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Balbuzie negli adulti: l’impatto sulle relazioni sentimentali

La balbuzie negli adulti è spesso un ostacolo allo sviluppo e al mantenimento di relazioni interpersonali, amicali o sentimentali. Nel caso della relazione amorosa, gli effetti maggiormente deleteri si subiscono durante l’adolescenza e le prime fasi della vita adulta, quando la paura di balbettare frena le intenzioni comunicative. E inficia la comunicazione soprattutto con i membri dell’altro sesso.

Balbuzie in adolescenza: quali conseguenze sulle relazioni?

In questa delicata fase della vita, chi balbetta può venire percepito come meno attraente rispetto ad un coetaneo non balbuziente.

Alcuni adolescenti, infatti, si dimostrano meno propensi ad intessere relazioni sentimentali con chi balbetta. Se a questo dato si aggiunge la paura nei confronti della parola, e la tendenza al ritiro durante le interazioni sociali, è chiaro come chi balbetta può partire svantaggiato.

Balbuzie negli adulti: cosa succede nella vita di coppia

La balbuzie negli adulti ha un’ influenza negativa sulla vita privata, a livello relazionale prima e famigliare poi.

A fare paura sono inizialmente i primi appuntamenti, dove alla comunicazione verbale, fonte di preoccupazione ed imbarazzo, vengono spesso sostituite forme di comunicazione non verbale. Di conseguenza, viene dato ampio spazio a sguardi e gesti, mantenendo le parole in secondo piano.

La comunicazione con il partner risulta limitata, anche dalla preoccupazione di eventuali blocchi e dall’ansia anticipatoria.

Un altro esempio di come la balbuzie negli adulti possa essere fonte di preoccupazione è  il giorno delle nozze. Solo il pensiero di poter balbettare nel fatidico momento del sì fa paura. Per non parlare della preoccupazione di dover parlare al cospetto di una vasta platea! Ecco perché alcune coppie ricorrono a formule di scambio delle promesse brevi o di fare una cerimonia intima e ristretta.

La balbuzie negli adulti può rappresentare un problema anche nella gestione delle questioni relative ai figli, dalla scelta del nome, ai momenti educativi, dalle riunioni con gli insegnanti, alle interazioni con i genitori degli amici. Questo porta a criticità nella formazione di relazioni a lungo termine, e difficoltà nella gestione delle problematiche familiari.

Balbuzie negli adulti: il ruolo del partner

La figura del partner gioca un ruolo decisivo, perché può assolvere la duplice funzione di sostegno o di alibi.

Generalmente, chi balbetta descrive il proprio partner come empatico, fiducioso e protettivo. La balbuzie negli adulti e le preoccupazioni ad essa associate vengono molto spesso discusse e condivise all’interno della coppia. Quando la balbuzie non è un tabù, l’argomento è comune, i pensieri e le opinioni tra i membri della coppia sovrapponibili.

La vicinanza di un partner si può declinare anche in delega, quando alcune questioni che implicano il discorso possono venire demandante. Il perpetuarsi di questo atteggiamento può portare chi balbetta ad una condizione di sempre minor partecipazione nelle interazioni al di fuori delle mura domestiche.

Il supporto costante ed incondizionato fornito dal partner che non balbetta è molto variegato. Esso può spaziare dal suggerire la parola, al rispondere al posto del compagno, fino ad un atteggiamento generale di pazienza. La pazienza del partner è tesa a far sì che chi balbetta possa esprimersi liberamente senza sentirsi sottopressione. A questo si aggiunge una forte accettazione della balbuzie, intesa come condizione che riguarda sì chi ne è affetto, ma che inevitabilmente influenza la coppia.

Le sensazioni di ansia, stress e anticipazione tipiche di chi balbetta, infatti, sono parimenti sperimentate anche dal partner.

La balbuzie negli adulti, quindi, si condivide a tutto tondo.

Balbuzie negli adulti: conclusioni

L’impatto che la balbuzie ha nella vita di ciascun individuo è notevole, soprattutto a livello sociale e relazionale.

Chi non balbetta, per quanto paziente e comprensivo, non sarà mai completamente consapevole della fatica del/lla compagno/a che balbetta.

Ciononostante, il partner rappresenta una grande risorsa. Esso infatti può fungere da facilitatore per assicurare interazioni comunicative di successo e può rappresentare un importante fonte di sostegno anche durante eventuali percorsi di rieducazione, soprattutto se coinvolto in prima persona.

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ADHD: il Disturbo da Deficit Attentivo con Iperattività

Il Disturbo da Deficit Attentivo con Iperattività (ADHD) è

un disordine dello sviluppo neuropsichico del bambino e dell’adolescente, caratterizzato da inattenzione e impulsività/iperattività.

ADHD: quali sono le cause

Le cause dell’ADHD sono state a lungo studiate. Negli ultimi dieci anni si è cercato di capire se i sintomi del disturbo fossero spiegabili da un cattivo funzionamento di alcune aree cerebrali. Stando a questi studi, sembrerebbero coinvolti la corteccia pre-frontale, parte del cervelletto e almeno due gangli della base.

