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Linguaggio dei bambini: 10 domande alla Logopedista

Il linguaggio dei bambini è uno dei temi più sensibili per i genitori. Ritardi, difficoltà, o addirittura mutismo provocano facilmente – e comprensibilmente – preoccupazione e disorientamento. 

Quando è necessario intervenire? A chi è bene ricolgersi? Durante il Webinar dello scorso 23 Aprile , Come migliorare il linguaggio del bambino stando a casa, abbiamo raccolto le domande più frequenti dei genitori.

Risponde la Dottoressa Marina Vai, Logopedista.

Mio figlio non parla: quando mi devo preoccupare?

Il processo evolutivo fisiologico di apprendimento del linguaggio comporta il raggiungimento di alcune tappe a partire dall’anno di vita. Da questo momento è importante osservare un aumento progressivo del vocabolario, un miglioramento nell’articolazione dei suoni e una sempre maggiore capcità di strutturare la frase.

A tre anni, all’inizio della scuola dell’infanzia, il bambino deve avere un inventario fonetico adeguato, deve formulare frasi strutturate e rispondere alle domande dell’adulto in modo corretto.

Se questo non avviene, è consigliabile rivolgersi ad un centro di Neuropsichiatria Infantile.

A chi mi devo rivolgere se mio figlio presenta solo un ritardo del linguaggio e non nel comportamento?

E’ il Neuropsichiatra infantile il medico che può fare un’anamnesi corretta.

Egli effettua l’esame neurologico, prescrive accertamenti diagnostici, indica le valutazioni logopediche e psicomotorie da fare, e insieme a un’equipe di professionisti formula la diagnosi.

Quali sono le tappe di sviluppo  del linguaggio?

Generalmente a 4 mesi un bambino inizia il vocalizzo.

A 8 il bubbling o lallazione, che consiste nella ripetizione di più sillabe. Più il bubbling è variato più il bambino avrà una facilità articolatoria futura.

A 12 mesi iniziano le prime parole. All’età 20 mesi un bambino utilizza in media 50 parole e formula le prime frasi contratte (due parole per una frase intera senza verbo.

Le prime frasi compaiono tra i 24 e i 30 mesi. E a 3 anni la frase dovrebbe essere completa.

Leggi anche Sviluppo del linguaggio nei bambini: le tappe fondamentali

Mio figlio struttura la frase completa, ma non pronuncia alcuni suoni. Cosa devo fare?

Se il bambino non pronuncia alcuni suoni, ne inverte altri e/o li sostituisce è consigliabile rivolgersi a un Neuropsichiatra Infantile, già a partire dai 3 anni.

Il bambino potrebbe infatti presentare un disturbo specifico nella capacità di co-articolare i suoni del linguaggio.

Alle volte, solo i fonemi /sta/ /spa/ /sca/ /r/ /cia/ e /gia/ tardano a comparire nell’articolazione del bambino .

Non sottovalutiamo, poi, il fatto che un linguaggio poco intelleggibile, potrebbe provocare nel bambino delle difficoltà comunicative che provocano frustrazione edisagio.

Il ciuccio interferisce con il linguaggio?

Il ciuccio impedisce l’allenamento della muscolatura orofacciale,  impedisce la corretta posizione della lingua nell’articolazione dei suoni del linguaggio (foni) , può creare palato ogivale, morso aperto e deglutizione disfunzionale.

Se non si elimina, il bambino avrà bisogno presto di un intervento ortodontico e logopedico che corregga punto e modo di articolazione dei foni alterati.

Mio figlio utilizza il dito come ciuccio. Come posso farlo smettere?

Il bambino che utilizza il dito stimola il recettore palatino che è posto dietro la papilla interincisiva dell’arcata superiore. Questo recettore chiamato spot palatino invia stimolazioni importanti al cervello.

Bisogna dunque sostituire questa stimolazione con esercizi che vadano a stimolare lo spot palatino e togliere piano piano l’uso del dito.

Mio figlio non comprende delle indicazioni semplici che gli comunico. Cosa devo fare?

Ci sono bambini intelligenti che hanno un disturbo di comprensione che va valutato il prima possibile da un Neuropsichiatra infantile, anche per escludere difficoltà reali di interazione e comunicazione.

Solitamente il disturbo di comprensione si accompagna ad altre difficoltà di linguaggio che vanno prese in esame.

Cosa fare per aiutare il racconto il bambino di 5-6 anni che utilizza pochi vocaboli e frasi semplici?

Si possono utilizzare libretti con favole o racconti purchè siano molto figurati, raccontando con enfasi ogni figura e successivamente far raccontare al bambino.

In alternativa, è possibile utilizzare anche video molto brevi, audiolibri, o cartoni, purché si guardino e coommentino insieme.

È importante enfatizzare quanto accade, raccontate insieme al bambino quanto fatto durante la giornata impostandolo come un gioco.

Leggi anche Come stimolare il linguaggio dei bambini a casa

È corretto attendere l’ultimo anno di asilo per una visita dal logopedista?

I ritardi di linguaggio possono provocare in seguito delle difficoltà di letto-scrittura.

Conviene quindi muoversi molto prima dell’ingresso in scuola primaria. Al limite, è possibile fare un primo consulto con una logopedista di comprovata esperienza che possa fare una prima valutazione, dare delle indicazioni e inviare dalla Neuropsichiatra Infantile.

Questo può dare una conferma del ritardo, tranquillizzare i genitori ed indirizzare nel miglior modo possibile.

Le strutture pubbliche hanno lunghe liste d’attesa. Cosa faccio?

C’è la possibilità di mettersi in lista d’attesa nel pubblico ed intanto rivolgersi a centri di Neuropsichiatria Infantile privati.

È sempre possibile possibile rivolgersi alla logopedista, ma è importante avere la consapevolezza che il suo intervento non è esaustivo.

Per essere sicuri del professionista al quale ci si rivolge è possibile consultare il sito della FLI (Federazione Logopedisti Italiani) oppure al nuovo Albo. I Logopedisti ed i Neuropsicomotricisti devono essere assolutamente iscritti  all’Albo che è stato istituito nel 2018 per le professioni sanitarie.

