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La balbuzie nei manuali diagnostici

I manuali diagnostici sono strumenti finalizzati a definire e classificare i disturbi psicologici: i due principali manuali utilizzati in ambito clinico sono il Manuale Diagnostico Statistico (DSM), e il capitolo quinto della Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD). In entrambi i manuali, tra i disturbi dell’infanzia, è annoverata anche la balbuzie, per la quale vengono elencati specifici criteri per riconoscerla. Vediamo quali.

La balbuzie nel DSM-5: un disturbo della fluenza con esordio nell’infanzia

Nel DSM-5 la definizione di balbuzie si trova all’interno dei Disturbi del neuro-sviluppo, che si manifestano dall’età prescolare, come i Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) e i Disturbi del controllo motorio.

Alla balbuzie viene attribuita la diagnosi di Disturbo della fluenza con esordio in infanzia, ed è inserita nel gruppo dei Disturbi della comunicazione.

I criteri riportati nel DSM-5 sono i seguenti:

  • Alterazioni della normale fluenza e della cadenza dell’eloquio, che sono inappropriate per età dell’individuo e per le abilità linguistiche, persistono nel tempo e sono caratterizzate dal frequente e marcato verificarsi di uno (o più) dei seguenti elementi: ripetizioni di suoni e sillabe, prolungamenti dei suoni, interruzione delle parole, blocchi udibili o silenti, circonlocuzioni, parole pronunciate con eccessiva tensione, ripetizione di intere parole monosillabiche.
  • L’alterazione causa ansia nel parlare o limitazioni dell’efficacia della comunicazione, della partecipazione sociale, o del rendimento scolastico o lavorativo, individualmente o in qualsiasi combinazione.
  • L’esordio del sintomo avviene nel periodo precoce dello sviluppo.
  • L’alterazione non è attribuibile a deficit motorio dell’eloquio o a deficit sensoriali, a disfluenza associata a danno neurologico (per es., ictus cerebrale, tumore, trauma) o ad altra condizione medica, e non è meglio spiegato da altro disturbo mentale.

 Classificazione Internazionale delle Malattie: a proposito di balbuzie

Nell’ICD-10, la balbuzie è inserita Altri disturbi caratterizzati da un esordio infantile.

I criteri che definiscono la balbuzie nell’ICD sono i seguenti:

  •  Frequenti ripetizioni o prolungamenti di suoni, sillabe, o parole, o da frequenti esitazioni o pause, persistenti o ricorrenti di intensità tale da disturbare in maniera accentuata il flusso dell’eloquio;
  • L’anomalia nella scorrevolezza interferisce con i risultati scolastici o professionali o con la comunicazione sociale;
  • Se sono presenti un deficit motorio della parola o un deficit sensoriale, le difficoltà nell’eloquio vanno al di là di quelle di solito associate con questi problemi.

Oltre a questa, nel manuale sono incluse altre diagnosi che, nonostante una diversa nomenclatura, contengono criteri abbastanza simili da richiedere una diagnosi differenziale. Ciò significa che

quando può essere difficile scegliere tra due o più diagnosi, i manuali sottolineano elementi che distinguono le possibili alternative.

Ad esempio il Disturbo della Fonazione, una difficoltà nel produrre correttamente i suoni durante la verbalizzazione, si differenzia dalla balbuzie che, invece, provoca un’alterazione anche nel ritmo della frase e non solo l’errore di produzione di fonemi.

La comparsa della balbuzie nell’infanzia: differenze tra DSM e ICD

Come abbiamo visto le definizioni diagnostiche di balbuzie dei due manuali sono molto simili tra loro.

In entrambi i casi la balbuzie è inserita tra i disturbi della fluenza. Tutti questi disturbi compromettono il normale funzionamento sociale, scolastico o lavorativo, anche in assenza di cause mediche.

La principale differenza che emerge tra le diagnosi dei due manuali riguarda il criterio della comparsa precoce.

Nel DSM la distinzione viene effettuata in base all’età di insorgenza, non considerando i casi in cui la balbuzie possa comparire in adolescenza o nell’età adulta,  in seguito a danni neurologici (ad esempio trauma cranico o ictus) o come conseguenza di patologie mediche, casi che sono definiti con un diverso codice di riconoscimento.