Le immagini raccolte hanno mostrato che nei soggetti affetti da ADHD queste aree cerebrali risultano essere di dimensioni ridotte.

I fattori non genetici collegati all’ADHD includono la nascita prematura, l’uso di alcool e tabacco da parte della madre durante la gravidanza, l’esposizione a elevate quantità di piombo nella prima infanzia e le lesioni cerebrali.

Tuttavia questi fattori possono spiegare dal 20 al 30% dei casi di ADHD tra i maschi, ancora meno tra le femmine.

ADHD: classificazione

Il disturbo da deficit attentivo può essere classificato in tre forme diverse:

  • La forma classica, caratterizzata da iperattività, impulsività e disturbo d’attenzione.
  • Una meno frequente e più difficile da riconoscere in cui compare solo il deficit di attenzione (presente soprattutto nelle femmine).
  • Una terza forma caratterizzata da prevalente iperattività e impulsività.

La disattenzione si manifesta come difficoltà a concentrarsi e a mantenere l’attenzione nelle attività che richiedono uno sforzo mentale protratto nel tempo. Il bambino si lascia facilmente distrarre da stimoli esterni e ha difficoltà a prestare attenzione ai particolari. Per questo, compie molti errori.

L’iperattività si manifesta invece come la necessità del bambino di essere sempre in movimento, di passare rapidamente da un’attività ad un’altra e nella difficoltà di dedicarsi ad attività in modo continuativo. Questo fenomeno si manifesta anche quando il bambino svolge attività piacevoli come il gioco.

L’impulsività si manifesta con la difficoltà ad attendere il proprio turno, a rispettare regole e ad essere frequentemente invadente nei confronti sia dei coetanei che degli adulti. Essa è spesso associata al comportamento iperattivo.

ADHD: i sintomi

Disattenzione, iperattività e impulsività sono i comportamenti chiave che caratterizzano il comportamento di soggetti colpiti da ADHD. I sintomi specifici sono più difficili da elencare e da distinguere.

La maggior parte dei bambini sani è disattenta, iperattiva o impulsiva di tanto in tanto. Ed è normale che i bambini in età prescolare si distraggano facilmente e non siano in grado di concentrarsi troppo a lungo su un’attività.

Anche nei bambini più grandi e negli adolescenti la capacità di concentrarsi dipende spesso dall’interesse che si prova per l’attività che si svolge.

La normale iperattività, impulsività e instabilità attentiva non hanno conseguenze così gravi da inficiare la vita sociale.

Il vero Disturbo da Deficit Attentivo con Iperattività comporta invece conseguenze negative a breve e lungo termine.

Spesso i bambini affetti da ADHD hanno l’esigenza di alzarsi frequentemente e muoversi senza uno scopo o un obiettivo preciso. A questo comportamento è associata una sensazione interna soggettiva di tensione che deve essere scaricata. Questa sensazione diventa predominante in adolescenza o in età adulta, quando si riduce l’iperattività motoria.

ADHD: la diagnosi

Tutti questi sintomi non sono causati da deficit cognitivo.

I soggetti affetti da ADHD presentano infatti un quoziente intellettivo nella norma, ma difficoltà oggettive di autocontrollo di pianificazione.

Affinché possa essere diagnosticato l’ADHD occorre un’osservazione dei sintomi in due situazioni diverse per almeno sei mesi, al fine di valutare se il comportamento sia diverso da quello degli altri bambini della stessa età.

Lo strumento diagnostico principale per porre un sospetto diagnostico fondato è il DSM, Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders.

Si tratta di un questionario in grado di esplorare i sintomi tipici che appartengono ai tre aspetti comportamentali classici dell’ADHD :

  • Iperattività
  • Deficit d’Attenzione
  • Impulsività

L’ottenimento di un alto punteggio pone solo il sospetto della presenza di un ADHD. È quindi necessaria l’attenta visita di uno specialista per definire la diagnosi.

ADHD: i numeri 

L’ADHD è uno dei problemi di condotta principali della dimensione infantile moderna.

La prevalenza degli ADHD varia in base agli strumenti utilizzati per diagnosticarla e al contesto sociale in cui viene studiata. Nonostante questa variabilità si stima che, quando adeguatamente ricercato, il disturbo mostri una prevalenza attorno al 4%.

Il disturbo è maggiormente rappresentato nel sesso maschile secondo un rapporto che va da 3 a 9 maschi ogni femmina.

 

Fonti

Agenzia Italiana del Farmaco, www.aifa.it

Torrioli Maria Giulia , Cos’è il Disturbo da Deficit di Attenzione/iperattività: la situazione Italiana, Università Cattolica di Roma.

Istituto Superiore di Sanità, www.old.iss.it.

