Blog

Vivavoce Focus

Dsa, le 5 domande più frequenti dei genitori: le risposte della psicologa

I DSA sono una malattia? Influiscono anche in ambiti diversi dalla scuola? Cos’è il PDP e cosa comporta?

Abbiamo raccolto alcune fra le domande più frequenti dei genitori di bambini e ragazzi con disturbi specifici dell’apprendimento: le risposte di Martina Tramontano, psicologa e psicoterapeuta del Centro Medico Vivavoce.

1. Si può “guarire“ da un disturbo specifico dell’apprendimento?

I disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) non possono essere definiti come una malattia. Quindi parlare di guarigione non è propriamente corretto.

I DSA sono infatti delle difficoltà specifiche nella lettura, nella scrittura e nel calcolo. I soggetti che presentano disturbi specifici dell’apprendimento hanno, però, un’intelligenza nella norma.

L’evolversi di queste difficoltà e l’impatto che queste possono avere sulla vita del bambino o del ragazzo dipendono da diversi fattori.

Il primo tra tutti è la tempestività della diagnosi.

È molto importante diagnosticare il problema fin dalla scuola primaria. Prima viene diagnosticato il DSA, prima potrà essere messo in atto un intervento sia di tipo riabilitativo sia di tipo didattico. Questo si traduce, cioè, in un percorso di potenziamento dell’apprendimento da parte di professionisti specializzati e in adeguamento della didattica in base alle caratteristiche studente.

La diagnosi e l’intervento riabilitativo avranno una ricaduta importante anche sull’aspetto psicologico.

Il bambino potrà infatti ridurre i vissuti di fallimento rispetto all’ambito scolastico (brutti voti, la percezione di non riuscire come gli altri, per citarne alcuni) e le pressioni dell’adulto (per esempio i rimproveri sul fatto che non si impegna e che deve studiare di più), imparando a compensare le sue difficoltà.

Al contrario, una diagnosi tardiva potrebbe esporlo a situazioni di fatica nello studio e a conseguenti risultati negativi e pensieri autosvalutativi come: «Non sono capace, non riesco come gli altri». A lungo termine questo potrebbe portare il ragazzo a creare un’idea negativa legata allo studio e una minor autostima.

I disturbi di grado lieve possono essere compensati in maniera autonoma da parte del bambino o ragazzo nella crescita fino a risultare impercettibili.

Una leggera dislessia o difficoltà di apprendimento mnemonico, o la discalculia, al di fuori dell’ambito scolastico, potrebbero risultare meno evidenti e compensate in autonomia. Un esempio tipico di questo: «Se faccio fatica con i numeri, posso usare la calcolatrice del telefono, e avrò meno occasioni di dover memorizzare nozioni o di dover leggere in pubblico lunghi testi. Ma posso comunque leggere per me o appuntarmi le nozioni mnemoniche come i numeri di telefono».

2. Un bambino con DSA può avere difficoltà anche in ambiti diversi dalla scuola?

I disturbi legati all’apprendimento hanno un’influenza maggiore in un ambiente scolastico, dove sono richieste capacità di letto-scrittura, calcolo, memorizzazione e prestazioni da effettuare in tempi limitati e definiti.

Fuori dal contesto scolastico, i ragazzi possono riportare fatica nell’organizzazione in generale, nelle attività non scolastiche o nella stima del tempo impiegato per svolgerle. Per esempio, preparare la borsa di calcio o organizzare il materiale per le lezioni di musica. Oppure definire quanto tempo ci mettono per prepararsi per uscire o quanto tempo necessitano tra un impegno e un altro.

Grazie all’uso di piccole strategie e accortezze, i bambini e i ragazzi con DSA possono imparare nel corso del tempo a gestirsi in maniera autonoma, con l’aiuto di calendari, sveglie o diari.

I ragazzi che hanno anche una disprassia in relazione alla disgrafia può essere che abbiano qualche difficoltà nella motricità fine, come esempio.

Avere un disturbo dell’apprendimento non comporta fatiche a livello relazionale e sociale, a meno che non ci siano conseguenze psicologiche derivate da una diagnosi tardiva o mal gestita. In questo caso, potrebbero subentrare perdita di autostima, sentimenti di inadeguatezza o di disvalore.

Leggi anche Dsa, disturbi specifici dell’apprendimento: cosa sono?

3. Perché un concetto che pare acquisito da un bambino con DSA a volte sembra “sparire” dai suoi apprendimenti?

I bambini e i ragazzi con DSA hanno una difficoltà nell’automatizzare alcune procedure, per esempio le regole grammaticali o matematiche. Quindi ogni volta che si approcciano a un compito è come fosse la prima.

I genitori dovrebbero tenere a mente questo aspetto, così da considerarlo non una dimenticanza o una disattenzione, ma un aspetto intrinseco nel disturbo.

In questo modo, possono anche modificare e adeguare le loro aspettative e le richieste sullo studio.

I bambini e i ragazzi con DSA possono avvalersi di strategie e strumenti come calcolatrice, formulari, tabelle dei verbi, per compensare questa difficoltà. L’uso di questi strumenti deve essere letto dall’adulto come essenziale ed equivalente all’apprendimento senza ausili.

Per un bambino o un ragazzo con DSA, questi strumenti sono l’equivalente degli occhiali per un miope. Non utilizzarli sarebbe un dispendio di energie, oltre che controproducente, sia in termini scolastici sia in termini psicologici.

4. Cos’è un PDP (Piano Didattico Personalizzato)?

Il Piano Didattico Personalizzato (PDP) è un documento redatto dal consiglio di classe per un bambino o un ragazzo con diagnosi di DSA.