L’ICD, invece, ne riconosce l’esordio tipico in età prescolare, ma non lo inserisce tra i criteri. Ciò significa che la diagnosi di balbuzie nell’ICD non distingue tra esordio precoce e tardivo.

Il ruolo dell’ansia nella diagnosi e nel trattamento della balbuzie

Solo nel DSM-5 è inclusa tra i criteri la presenza di ansia come conseguenza della balbuzie.

In questo caso, nel processo di diagnosi differenziale, bisogna considerare se l’ansia, qualora presente in misura significativa, sia una manifestazione conseguente alle difficoltà di linguaggio oppure indipendente da esse.

Nel primo caso, in seguito ad un trattamento rieducativo per la balbuzie, ci si aspetta che, nel tempo, ad un aumento della fluenza corrisponda una diminuzione dei livelli di ansia. Nel secondo caso, invece, nonostante il miglioramento dell’eloquio, gli stati ansiosi si manterrebbero comunque significativamente elevati. Quindi si potrebbe considerare l’ipotesi di un disturbo d’ansia indipendente dalla balbuzie.

Da entrambi i manuali, che forniscono delle buone linee guida per inquadrare il fenomeno, emerge in ogni caso una visione parziale della balbuzie, che non tiene conto della complessità di tutte le manifestazioni possibili.

Foto: Gratisography

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Dentro il movimento: il muscolo

Ogni movimento che compiamo avviene come risposta a segnali di diversa natura che provengono tanto dall’ambiente esterno quanto da quello interno. Immaginiamo di trovarci in un bosco: basta un rumore improvviso di un ramo che cade o una lucertola che ci taglia inaspettatamente la strada  per far sì che abbia inizio un movimento. O ancora, pensiamo a cosa succede al nostro corpo quando ci ricordiamo improvvisamente di un appuntamento. Se consideriamo per un attimo i movimenti descritti, o un qualsiasi altro movimento compiuto durante la giornata, possiamo facilmente distinguere quelli involontari, che avvengono cioè “senza pensarci” – come schivare un oggetto che ci sta per colpire, togliere velocemente la mano da un fornello che non ci siamo resi conto essere ancora bollente – da quelli volontari.

In entrambi i casi, ciascun singolo movimento coinvolge un gran numero di muscoli, che si contraggono senza che noi ce ne rendiamo conto. Fortunatamente! Se dovessimo pensare ad ogni singolo muscolo non saremmo più in grado di muoverci abilmente.

Ma come funziona questo complesso sistema che ci permette di muoverci in modo così apparentemente naturale e finalizzato? In che modo il sistema nervoso permette di compiere la nostra azione e quali sono gli attori che partecipano all’esecuzione del movimento?

Comprendere il movimento: il “circuito” del controllo motorio

Se, semplificando al massimo, pensassimo al controllo motorio come ad un circuito elettrico collegato ad una lampadina, la lampadina rappresenterebbe il nostro sistema muscolare e il filo elettrico le vie nervose che portano lo stimolo alla lampadina (tessuto muscolare). Il tutto comandato attraverso un interruttore (encefalo).

L’encefalo ed il midollo spinale costituiscono il sistema nervoso centrale, l’insieme dei gangli nervosi e dei nervi esterni ad encefalo e midollo che giungono alle strutture periferiche (organi di senso, cute, muscoli, ossa etc..) formano invece il sistema nervoso periferico. Le vie nervose che dalla periferia si dirigono verso l’alto al cervello portano informazioni sensitive (afferenze sensitive), mentre quelle che dall’encefalo si dirigono verso il basso, con lo scopo di inibire o eccitare i neuroni che controllano direttamente o indirettamente il muscolo, regolano la motilità.

Perché e come il muscolo si contrae?