 

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Stress: le cause, i sintomi, i disturbi

Uno dei grandi protagonisti della società moderna e dello stile di vita contemporaneo è senza dubbio lo stress. E’ facile pensare che abbia come cause eventi vissuti come particolarmente negativi, ma in realtà basta molto meno.

Ogni cambiamento vissuto come significativo, e che dunque richiede un certo grado di adattamento individuale, può risultare stressante.

Può sembrare paradossale ma anche cambiamenti positivi possono essere importanti stressor, cioè cause/fonti di stress. In genere un evento risulta più o meno stressante per l’individuo in base al suo grado di prevedibilità e controllabilità. Più un evento risulta prevedibile, più sarà, teoricamente, controllabile. Di conseguenza, risulterà meno stressante, perché sarà possibile mettere in atto delle azioni volte a gestirne le possibili conseguenze.

Cos’è lo stress: alcune definizioni

Il termine preso in prestito dalla fisica indica

la pressione esterna che può danneggiare un oggetto o fargli perdere la sua forma.

Lo stress è dunque una forza che può causare delle vere e proprie modificazioni a livello fisico.

Dal punto di vista psicologico lo stress, o Sindrome Generale di Adattamento, viene definito come

la risposta messa in atto da un organismo di fronte a qualsiasi richiesta proveniente dall’ambiente.

In questa prima definizione non c’è nessun riferimento alla dimensione di negatività che generalmente si tende ad associare al termine. A emergere è la dimensione adattiva. Lo stress è una forma di risposta dell’organismo verso l’ambiente che lo circonda, ed è dunque necessario alla sua sopravvivenza.

Così come esistono fattori di stress (stressor) negativi, che mettono in tensione il nostro organismo, riducendo anche le sue capacità immunitarie (distress), allo stesso modo possono esistere anche forme benefiche, che attivano positivamente l’organismo (eustress).

Secondo una connotazione più contemporanea, lo stress è

la risposta dell’individuo a tutte le sollecitazioni considerate eccessive: emotive, cognitive, sociali o ambientali.

Questa definizione introduce un forte elemento di individualità nell’identificazione degli stressor. Come anticipato, infatti, quello che per un individuo può essere fortemente stressante, per un altro potrebbe non esserlo affatto.

Stress: quali sono i sintomi?

Così come le cause dello stress variano da individuo a individuo, anche i sintomi possono assumere diverse forme, si combinano in svariati modi.

I sintomi possono investire la dimensione fisica, la sfera emotiva o cognitiva, o possono tradursi in aspetti osservabili sul piano comportamentale.

Dal punto di vista corporeo, i sintomi che percepiamo riflettono l’attivazione del sistema limbico, una parte primitiva del nostro cervello deputata alla gestione delle emozioni e al riconoscimento dei pericoli.

Di fronte ad uno stimolo percepito come minaccioso, la risposta del nostro cervello emotivo è quella di secernere i cosiddetti ormoni dello stress: cortisolo, adrenalina e noradrenalina. La funzione fisiologica di questi ormoni è quella di preparare il nostro corpo alla lotta o alla fuga, mettendolo in uno stato di alta attivazione. Tale stato di allerta, sopratutto se prolungato in una condizione di stress cronico, produce tutti i sintomi associati alla tensione da stress. In questo caso di parla di iperattivazione.

Ai sintomi fisici – mal di testa, difficoltà ad addormentarsi, nausea, difficoltà digestive, contrazione e indolenzimento dei muscoli, tachicardia, stanchezza, aumento della sudorazione – si accompagnano sintomi emotivi – nervosismo, irrequietezza, irritabilità, ansia, preoccupazione generalizzata – e sintomi cognitivi – difficoltà di concentrazione, fatica nel prendere delle decisioni, mancanza di creatività, e perdita di memoria.

Stress acuto e stress cronico: le differenze

Per molti di noi lo stress è diventato, nel bene e nel male, un compagno quotidiano. La modalità in cui può manifestarsi, però dipende dal tipo di pressione/sollecitazione a cui l’individuo è sottoposto.

Si parla di stress acuto quando la reazione fisiologica dell’organismo è attivata da un evento esterno circostanziato e facilmente identificabile.

Questa è la forma più comune. Ha una durata limitata e induce reazioni volte ad aumentare la prontezza delle risposte di fronte ad un pericolo. Se l’evento stressante è preciso e di durata limitata nel tempo, così sarà l’attivazione corporea. Quando l’evento stressante viene superato si attiva una risposta di rilassamento, che ripristina il normale funzionamento dell’organismo.

Si parla invece di stress cronico se la causa coincide con una condizione prolungata. In questo caso l’individuo si sente costantemente sotto pressione, e lo stato di allerta e l’attivazione corporea che ne derivano rischiano di cronicizzarsi.

Quando questo avviene, il sistema di recupero del meccanismo di sovraeccitazione non funziona più come dovrebbe, e l’organismo resta in uno stato di allarme costante. L’eccesso di sovraeccitazione rischia di avere conseguenze potenzialmente dannose (per esempio una riduzione delle difese immunitarie). Dobbiamo quindi imparare ad ascoltare il nostro corpo quando la soglia di attivazione viene superata troppo spesso o troppo a lungo.