 

L’équipe multidisciplinare di Neuropsichiatri Infantili, Psicoterapeuti e Logopedisti del Centro Medico Vivavoce prende in cura bambini e adulti che soffrono di balbuzie, di problemi legati alla voce e al linguaggio, e alla sfera psicologica ed emotivo-comportamentale.

Per maggiori informazioni scrivi a info@vivavoceinstitute.com.

 

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Burnout universitario: cos’è e come si riconosce

Il burnout universitario è un tema tanto diffuso quanto poco osservato e studiato in chiave sistemica. Questo fenomeno, infatti, non è slegato da quello molto più seguito e documentato dei Neet – dall’acronimo inglese “Not in education, employment or training” – dunque quello dei giovani inattivi o “sdraiati”.

Per comprendere meglio questo fenomeno, abbiamo rivolto qualche domanda a Lucia Ivona, trainer, counselor e coach che da anni lavora a stretto contatto con gli universitari, fornendo percorsi individuali di potenziamento delle capacità di studio e di concentrazione.

Cos’è la sindrome da burnout?

Si parla sempre più spesso di burnout in termini lavorativi.

Il termine burnout nasce negli Stati Uniti alla fine dello scorso millennio, per identificare un insieme di disturbi psichici, derivati da situazioni di eccessivo stress, individuabili nei lavoratori impegnati nelle professioni cliniche e di aiuto.

Successivamente, con l’aumento degli studi e delle ricerche, negli Stati Uniti così come in Italia e in Europa, il suo significato si è ampliato.

Si è identificata con sindrome di burnout ogni situazione di disagio psichico dovuta ad uno stress lavorativo eccessivo.

Tale terminologia è stata estesa al campo di tutte le professioni.

Fu Cristina Maslach, psicologa e sociologa dell’università di Berkeley, in California, a proporre per prima un modello per evidenziare i sintomi e i disturbi psichici attribuibili a tale sindrome.

Quali sono? Te li elenco brevemente.

  • Esaurimento emotivo, ovvero sentimento di stanchezza e di svuotamento di ogni tipo di energia fisica e psichica.
  • Depersonalizzazione, ovvero perdita di ogni atteggiamento positivo verso sé stessi, verso il mondo e verso gli altri.
  • Mancanza di realizzazione professionale, ovvero sentimenti di frustrazione, rabbia, calo di autostima e desiderio di cambiare o di abbandonare il lavoro.

Quali sono le conseguenze del burnout negli studenti?

Rileggendo i tre punti del modello della Maslach e pensando sgli universitari, possiamo cogliere alcune analogie di comportamento.

E a comprendere meglio come il burnout possa investire anche la vita degli studenti universitari, ci aiuta Enrico Montanari. 

Oggi infatti con il termine Burnout identifichiamo una situazione in cui non si riesce ad affrontare lo stress, cosa che può avvenire in un campo dove si hanno molteplici responsabilità, ma anche quando ci si prefigge obiettivi troppo alti da raggiungere o quando si entra in crisi lungo il percorso verso il traguardo.

Questa appena descritta è la situazione in cui non di rado possono trovarsi i nostri giovani. Specialmente quelli iscritti al primo o al secondo anno di università!

Perché mai dico questo? La mia è una osservazione sul campo iniziata circa dieci anni fa, insieme alla mia professione di coach.

Molti studenti si sono negli ultimi dieci anni rivolti a me, spinti dall’esigenza di trovare una soluzione al loro blocco negli studi.

Non di rado sono stati i loro genitori a farlo, mossi dalla frustrazione e dall’impossibilità di sostenere a lungo una situazione economicamente e psicologicamente difficile.

Un figlio iscritto all’università che non sostiene più gli esami, non segue più le lezioni, non riesce a stare dietro agli appelli e al contempo non vuole modificare la sua situazione aprendosi all’aiuto, presenta ai genitori un prezzo altissimo da pagare in termini economici e psicologici.

Il giovane stesso in questa situazione di burnout inconsapevole e non diagnosticato, è portatore di una grandissima sofferenza psichica.

Ma perché un soggetto giovane che studia dovrebbe correre il rischio di burnout?

Le motivazioni possono essere diverse.

Molto spesso, le cause del burnout universitario sono annodate con problematiche di fatica psicologica pregresse e affondano le radici nella nostra attuale cultura educativa e sociale.

I nostri giovani, fin troppo tutelati e protetti, sono poco avvezzi alla gestione prolungata delle fatiche e degli impegni.

Nativi digitali, hanno maturato deficit di attenzione e incapacità di tenuta della concentrazione.

Il carico di impegni e la gestione dei ritmi di studio presentano al giovane studente appena uscito dal liceo un conto troppo alto da pagare in termini di tempo, di capacità organizzativa, di gestione dello stress e di risoluzione di problemi complessi.

Cosa succede quando questi ragazzi arrivano in università?

Inconsapevoli delle proprie scelte e delle proprie reali motivazioni e inclinazioni, carenti nella gestione organizzata del tempo e degli spazi, fanno fatica ad organizzare lo studio, a programmarsi gli esami, a conciliare le esigenze di vita e di svago con il ritmo e la cadenza delle lezioni.

Si approcciano agli studi universitari con quella velata onnipotenza di chi crede di sapere già tutto o molto,  lievitati sotto l’egida di una immagine di sè stessi, se non del tutto ideale, quanto meno enormemente distante dalle istanze reali.

Le basi sulle quali si fonda la loro forza, la loro energia e la loro motivazione sono dunque molto fragili.

Non sanno bene cosa vogliono dagli studi, spesso non hanno una idea, nemmeno vaga, di cosa vorrebbero diventare o di dove potrebbero arrivare.

Davanti alle prime difficoltà e ai primi esami non passati, quella che è una crisi esistenziale rintracciata già da tempo li travolge fino a paralizzarli. E li conduce in uno stato di stagnazione e immobilità che aumenta la spirale di demotivazione, esaurimento emotivo ed allontanamento dallo studio.

Quali sono le conseguenze di questa immobilità?

