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Comorbidità: di cosa si tratta veramente

La comorbidità (o comorbilità) è definita come:

ogni distinta entità clinica aggiunta, che c’è stata o può comparire durante il decorso clinico di un paziente che è sotto osservazione per una determinata patologia.

In poche parole, la comorbilità è la presenza concomitante di due o più disturbi nella stessa persona.

La comorbidità: qualche esempio

La balbuzie nei bambini può essere correlata a disturbi quali DSA (dislessia, disgrafia, discalculia), ADHD (deficit di attenzione e iperattività) o sindromi genetiche. Tuttavia la compresenza di questi disturbi non implica una connessione diretta tra le loro cause.

Negli adulti questo termine può essere utilizzato nel caso in cui un paziente soffra contemporaneamente di diabete e di una malattia cardiovascolare.

La comorbidità: da dove deriva il termine

Il concetto di comorbidità nasce in ambito medico. Il primo utilizzo di questo termine è attribuito all’epidemiologo americano Alvan R. Feinstein il quale nel 1970 lo inserì in uno studio sulle malattie croniche. 

La comorbidità: la diagnosi

Per uno specialista identificare questa coincidenza di disturbi è difficile a causa di sintomi che possono essere connessi a più diagnosi. La nozione di comorbilità, tuttavia, è importante in ambito medico in quanto permette di tenere conto dei differenti sintomi che possono manifestarsi a causa di una stessa malattia, in relazione alla presenza o meno di altre patologie. In medicina questo concetto quindi è estremamente utile sia per la scelta della terapia, sia per una corretta valutazione dei risultati delle cure.

La comorbidità: il termine in ambito psichiatrico

Il termine comorbilità viene oggi utilizzato in ambito psichiatrico e psicologico, seppur causando qualche disaccordo. Secondo lo psicolologo e psicoterapeuta tedesco Hans-Ulrich Wittchen, infatti, il concetto originario di questo termine non potrebbe essere applicato alla maggior parte degli attuali lavori psicologici e di clinica psichiatrica per descrivere la sovrapposizione tra diagnosi.

 


 

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Fonti

Gaspare Vella, Massimiliano Aragona (1998), La comorbidità in Psichiatria , I Clinica Psichiatrica, Università La Sapienza, Roma.

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Balbuzie e anticipazione: cosa è importante sapere

Balbuzie e anticipazione: di cosa si tratta?

La balbuzie (comunemente intesa come la presenza di blocchi e/o ripetizioni) c’è e si sente. Vi sono alcune manifestazioni oggettivamente riscontrabili, quali blocchi e ripetizioni, più o meno percepibili a qualunque interlocutore.

C’è però anche tutta una parte, sempre associata al linguaggio parlato, che esiste ma non è esteriormente percepibile. Questa componente non viene percepita da chi ascolta, ma viene sentita e vissuta da chi balbetta. L’anticipazione è una sensazione propriocettiva e/o cognitiva predittiva grazie alla quale chi soffre di balbuzie percepisce quando sta per bloccarsi su un suono o una parola prima di parlare.

Balbuzie e anticipazione: modalità prospettica e modalità immediata

L’anticipazione può attuarsi in due modalità: prospettica e immediata.

In caso di predizione prospettica, chi balbetta sa che incontrerà un blocco o una ripetizione nel pronunciare la parola o il suono temuto. La predizione prospettica riguarda infatti determinate parole o suoni target. Chi soffre di balbuzie conosce le parole che causano i maggiori problemi: il proprio nome, il nome della città in cui si vive, etc.

In caso di anticipazione immediata la sensazione di blocco viene esperita nel momento stesso in cui si parla, non prima.

Non tutti i blocchi e le ripetizioni sono preceduti da anticipazione e viceversa. La capacità predittiva di chi balbetta si dimostra molto affidabile, e si affina con lo sviluppo e con la crescita. In breve, gli adulti sono maggiormente capaci di predire rispetto a bambini e adolescenti. Questi fenomeni non dipendono né dalla gravità delle manifestazioni di balbuzie né dall’averla superata. L’anticipazione è associata ad alterazioni delle funzioni corporee: variazioni della frequenza cardiaca, vasocostrizione, aumento della rigidità muscolare di tutto il corpo.

