli non sarebbero dunque legate da un legame causa-effetto.

Usare parole più difficili favorisce lo sviluppo del linguaggio

Utilizzare parole troppo difficili o frasi articolate nel dialogo con i propri figli non causa quindi la balbuzie.

Anzi, sebbene – come è naturale – i genitori tendano ad utilizzare un linguaggio più semplice per rivolgersi ai propri figli, numerose ricerche rivelano che un vocabolario più ricco e complesso aiuta molto di più il bambino a sviluppare le abilità linguistiche.

Fonti

Miles, S (2001), Parental Language Input to Children at Stuttering Onset, Journal of Speech, Language, and Hearing Research, 44, pp. 1116–1130.

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