Tale documento è creato sulla base della valutazione effettuata da un’équipe certificata che ha diagnosticato il DSA (l’équipe è formata, per legge, da un neuropsichiatra infantile, uno psicologo e un logopedista).

Nella diagnosi viene indicato il tipo di disturbo, la sua intensità e vengono fornite alcune indicazioni a livello didattico, sulle quali il consiglio di classe può creare il PDP.

La funzione di questo documento è condividere la diagnosi e le caratteristiche specifiche delle difficoltà emerse, e stilare una serie di misure compensative e dispensative a cui il bambino o il ragazzo hanno diritto in ambito scolastico.

Questo documento viene condiviso con la famiglia e il bambino o il ragazzo. Fondamentale è che anche il bambino o il ragazzo conoscano bene cosa vi è scritto, in modo da aver chiaro i suoi doveri e i diritti (ossia cosa ha a disposizione e cosa no).

I bambini e i ragazzi con un PDP dovranno raggiungere gli stessi obiettivi formativi dei compagni.

Diverso invece è il Piano Educativo Individualizzato (PEI), documento nel quale gli obiettivi formativi per l’anno scolastico possono essere diversi dal resto della classe.

Tale documento solitamente viene riaggiornato ogni anno.

Leggi anche Scuola a casa: come posso aiutare mio figlio con DSA?

5. Cosa sono le misure dispensative e compensative di cui si parla nel PDP?

Le misure dispensative e compensative sono le misure cui il bambino o ragazzo con diagnosi di DSA può ricorrere. Sono esplicitate all’interno del documento PDP.

  • Le misure compensative sono gli accorgimenti e strumenti che il soggetto può utilizzare per compensare le sue fatiche di apprendimento in modo da poter raggiungere gli stessi risultati di chi non ha tali difficolta. Tra questi vi sono l’uso del pc, della sintesi vocale, delle mappe concettuali, ecc…
  • Le misure dispensative sono i compiti o le prestazioni da cui il ragazzo è dispensato, per cui non verrà valutato negativamente il non adempimento di queste. Per esempio: lettura ad alta voce, studio memonico, ecc…

Queste misure sono un diritto del bambino o ragazzo.

Talvolta il bambino o ragazzo può crearsi delle proprie idee su queste misure («Mi vergogno ad usare il pc», «Sono l’unico con le mappe», ecc) che possono influenzare la sua disponibilità a usarle e di conseguenza l’andamento scolastico, creando un circolo vizioso che ricade poi sulla sua autostima.

Nel caso il genitore osservi un rifiuto nell’utilizzo di queste strategie – con conseguenze in termini prestazionali ed emotivi – è bene che apra il dialogo su questo aspetto, aiutandolo a guardare a queste misure come strumenti per raggiungere gli stessi obiettivi dei compagni (Una risposta tipo: «Le mappe sono come i tuoi occhiali: usarle non vuol dire che sei meno intelligente, ma che ti servono “per vedere” come gli altri. Le mappe possono aiutarti nello studio come possono aiutare gli altri»).

Foto di Andrea Piacquadio da Pexels

Vivavoce Focus

Coronavirus e stress da studio universitario: 5 rimedi utili, non solo per la salute della mente!

In questo articolo proveremo a tenere in un’unica cornice di riferimento due temi importanti: lo stress e il disagio psichico che possono vivere gli studenti universitari e i suggerimenti per stare bene anche fisicamente, soprattutto alla luce delle nuove sfide che ci “impone” il Covid-19.

Stress e studio universitario: che fare?

Quali sono le origini e le cause dello stress? Provando a semplificare il più possibile, diremo soltanto che quest’ultimo è la risposta “immediata” di lotta o fuga che ciascuno di noi organizza a fronte di paure e disagi che alcuni eventi possono generare. Certamente lo studio universitario e il rispondere della propria preparazione durante gli esami sono alcuni tra gli eventi possibili generatori di stress.

Alcuni stati di mancata salute fisica, che spesso ritroviamo nei nostri studenti universitari, sono spesso causati da stress prolungati nel tempo.

Lo stress infatti ha di per sé, una funzione positiva. Ciò che lo trasforma in un fattore di pericolo per la nostra salute è il tempo. Il nostro organismo e la nostra mente non sono infatti strutturati per rispondere a periodi di stress prolungati.

Ecco perché, quando questo si verifica, l’unica risposta possibile e universale è la malattia.

Il “carico” del coronavirus

Le problematiche e i disturbi psicofisici che seguono e insorgono a causa di uno stress prolungato sono diverse e interessano diversi luoghi e “non luoghi” della preziosa relazione mente/corpo.

Il complesso e straordinario periodo che stiamo attraversando, riorganizzando la nostra vita e le nostre difese alla luce della comparsa e diffusione del coronavirus, aggiunge per tutti un carico di stress, per l’appunto non ordinario.

È fondamentale cercare di non ammalarsi e di rimanere sani ed è bene ricordare che questo non può avvenire se non passando in via preferenziale da un abbassamento dei livelli di stress individuale.

Perché mai?

È importante ricordare che l’ormone che attiva lo stato di tensione e di stress è il cortisolo. Quando questo ormone viene secreto in eccesso o per lunghi periodi di tempo, crea un effetto collaterale negativo nefasto per la nostra salute: indebolisce il sistema immunitario. Indebolisce cioè proprio il sistema di difesa dagli agenti patogeni esterni.

Ecco perché, anche per proteggersi meglio dal coronavirus e in vista di una ripresa delle nostre ordinarie azioni di vita, è necessario in primis salvaguardare il nostro sistema immunitario che teme l’eccesso di stress.