Balbuzie e anticipazione: pro e contro

Nell’esperienze di chi balbetta l’anticipazione è vissuta come un’arma a doppio taglio.

L’aspetto positivo è quello di fornire un campanello d’allarme tramite il quale è possibile attivare delle strategie di gestione. In questo senso, l’anticipazione può aiutare chi balbetta ad arrivare preparato al blocco e a riuscire a gestirlo al meglio. Le strategie di rilassamento aiutano, ad esempio, a rendere più agevole la conversazione.

Ma attenzione: anticipare non equivale a non balbettare!

L’anticipazione può addirittura inficiare la comunicazione quando genera in chi balbetta il dubbio di sbagliare, portandolo a concentrarsi ancora di più su quello che deve dire. Uno degli aspetti negativi dell’anticipazione, infatti, è il fatto di poter creare insicurezza e ansia anticipatoria in chi balbetta. In tal caso, la persona che soffre di balbuzie si ritrova paralizzata e concentra le sue attenzioni sul blocco imminente. A volte poiché tutti gli sforzi sono sul blocco, ci si dimentica persino cosa si stava dicendo. Ritardando l’eloquio e allungando i tempi di reazione comunicativi, l’anticipazione può essere disturbante. Può accadere, infatti, che altri prendano la parola, o addirittura che l’argomento venga cambiato. Da ciò possono scaturire la sensazione di perdere il controllo e reazioni emotive di imbarazzo, paura e vergogna.

Balbuzie e anticipazione: le reazioni

L’anticipazione causa ansia e incertezza, ma anche tensione fisica e una riduzione della fiducia in se stessi. Come reazione possono venire messe in atto diverse strategie di autogestione, di evitamento o di approccio.

Condotte di autogestione e/o evitamento vengono messe in atto prima che il blocco diventi osservabile e sono utilizzate con la medesima frequenza per nascondere o scappare dalla balbuzie. 

Le condotte di autogestione sono una maggiore attenzione alla preparazione del discorso, il cambiamento del ritmo dell’eloquio o tentativi di rilassamento e di respirazione guidata.

Le strategie di evitamento sono invece tese ad aggirare il blocco, e comportano l’alterazione del messaggio verbale. In questo caso non si pronuncia esattamente la parola che si voleva dire, ma se ne cerca un’altra oppure si utilizzano giri di parole o riempitivi (ehhmm) per evitare o posporre il momento di balbuzie. Altrettanto diffuso è fingere di dimenticarsi un nome, guardare altrove, distrarsi, far parlare qualcun altro o cambiare argomento. Similmente vengono impiegati anche movimenti non verbali (muovere la testa, le mani, le gambe o deglutire).

In alcuni casi la reazione di fronte all’anticipazione può anche essere proattiva: anziché evitare il blocco, chi balbetta decidere di balbettare. In questo caso si sperimentano ansia e incertezza di fronte al blocco, in misura minore rispetto a quanto ci si aspettava nella scelta di dover gestire il blocco con altre strategie.

Balbuzie e anticipazione: quali conclusioni?

Anticipare, dunque percepire l’imminenza di un blocco può essere utile quando facilita una più corretta gestione del linguaggio, il recupero di strategie utili, e una maggior conoscenza e consapevolezza in chi balbetta. L’anticipazione può però anche far aumentare ansia e preoccupazione o far perdere il controllo di quello che si sta dicendo. Ad ogni modo l’anticipazione non risolve la balbuzie.

Il blocco, infatti, viene sempre sperimentato da chi balbetta, anche se l’interlocutore potrebbe non percepirlo.

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Libera la voce, anche TU. Pepita Onlus e Vivavoce contro il bullismo

Libera la Voce è la campagna di sensibilizzazione contro gli atti di bullismo causati, in particolare, dalla balbuzie. Un progetto nato dall’impegno comune di Pepita Onlus e Vivavoce Institute.