Il muscolo si contrae (cioè si accorcia) per permettere di muovere o di stabilizzare il nostro sistema scheletrico e la contrazione muscolare avviene in risposta ad uno stimolo del neurone motorio (motoneurone). Il motoneurone trasmette dall’encefalo un impulso elettrico a livello della giunzione neuromuscolare (la sinapsi che si crea tra il motoneurone e la fibra muscolare) provocando il rilascio di un neurotrasmettitore, l’acetilcolina, che attiva chimicamente la membrana cellulare generando la contrazione muscolare.  Lo stimolo elettrico in sé non sarebbe in grado di permettere la contrazione della fibra muscolare. È la trasformazione chimica, avvenuta in seguito al rilascio dell’acetilcolina, che permette meccanicamente la contrazione della fibra muscolare. Si è infatti scoperto che questa reazione chimica permette a due proteine filamentose (actina e miosina) di legarsi e scivolando tra loro,  permettere la contrazione (come mostra l’immagine).

Dentro-il-movimento

Dentro il muscolo: l’unità motoria

Il muscolo è composto da fibre muscolari innervate dai motoneuroni; l’insieme di tutte le fibre muscolari innervate dallo stesso motoneurone, è definita unità motoria. Il numero di unità motorie però varia in funzione della funzione di ciascun muscolo. Perchè?

Immaginiamo quale movimento millimetrico debba eseguire il globo oculare per catturare un’immagine in movimento, oppure che capacità fine debbano avere le dita di una mano per raccogliere un foglio caduto per terra se paragonate alla funzione dei muscoli degli arti inferiori mentre effettuiamo un salto. I primi due dovranno avere un’accuratezza ed una precisione del movimento sicuramente maggiore ed è per questo motivo che una singola unità motoria conterrà meno fibre muscolari.

Ci rimane da capire come il nostro sistema nervoso sia in grado di gestire la contrazione muscolare, per esempio se dobbiamo sollevare una scatola vuota piuttosto che una valigia piena. Come saranno reclutate le unità motorie? O meglio, come il nostro sistema nervoso può aumentare la forza nella contrazione di un muscolo? L’argomento è ancora dibattuto, ma ad oggi è ancora l’intuizione di Henneman (Size Principle, noto come Legge di Henneman) ad essere maggiormente presa in considerazione. Le unità motorie attivate prima sono quelle le cui fibre muscolari sono più piccole e meno forti, successivamente qualora il reclutamento continuasse verrebbero messe in gioco quelle le cui fibre sono più grandi e più forti. Il principio fisiologico alla base del Size Principle è che i motoneuroni più piccoli avrebbero una soglia di attivazione più bassa, quindi verrebbero attivati prima. Soltanto quando la forza dell’input cresce, inizierebbero ad essere coinvolti motoneuroni più grandi che necessitano di una soglia di attivazione maggiore.

Muoversi, quindi, è un processo tanto spontaneo, quanto meravigliosamente complesso. E… Sì, oggi abbiamo parlato solo di lampadine…

Foto: Flickr, Qrodo Photos

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Non solo parole: balbettare, tra emozioni e rinunce

«In Italia non si lavora sulle emozioni». Così rifletteva Diego Mortalò, maestro della scuola primaria del Collegio San Carlo di Milano, intervistato, insieme ad altri 4 insegnanti, in merito allo stato di salute dell’approccio alla balbuzie nella scuola italiana. Un appunto profondo, non trascurabile, e provocante al punto da dedicarci un altro articolo.

Perché le emozioni sono parte costituente della persona, sono la fibra vibrante, sono il materiale umano da maneggiare con cura per ottenere il risultato. Il dizionario dice che emozione significa: Impressione, sensazione forte, turbamento, agitazione. Intensa esperienza psichica, piacevole o spiacevole accompagnata da reazioni fisiche e comportamentali che creano commozione o turbamento. Mentre Wikipedia parla di: Avventura rischiosa ed eccitante. Mettendo insieme la carta profumata del dizionario e la tecnologia si riesce a dare un senso a questa parola, anche attraverso le emozioni scritte e descritte dagli allievi del Vivavoce Institute prima di iniziare il loro percorso di rieducazione alla balbuzie.

Emozioni che racchiudono parte di un vissuto, quello di chi balbetta, poco sconosciuto e, spesso, minimizzato. Ma chi, davvero, si è mai chiesto cosa significa balbettare?