Leggi anche Università: come affrontare studio, esami e ansia

Consigli agli studenti per abbassare i livelli di stress

Ecco alcuni primi e semplici accorgimenti da consigliare ai nostri studenti universitari per provare ad abbassare questi livelli e guadagnare in salute psicofisica.

Pianificare le sessioni di studio

Un metodo molto efficace per ridurre lo stress causato dagli studi universitari è quello di pianificare “al contrario”.

Questo significa che se si hanno delle scadenza già note, come per esempio le consegne di alcuni lavori di gruppo oppure un esame scritto o orale, si dovrebbe partire a ritroso e organizzare sul calendario giorno per giorno la stima di quanto sarà necessario studiare quotidianamente per raggiungere il livello ideale di preparazione.

Pensare e pianificare anche i momenti di relax

Pianificando con attenzione a ritroso, è possibile infatti inserire nella tabella di marcia dei giorni interi di totale riposo e svago. Sapere che il divertimento è già stato pianificato aiuterà a non procrastinare e motiverà maggiormente allo studio.

Condividere il più possibile (anche on line)

“L’unione fa la forza”, recita un famoso adagio. Nulla di più vero, soprattutto quando si condivide un progetto, come può essere un lavoro di gruppo o il superamento di un esame.

Non dimentichiamo infatti che il nostro cervello è un organo sociale! Ecco che, scegliendo con attenzione compagni con cui studiare o pianificare i propri obiettivi, sarà più facile sostenere le fatiche, condividere paure, tensioni, idee e punti di vista e ridurre così fortemente gli effetti dello stress prolungato.

Fare un’attività completamente diversa dallo studio

Quando si è a lungo impegnati a livello cognitivo, come durante le lunghe sessioni di studio, il cervello rischia di andare in sovraccarico. Si percepisce una sensazione fuggevole ma chiara: una sensazione di saturazione e di incapacità assoluta di immagazzinare nuove informazioni.

Sarà importante a questo punto dedicarsi ad un’attività completamente diversa, piacevole, che possa favorire il rilassamento.

Dormire a lungo, è un buon suggerimento anche per noi!

Cercare di riposare almeno otto ore al giorno, anche nei periodi di esame, è fondamentale per garantire un buon recupero e un mantenimento di efficaci livelli di attenzione e di apprendimento.

Un corretto riposo è molto importante sia per fissare i concetti appresi durante la giornata, sia per mantenere alto il livello di umore e la lucidità mentale, aspetti che risulteranno fondamentali nel momento in cui, prossimi agli esami, bisognerà affrontare intensi periodi di studio e tensione.

Foto di Anna Shvets da Pexels

Vivavoce Focus

Scuola, la valutazione al tempo della didattica a distanza

La didattica a distanza pone i docenti davanti alla sfida di una nuova valutazione. Quali criteri adottare e cosa valutare davvero?

Una riflessione di Pietro Viscardi, docente sul campo.

L’avventura di un numero

“Alé!” in arrampicata è il grido di chi ai piedi della parete vede il compagno scalatore afferrare con successo la presa successiva. “Alé! Alé!” è invece l’incitamento di quando alla presa successiva non si riesce ancora ad arrivare.

Durante una scalata, piccola o grande che sia, difficilmente sentirete un motto di delusione da parte di chi sta a terra. All’errore segue un suggerimento, alla caduta il silenzio. E l’attesa del prossimo tentativo. Alé! Di nuovo. Così è l’arrampicata, così la scuola. 

In arrampicata si urla “Alé!”, a scuola si scrivono voti, ma in entrambi i casi lo scopo delle grida o dei numeri è uno: far sentire a chi ci prova che non è solo. I conti si faranno poi alla fine. Come quando scesi dalla roccia la si guarda insieme e si giudica la salita, così alla riconsegna del compito occorre che docente e alunno si prendano del tempo per capire come è andata.

Lo sprone allo scalatore e il voto dato dal docente all’alunno racchiudono in sé una molteplicità di significati che hanno bisogno di essere esplicitati. 

Questa esplicitazione si è resa ancor più necessaria con la DAD (Didattica a Distanza), come anche la nota ministeriale timidamente accenna.

Valutare con la didattica a distanza

Se oggi la lontananza e i tempi ridotti di lezione chiedono chiarezza alla proposta scolastica, a maggior ragione la chiedono alla valutazione.

Il voto negativo dato dalla brama di tornare al più presto a girare tra i banchi durante le verifiche (per valutare in fondo sempre e solo le conoscenze e mai le competenze) è fallimentare tanto quanto il “sei politico”.

Oggi più che mai occorre che la valutazione, positiva o negativa che sia, venga preceduta e seguita da una narrazione, da un’esplicitazione prima della prova e una chiarificazione dopo la prova dei criteri di verifica e di giudizio.

Senza criteri chiari la valutazione non sarà mai compresa e calerà sempre dall’alto della cattedra. Per questo occorre che valutare non sia un diritto esclusivo del docente (tutti infatti valutano, sempre, voi stessi leggendo mi state valutando) ma sia un esercizio chiesto anche all’alunno.

Come? Per esempio attraverso l’autovalutazione.“La narrazione argomentata delle proprie vicende apprenditive” aiuta a giudicare il lavoro svolto cioè a prenderne coscienza e quindi a farne tesoro. 

Leggi anche Insegnanti e didattica a distanza: la lezione con “la porta aperta”

Didattica a distanza, cosa valutare davvero?