Può la balbuzie essere causa di bullismo?

Chi balbetta è spesso vittima di fenomeni di bullismo, e con una frequenza maggiore rispetto a chi non presenta difficoltà nell’eloquio. E i bambini con disturbi specifici del linguaggio sono tre volte più a rischio di bullismo rispetto ai pari: è la ricerca a confermarlo. Un dato che fa riflettere sulla necessità di comprendere veramente tutto il mondo silenzioso che si nasconde dietro alla balbuzie.

«È stato incredibile – conclude Ivano Zoppi, educatore, fondatore e Presidente di Pepita Onlus – scoprire come anche questa difficoltà possa diventare nell’adolescente, già fragile, un ulteriore motivo per sentirsi minato nell’autostima e vittima facile di compagni bulli. C’è ancora molto da fare, insieme, per costruire reti educative più forti ed efficaci. La nostra campagna, Libera la voce. Anche TU, vuole fare molto di più che sensibilizzare il pubblico, di genitori, insegnanti, educatori e ragazzi, sulla balbuzie come fatica, sul problema per chi ne soffre. Vuole andare oltre, proponendo in chiave positiva che qualunque difficoltà può essere risolta con l’aiuto dell’altro».

Libera la Voce è un messaggio universale

Immaginate di impiegare 1 minuto intero per poter pronunciare il vostro nome. E immaginate che, qualcuno, guardandovi, si prenda gioco di voi. Ancora e ancora.

Balbettare significa non poter esprimere tutto il mondo che si ha nel cuore. Liberamente. A partire da chi si è.

Libera la Voce è un invito a rompere il silenzio: superare la propria fatica, qualsiasi essa sia, tornare a parlare liberamente, realizzare finalmente se stessi. Libera la Voce è un monito, per trovare il coraggio di dire basta! e denunciare. Libera la Voce è un invito per gli adulti ad agire per evitare le esperienze negative che il bullismo porta con sé.

Libera la Voce. Anche TU: condividi con noi!

Il video è stato realizzato da Dajko Comunicazione, parte di Collettivo virale.

Vivavoce Focus

Donne e balbuzie, tra ieri e oggi

Forse non tutti sanno che la balbuzie preferisce il genere maschile. Secondo le statistiche, ad esserne maggiormente colpiti sono i maschi, con un rapporto di 4:1. Ovvero, ogni 5 persone (bambini, adolescenti, adulti) che soffrono di balbuzie, una sola è donna. La scienza si sta interrogando sulla questione ipotizzando il coinvolgimento di una componente genetica, che sarebbe trasmessa prevalentemente dal padre al figlio maschio (e in misura minore alla figlia femmina). In realtà, nella primissima infanzia, quando la balbuzie esordisce, la percentuale tra i generi è molto più simile, con un rapporto di 2 maschi e 1 femmina. Questa discrepanza tra gli albori e la vita adulta, implica che, durante lo sviluppo, naturali fenomeni di regressione spontanea giochino maggiormente a favore del genere femminile, svantaggiando quello maschile, che va maggiormente incontro alla cronicizzazione delle difficoltà dell’eloquio. Ma al di là delle statistiche, ampiamente diffuse e riconosciute, per la balbuzie non è stata dimostrata nessun altra differenza legata al genere. Insomma, in termini di gravità o manifestazioni esternamente osservabili non vi sarebbero differenze tra uomini e donne.

Sappiamo però anche che la balbuzie è molto di più che la ripetizione dei suoni o la presenza di blocchi. Se nell’immaginario comune parlare è un atto volontario (basta cioè voler dire qualcosa per dirlo, e per dirlo bene), una persona che soffre di balbuzie sa bene che la questione non è così semplice. Per chi balbetta, infatti, parlare è una fatica, un lavoro estenuante dal punto di vista mentale, emotivo, psicologico e fisico. Il conseguente impatto si riscontra poi a 360 gradi nella vita di ciascuno, a livello scolastico, famigliare, lavorativo e sociale.