Balbettare mi fa sentire…

«Diverso, escluso, ridicolo, inutile, vuoto, incompleto, osservato negativamente, a disagio, in difetto». Così rispondono i 40 allievi di Vivavoce Institute. Sono tristi, timidi, impauriti, bloccati, imbarazzati, nervosi, stanchi: «Mi sento piccolo davanti alle situazioni». Si ritrovano a rinunciare ad affrontare gli avvenimenti della vita a causa della vergogna o per la paura di essere derisi. Balbettare rende incompleti senza poter essere se stessi pienamente: «Non posso utilizzare tutte le mie potenzialità». Non poter avere la certezza di una socialità libera dove la comunicazione permette di esprimere il mondo interiore, crea nelle persone fortissima ansia, imbarazzo o vergogna. «Mi fa sentire molto male perché ho in mente tante cose da dire ma non ho la capacità di dirle». Un senso profondo di inadeguatezza e frustrazione dove in un attimo si ha l’impressione di essere in ridicolo e nel posto sbagliato: «Mi fa sentire debole e insicuro, vorrei finalmente riuscire a fare un discorso senza aver bisogno di cambiare alcune parole con altre per riuscire a non balbettare».  «Fisicamente mi affatica, psicologicamente è indescrivibile». Alla fine parlare è molto doloroso: «Mi fa sentire non all’altezza degli altri che parlano tranquillamente, sto molto male alla fine di una prestazione verbale». Leggere queste emozioni fa tremare il cuore: «Balbettare è come se facessi perdere tempo alla persona che ho di fronte». Nessuno, e in nessun contesto, dovrebbe sentirsi così: pur incespicando, pur sobbalzando, oppure in silenzio, siamo meraviglia creata, un bene prezioso da maneggiare con cura, ecco cosa dovrebbe essere la vita di quello che abbiamo di fronte, vicino di banco, gomito a gomito sul lavoro.

La balbuzie, però, fa compiere rinunce a volte pesanti come macigni che rendono davvero faticosa la vita.

Una cosa a cui ho rinunciato a causa della balbuzie é…

La parola, quella parola. E non solo. Balbettare significa rinunciare alla vita sociale, ad amici, fidanzati, alle passioni, come la musica o lo sport, alla carriera, sia scolastica, con l’abbandono, sia professionale, perché rende incapaci di mettersi in mostra e valorizzarsi. E ancora, balbettare vuol dire rinunciare a parlare, ad esporre le proprie idee, a fare politica o a fare l’influencer, a mettere le propria intelligenza in azione, come se si fosse nati muti, avvolti nel silenzio.

Per non soffrire è meglio tacere e ingoiare il timore di una sconfitta: «Ho rinunciato ad allargare le mie esperienze nel campo sociale, a creare interazioni in ogni campo». Qualcuno ha scritto: «Non ho rinunciato a niente» ma la motivazione in sé è la rinuncia più grande: «Non ho mai rinunciato a nulla di importante; ho sempre cercato di convivere e superare il problema. A scuola rinunciavo a fare domande riuscendo a cavarmela se qualcun altro chiedeva la stessa cosa» oppure: «Non ho rinunciato a nulla in particolare anche perché fin da bambino ho avuto difficoltà, quindi a prescindere non mi sono fatto illusioni».

Balbettare è anche questo: un iceberg, secondo una famosa metafora, di cui solo una piccola parte è visibile al di sopra del livello del mare, mentre la maggior parte rimane al di sotto. Per superare questa fatica, non basta agire sulle emozioni, occorre un lavoro sulla persona a 360 gradi. Ma intanto, conoscerla e capire quanta fatica comporti nella vita quotidiana, aiuta ad accorciare le distanze con chi la vive, a non percepirla semplicemente come un disturbo, un problema di pochi.

Allora ritorna alla memoria la frase del maestro Mortalò: «Bisogna lavorare sulle emozioni»: esatto, occorre insegnare fin dalle scuole primarie che siamo esseri unici e irripetibili, che le fatiche ci sono, ma possono diventare un’occasione, per tutti. E che il rispetto e l’ascolto sono gli strumenti migliori per incontrare l’altro, evitando così che la sua fatica o le sue emozioni rappresentino un ostacolo. Vivere liberamente le emozioni è davvero la più grande delle avventure, rischiosa ma davvero eccitante. Ha ragione anche wikipedia!