Accade che non riescono più a studiare, ma non sanno come ripartire.

Gli studenti incappati nel burnout universitario non proseguono negli studi, ma nemmeno scelgono di  ri-orientare il proprio percorso.

Il burnout, appunto.

Nel nostro Paese sono specialmente i giovani, nello specifico il 10% dei circa 8 milioni e 200 mila tra i 12 e i 25 anni (ISTAT 2018), che dichiarano di non essere soddisfatti della propria vita e di non trovarsi in uno stato mentale ottimale.  

Possiamo dire che la sindrome da burnout può insorgere negli studenti universitari e che molto spesso essa provoca un calo di motivazione tale da indurre, nei casi di maggiore gravità, all’abbandono degli studi universitari.

All’abbandono, però, spesso non segue la ricerca di un nuovo percorso di formazione, di orientamento, di presa in carico della propria sofferenza psichica o di ingresso nel mondo del lavoro.

Gli studenti in burnout non diagnosticato vanno dunque ad incrementare il numero dei neet che nella nostra società è già abbastanza elevato.

Secondo la tua esperienza e i dati a disposizione, quanto è pervasivo questo fenomeno?

Il malessere è stato riconosciuto anche dall’OMS ed è sempre più drammaticamente diffuso.

In America, negli ultimi anni è stata riconosciuta questa sindrome anche negli studenti universitari, i quali hanno permessi speciali per poter stare a casa e soprattutto a riposo.

Incrociando i dati di Eurostat con quelli dell’Istat, che riguardano la fascia 15-34 anni, il numero dei Neet in Italia supera i 3 milioni.

È, in effetti, un dato preoccupante.

Ed è alla luce di questo dato, che è importante riflettere sulle possibili soluzioni per aiutare i nostri giovani studenti e le loro famiglie a superare il burnout, soprattutto in questo momento di grande complessità, un momento straordinario.

perché, come scrive Montaigne:

L’anima che non ha uno scopo stabilito si perde: di fatto, come si dice, essere dappertutto è non essere in alcun luogo.

 

Fonti

Michele Serra, Gli sdraiati, Feltrinelli 2015

Daniel Goleman, Focus, BUR 2014

Miguel Benasayag e Gérard Schmit, L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli 2005

Michel de Montaigne, Saggi, Libro 1, cap. 8, Adelphi 1992, Pag.39

Rapporto Eurostat sui Neet, 2018

 

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Fase 2: Vivavoce riapre la sede di Milano

Dal 4 maggio è possibile prenotare attività riabilitative individuali e ambulatoriali presso la sede di Milano, nel rispetto delle norme di sicurezza emanate dal Ministero per la fase 2.

Fase 2: le misure di sicurezza adotatte dal Centro

I professionisti sanitari e gli operatori del Centro sono stati dotati di dispositivi di protezione individuale e sono sottoposti quotidianamente al controllo della temperatura. 

Abbiamo riorganizzato le sale d’attesa per consentire le distanze di sicurezza e aumentato la sanificazione degli spazi.

A ciascuno è richiesto l’impegno per garantire la massima sicurezza a tutti i nostri pazienti, medici e operatori. È dunque importante seguire le seguenti indicazioni.

  • Rispettare tutte le disposizioni delle Autorità e del Centro stesso nel fare accesso nella struttura.
  • Informare tempestivamente e responsabilmente i professionisti sanitari e gli operatori della presenza di qualsiasi sintomo influenzale durante il permanere nella struttura, avendo cura di rimanere ad adeguata distanza dalle persone presenti.

 

Fase 2: cosa devi sapere se ti rechi presso il Centro

Ecco cosa devi sapere prima di recarti al Centro per una visita.

  1. In presenza di febbre (oltre i 37,5°) o di altri sintomi influenzali sospetti, è obbligatorio rinviare l’appuntamento e rimanere presso il proprio domicilio. È possibile disdire o rinviare l’appuntamento telefonicamente, contattando la segreteria.
  2. In caso di sintomatologia non è possibile fare ingresso o permanere presso il Centro. Segnalaci tempestivamente se, successivamente all’ingresso al Centro, sussistono le condizioni di pericolo in cui i provvedimenti dell’Autorità sanitaria impongono di informare il proprio medico di famiglia e l’Autorità sanitaria e di rimanere al proprio domicilio (sintomi influenzali, temperatura, provenienza da zone a rischio, contatto con persone positive al virus nei 14 giorni precedenti, etc.).

Se ti rechi presso il centro per l’attività riabilitativa o una visita da uno specialista osserva le norme seguenti.

  • Evita assembramenti presso i punti di ristoro (distributore di caffè) e nella Reception.
  • Non farti accompagnare da altre persone se non indispensabili. Limita al massimo gli accessi alla struttura, agli ambulatori e alle sale polifunzionali, facendo sì che gli accompagnatori rimangano all’esterno nella Reception, rispettando le indicazioni di sicurezza (distanza minima, mascherina).
  • Presentarti in orario per non causare ritardi nelle visite successive, ma non con eccessivo anticipo, per non dover sostare presso la struttura più del tempo necessario alla visita.
  • Presentati indossando la mascherina.
  • Se necessario, utilizza i servizi igienici per l’utenza espressamente indicati dalla Direzione.

La struttura è stata dotata di punti di distribuzione di guanti e gel disinfettante.

La segreteria rimane a disposizione per ulteriori informazioni e prenotazioni.

Tel: 02.36692464

Cell: 334.7288188

E-mail: info@vivavoceinstitute.com

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Fase due: il ritorno alle abitudini tra entusiasmo ed ansia

Fase due ormai dietro l’angolo: è per tutti una buona notizia?

Il lockdown del 9 marzo aveva portato con sè una sensazione di soffocamento ed inquietudine. Ci sembrava impossibile lavorare da casa o rinunciare all’aperitivo con gli amici.

Ma oggi, alle porte del 4 maggio e della fase due, il probabile ritorno alla normalità provoca in tanti di noi emozioni simili. Perché?

Perché ci preoccupa la fase due

Ci siamo adattati a nuove condizioni.