Una volta chiariti i criteri occorre però che essi abbiano anche la capacità di adattarsi al singolo alunno perché in ognuno la conoscenza avviene in modo diverso. Il teologo John Henry Newman descrive la dinamicità dell’apprendimento così: 

La mente si estende in lungo e in largo, si espande e avanza con una velocità che è diventata proverbiale e con una sottigliezza e versatilità che sfidano ogni indagine. Passa da un punto altro, appoggiandosi qui a un’indicazione e là a una probabilità; ora servendosi di un’associazione, ora fondandosi su qualche legge acquisita

Al docente spetta far crescere (ecco lo scopo della prova) e rendere evidente (ecco lo scopo della valutazione) il processo di conoscenza e non solo la conoscenza intesa nella sua accezione più bassa perché, come dice Albert Einstein, «imparare è un’esperienza, tutto il resto è solo informazione».

Sempre Newman afferma che «il ragionamento o l’esercizio della ragione è una spontanea energia vivente dentro di noi». Liberare questa energia è il compito della scuola. 

Leggi anche L’Esame di stato: la maturità ai tempi del coronavirus

Didattica a distanza, la valutazione come valorizzazione

Oggi i docenti, liberati essi stessi dal graticolato dei banchi delle aule e dal ricatto del nozionismo, possono cogliere questa occasione e inoltrarsi coi propri alunni nel processo di conoscenza battendo coraggiosamente i nuovi sentieri della DAD.

Solo se avremo buoni occhi potremo scorgere il passaggio mite o fulmineo della conoscenza e, aggrappandosi a quell’attimo, seguirne la traccia. Valutare, lo dice la parola stessa, significa dare valore, valorizzare perché anche «un minuto frammento è l’indizio per una grande scoperta».

In fondo, per tornare alla montagna, davanti a una parete tutto lo sforzo di chi sale e di chi sta giù è individuare il prossimo appiglio, non certo godere della piattezza lapidaria della roccia. Solo così la ragione progredirà «non diversamente da uno scalatore su una ripida parete, che, con occhio veloce, mano pronta e piede fermo, sale senza sapere neanche lui come». 

Citazioni: 

Newman John Henry, Il cuore del mondo. Antologia degli scritti, Milano, BUR

 Foto di Julia M Cameron da Pexels

Vivavoce Focus

Cos’è l’EMDR, come funziona e in cosa consiste la terapia

Scoperta alla fine degli anni Novanta, l’EMDR è spesso usato nel trattamento di disturbi legati a eventi stressanti o traumatici. Ma quando è opportuno farvi ricorso e come funziona la terapia?

Cos’è l’EMDR

L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è un tipo di approccio terapeutico psicoterapico usato per curare eventi traumatici e stressanti. In particolare, è un trattamento evidence – based per il disturbo post traumatico da stress,  come rivelato nel 2011 dal Samsha (Substance Abuse and Mental Health Services Administration).

Questo approccio è stato studiato da Francine Shapiro tra il 1987 e il 1990 e attualmente è uno strumento standardizzato e supportato empiricamente da numerosi studi.

Secondo il modello AIP (Adaptive Information Processing) di Shapiro, l’uomo ha un sistema intrinseco e adattivo che gli permette di elaborare i ricordi. Quando sono traumatici è possibile che l’elaborazione non avvenga in maniera corretta e si sviluppi una patologia.

L’EMDR, focalizzandosi sulla rievocazione dell’evento traumatico, si pone l’obiettivo di far rielaborare tale ricordo in maniera adeguata con una conseguente riduzione della sintomatologia.

Il terapista EMDR aiuta il paziente attraverso una stimolazione specifica che coinvolge entrambi gli emisferi cerebrali: questo può essere fatto con movimenti oculari alternati o altre stimolazioni destra/sinistra.

Come funziona l’EMDR

La stimolazione cerebrale bilaterale permette di desensibilizzare il ricordo e di modificare le convinzioni che il soggetto ha sull’evento.

Questo permette al soggetto di percepire il ricordo con più distacco, di sentire le emozioni meno intensamente, con sensazioni fisiche meno disturbanti e di modificare, infine, le convinzioni negative su di sé.

Il ruolo del terapeuta è quello di far rielaborare il paziente, guidandolo nel movimento oculare alternato o con una stimolazione tattile destra/sinistra, senza intervenire direttamente per non interrompere l’elaborazione.

Con quali disturbi viene usato viene usato

Il termine trauma può riferirsi a diverse esperienze. Si dividono traumi con la “T” maiuscola e traumi con la “t” minuscola:

  • T maiuscola: eventi di vita in cui il soggetto – o qualcuno molto vicino ad esso – ha la percezione di rischiare l’integrità fisica o la vita.  Gli esempi più comuni sono incidenti, lutti, abusi sessuali, disastri naturali;
  • t minuscola: traumi relazionali causati da figure di attaccamento che non soddisfano ripetutamente i bisogni emotivi e relazionali del bambino (traumi per omissione).

Data questa distinzione, l’EMDR viene utilizzato con traumi o eventi stressanti di diversa intensità

  • Lutti patologici e non;
  • Traumi per disastri naturali;
  • Traumi per incidenti stradali;
  • Traumi per abusi di diverso tipo;
  • Traumi a seguito di violenze;
  • Vissuti di umiliazione;
  • Traumi in età infantile

L’efficacia di questo trattamento è evidente in particolare con i seguenti disturbi:

  • disturbo da stress post-traumatico (PTSD);
  • disturbo da stress acuto;
  • disturbo post-traumatico complesso;
  • disturbi dissociativi;
  • disturbi dell’adattamento;
  • disturbo reattivo dell’attaccamento.

Inoltre, l’EMDR viene utilizzato molto nel trattamento di bambini, data la loro incapacità ad elaborare cognitivamente un ricordo.

Leggi anche Cos’è e come si cura il disturbo post traumatico da stress

In cosa consiste una terapia EMDR

La terapia EMDR segue un protocollo standard, tendenzialmente è usata nelle terapie individuali ma, talvolta, viene utilizzata anche in gruppo.