I Disturbi da Stress, o Disturbi dell’Adattamento

L’essere umano possiede la capacità innata di adattarsi alle situazioni di tensione. Anche se non ce ne accorgiamo, quando ci troviamo in presenza di potenziali fattori stressanti mettiamo in atto una serie di meccanismi di adattamento, recupero e riequilibrio che non solo ci aiutano a gestire la situazione, ma che ci permettono di tornare allo stato fisiologico precedente rispetto all’evento stressante.

Quando i fattori stressanti sono vissuti come eccessivi i meccanismi di adattamento non riescono più a funzionare. Ecco che allora emergono veri e propri Disturbi da stress, detti anche Disturbi dell’Adattamento.

Nei Disturbi dell’Adattamento, l’esposizione a uno o più stressor vissuti come fortemente stressanti produce un quadro di sintomi emotivi e comportamentali clinicamente significativi.

I livelli di sofferenza sono spesso sproporzionati rispetto al peso effettivo dell’evento. A volte i sintomi arrivano a compromettere il funzionamento dell’individuo in ambito sociale/relazionale o in ambito lavorativo.

I Disturbi dell’Adattamento possono insorgere a causa di eventi stressanti di qualsiasi tipologia e gravità. Per questo si distinguono dal Disturbo Acuto da Stress e dal Disturbo Post Traumatico da Stress. Questi ultimi, infatti, si caratterizzano per la presenza di  un evento oggettivamente classificabile come traumatico, di natura dirompente, catastrofica e violenta.

 

Fonti

Istituto di Psicologia e Psicoterapia Comportamentale e Cognitiva, www.ipsico.it

Selye Hans, Stress without distress, Philadelphia, J. B. Lippincott(1974)

State of Mind, www.stateofmind.it

Van Der Kolk Bessel, Il corpo accusa il colpo, Raffaello Cortina Editore (2015)

 

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Disturbi del linguaggio (DSL): cosa sono e quando insorgono

I Disturbi Specifici del Linguaggio (DSL) vengono diagnosticati quando lo sviluppo del linguaggio di un bambino è carente senza un’ovvia ragione.

I Disturbi del Linguaggio: cause

Per molti anni si è creduto che i disturbi del linguaggio fossero causati da fattori legati all’ambiente di sviluppo dei bambini, ad esempio l’incapacità dei genitori di rispondere ai bisogni del figlio. Successivamente divenne chiaro come i fattori ambientali fossero poco importanti per determinare la comparsa di questi disturbi. 

Sebbene si sia cercato a lungo il gene responsabile dei DSL, gli studiosi sono giunti alla conclusione che, nella maggior parte dei bambini, questi disturbi hanno origini complesse, generate da molti di fattori ambientali e genetici che interagiscono tra loro.

Quindi è impossibile identificare un’unica causa per questo genere di disturbi.

I Disturbi del Linguaggio: definizione e sintomi

Ad oggi i disturbi del linguaggio sono considerati un insieme di sintomi. I bambini con disturbi specifici di linguaggio presentano difficoltà, di vario grado, nella comprensione, produzione e uso del linguaggio.

L’evoluzione di questi sintomi dipende dalla gravità e dalla persistenza del disturbo linguistico.

Normalmente i bambini affetti da DSL ottengono una diagnosi attorno ai tre anni di età, con l’ingresso alla scuola materna. Tuttavia la fase più delicata di insorgenza di questi disturbi è attorno ai due anni.

Alcuni esempi di disturbi del linguaggio sono:

  • Disturbo del Linguaggio Espressivo: la capacità del bambino di esprimersi tramite il linguaggio è al di sotto del livello appropriato alla sua età. La comprensione del linguaggio invece è normale.
  • Disturbo Specifico della Comprensione: la comprensione del linguaggio da parte del bambino è al di sotto del livello appropriato alla sua età mentale. Anche l´espressione del linguaggio è marcatamente disturbata.
  • Afasia acquisita con Epilessia (Sindrome di Landau-Kleffner): è una perdita, improvvisa o nell’arco di due anni, delle capacità linguistiche accompagnata da epilessia. Il bambino si esprime con un linguaggio simil-generale e ripetitivo e ha problemi comportamentali ed emozionali.

I Disturbi del Linguaggio: diagnosi per esclusione

La diagnosi viene definita per esclusione rispetto alle condizioni sopra elencate.

Per determinare se un bambino è affetto da DSL è importante valutare se l’intelligenza del bambino risulta normale.

Inoltre i disturbi del linguaggio non devono essere causati da altre patologie, né da deficit sensoriali: un bambino sordo ha più difficoltà a formulare le parole correttamente senza essere necessariamente affetto da DSL.

Non devono poi essere presenti importanti carenze socio-ambientali. Un bambino cresciuto in un contesto privo di interazioni sociali può avere difficoltà a parlare, senza essere necessariamente affetto da disturbi linguistici.