 Foto: Skuawk, Robert de Bock

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Manuali diagnostici: ricetta per una diagnosi

I manuali diagnostici sono strumenti finalizzati a definire e distinguere i disturbi psicologici. Essi hanno diversi ambiti di impiego, tra cui la valutazione e la cura della salute mentale, lo studio e la ricerca di strumenti e protocolli di intervento e la valutazione forense degli individui. La classificazione dei disturbi psicologici avviene grazie al confronto con criteri che consentono di distinguere le diverse forme di sofferenza e ricondurle a specifiche diagnosi. La formulazione di una diagnosi avviene secondo un modello medico in cui le manifestazioni osservabili dal paziente e dal clinico di riferimento vengono utilizzate per definire liste di segni e sintomi, confrontati poi con i criteri forniti dai manuali.

I due principali manuali utilizzati dai professionisti e dalle strutture sanitarie per definire e riconoscere le diagnosi sono il Manuale Diagnostico Statistico (DSM, Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), redatto dall’Associazione Americana di Psichiatria (APA), e il capitolo quinto della Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD, International Classification of Diseases), stilata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), dedicato alla salute mentale. Questi due strumenti, benché abbiano generalmente lo stesso obiettivo, hanno alcune differenze nel modo in cui sono strutturati.

Il DSM-5

Il DSM, arrivato alla sua quinta edizione, è un manuale che si pone come uno strumento a-teorico di raccolta dei disturbi psicologici. Ciò significa che non si basa su un modello teoretico specifico che cerca di collegare i segni del malessere alle cause, ma raccoglie invece solamente i sintomi e le manifestazioni osservabili. In questo modo, si cerca di descrivere un disturbo solo dai fattori ritenuti più “oggettivi”, consentendo una maggiore condivisibilità con altri professionisti. La precisione e la definitezza dei suoi criteri rendono il DSM uno strumento di elezione per l’interazione anche con professioni non sanitarie, come ad esempio il contesto accademico o la ricerca. Avere uno strumento che consente di mettere in comunicazione diretta chi fa ricerca sulla salute mentale in un contesto sperimentale e coloro che intervengono direttamente sui disturbi e hanno gli occhi sulla popolazione reale, consente una più facile comunicazione tra le parti e porta una maggiore rapidità dell’accesso alla clinica dei progressi scientifici.

L’ICD-11

L’alternativa a questo manuale è l’ICD, la cui undicesima versione è attualmente in produzione. Questo strumento è un sistema di codifica di natura medica che descrive attraverso un approccio categoriale le diagnosi di tutti i disturbi, tra cui anche l’influenza, e non solo di quelli psicologici come il suo omologo. Paragonando la sezione che si occupa di salute mentale con i criteri del DSM, emerge una definizione meno rigida dei requisiti di classificazione, che consente ai professionisti di aver un maggiore spazio di “giudizio clinico”. Infatti, per evitare che una formulazione eccessivamente specifica possa agire a discapito di una correttezza diagnostica, l’ICD presenta i criteri in due modalità diverse, una per i clinici e l’altra per i ricercatori. In questo modo, i professionisti che utilizzano il manuale a scopo diagnostico non corrono il rischio di essere vittima della fiscalità dei criteri che, invece, è fondamentale nella ricerca.

L’ICD, essendo frutto del lavoro dell’OMS, è adottato dai sistemi sanitari per codificare le diagnosi, soprattutto in quei contesti, come gli ospedali, dove la valutazione dello stato di salute dei pazienti viene considerata nella sua interezza. Per questo motivo, l’ICD è lo strumento a cui si rifanno anche le valutazioni ufficiali in termini di incidenza nelle stime ISTAT.

Criticità nella formulazione delle diagnosi

La maggior difficoltà nel definire un sistema diagnostico codificato e condiviso tra i professionisti, può risiedere nel fatto che la diversità degli individui, e quindi il loro modo di vivere con un determinato stato mentale, può far apparire riduttivo l’inquadrare il vissuto di un individuo in una diagnosi. Si corre, cioè, il rischio di appiattire tutte le persone con gli stessi sintomi nello stesso “prototipo”.  In altre parole, il rischio è quello di pensare che tutte le persone che soffrono dello stesso disturbo manifestino gli stessi identici sintomi e sperimentino lo stesso disagio.