In biologia

l’adattamento indica la facoltà degli organismi viventi di mutare i propri processi metabolici, fisiologici e comportamentali, consentendo loro di adattarsi alle condizioni dell’ambiente nel quale vivono.

La flessibilità ad adattarsi alle diverse situazioni è fondamentale per l’uomo. Gli permette, infatti, di rispondere al meglio alle richieste lavorative quando muta il contesto aziendale, o di cambiare il comportamento in base all’interlocutore.

Dopo due mesi, le nostre abitudini sono cambiate. Posizionarci in salotto per lavorare e organizzare aperitivi a distanza su Zoom: questa è la nostra nuova realtà.

Cosa proviamo quando dobbiamo ri-adattarci

Un nuovo adattamento provoca emozioni contrastanti

Da una parte, l’entusiasmo di poter vivere questa primavera a pieno e riavere la nostra libertà. Dall’altra, l’ansia all’idea di riprendere la quotidianità al di fuori del piccolo mondo che avevamo creare.

Dopo lockdown e smartworking, cocooning è il termine anglosassone che sembra poter descrivere al meglio la situazione attuale. Esso indica la tendenza a chiudersi nel proprio bozzolo.

Questo atteggiamento è significativo soprattutto per chi aveva già qualche timore del mondo esterno. Ad esempio, chi viveva con fatica il lavoro, le relazioni sociali o l’ambiente universitario, in questi mesi probabilmente si è sentito più sereno e leggero, in quanto giustificato a non esporsi alla situazione temuta.

All’idea di un imminente ritorno alla normalità potrebbe quindi sperimentare maggiore ansia, come conseguenza dell’evitamento forzato.

Fase due: come affrontare al meglio il post lockdown

Ecco cosa possiamo fare per non farci prendere dall’ansia

  • Chiediamoci cosa proviamo e cosa pensiamo. Quello che proviamo è determinato da quello che pensiamo. Quando sentiamo un’emozione di ansia soffermiamoci sui nostri pensieri in modo da cogliere cosa ci turba in quel momento.
  • Stiliamo una lista delle situazioni che ci agitano maggiormente e mettiamole in ordine crescente, dalla meno temuta alla più temuta.
  • Valutiamo se abbiamo già affrontate in passato tali situazioni. Ricordare di averle già affrontate ci aiuterà ad avere un pensiero più razionale. In questo modo sarà più semplice concepirle come fattibili. Difficili sì, ma tollerabili, data la nostra pregressa esperienza.
  • Esponiamoci gradualmente. Partiamo dalle situazioni meno indesiderate per procedere pian piano a quelle maggiormente ansiogene. La riapertura graduale e prudente ci aiuterà a riavvicinarci agli elementi ansiogeni con cautela.

Nel caso l’ansia sia estremamente forte e risulti eccessivamente difficile riprendere le attività pre coronavirus potrebbe essere utile chiedere un supporto psicologico.

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L’équipe di Psicologi e Psicoterapeuti del Centro Medico Vivavoce è a disposizione per effettuare un primo colloquio e individuare il percorso più adatto a te.

Contattaci per informazioni: info@vivavoceinstitute.com  | 02.36692464 | 334.7288188

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Capire la rabbia nei bambini: le domande alla psicologa

La rabbia è un’emozione. E come tutte le emozioni, ci è utile, perché ci allerta che dentor o fuori di noi c’è stato un cambiamento cui prestare attenzione. Ecco perché non va eliminata, ma gestita. 

È però comprensibile che questa emozione, magari più delle altre, scateni nel genitore un senso di disorientamento e preoccupazione. Soprattutto quando le sue manifestazioni sono più estreme. Rispondiamo, con l’aiuto della psicologa, alle domande più frequenti dei genitori.

Perché un bambino si arrabbia?

La rabbia è un’emozione primaria ed è una delle più frequenti fin da bambini.

La rabbia è l’emozione che indica che qualcosa si interpone tra noi e il raggiungimento del nostro obiettivo e scatta quando percepiamo che è successo qualcosa di ingiusto.

La rabbia ha quindi un ruolo importante nella nostra vita, soprattutto nell’ambito relazionale. È  quell’emozione che ci permette di far valere i nostri diritti e favorisce l’affermazione di noi come persone autonome all’interno di un contesto sociale.

Come per tutte le emozioni, è molto importante cogliere la stretta connessione tra emozione e pensiero.

Quello che pensiamo determina quello che proviamo.

Nonostante questo, potrebbe sembrare che ci arrabbiamo in alcune situazioni più di altre. Sono le cosiddette  situazioni molla.

Le situazioni molla sono quelle situazioni che viviamo e che fanno attivare automaticamente pensieri disfunzionali. L’attivazione veloce e automatica di questi pensieri rende difficile identificarli e quindi tendiamo, più che in altri casi, ad attribuire la nostra emozione alla situazione.

Ognuno può identificare un canovaccio di situazioni molla in cui prova più facilmente la rabbia, come ad esempio il traffico in città, vedere qualcuno che subisce un’ingiustizia sul lavoro, etc…

Inoltre, è importante ricordare che vi è una soggettiva vulnerabilità alla rabbia. La rabbia è determinata dal temperamento e dal contesto educativo/culturale in cui si è cresciuti.

Come posso capire se mio figlio è arrabbiato?

Come si manifesta la rabbia? Può essere che mio figlio sia arrabbiato, anche se non è aggressivo?

La rabbia, più delle altre emozioni, è caratterizzata da comportamenti esternalizzanti, cioè quelli che i bambini imparano a dirigere verso l’esterno di sè. Essa viene esternalizzata sotto forma di discontrollo e oppositività.

La rabbia è spesso accompagnata da segnali fisici come un senso di calore nel viso e nello stomaco, rigidità delle mascelle, tremore agli altri, tensione muscolare.

La maggior parte dei bambini durante la crescita apprende spontaneamente a controllarla e solitamente le manifestazioni fisiche della collera diminuiscono fra i 3 e i 5 anni.