Per effettuare diagnosi di DSL va utilizzato un doppio parametro. Bisogna che il QI sia nella norma e che il punteggio di valutazione delle competenze linguistiche sia sotto la media.

È importante infine valutare alcuni indici predittivi non linguistici. Un esempio è l’assenza dei comportamenti deittici, il più comune tra i quali è il gesto di indicare.

Tutti queste valutazioni non possono essere eseguite in contesti familiari ma devono essere fatte da professionisti.

I Disturbi del Linguaggio: fasi di sviluppo

Lo sviluppo dei disturbi specifici del linguaggio si articola in quattro fasi:

  1. Fase di emergenza, tra i 18 e i 36 mesi, in cui lo sviluppo del linguaggio o si verifica in maniera anomala o non si verifica affatto.
  2. Fase di strutturazione, tra i 36 mesi e i 5 anni, momento in cui il DSL si stabilizza.
  3. Fase di trasformazione, tra i 4 e i 5 anni, caratterizzata dall’insorgenza dei disturbi neuropsicologici e psicopatologici secondari.
  4. Fase di strutturazione, che dura fino all’adolescenza, comporta la predominanza del disturbo di apprendimento e/o del disturbo psicopatologico sul disturbo di linguaggio.

I Disturbi del Linguaggio: i numeri in Italia

In Italia i Disturbi specifici del linguaggio sono molto diffusi. Ne sono afflitti il 10% dei bambini in età prescolare e il 5-6% dei bimbi in età scolare.

Purtroppo i disturbi del linguaggio sono così numerosi che non è possibile avere delle statistiche più definite.

 


 

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Fonti

Letizia Sabbadini, Disturbi specifici del linguaggio in Disturbi specifici del linguaggio, disprassie e funzioni esecutive. Metodologie Riabilitative in Logopedia, Milano, Springer (2013).

Bishop D.V. (2006), What causes specific language impairment in children?, Current Directions in Psychological Science, 5, pp. 217-221.

Federazione Logopedisti Italiani: www.fli.it

Intendenza Scolastica, Provincia di Bolzano: www.provincia.bz.it/intendenza-scolastica/download/ICD10_Linguaggio.pdf 

 

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Evitamento: una strategia per la gestione della balbuzie

Evitamento: di cosa si tratta?

L’evitamento è una delle strategie difensive attuate dall’individuo per non entrare in contatto con ciò che viene considerato un pericolo.

In biologia la difesa indica l’insieme di strategie che un essere vivente (animale o vegetale) mette in atto in una situazione potenzialmente pericolosa. Il corpo di molti esseri viventi prevede strutture atte alla difesa: artigli, denti, veleni, pungiglioni, spine e colori mimetici. Questi elementi servono a combattere il pericolo, oppure, se la disparità di forze non lo consente, di evitarlo, sottraendosi alla vista di ciò che è percepito come una minaccia. Biologicamente parlando, sapersi difendere attraverso la lotta o la fuga significa salvarsi. La mente umana non fa eccezione: l’esigenza di proteggersi dai pericoli è la stessa, cambiano solo i metodi per farlo.

In psicologia, i meccanismi di difesa indicano tutte quelle strategie che l’essere umano mette in atto per distorcere, negare e/o rendere gestibile ciò che percepisce come rischio potenziale.

Evitamento: l’arte della difesa

La risposta atavica del corpo di fronte a un pericolo reale o percepito è quella di combattere o fuggire. Nel caso dell’evitamento, la scelta cade chiaramente sulla seconda via: fuggire, ritirarsi, evitare di trovarsi in una situazione considerata pericolosa.

La direzione su cui l’evitamento può orientarsi è duplice: si può rivolgere verso l’esterno, oppure verso l’interno. Nel primo caso, a essere evitate sono specifiche situazioni o persone. Nel secondo, l’evitamento si indirizza verso la propria esperienza psichica. Sono rifuggiti pensieri, emozioni o vissuti il cui carico ansiogeno o doloroso è tale da essere sentito come intollerabile.

Evitamento e balbuzie: il ruolo dell’ansia anticipatoria

L’evitamento è, in genere, un meccanismo associato all’ansia e ai vissuti di ansia anticipatoria correlati. La strategia dell’evitamento riflette un atteggiamento comune, volontario o meno. Quello di sottrarsi a una situazione o a un confronto per non doverne affrontare le conseguenze emotive. Ad esempio, quando evitiamo qualcosa che ci spaventa ci sentiamo momentaneamente sollevati, come alleggeriti.

Siccome l’evitamento ha come effetto immediato la netta riduzione dell’emozione negativa che stavamo sperimentando, finiamo per convincerci che fuggire da quello che ci spaventa sia una strategia efficace. Il rischio è però quello di finire in una situazione senza via d’uscita. Più evitiamo  le situazioni e le persone che ci causano ansia, meno ci sentiamo efficaci e capaci di trovare altre strategie per affrontare le difficoltà.