Un’altra criticità che il clinico può riscontrare nella formulazione delle diagnosi è quella della cosiddetta comorbidità (o comorbilità). Con questo termine si definisce l’utilizzo di due o più diagnosi contemporaneamente sulla stessa persona, per poter descrivere in modo esaustivo tutti i segni e sintomi presenti. La presenza di più diagnosi contemporaneamente può rendere difficile definire un trattamento efficace e focalizzato.

Insomma, dare un nome al malessere di una persona è un’impresa tutt’altro che facile. Ma è utile e prezioso avere parole a cui far corrispondere rapidamente concetti complessi, come i vissuti di sofferenza e gli aspetti sintomatici, perché esse consentono di spiegare con più immediatezza ciò che accade e accordarsi sul da farsi. In questo senso, le diagnosi possono essere viste come categorie astratte, utili a rappresentare un determinato disturbo. E i manuali, che condensano decenni di studio e dibattito sono strumenti preziosi, evolutisi nel tentativo di mantenere un equilibrio tra la ricerca, che ha come obiettivo quello di migliorare la comprensione dei disturbi, e la clinica, che si concentra sull’intervento e il supporto di coloro che soffrono di fragilità.

Foto: Flickr, *Polly*

 

 

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La balbuzie a scuola, occasione educativa per studenti e docenti

Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido. 

Albert Einstein

 

A scuola trasformare un disagio, una fatica, come la balbuzie o i disturbi specifici dell’apprendimento (DSA), in un’opportunità educativa per tutta la classe, è un’occasione da cogliere. La mancanza di ascolto e conoscenza della diversità e l’esclusione di chi non è performante creano disagio in qualunque studente. Il disagio spesso genera una bassa autostima, aumenta il senso di inadeguatezza e, dunque, penalizza il rendimento scolastico. La balbuzie, che colpisce l’1% della popolazione, con picchi del 5% tra i più piccoli, crea in un bambino, che diventa un adolescente e poi un adulto, isolamento e silenzio. Un silenzio che genera un flusso di parole interiore. Il silenzio, che può diventare una voragine di paura paralizzante durante le interrogazioni per finire con un: “Stai calmo, respira e studia di più”. Ed ecco che questa tipica frase del docente genera ancora più tensione a livello fisico e muscolare e aggrava la manifestazione della balbuzie.

A questo punto, qual è la reazione più comune dello studente che balbetta o con DSA non ancora certificato? Sottrarsi da quello che lo circonda e spesso rinchiudersi nel suo mondo.

Professoressa Colla, la scuola come affronta la balbuzie?

I docenti non sono preparati sull’argomento e il problema  della balbuzie  non è trascurabile perché gli studenti balbuzienti frequentano la scuola e non devono decidere di abbandonarla per  la difficile strada che li aspetta – spiega Maria Luisa Colla, professoressa di Tecnologia della Comunicazione e Tecnologie informatiche con funzione strumentale BES/DSA dell’Istituto Albe Steiner di Milano. L’insegnante non deve limitarsi solo a trasmettere dei contenuti disciplinari, ma deve essere in grado di riconoscere i motivi e le cause degli insuccessi dei suoi studenti, e per fare questo deve essere adeguatamente formato.

Oltre ad affrontare il disagio dal punto di vista scolastico, c’è anche un lavoro di sensibilizzazione a livello sociale?

Certo, la sensibilizzazione è il primo anello di una catena utilizzata per la totale inclusione dello studente. La classe dovrebbe sempre accogliere le fatiche del compagno di banco perché è dentro a questo contesto che si comincia a fare pratica di vita. La scuola, per sua natura, ha una missione educativa.

La scuola è davvero preparata ad affrontare le fatiche scolastiche, come DSA e la balbuzie?

 L’Albe Steiner di Milano è adeguatamente formata per affrontare i disagi scolastici, come i DSA. Non è altrettanto formata sul disagio della balbuzie.

Una risposta che porta velocemente a fare una piccola inchiesta da Milano a Palermo, ed ecco il risultato.