La rabbia nei bambini si può manifestare sotto diverse forme. Non necessariamente attraverso comportamenti aggressivi. Comportamenti oppositivi, difficoltà nel rispettare le regole e le autorità, perfino i famosi capricci o la difficoltà a relazionarsi con i coetanei sono tutte manifestazioni della rabbia.

Durante la crescita la rabbia può cambiare forma. Spesso nei più grandi si manifesta con conflittualità verbale, aggressività fisica, non comunicazione e chiusura, o addirittura con l’emarginazione o l’ingresso in gruppi dissociali.

 

Mio figlio è aggressivo: mi devo preoccupare?

L’obiettivo del genitore è che il figlio riesca a esprimere la rabbia senza conseguenze.

Pensare che un bambino o un ragazzo non debbano provare rabbia è qualcosa di irrealistico e, a tratti, non utile.

Quando, allora, bisogna intervenire?

L’intervento è consigliato quando la manifestazione della rabbia porta a delle conseguenze e il bambino o il ragazzo non riesce a gestirla diversamente. Se la rabbia è troppa potrebbe portare conseguenze a livello relazionale (Ad esempio: il bambino litiga frequentemente in casa, oppure rompe oggetti, o ancora è aggressivo con i suoi amici), o in termini di benessere (Ad esempio: il ragazzo si è allontanato da altre relazioni, è sempre in uno stato d’allarme, si pente dopo aver avuto uno scatto d’ira, soffre per queste sue risposte e le percepisce come ingestibili).

In questi casi, coinvolgere un professionista potrebbe aiutare il bambino o il ragazzo a modulare meglio questa emozione. A prescindere dall’età, lo psicologo può intervenire sul problema lavorando a priori sull’emozione della rabbia e insegnando delle tecniche di autoregolazione.

Inoltre, dato la frustrazione non è eliminabile dalla nostra vita, lo specialista può aiutare a favorirne la tollerabilità.

Lo psicologo, infatti, non interviene solo in caso di patologia, ma anche per favorire il benessere e l’adattamento all’ambiente.

Perché mio figlio fa il bullo?

Dietro alla rabbia molto spesso non c’è un tentativo volontario di fare del male all’altro, o un sentimento di odio.

Un comportamento aggressivo può essere una strategia utilizzata per non sentire le proprie fragilità e le proprie fatiche.

Cosa può fare il genitore?

  1. Aprite un dialogo e riflettere insieme sui comportamenti e sulle conseguenze che questo può avere, per sè e per gli altri. Nel parlare con il bambino o il ragazzo è importante non essere giudicanti o critici, nonostante possiate provare sentimenti contrastanti (Ad esempio: senso di colpa per quello che è successo, rabbia verso il figlio, preoccupazione per la situazione). Aspettate di aver stemperato meglio le vostre emozioni. Il riprovero in questa fase rischia di interrompere il dialogo e l’ascolto, senza però stimolare nessun tipo di riflessione. Ponetevi come scopo quello di riflettere insieme sul gesto e sulle conseguenze.
  2. Chiedetevi se quel comportamento non nasconda una difficoltà ad affrontare la fragilità, degli altri e propria. Spesso il bullo prende di mira un soggetto fragile. Provate a chiedere cosa ne pensa di quella fragilità, cosa prova a starci vicino.
  3. Siate presenti e contenitivi, ma non punite. Provate a cogliere che tipo di insicurezze ci sono. Nonostante la maschera del bullo o del forte, Cosa lo turba? Cosa lo disturba? Cosa lo spaventa?. Date importanza ai suoi timori e alle sue paure. Provate a immedesimarsi in lui: ad esempio, per un ragazzo, il timore di essere solo o impopolare o brutto ha un valore speciale che, se visto con gli occhi dell’adulto, sembra di poca importanza. Il fatto di sentirsi capiti e di sentirvi presenti è il primo passo.
  4. Accompagnate i bambini nella scoperta di altri modi per gestire la difficoltà. Mostrate alternative per affrontare ed quelle emozioni, altre strategie senza conseguenze.

 

L’équipe multidisciplinare di specialisti del Centro Medico Vivavoce prende in cura bambini e adulti che soffrono di balbuzie, di problemi legati alla voce e al linguaggio, e alla sfera psicologica ed emotivo-comportamentale.

Se hai osservato un cambiamento nel tuo bambino o non comprendi alcuni comportamenti di tuo figlio. Se soffre di disturbi dell’attenzione o dell’apprendimento, Contattaci.

Per maggiori informazioni scrivi a info@vivavoceinstitute.com.

 

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Effetti psicologici della quarantena: quali sono e come limitarli

Gli effetti psicologici della quarantena non si limitano al momento presente, ma potrebbero protrarsi anche nella fase successiva. È quello che emerge dalla review scientifica pubblicata il 26 febbraio del 2020 su The Lancet.

Un periodo di quarantena porta con sè una maggiore probabilità di presentare stanchezza, distacco dagli altri, ansia, irritabilità, insonnia, scarsa concentrazione e indecisione. Si potrebbero osservare anche una diminuzione delle prestazioni lavorative e una maggiore riluttanza al lavoro. 

La quarantena messa in atto dal Governo per evitare una maggiore diffusione del Covid-19, non fa sconti. 

Ma conoscere le possibili conseguenze è il punto di partenza per contenerle.

Quarantena: i precedenti

L’evento di quarantena di massa, adottato nei primi mesi del 2019 in Cina e poi in Europa, non è un caso nuovo nè isolato. Esistono infatti dei precedenti.

La quarantena è stata imposta anche in aree della Cina e del Canada durante lo scoppio nel 2003 della Sindrome Respiratoria Acuta Grave (SARS).

Interi villaggi in molti paesi dell’Africa occidentale sono stati messi in quarantena durante l’epidemia di Ebola del 2014.

Analizzare gli effetti della quarantena per esserne a conoscenza e intervenire in modo efficace per affrontare al meglio questa condizione. 

Quarantena e isolamento forzato: quale differenza

Risulta fondamentale differenziare l’isolamento dalla quarantena.

L’isolamento è la separazione della persona malata dal resto della popolazione, azione messa in atto per evitare che quest’ultima venga a contatto con il virus.