Fuggire significa non darsi la possibilità di mettersi in gioco, di sperimentare, di affrontare le proprie paure. Così riduciamo effettivamente i rischi, ma non abbiamo l’occasione di provare a noi stessi che avremmo potuto farcela, con ripercussioni importanti sulla nostra autostima.

Evitamento e balbuzie: dire, non dire, fuggire

Per chi balbetta, quella dell’evitamento è una strategia di gestione del sintomo importante. Le strategie di evitamento utilizzate da chi ha difficoltà nella comunicazione sono variegate. Si può fuggire un’intera situazione, oppure evitare specifici elementi del proprio parlato (parole o suoni).

In alcuni casi si tratta di un vero e proprio evitamento della situazione comunicativa. Si evitano situazioni specifiche (ad esempio contesti in cui ci sono molte persone, o esperienze particolarmente intense dal punto di vista emotivo), si rimane in silenzio, si volge altrove lo sguardo quando ci si trova in prossimità di potenziali interlocutori, si distrae l’attenzione dalle proprie mancanze comunicative.

Altre volte la comunicazione vocale è elusa attraverso l’utilizzo di movimenti corporei o spostando la comunicazione verbale su piani differenti. In determinate situazioni si tende invece ad aggirare certe parole o certi suoni considerati particolarmente problematici. In questo caso l’evitamento avviene attraverso l’utilizzo di giri di parole o di termini differenti. Secondo alcune ricerche quest’ultima sarebbe la strategia maggiormente utilizzata.

Evitamento: un meccanismo naturale?

In natura i meccanismi di difesa hanno una loro utilità. Esistono per difenderci, permetterci di affrontare i pericoli e restare integri. Anche nel caso della balbuzie l’evitamento è una difesa naturale e potenzialmente utile.

Affinché resti tale, l’evitamento non deve essere l’unico strumento per affrontare, o non affrontare, situazioni percepite come ansiogene. Evitare ciò che causa ansia dà subito sollievo, ma sul lungo termine risulta dannoso. Il rischio è non darsi mai il tempo per fare, l’opposto dell’evitare, e che in questo modo ci si senta sempre più incapaci, più timorosi, più limitati.

Fare, nel rispetto dei propri tempi, limiti e risorse, è l’unico modo per dimostrare, soprattutto a se stessi, che l’ansia non è così invalicabile.

 

Fonti

Ursin H. (1982), Il sistema d’allarme, Rivista Sfera, 11.

Lingiardi Vittorio, Madeddu Fabio, I meccanismi di difesa. Teoria, valutazione, clinica, Raffaello Cortina Editore, 2002.

State of Mind: www.stateofmind.it

 

DSA, Disturbi Specifici dell’Apprendimento: cosa sono

I Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) sono

un ampio gruppo di disordini che si manifestano con notevoli difficoltà nell’apprendere ed utilizzare il linguaggio orale, le espressioni linguistiche, la lettura, la scrittura o la matematica.

Ad oggi, si presume che siano legati a disfunzioni del sistema nervoso centrale. Tuttavia, nessuna ipotesi ha portato ad individuare una causa certa per i DSA.

I DSA: definizione pratica

Il termine DSA ovvero Disturbo Specifico dell’Apprendimento, comprende numerose problematiche dello sviluppo dell’apprendimento scolastico.

I DSA sono identificati quando un soggetto ha un rendimento scolastico inferiore a quello che teoricamente dovrebbe avere. Questo scarso rendimento non deve però essere dovuto a pigrizia o scarsità di impegno.

Per essere considerati tali, i disturbi non devono essere causati da handicap mentali gravi. I soggetti che presentano Disturbi Specifici dell’Apprendimento hanno, al contrario, un’intelligenza nella media o addirittura superiore.

I DSA: la diagnosi

Il criterio principale su cui si basa la diagnosi dei DSA è quello chiamato della discrepanza. Essa si definisce come la differenza tra i risultati che un individuo ottiene rispetto a quelli che ottengono altre persone con caratteristiche simili.

Ad esempio, un bambino che durante un dettato sbaglia a scrivere moltissime parole in più rispetto ai suoi compagni.

Chi fa la diagnosi dei DSA?

La certificazione diagnostica dei Disturbi Specifici di Apprendimento può essere rilasciata sia da strutture pubbliche del Servizio Sanitario Nazionale sia da strutture sanitarie private accreditate.

L’Equipe multi professionale di valutazione deve essere costituita da: Neuropsichiatra Infantile, Psicologo e Logopedista.

Quando viene fatta la diagnosi?

Le tempistiche di insorgenza dei DSA variano per ogni tipologia di disturbo.

La diagnosi di dislessia, disortografia e disgrafia può essere fatta alla fine della seconda elementare. La diagnosi di discalculia viene invece tipicamente fatta alla fine della terza elementare.

La diagnosi dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento può essere inoltre precoce o tardiva.