Diego Mortalò, maestro Scuola Primaria del Collegio San Carlo di Milano, realtà privata impegnata nel percorso culturale e umano rispettoso dell’unicità di ogni persona. «Assolutamente la scuola non è preparata per la balbuzie, ma posso affermare che non lo è nemmeno per i DSA. Non ci sono corsi di formazione obbligatori ma scelte personali dei docenti. Noi al San Carlo siamo fortunati perché il Collegio ci permette di partecipare liberamente ai corsi di formazione che il docente, più esigente e attento, cerca su territorio nazionale. Diciamola tutta: in Italia non si lavora sulle emozioni. A parer mio, è per questo che non si è preparati, ad esempio, sulla balbuzie».

A Roma, abbiamo fatto la stessa domanda a Liliana Perruso, professoressa di italiano all’Istituto Comprensivo di Bracciano. «Sono preparata sui DSA ma la balbuzie non è una tematica di formazione per noi docenti. Secondo la mia esperienza, il numero di alunni con questo disturbo è veramente minimo. In 18 anni di insegnamento non mi è mai capitato e nel caso avrei richiesto di lavorare accanto a figure professionali specializzate nel disturbo della balbuzie. Questo disturbo specifico può avere comorbidità come i DSA: dislessia, disortografia, disgrafia, discalculia. A volte».

A Salerno chiediamo alla professoressa Mariarita Luongo, Scuola Secondaria di Primo e Secondo grado. «Quest’anno in una delle mie classi c’è uno studente balbuziente. Non ho una formazione adeguata a questo e mi sto avvalendo della collaborazione di esperti esterni. Il mio metodo con lui durante le interrogazioni è non mettergli ansia e fare in modo di non sottolineare il suo disagio. Anche la classe è inclusiva e di forte collaborazione».

A Palermo Francesca Maccani, professoressa di Italiano, Scuola Secondaria di Primo grado, afferma senza esitazione: «No, nella maniera più assoluta! Ad esempio io ho una alunna balbuziente ma è aiutata da strutture esterne. Io non ho strumenti adeguati pur avendo fatto le 400 ore per il sostegno, come mia esigenza personale e per la mia formazione di docente ma non ho il tipo di preparazione adeguata per questo disagio. La mia alunna è una ragazzina ben strutturata, molto seguita dalla famiglia e a scuola è serena perché non viene schernita dai suoi compagni. Spesso, durante la lezione, è lei ad offrirsi di leggere ad alta voce ed io cerco sempre di dilatare questi tempi, senza metterle ansia o semplicemente assegnandole brani non troppo lunghi» .

Testimonianze preziose, perché svelano l’effettiva mancanza tra i docenti di una formazione adeguata sulla balbuzie, da cui deriva a volte, anche una non conoscenza del fenomeno nella sua complessità. Una breve inchiesta, sì, ma che fa riflettere…

Foto: Flickr, mbeo

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Cosa è davvero la balbuzie? Nel cuore di una mamma

La balbuzie è una fatica spesso associata traumi infantili, stati psico-emotivi alterati, reazioni sbagliati in famiglia. In realtà, numerose ricerche hanno dimostrato che questa fatica non ha origini psicologiche o emotive. E non è influenzata dai comportamenti o dal linguaggio dei genitori. Tuttavia, un figlio che balbetta scatena immediatamente preoccupazione, allarmismo e sensi di colpa. 

Abbiamo chiesto alla mamma di Filippo, 10 anni, di condividere con noi la sua storia.

Cosa ha provato quando le hanno detto che suo figlio era balbuziente? Ci racconta la vostra prima reazione?

Filippo ha cominciato a balbettare quando era molto piccolo. Non è stato difficile accorgersene. Ha iniziato a fare fatica a parlare, a noi sembrava proprio un problema a livello motorio, fisico. Per lui era molto faticoso iniziare la frase.

Un episodio, avvenuto qualche giorno prima di iniziare a balbettare, ci aveva fatto pensare a uno shock. Avevamo dovuto tenerlo fermo per fare il suo primo taglio di capelli. La mia prima reazione, da mamma, è stato un forte senso di colpa (soprattutto per me, mio marito è più razionale).

Mi sono chiesta cosa potevamo aver fatto di sbagliato per scatenare una simile reazione.