In particolare, l’auto-isolamento è la scelta volontaria di soggetti, che probabilmente hanno avuto contatti con la malattia, di chiudersi nella propria residenza non avendo contatti con l’esterno o con i propri cari per tutelare anche la loro salute.

La quarantena è la limitazione delle uscite e degli spostamento di persone, al fine di controllare il raggio d’azione ed evitare una maggiore diffusione delle infezioni.

Gli effetti psicologici della quarantena

La quarantena è una misura preventiva necessaria durante i maggiori focolai di malattie infettive. Tuttavia, essa si rivela portatrice di effetti psicologici negativi, sia durante 

La review pubblicata il 26 febbraio del 2020 su The Lancet, ha preso in rassegna 24 studi sugli effetti durante e post quarantena. Gli studi sono stati condotti in 20 Paesi, durante le epidemie di SARS (2003), Ebola (2014), la pandemia influenza H1N1 (conosciuta come influenza suina del 2009-2010), la Sindrome Respiratoria Medio orientale (MERS, 2012) e l’influenza equina (2009).

Uno tra gli studi svolti sulla SARS, ha preso in esame gli effetti sul personale sanitario. Già durante la quarantena i medici mostravano i sintomi tipici del disturbo da stress acuto: evitamento emotivo, rabbia, insonnia e irritabilità.

Dopo la quarantena, molti tra loro hanno continuato a manifestare comportamenti di evitamento, come la riduzione al minimo del contatto diretto con i pazienti e la mancata segnalazione al lavoro. Tali sintomi si rivelano perdurare addirittura fino a tre anni dopo l’evento.

I fattori stressanti

Per limitare gli effetti psicologici negativi della quarantena, è necessario individuare i principali fattori stressanti.

  • Durata. Periodi di quarantena più lunghi sono associati a problemi di salute mentale più incisivi. Essi si mostrano soprattutto con sintomi di stress post-traumatico e comportamenti di evitamento. È stato dimostrato che i soggetti che subiscono più di dieci giorni di quarantena, possono provare maggiori sintomi di stress.
  • Paura del contagio. Durante il periodo di quarantena, in alcuni soggetti, come donne in gravidanza e con figli, a causa della paura del contagio vivono i sintomi tipici della patologia anche se non sono realmente presenti.
  • Frustrazione e noia. Il conflitto, la perdita della routine e il ridotto contatto sociale e fisico sono indicati come principalli causa di noia, frustrazione e senso di isolamento. 
  • Aspetto finanziario. La perdita finanziaria a causa della quarantena crea un grave disagio socioeconomico. Questo è un importante fattore di rischio per lo sviluppo di disturbi psicologici, tra cui rabbia e ansia, che si presentano anche per diversi mesi dopo la quarantena. 
  • Stigma. La discriminazione delle persone positive all’infezione è un aspetto ricorrente in tutta la letteratura, da non trascurare. In un confronto tra operatori sanitari in quarantena rispetto ad altri non in quarantena, alcuni partecipanti costretti alle misure di contenimento si mostrano discriminati e rifiutati. 

Cosa fare per limitare i danni

Il vademecum degli Psicologi fornisce alcune linee guida.

  • Scandire una routine. Avere delle cose da fare favorisce un maggior senso di benessere ed evita la nascita di sentimenti di inutilità e noia. Il cambiamento diventa un alleato si decide di adottare un atteggiamento di curioso e determinato problem solver, anziché quello di vittima. Così si dissolvono le resistenze al cambiamento in atto, responsabili della sofferenza e dei disagi. Importante risulta dei micro obiettivi quotidiani da raggiungere con un pensiero positivo.
  • Cercare di mantenere un contatto, anche se virtuale, con i propri cari. Poter condividere gioie e dolori della giornata con le persone care permette maggior tranquillità. Nonostante la lontananza fisica, si possono organizzare momenti aggregativi dalle proprie abitazioni. Si può trascorrere del tempo insieme e garantirsi una forte vicinanza emotiva.
  • Evitare di cercare continuamente informazioni sulla pandemia. È utile darsi un tempo e un orario prestabiliti per guardare le notizie, affidandosi solamente a fonti certe. 
  • Fare attività fisica. Il movimento garantisce una maggiore cura di se e favorisce la nascita di emozioni positive. La reclusione a casa porta a stare molto tempo seduti e garantirsi almeno un intervallo di allenamento giornaliero permette di allontanare i pensieri negativi. 
  • Cercare del tempo per sé e per le proprie passioni. La buona riuscita di queste azioni porterà anche ad un miglior stato di soddisfazione personale.

Cosa possono fare le istituzioni

È necessario garantire la corretta informazione riguardante la malattia, le misure contenitive adottate, la salute pubblica. 

L’informazione chiara e tempestiva è la chiave per supportare le persone a comprendere la situazione, evitando la nascita di sentimenti come smarrimento e incertezza, già di per sé presenti.

La comunicazione deve essere efficace e rapida. No a notizie false, incerte o di difficile comprensione. I siti di riferimento per l’emergenza Coronavirus sono il sito del Ministero della Salute e quello dell’Istituto Superiore di Sanità.

Un aspetto non secondario, è garantire l’approvvigionamento beni di prima necessità. Non far mancare alimenti prioritari nella dieta delle persone crea un senso maggiore di sicurezza.

La necessità di supporto psicologico 

Ogni emergenza, sia essa sanitaria o sociale, è anche un’emergenza psicologica. Come tale, richiede competenze e interventi specifici non delegabili ad altre figure professionali.

Ecco perché diventa necessaria anche l’attivazione di supporti online e sportelli telefonici, sia per l’assistenza del personale sanitario, sia per i cittadini. Questo permette di esporre dubbi e domande ed beneficiare, dove necessario, di un contenimento emotivo.

Come citato da Lev Tolstoj:

La pazienza è aspettare. Non aspettare  passivamente. Questa è pigrizia. Ma andare avanti quando il cammino è difficile e lento.

 

Fonti

Samantha K Brooks, Rebecca K Webster, Louise E Smith, Lisa Woodland, Simon Wessely, Neil Greenberg, Gideon James Rubin (2020), The psychological impact of quarantine and how to reduce it: rapid review of the evidence, The Lancet,  395, issue 10227, pp. 912-920.