La durata del percorso terapeutico è variabile in base alla risposta del paziente e al tipo di trauma riportato.

Il protocollo prevede diverse fasi:

    • Viene fatta un’anamnesi del paziente e viene stabilito il piano terapeutico. Si definisce la problematica e i ricordi target su cui andare a lavorare;
    • Viene preparato il paziente alla terapia: si spiegano dettagliatamente i principi e il funzionamento del protocollo. Inoltre, si introducono le prime tecniche di rilassamento;
    • Si procede con una valutazione dettagliata dei diversi aspetti necessari alla terapia, ad esempio: identificazione del ricordo da desensibilizzare e la sua componente immaginativa, emotiva, cognitiva e fisica;
    • Si inizia la desensibilizzazione del ricordo grazie alla stimolazione bilaterale finché l’immagine dell’evento non è più percepita come disturbante;
    • Viene effettuata una ristrutturazione cognitiva positiva dell’evento;
    • Si pone attenzione agli aspetti corporei, valutando eventuali modifiche delle sensazioni fisiche legate all’evento traumatico;
    •  Si procede con la chiusura dell’elaborazione del ricordo;
    • Infine, si svolge una rivalutazione dell’evento per analizzare eventuali nuovi aspetti.

Scopri i percorsi di Psicologia e Psicoterapia del Centro Medico Vivavoce

Effetti collaterali 

Le sedute possono essere emotivamente intense: può succedere che il paziente pianga o che sia affaticato a fine seduta. Questo dipende dall’intensità dell’elaborazione emotiva, cognitiva e fisica.

Se l’elaborazione non è stata completata durante la seduta, è possibile che nelle ore successive il paziente riviva parte del ricordo o sensazioni spiacevoli.

Il terapeuta rende esplicito tale aspetto e si rende disponibile ad essere contattato o ad anticipare l’appuntamento successivo.

Efficacia del trattamento con EMDR e controversie

Ad oggi vi sono numerosi studi scientifici che confermano l’efficacia di questo trattamento. Nel 2013 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riconosciuto l’EMDR come approccio terapeutico efficace per la cura del trauma e dei disturbi ad esso correlati.

Le ricerche non solo hanno dimostrato l’efficacia ma hanno evidenziato anche variazioni fisiologiche e strutturali di pazienti sottoposti a EMDR. 

È stata dimostrata una normalizzazione dei livelli basali di cortisolo, ormone che viene prodotto a seguito di uno stress, dopo il trattamento EMDR (Heber et al., 2002). Sono emersi anche cambiamenti a livello di struttura cerebrali – ippocampo, lobo temporale mediale- aree cerebrali debite alla memoria ( Pagani et al., 2007; Bossini et al. 2007).

Sul sito EMDR Italia sono riportati numerosi studi scientifici che supportano questo tipo di approccio terapeutico. 

L’équipe di Psicoterapeuti del Centro Medico Vivavoce è certificata per il trattamento EMDR.

Contattaci per informazioni: info@vivavoceinstitute.com  | 02.36692464 | 334.7288188

Bibliografia:

Bisson J. et al (2007), Psychological treatments for chronic post-traumatic stress disorder. Sistematic review and meta-analysis, British Journal of Psychiatry, 198, pp. 97-104

Bossini L. et al.  (2007), Neuroanatomical changes after eye movement desensitization and processing (EMDR) treatment in post traumatic stress disorder, The Journal of Neuropsychiatry and clinical Neuroscience, 19(4), pp. 475-6

Heber R. et al., (2002), Salivary cortisol levels and the cortisol response to dexamethasone before and after EMDR: A case report, Journal of Clinical Psychology, Vol. 58 Issue 12

Fernandez I., Maslovaric G., Veniero Galvagni M., Traumi psicologici, ferite dell’anima. Il contributo della terapia con EMDR, Napoli, Liguori Editore (2013)

Pagani et al. (2007), Effects of EMDR psychotherapy on 99mTc-HMPAO distribution in occupation-related Post-Traumatic Stress Disorder, Nuclear Medicine Communications, 28, pp. 757-765

Van der Kolk B., Corpo accusa il colpo: Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche, Milano, Raffaello Cortina Editori (2015)

www.emdr.it

Foto di Josh Sorenson da Pexels

Vivavoce Focus

Relazioni alla prova: effetto del coronavirus

Il lockdown per il coronavirus ha influenzato le nostre relazioni? È cambiato qualcosa in questi due mesi di quarantena imposta per arginare la diffusione del Covid-19? 

Cosa abbiamo imparato sulle nostre relazioni in questo periodo e cosa possiamo fare in caso di difficoltà: il parere di Giada Sera, Psicologa e Psicoterapeuta del Centro Medico Vivavoce.

Durante la quarantena le nostre capacità relazionali sono state messe a dura prova

Da un giorno all’altro sono cambiate le “condizioni ambientali” e, di conseguenza, anche le regole che sottostanno alle nostre relazioni.

In particolare, i nostri rapporti si sono posizionati su due estremi:

  • Isolamento sociale: ci siamo distanziati fisicamente dalla maggior parte delle persone che frequentavamo quotidianamente – colleghi, compagni di classe e amici;
  • Convivenza forzata: siamo 24 ore su 24 a stretto contatto con i nostri coinquilini – amici, partner, genitori.

La reazione a questo cambiamento radicale è soggettiva e influenzata da innumerevoli aspetti, ad esempio, aspetti tipicamente personologici – la capacità di tollerare la solitudine, l’inattività, l’ansia e la paura – e fattori ambientali – la grandezza della casa o la possibilità di avere un proprio spazio.