Si definisce precoce una diagnosi che venga effettuata alle primissime fasi della comparsa del Disturbo Specifico dell’Apprendimento. É tardiva una diagnosi effettuata successivamente ai periodi di insorgenza indicati come tipici.

I DSA: quali sono

Ecco come sono suddivisi i Disturbi Specifici dell’Apprendimento.

  • Dislessia: disturbo della lettura caratterizzato dalla difficoltà di effettuare una lettura accurata e/o fluente.
  • Disortografia: difficoltà nel rispettare le regole del linguaggio parlato quando si passa alla forma scritta. Vengono quindi commessi molti errori di ortografia.
  • Disgrafia: difficoltà nella scrittura. La grafia è irregolare, c’è scarsa capacità di utilizzare lo spazio sul foglio e i margini. C’è difficoltà a mantenere la direzione orizzontale dello scritto e gli spazi tra lettere e tra parole sono irregolari.
  • Discalculia: deficit del sistema di elaborazione dei numeri e/o del calcolo. Può esserci difficoltà nell’associare il numero alla quantità e a capire che un numero e la parola ad esso corrispondente abbiano lo stesso valore.

I DSA: i numeri in Italia

L’incidenza dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento nella popolazione varia in base alla lingua e alla cultura.

Non esistono in Italia dati univoci sull’incidenza dei DSA, ma si stima che in media ne sia afflitto il 4-5% della popolazione.

I dati sulla dislessia invece sono più accurati, poiché questo disturbo è attualmente il DSA più studiato. In Italia si stima che il 3,7% della popolazione sia affetto da dislessia, per un totale di 1.500.000 persone.

I DSA: legislazione

A differenza di molti altri disturbi i DSA sono regolamentati dalla Legge 8 ottobre 2010, n. 170.

Il diritto allo studio degli alunni con DSA è garantito dal Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca (MIUR) attraverso la realizzazione di percorsi individualizzati nell’ambito scolastico. Viene cioè data alle scuole l’opportunità per riflettere sulle metodologie da mettere in atto dare spazio al potenziale tutti gli studenti in base alle loro peculiarità. Questo si realizza in un Piano Didattico Personalizzato (PDP) con il quale la scuola definisce gli interventi da mettere in atto nei confronti degli alunni con esigenze particolari.

Regolamentare questo tipo di disturbi è importante perché permette alle persone affette da DSA di non precludersi l’apprendimento e l’istruzione. Tuttavia la legislazione non è ancora applicata in tutti gli ambiti. Ad esempio, fino al 2016 non era stato considerato il caso in cui una persona dislessica partecipasse ai test nazionali per accedere alle specializzazioni mediche.

 

Fonti

Associazione Italiana Dislessia, www.aiditalia.org

Ministero dell’Università e della Ricerca, www.istruzione.it

Giovanni Simoneschi (a cura di), La dislessia e i disturbi specifici di apprendimento, Teoria e prassi in una prospettiva inclusiva, Annali della Pubblica Istruzione, 2010.

Anna La Prova, Disturbi Specifici dell’Apprendimento: Cosa fare a scuola

Paola Eleonora Fantoni, I Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA)

 

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Schema corporeo e immagine corporea: dove siamo, come siamo

Schema corporeo e immagine corporea: cosa sono?

Il termine schema corporeo definisce

una rappresentazione cognitiva della posizione e dell’estensione del corpo nello spazio e dell’organizzazione gerarchica dei singoli segmenti corporei, finalizzata principalmente all’organizzazione dell’azione nello spazio.

L’immagine corporea, invece, è

un costrutto multidimensionale caratterizzato dalle percezioni e dalle valutazioni dell’individuo in merito al proprio aspetto fisico, quindi la rappresentazione soggettiva che ogni persona ha del proprio corpo.

Schema corporeo e immagine corporea

Lo schema corporeo e l’immagine corporea sono termini che spiegano come il cervello riesca a creare una rappresentazione del corpo.

Il nostro sistema nervoso elabora e mette continuamente in relazione le informazioni che giungono dal nostro corpo. E vi sono organi deputati a renderci conto della posizione che stiamo assumendo nello spazio.

Può capitare, però, di assistere a scene in cui si vedono chiaramente le conseguenze di calcoli non troppo precisi. Ad esempio quando qualcuno fa cadere qualcosa nel riporlo perché non ha calcolato bene le distanze. Oppure, il tentativo di infilarsi in uno spazio troppo stretto perché convinti di poterci passare. Ancora, quanti di noi passando sotto una porta un po’ più bassa della norma hanno chinato il capo per paura di sbattere contro l’architrave?

Schema corporeo e immagine corporea: le differenze

Lo schema corporeo è legato al movimento e alle azioni, mentre l’immagine corporea è una rappresentazione percettiva delle proprietà del corpo. Essa è cioè l’immagine di come il corpo appare dall’esterno (dimensione, forma, colore). L’immagine corporea è inoltre un’informazione che richiede consapevolezza, cosa di cui non necessita lo schema corporeo.