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L’équipe multidisciplinare di specialisti del Centro Medico Vivavoce prende in cura bambini e adulti che soffrono di balbuzie, di problemi legati alla voce e al linguaggio, e alla sfera psicologica ed emotivo-comportamentale.

Per maggiori informazioni scrivi a info@vivavoceinstitute.com.

Vivavoce Focus

Università: come affrontare studio, esami e ansia

Università significa tempi, situazioni e modalità differenti da quelli della scuola superiore. In questo senso, il passaggio dalla scuola all’università può essere molto faticoso. La complessità del mondo universitario facilita una reazione di forte stress nello studente, che può sfociare in un vero e proprio burnout. Tale situazione di complessità è a volte riconosciuta, altre non esplicitata o condivisa, e diventa quindi difficile e dolorosa a livello emotivo.

Abbiamo raccolto le domande più frequenti tra gli studenti che faticano ad affrontare questo cambiamento.

Perché le classi numerose mi mettono in difficoltà?

Mi sento in imbarazzo e fatico a conoscere altre persone: cosa posso fare?

Il passaggio all’università comporta un cambiamento tanto nella modalità e nel carico di studio, quanto a livello sociale.

La mattina quando entri in aula non vedi più le stesse persone, non hai più lo stesso compagno di banco. Questo, soprattutto inizialmente, potrebbe destabilizzarti e portare a emozioni di ansia o imbarazzo in alcune situazioni.

Come affrontare al meglio queste situazioni?

Autosservati. Porta, cioè, l’attenzione su di te e non sugli altri. Fai attenzione a:

  1. Quali sono le situazioni che ti mettono più in difficoltà? Che cosa hanno in comune? Ad esempio: situazioni in cui vi è tanta gente, in cui bisogna esporre la propria idea, o dove c’è quel gruppo specifico di persone…
  2. Che emozione provi in quei momenti? Cosa senti nel corpo? Come lo percepisci? Ad esempio: inizi a sudare, diventi rosso, ti sembra i non avere più pensieri…
  3. Come ti comporti in quel momento? Ad esempio: ti siedi in disparte, o diventi molto silenzioso o al contrario diventi eccessivamente loquace? Ricorda che il tuo comportamento verso l’altro scatena in lui una risposta. Questi processi, esemplificati di seguito, si chiamano cicli interpersonali.
  • Aggredisco una persona: lui proverà rabbia e risponderà di conseguenza.
  • Rispondo a monosillabe alle domande che mi vengono fatte: invio all’altro il messaggio che non voglio parlare . Di conseguenza dopo un po’ non mi chiederà più nulla.
  • Tendo a stare sempre lontano dagli altri: comunico che preferisco stare da solo. Di conseguenza gli altri potrebbero starmi lontano.

4. Cosa pensi in quei momenti? Ma soprattutto, pensi che gli altri ti giudicheranno o penseranno qualcosa di te? Spesso abbiamo paura del giudizio altrui e questo ci provoca emozioni di ansia e vergogna! Sei sicuro che questi pensieri siano davvero aderenti alla realtà? Di solito tendiamo a mettere i nostri pensieri nella testa degli altri. Ma puoi davvero sapere cosa pensa l’altro?

Perché non riesco ad ottenere buoni risultati nonostante lo studio?

Alle scuole superiori avevo voti alti. Perché in università non funziona più quello che facevo prima?

Ognuno di noi, durante la sua vita, sperimenta che, in alcune situazioni, determinate strategie lo aiutano a risolvere il problema. Ad esempio, può accadere che io abbia numerosi impegni nel weekend e mi risulti utile pianificarli minuziosamente. Oppure, avendo un qualsiasi problema, pensarci per ore o piuttosto confrontarmi con qualcuno potrebbe aiutarmi a risolverlo.

Lo stesso può valere nello studio. Posso aver imparato che prendere appunti a lezione e poi rivederli a casa, o ancora leggere e poi ripetere più volte, sono le stratgeie più utili per raggiungere buoni risultati.

La risoluzione dei problemi mi porterà, nel tempo, a mettere nuovamente in atto le strategie migliori.

Quando però ti accorgi che, nonostante adotti le stratregie vincenti, non riesci a raggiungere i risultati che vorresti, potresti sentirti scosso e frustrato.

Cosa puoi fare?

  1. Valuta se le condizioni sono cambiate. Ad esempio: prima avevi 10 pagine da studiare ora hai 3 libri. Prima avevi scadenze settimanali, ora hai un esame ogni sei mesi.
  2. Prendi consapevolezza che le condizioni sono cambiate e che le vecchie strategie, nelle nuove condizioni, non portano più al risultato. Può sembrare ovvio, ma non è sempre facile! Spesso siamo ancorati alle nostre abitudini e ci risulta molto difficile decidere di cambiarle.
  3. Cerca delle alternative: pensa a tutte le possibili strategie che puoi mette in atto. Se non ti vengono in mente alternative, prova a chiedere ad amici o compagni cosa fanno loro, non per copiare la loro strategia, ma per riflettere su quelle possibili.
  4. Valuta i pro e i contro di ogni alternativa trovata.
  5. Sperimenta: inizia a testare la strategia che ti sembra più vantaggiosa. Se non dovesse funzionare come pensavi, non abbatterti! Ricordati che hai un elenco di strategie che puoi sperimentare.

La vera soluzione è la capacità di adattarsi, cambiando strategia quando ci accorgiamo che non è più utile.

Perché, da quando sono in università tendo a rimandare tutto?

Nonostante abbia più tempo di prima, mi riduco sempre all’ultimo a studiare e non riesco ad organizzare il tempo.

Organizzare lo studio o attività a lungo termine non è semplice. Bisogna valutare il tempo che si ha a disposizione e il tempo necessario per svolgere le attività. Quanto ci metto a fare la prima lettura del libro? Quanti giorni ho bisogno per rivedere appunti? Quanto tempo ho bisogno per ripetere?…

Una volta pianificato il lavoro da fare giornalmente o settimanalmente, può essere che alcune persone tendano comunque a procrastinare, rimandando l’attività decisa per quella giornata finchè questa non risulta urgente e necessaria.