Leggi anche Fase due: il ritorno alle abitudini tra entusiasmo ed ansia

Il coronavirus ha influenzato le nostre relazioni?

Le nuove condizioni di vita hanno influito tangibilmente sulle relazioni interpersonali.

Si pensi, ad esempio, ai turni conversazionali, ovvero alla capacità di alternare il proprio intervento in una conversazione,  un aspetto intuitivo nella scambio tête-à-tête. Nella videochiamate con amici è stato più difficile rispettarli, causando intervalli con lunghi silenzi oppure sovrapposizioni continue. A causa della monotonia della nostra quotidianità, si sperimenta la sensazione di avere meno argomenti di conversazione nonostante il desiderio di vicinanza e di contatto.

Inoltre, potrebbe emergere un irrigidimento eccessivo in alcune relazioni, un maggior numero di scontri e discussioni, o al contrario, percepire un maggior attaccamento e affetto per qualcuno.

A due mesi dall’inizio del lockdown, cosa abbiamo imparato sulle nostre relazioni?

Avendo dovuto mettere in “pausa” le nostre vite, abbiamo portato maggior attenzione su di noi e quindi anche sulle nostre dinamiche relazionali. Ecco su quali aspetti possiamo riflettere maggiormente:

  • Che valore diamo alle relazioni? Avendo messo in stand by molti impegni e attività, possiamo aver sperimentato realmente il valore e il peso che le relazioni hanno nella nostra vita: se abbiamo investito tanto sul lavoro o sullo studio, tralasciando gli affetti o, al contrario, ci siamo stupiti di avere molti contatti. Questa consapevolezza potrebbe portare a una riflessione sulle priorità e sui valori da attribuire alle relazioni in futuro;
  • Il modo in cui gestiamo le emozioni influisce sulle nostre relazioni? In momenti di maggior stress possiamo ricorrere a diverse strategie per gestire le nostre emozioni. Talvolta queste possono coinvolgere anche gli altri. Ad esempio, se sono agitata posso:
    • cercare un confronto con una mia amica o un amico;
    • diminuire i contatti con l’esterno;
    • essere maggiormente irascibile;
  • Hai imparato qualcosa di nuovo su di te e sulle tue relazioni? Sicuramente abbiamo un’idea di noi e del mondo, che spesso è rigida e immutabile. In questi mesi potremmo averla messa in discussione. Ad esempio, potremmo esserci scoperti più o meno forti di quello che pensavamo, di soffrire o di non soffrire la solitudine, di avere sovrastimato o sottostimato alcuni rapporti, di aver bisogno dei propri spazi o di avere difficoltà nel gestire alcune relazioni.

Se ho avuto difficoltà in qualche relazione, cosa posso fare?

  • Ricordati che questo è un momento particolare: abbiamo vissuto in condizioni extra-ordinarie, bisogna tenerne conto. Se è una difficoltà emersa in questo periodo, potrebbe essere il frutto di questo cambiamento; 
  • Non è conveniente prendere decisioni avventate ora: non prendere questa fase come momento rivelatorio. L’obiettivo che possiamo porci ora è solo quello di conoscerci meglio e di trovare strategie per gestire al meglio che si può questo momento;
  • Osserva le tue difficoltà relazionali: valuta se i contesti, le modalità, gli attori degli scontri sono sempre gli stessi e se ci sono delle modalità ricorrenti;
  • Osserva le reazioni degli altri in risposta ai tuoi comportamenti: ricorda che il tuo comportamento verso l’altro scatena in lui una risposta. Ad esempio, se aggredisco una persona, lui proverà rabbia e risponderà di conseguenza; se rispondo a monosillabe alle domande che mi vengono fatte, trasmetterò disinteresse e, di conseguenza, si interromperà la conversazione;
  • Prova a modificare, anche leggermente, il comportamento che suscita una risposta negativa nell’altro: se hai scoperto che un tuo comportamento scatena nell’altro una risposta indesiderata, prova a modificarlo, cerca delle alternative per disinnescare il circolo vizioso e passare ad un circolo più virtuoso. Ad esempio, se hai osservato che fare numerose domande in certi momenti della giornata porta l’altro a innervosirsi, prova a trattenerti e farle in un altro momento;
  • Monitora nel tempo tali difficoltà, se dovessero perdurare nonostante la ripresa delle attività dopo la quaranta prendine atto.

Foto di cottonbro da Pexels

 

Vivavoce Focus

Insegnanti e didattica a distanza: la lezione con “la porta aperta”

“Parlano come se il governo di casa tua consistesse interamente di quel che tu devi fare dei bambini. Un bel po’, invece, consiste della domanda disperata di che cosa i bambini faranno di te.”

G. K. Chesterton

Quando è iniziato tutto questo e le scuole hanno chiuso, come insegnante ho avuto un pensiero che da allora non mi ha abbandonato: vedere i ragazzi. E farmi vedere da loro.

Per farlo, per vedersi intendo, c’è voluto un po’. Alcune scuole sono partite subito, altre dopo, ma alla fine tutte, percorrendo strade differenti più o meno lineari, sono arrivate dove ogni strada educativa conduce: al rapporto. In questi due mesi le infinite comunicazioni di scuole in ansia da prestazione si sono sfoltite, i fitti silenzi di altri istituti spaesati fino all’immobilismo hanno lasciato spazio a qualche timida proposta. Così gradualmente e in altra forma gli insegnanti sono tornati a fare l’appello. Un docente si connette, guarda la sua faccia nel computer, fa un respiro poi chiede: ci siete? E aspetta che qualcuno da qualche parte dica: presente.