Inoltre, lo schema corporeo è caratterizzato da una maggiore adattabilità dell’informazione. Se un braccio si muove nello spazio, è ovvio che le informazioni debbano essere adattabili, cambiando di continuo nel tempo. Al contrario, l’informazione dell’immagine corporea risulta più statica. La forma del nostro corpo, ad esempio non cambia così di frequente.

Schema corporeo e immagine corporea: quale legame?

Lo schema corporeo e l’immagine corporea sono tra loro indipendenti. É stato infatti rilevato che pazienti con lesioni cerebrali selettive sono in grado di eseguire movimenti in modo appropriato, ma senza consapevolezza dei loro movimenti e del loro corpo, e viceversa.

Ad esempio, i pazienti con agnosia visiva (un disturbo della percezione caratterizzato dal mancato riconoscimento di oggetti, persone, suoni, forme, odori già noti, in assenza di disturbi della memoria e in assenza di lesioni dei sistemi sensoriali elementari) non possono descrivere la forma, il colore, e l’aspetto di un oggetto che avevano di fronte. Tuttavia, ma se viene chiesto loro di effettuare un’azione diretta verso quello stesso oggetto, sono in grado di farlo.

Al contrario, pazienti affetti da atassia ottica (disturbo della coordinazione visiva che consiste in grossolani errori nel cercare di raggiungere un oggetto visto) sono in grado di dare giudizi sulla forma degli oggetti, ma non di effettuare un’azione su e verso di essi.

Schema corporeo e immagine corporea: implicazioni nella scoliosi

Schema corporeo e immagine corporea possono contribuire alla genesi di una patologia o, all’opposto, esserne interessati.

La scoliosi è una forma di dismorfismo che implica una complessa curvatura laterale e di rotazione della colonna vertebrale. È una patologia che ha un esordio in età prepuberale/adolescenziale. Il sistema nervoso centrale arriva alla maturazione grazie anche alla creazione di un’immagine del corpo e del suo movimento. Questa immagine assume un ruolo importante nel controllo degli input sensitivi in entrata, al fine di calibrare gli output motori. Il suo obiettivo è quello di comparare gli input in entrata e le risposte in uscita.

Uno schema corporeo distorto può essere implicato nello sviluppo della scoliosi. Infatti, è stato dimostrato come l’efficienza del sistema propriocettivo migliori l’utilizzo del corpo. Tutte le componenti della propriocezione vanno stimolate, sia quella incosciente sia quella cosciente, in quanto entrambe funzionali al controllo neuromotorio.

Il percorso da seguire è composto da esercitazioni per il senso di movimento, di posizione, di forza, per ottimizzare l’immagine corporea. La corretta rappresentazione di sé in rapporto al mondo esterno consente di interagire in modo funzionale e di consolidare pattern motori aderenti alle reali esigenze.

La capacità di percepire il corpo in ogni fase del suo movimento con consapevolezza crescente permette alla persona il riconoscimento dell’errore e la riproduzione corretta del gesto.

Schema corporeo e immagine corporea: il caso dell’arto fantasma

La sindrome dell’arto fantasma è una sensazione anomala di persistenza di un arto dopo la sua amputazione o dopo che questo sia diventato insensibile. La persona avverte la posizione dell’arto nonostante questo non ci sia più e avverte percezioni fastidiose e molto spesso dolorose.

Questa sensazione è assolutamente normale e che non rientra in nessun tipo di problema psichico. Ma è anche la dimostrazione dell’esistenza dello schema corporeo, che persiste nonostante dall’arto amputato non giungano più impulsi nervosi. In questi pazienti il ruolo della neuroriabilitazione risulta fondamentale nella gestione del dolore. Questo avviene attraverso esercizi atti a riorganizzare e riprogrammare le aree corticali e sottocorticali agendo sull’immagine motoria.

Schema corporeo e immagine corporea: in conclusione

Lo schema corporeo e l’immagine corporea  sono due concettualizzazioni associate ma allo stesso tempo distinte. Sono importanti in quanto ci permettono di relazionarci in modo continuo con l’ambiente che ci circonda.

La consapevolezza di quanto può essere rilevante una loro disfunzione nel provocare numerose patologie, fa comprendere l’importanza di un approccio riabilitativo che consideri questi fattori.

 

Fonti

Paillard, J. (ed) (1991), Knowing where and knowing how to get there, in J. Paillard (ed.) Brain and Space, Oxford University Press.

Picelli A, Negrini S, Zenorini A,  (2015), Do adolescents with idiopathic scoliosis have body schema disorders? A cross-sectional study, Journal of Back and Musculoskeletal Rehabilitation, vol. 29 (1) pp. 89-96.

Smania N., Picelli A., Romano M., Negrini S. (2008), Neurophysiological basis of rehabilitation of adolescent idiopathic scoliosis, Disability and Rehabilitation , vol. 30 (10) pp.763-71.

 

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