La tendenza a procrastinare ha degli svantaggi.

  • Più rimando, maggiore sarà il carico di lavoro da svolgere in breve termine.
  • Più rimando, più aumenterà il mio carico emotivo, come ad esempio l’ansia (Che ansia mi mancano pochi giorni e sono indietro), il senso di colpa (Perchè arrivo sempre all’ultimo?), la tristezza (Non riuscirò mai a farcela!).
  • Più rimando, più aumenterà la possibilità di avere conseguenze in termini di risultato (Ho studiato poco dato il poco tempo che ho dedicato alla preparazione).

Perché, allora procrastiniamo?

La procrastinazione può essere la conseguenza di uno stato emotivo.

Ad esempio, il pensiero di dover studiare e del futuro esame può crearmi un sintomo ansioso e di conseguenza, per gestire questa emozione, posso decidere di non pensarci e di rimandare l’attività. Quindi, nel breve termine procrastinare avrà un effetto positivo riducendo l’ansia, ma nel lungo termine potrà portare alle conseguenze che abbiamo visto.

Cosa si può fare per evitare di procrastinare?

Osservati e prova a rispondere a queste domande.

  • Ho programmato bene lo studio? Valuta se ti sei fatto un buon piano di studio valutando il tempo che hai a disposizione e il tempo necessario per le attività che devi svolgere.
  • Cosa sto provando e pensando nel momento esatto in cui decido di rimandare qualcosa a domani? Il pensiero che ti passa in testa ti genera un’emozione di ansia?
  • Che vantaggi e svantaggi ho nel rimandare a domani l’attività?

Autosservati per un po’ di giorni, provando a capire quante alternative riesci a mettere in atto, nel momento in cui cogli che ci sono solo svantaggi nel procrastinare quella singola attività.

Nel caso in cui non riesci a darti alternative potrebbe essere necessario affrontare meglio la natura dei pensieri e dell’emozione che provi, magari con l’aiuto di uno specialista.

Perché all’esame sono così agitato da non ricordare nulla?

Perché stai provando un’emozione che si chiama ansia.

L’ansia è l’emozione dell’incertezza. Prima di un esame, è normale provarla: si è incerti rispetto al risultato dell’esame.

L’ansia può essere sentita in diversi modi: sudiamo di più, aumenta il nostro battito cardiaco, respiriamo in modo irregolare, abbiamo mal di pancia ma anche confusione mentale o la sensazione di perdere il controllo.

Più l’ansia che proviamo è forte, maggiore sarà la manifestazione fisica e mentale: possiamo arrivare persino alla sensazione di perdere il controllo e di non ricordare più nulla.

Perché l’ansia ti porta ad avere difficoltà nella prestazione all’esame?

C’è uno stretto legame tra performance e grado di ansia provato. Questo legameè raoppresentabile tramite una curva gaussiana. Se l’ansia è troppo bassa o troppa alta la performance non sarà soddisfacente. Al contrario se l’ansia ha una intensità media e ottimale la prestazione sarà migliore.

In pratica, possiamo dire che un po’ di ansia prima dell’esame ti sprona a ripassare e studiare bene, quindi ti è utile. Se tu non provassi ansia probabilmente non dedicheresti del tempo a ripassare o a ripetere accuratamente. Ma se, al contrario, l’ansia è troppo alta, questo potrebbe paralizzarti davanti al professore.

Attenzione: non possiamo porci come obiettivo eliminare l’ansia a un esame, sarebbe impossibile e davvero poco utile!

Possiamo invece darci come obiettivo quello di imparare a riconoscere l’ansia e gestirla, essendo consapevoli che non è piacevole essere agitati, ma che possiamo tollerarla e gestirla.

Perché ho perso interesse per quello che studio?

Spesso non ho voglia di studiare, sono demotivato. Cosa posso fare?

Partendo dal presupposto che è normale poter avere dei momenti di maggior fatica e di demotivazione nel percorso di studi, è importante riflettere sulla frequenza, sull’intensità e sulle conseguenze di questa demotivazione.

Ecco alcune domande guida.

  1. Quanto spesso provo questa sensazione? È costante o ci sono momenti in cui ti piace quello che fai e non ti pesa? Se sono periodi di breve durata è normale, succede a tutti di sentirsi stanchi e demotivati. Se, invece la sensazione è costante, vale la pena porci attenzione e riflettere.
  2. Percepisco questa sensazione come intollerabile? O poco piacevole ma tollerabile? Mi pesa ma riesco comunque ad andare avanti o mi blocca totalmente? Se l’obiettivo che ti sei posto, ad esempio in termini lavorativi, o l’interesse per la materia sono importanti per te, probabilmente è più tollerabile il percorso di studi. Questo non vuol dire non fare fatica, ma che è possibile tollerarlo. Talvolta l’obiettivo che ci poniamo a lungo termine ci aiuta ad ancorarci a un percorso. Se, al contrario, ti risulta faticoso tanto da bloccarti o farti stare male a livello emotivo, è necessario porci attenzione. Potrebbero esserci diverse ragioni sottostanti!
  3. Quanto questa sensazione mi condiziona? Cosa mi porta a fare? Smetti di studiare, sei particolarmente triste o, al contrario, ti sembra di studiare e basta e tralasci altri aspetti importanti per te? È  importante valutare l’impatto del percorso universitario sulla tua vita: se influenza fortemente il tuo stato emotivo o le altre aree di vita probabilmente bisogna porci attenzione.

Una ulteriore riflessione da fare è il rapporto tra il devo e il voglio.

Nella vita non possiamo agire solo sulla base dei nostri devo ma neanche solo su quella dei nostri voglio. Riuscire a trovare un buon equilibrio tra questi due aspetti ci permette di raggiungere dei risultati, ma soprattutto di riuscire ad affrontare i percorsi che intraprendiamo in maniera funzionale e quindi inserendoli all’interno di un sistema di esperienze e attività (percorso di vita) piu ampio.

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