Così si è sempre cominciato, così si comincia anche oggi e così iniziano i problemi, ora accentuati dalla DAD (Didattica a distanza). Sì, perché adesso una volta fatto l’appello non si può più chiudere la porta della classe, per il semplice fatto che la porta non c’è. Non si possono vedere gli alunni perché spengono la telecamera e non si può più di tanto chiedere di intervenire perché i ragazzi si “mutano” (così dicono togliendo il microfono).

Gli insegnanti e la sfida della didattica a distanza al tempo del coronavirus

Non si può valutarli come si deve perché copiano e soprattutto, grande cruccio dell’insegnante, non si può neanche essere certi che stiano ascoltando perché forse, mentre tu parli, quelli non ci sono già più ed è rimasta solo un’icona sul computer con le loro iniziali. La porta non si può chiudere e il docente o dirigente che ancora con le unghie e con i denti si tiene aggrappato alla maniglia è destinato, dopo uno sforzo titanico, a rimanere con niente in mano, se non la maniglia stessa sradicata dalla forza della libertà.

La libertà di cui parlo però non è solo quella degli alunni che, nel bene o nel male, l’hanno sempre vissuta, ma quella degli stessi insegnanti. Noi privati ognuno delle proprie sicurezze, dalle quattro mura dell’aula fino a “sei politici” o criteri di valutazione tanto legnosi quanto la porta della classe, rischiamo di trovarci davanti a un muro ancora più arido degli intonaci scrostati delle nostre scuole: lo schermo del computer.

Quale libertà occorre vivere quindi? Una sola: esserci.

Parafrasandolo, Chesterton chiede non che cosa i docenti devono fare degli alunni, ma che cosa gli alunni se ne faranno dei docenti. Bene: gli alunni dei docenti possono farsene molto, ma è altrettanto vero che possono farsene niente. Niente. Sono liberi.

E noi? Siamo liberi al punto da accettare, seppur con dolore, che di me l’altro non se ne faccia niente?

Parlando davanti a un monitor, lanciando come naufraghi un messaggio in una bottiglia nella speranza che qualcuno lo riceva, ci chiediamo di cosa sia fatta la nostra libertà. A mio parere la risposta è da cercare proprio nel legame tra noi e la forza del messaggio che lanciamo, oggi più che mai una richiesta di salvataggio: il nostro.

Leggi anche Ragazzi in quarantena: come supportare la fatica emotiva degli adolescenti

Cosa e come deve comunicare l’insegnante con la didattica a distanza?

Privati di tutto, a partire dal tempo di lezione adesso così ostico, cosa è chiamato a comunicare un insegnante? Quale messaggio mandare aldilà dello schermo?

Da due mesi i miei alunni tengono i loro Diari Clandestini. Li abbiamo chiamati così in onore di Giovanni Guareschi che dal lager di Beniaminovo scriveva: «Signora Germania, tu mi hai messo fra i reticolati, e fai la guardia perché io non esca. È inutile, signora Germania: io non esco, ma entra chi vuole. Entrano i miei affetti, entrano i miei ricordi».

I ragazzi, anche loro chiusi ma in casa, si mettono al computer e scrivono. Eccone uno.

22/04/2020. Ore 6:46
Ho preso il brutto vizio di vegliare di notte e dormire di giorno, però questa cosa da una parte mi aiuta perché le giornate passano più in fretta e non le sento più di tanto. Si dice che la notte porta consiglio, a me porta pensieri e riflessioni su tante cose, sono sempre stato uno molto pensieroso e riflessivo e in questi giorni lo sono ancora di più. Spesso mi succede che non ho più voglia di fare niente, come se volessi staccarmi da tutto ciò che mi circonda, però è in questi momenti che bisogna reagire. Mia mamma continua a lavorare a fare turni su turni per fronteggiare questa emergenza che è in corso nel nostro paese, come in tutto il mondo.

Sono pagine vive. Sono una testimonianza, cioè unica e vera comunicazione.

Se anche la scuola prendesse sul serio la domanda su cosa veramente comunicare potremmo riuscire a navigare non solo nelle acque burrascose del Covid ma anche in quelle più stagnanti dei programmi ministeriali.

Così forse anche la maturità potrebbe essere occasione di vera sintesi. Mi dicono che sarà un grande colloquione informe. Comunque sia ci sarà sempre qualcosa di ben delineato: i volti. Compariranno di nuovo in tutta la loro franchezza. E sarà ancora una volta, come ogni giorno nella vecchia classe, uno spietato faccia a faccia.

 

Citazioni:

Gilbert Keith Chesterton, La famiglia, regno della libertà, Macerata, Leardini Guerrino (2019)

Guareschi Giovanni, Diario clandestino (1943-1945), Milano, Rizzoli (2017)

 

Foto di Julia M Cameron da Pexels

Vivavoce Focus

Esame di stato: la maturità ai tempi del coronavirus

Cosa pensano i maturandi 2020 del loro futuro esame di Stato al tempo del coronavirus? Quali preoccupazioni sono legate a questo momento tanto atteso e temuto?

Grazie all’esperienza diretta con loro è stato possibile confrontarsi e riflettere su questo tema. I ragazzi 2001 non si limitano a manifestare entusiasmo per un esame light, ma riportano numerose e più profonde considerazioni.

Abbiamo intervistato Giada Sera, Psicologa e Psicoterapeuta di Vivavoce, che ha raccolto le esperienze dei maturandi del 2020.

Come sarà l’esame di stato quest’anno?

I ragazzi rispondono prontamente riportando le ultime notizie sentite al telegiornale o inoltrate loro da genitori o compagni, ma concludono sempre sottolineando dubbi relativi alla struttura, alla modalità di studio e di valutazione.

I ragazzi stanno sperimentando emozioni contrastanti, in primis derivanti dall’incertezza: “Cosa dovrò affrontare?”.