Filippo alternava periodi faticosi a periodi tranquilli. E io spesso associavo dei miei comportamenti o alcune situazioni difficili ai suoi peggioramenti. Ad esempio, periodi intensi al lavoro che mi tenevano molto impegnata e, in qualche modo, lontana da lui.

La neuropsichiatra che abbiamo consultato durante la scuola dell’infanzia ci ha un po’ tranquillizzati, confermando che non c’erano problemi a livello cognitivo. Per la balbuzie, ci ha consigliato di aspettare, perché è un fenomeno comune tra i bambini e spesso scompare.

Come ha affrontato questa fatica con suo figlio e con gli insegnanti?

La balbuzie di Filippo è iniziata prima della scuola materna. Non c’è stato poi un particolare peggioramento.

È stata la sua maestra, in prima elementare, a convocarci e segnalarci non solo la sua fatica nella parola, ma anche le sue difficoltà relazionali, con i compagni. Filippo faceva fatica ad aprirsi, tendeva ad auto-isolarsi e, a volte, si mostrava quasi “aggressivo”, per difesa.

Noi gli chiedevamo spesso se si sentiva bene. Ci preoccupavamo di capire se venisse preso in giro, in classe. Ci ha sempre risposto che i compagni erano gentili e lo accoglievano. Qualche volta era capitato che gli chiedessero «Perché balbetti?», ma più per curiosità che per deriderlo. E Filippo rispondeva semplicemente «Non lo so».

Abbiamo sempre condiviso con gli insegnanti tutto il suo percorso rieducativo, trovando una grande apertura e disponibilità, e sostenuto lui a fare altrettanto, a parlarne.

Anche adesso, quando devo compilargli la giustifica per frequentare il training (incontro periodico all’interno del percorso di trattamento della balbuzie presso Vivavoce Institute, ndr) non vorrebbe lo scrivessi. Allora gli spiego che è giusto che anche la maestra conosca il percorso che sta facendo.

C’è qualcosa che non rifarebbe o cambierebbe tornando indietro?

Non gli direi più Parla più lentamente. Da quando è molto piccolo si sente dire «Parla piano!»

Ma lui non aveva gli strumenti per farlo.

Adesso, dopo il percorso in Vivavoce, gli dico «Filippo fai l’attivazione (termine gergale che indica specifici movimenti, utilizzato tra i formatori e gli allievi Vivavoce Institute, ndr)!».

Non lo abbiamo mai dispensato dal fare o dal dire.

Certo, in famiglia ha sempre avuto uno spazio privilegiato nelle conversazioni. Spesso gli veniva concesso più tempo rispetto agli altri due fratelli: «Aspetta, che adesso parla Filippo».

Era un modo per lasciargli il suo tempo di esprimersi.

Questa fatica non ha in alcun modo influito sul rapporto con i fratelli.

Quale suggerimento si sente di dare ad altri genitori che devono iniziare un percorso per gestire la balbuzie del proprio figlio?

Condividere l’esperienza con chi è balbuziente o lo è stato, per noi genitori, è stato fondamentale.

L’esperienza vissuta e condivisa aiuta i genitori, è un vero supporto.

Io stessa, cercando sul web delle soluzioni per Filippo, mi sono imbattuta proprio nella storia di un rapper ex balbuziente (Camillo Zottola, ndr).

E ciò che più mi ha colpito della proposta di Vivavoce Institute è l’idea dell’accompagnamento durante un percorso duraturo. Il confronto diretto con chi ha vissuto in prima persona questa fatica mi ha aiutato molto.

Quando ho sentito Giovanni Muscarà che diceva «Mia madre non c’entra niente con la mia balbuzie», mi sono tranquillizzata.

Il percorso di rieducazione è un lavoro per tutti: anche i genitori devono essere coinvolti, soprattutto se i bambini sono molto piccoli.

 

Foto Flickr, Maria Grazia Montagnari

Supera la balbuzie con noi

Metodo clinico dimostrato
Il metodo MRM-S per superare la balbuzie è scientificamente dimostrato da un progetto in collaborazione con l’Università San Raffaele

Esperienza consolidata
Vivavoce ha aiutato oltre 1300 pazienti in tutta Italia a superare la loro balbuzie