Si sono preparati per cinque anni all’esame di Stato – all’idea di studiare per ore e ore, a serate dedicate a scrivere tesine ed elaborati, alla temuta seconda prova di indirizzo, all’immagine dei banchi nei corridoi, alla tensione nel momento in cui viene aperta la busta ministeriale, alla famosa notte prima degli esami e infine al paventato orale.

In questo senso, i maturandi di quest’anno non sanno cosa li aspetta.

Ad oggi si inizia a definire la struttura – una singola prova orale – ma rimane ancora incerta la modalità, a distanza o in presenza. Si può immaginare come tale situazione si sta ripercuotendo sugli animi fragili dei maturandi.

Infatti, se prima l’ansia era legata esclusivamente all’impegnativa preparazione e alla prestazione, ora è legata anche al non sapere cosa succederà.

Cosa pensano i ragazzi in una singola prova orale, in presenza o a distanza?

Sulla base del decreto legge n. 22 dell’8 aprile 2020, l’esame di Stato consisterà in un’unica prova orale.

Alcuni ragazzi si sentono tranquillizzati per il fatto di avere una prova sola invece di tre e di avere la commissione interna. In molti sono sicuri di aver maggior comprensione da parte dei professori o addirittura di avere la promozione assicurata.

Al contrario, chi ha sempre sofferto maggiormente le interrogazioni rispetto alle verifiche scritte riporta una maggiore ansia. Essa è dovuta all’idea di essere valutato su un’unica prova orale, al pensiero di avere una commissione di fronte o al timore che, data la  difficoltà nell’esposizione orale, la modalità a distanza renda tutto più difficile.

Leggi anche Ragazzi in quarantena: come supportare la fatica emotiva degli adolescenti

Ma la riflessione dei maturandi va oltre la prova d’esame. Molti di loro infatti, ci riportano  anche considerazioni ed emozioni legate all’esperienza dell’esame di maturità. Sperimentano, in particolare un’emozione di tristezza.

  • È diffusa la sensazione di “perdita” di un evento, di un momento che è una tappa fondamentale nella vita di ogni adolescente. Sulla notte prima degli esami si sono girati film e scritte canzoni. L’attenta valutazione e l’aspettativa creatasi nella loro testa verrà totalmente capovolta lasciando l’amaro in bocca.
  • Un altro aspetto riportato con maggior sofferenza riguarda “l’ambiente classe”. I maturandi del 2020 hanno perso la possibilità di vivere gli ultimi mesi con i compagni e la sensazione di euforia mista a malinconia dell’ultimo giorno di scuola e del grido di liberazione al rintocco dell’ultima campanella.

Queste piccole esperienze scandiscono in realtà un momento importante, perché ci hanno dato e danno ai ragazzi di oggi la consapevolezza di un rito di passaggio, della fine di un percorso e l’inizio di un altro.

La situazione di emergenza sanitaria legata al coronavirus ha interferito con molti aspetti rituali delle nostre vite. E questo è ciò che succederà ai ragazzi del 2001.

Come poter gestire al meglio questo evento?

Possiamo dare ai maturandi alcune indicazioni pratiche su come gestire queste emozioni.

  • Riconosci cosa provi. chiediti che emozioni stai esperendo? Dove le percepisci nel corpo? E quale è il contenuto dei tuoi pensieri?
  • Accetta quello che provi. Ansia e tristezza vengono comunemente etichettate come emozioni “negative”: cerchiamo sempre di non provarle o di “eliminarle” il prima possibile. In questa situazione sono assolutamente congrue quindi, riconoscile e accettale come normali rispetto a questo evento invece di rifiutarle.
  • Datti l’obiettivo di gestire le emozioni, non eliminarle. Ricorda che eliminare le emozioni è impossibile e soprattutto poco utile. Le emozioni hanno un loro scopo e, se gestite bene, sono necessarie. L’ansia per un esame è normale: ti permette di prepararti al meglio, di dedicarci tempo e attenzione i giorni prima invece di stare al pc o alla tv. Quindi:
    • Valuta l’attivazione fisica delle emozioni e prova a ridurla. Cosa significa? Ad esempio, se quando sei agitato il battito cardiaco aumenta e inizi a sudare maggiormente, prova a ristabilire cicli respiratori adeguati rallentando il ritmo e aumentando il tempo destinato all’espirazione;
    • Valuta la natura dei tuoi pensieri e come questi determinino le emozioni che proviamo e la loro intensità. Una volta identificati, prova a ragionare su quale di questi pensieri ti è più o meno utile nel gestire le tue emozioni.

Ad esempio, se mi ripeto che devo assolutamente studiare il capitolo in un’ora o che se non prendo un determinato voto non valgo, l’emozione di ansia sarà sicuramente più intensa. Diverso è se reputo preferibile studiare il capitolo in un’ora, o se penso che nel caso in cui prendessi un voto in meno questo non determinerà il mio valore come persona. Le doverizzazioni e il valutarci per un singolo comportamento non sono pensieri utili.

  • Prova a creare una piccola ritualità che ti aiuti, per quanto possibile, a delineare quel momento di “passaggio”: una video chiamata con i compagni l’ultimo giorno, un ripasso “a distanza” i giorni prima dell’esame. Potete programmare un’uscita appena sarà possibile, festeggiare in casa con la famiglia questi momenti.

 Foto di Pixabay da Pexels

Supera la balbuzie con noi

Metodo clinico dimostrato
Il metodo MRM-S per superare la balbuzie è scientificamente dimostrato da un progetto in collaborazione con l’Università San Raffaele

Esperienza consolidata
Vivavoce ha aiutato oltre 1300 pazienti in tutta Italia a superare la loro balbuzie