Come viene declinato al femminile l’impatto della balbuzie?

In modo molto interessante, forse per la minor presenza di balbuzienti donne, forse per i costumi socioculturali del tempo, le ricerche più datate, risalenti agli anni 70, riportavano come fossero soprattutto gli uomini ad essere maggiormente colpiti dall’impatto negativo della balbuzie. Le donne, dal canto loro, sembravano quasi convivere pacificamente con la balbuzie, senza stravolgimenti importanti nella vita di tutti i giorni. In realtà, con l’evoluzione della società e il concomitante cambiamento dei ruoli, anche nel mondo della balbuzie viene riconosciuto un nuovo interesse alla figura femminile. E alcune ricerche ad hoc rivelano molti aspetti in comune con la controparte maschile. Non sorprendentemente, anche per le donne, la presenza della balbuzie si ripercuote negativamente a livello sociale, occupazionale, accademico e finanziario.

Balbuzie in rosa: le difficoltà di lavoratrici, compagne e madri

Innanzitutto, le reazioni degli altri (anche) di fronte ad una donna che balbetta sono in prevalenza negative. L’immagine stereotipata di una donna che balbetta è altrettanto negativa: la balbuzie sembra automaticamente garantire l’etichetta di persona insicura e accondiscendente, forse nervosa, sicuramente paurosa e timida. Le esperienze di vita di donne che balbettano ci riportano difficoltà quotidiane, dall’essere state oggetto di scherno a scuola, a derisioni anche nell’ambiente famigliare, fino a mancate opportunità e promozioni sul posto di lavoro. Un aspetto cruciale riguarda proprio l’esperienza lavorativa, soprattutto se la donna è inserita in un contesto dove la presenza maschile è predominante. In questo caso, non solo la donna si ritrova in minoranza, ma la sua balbuzie la rende ancora più vulnerabile.

Le difficoltà vengono evidenziate anche nel dominio delle relazioni sentimentali, dove a preoccupare sono soprattutto i primi appuntamenti, durante i quali la strategia frequentemente riportata è quella di fare maggior uso di linguaggio non verbale, per nascondere la presenza della balbuzie. Balbuzie che viene unanimemente riconosciuta come pericolosa minaccia all’autostima e alla creazione di un senso di sé efficace.

Le prime ricerche incentrate sulla balbuzie al femminile, evidenziavano come la donna con balbuzie si sentisse quasi protetta dalla figura maschile dominante. Al contempo, però, secondo un rigido gioco dei ruoli, questa dominanza riduceva la loro libertà di azione. La situazione veniva ulteriormente esacerbata dalla presenza dell’elemento balbuzie che faceva apparire la donna ancor più vulnerabile. Oggi, invece, i partner vengono descritti come empatici, fiduciosi e protettivi. La vicinanza di un partner si può declinare anche in delega, quando alcune questioni che implicano il discorso (dalle ordinazioni al ristorante, alla riunione con gli insegnanti) possono venire demandante.

Certo, la questione non è sempre rosea. La donna che balbetta, nel ruolo di madre, ha timore che anche i suoi figli possano soffrire le medesime difficoltà e fatiche. Ancor oggi, purtroppo, in alcuni casi, la balbuzie resta un argomento tabu, di cui non si deve parlare, nemmeno tra le mura domestiche.

Un mondo da scoprire. Come le donne

L’impatto che la presenza della balbuzie ha sulla vita di ognuno deve essere adeguatamente riconosciuto per rendere giustizia alle difficoltà e alla fatica di ciascuno. Questo è vero anche per la donna, nei suoi molteplici possibili ruoli di amica, collega, compagna, madre.

Globalmente, un adeguato riconoscimento del multi-sfaccettato mondo della balbuzie e delle sue variegate ripercussioni non può che migliorare la presa in carico del singolo durante percorsi mirati di rieducazione, dove il focus non è solo la parola, ma la persona nella sua interezza e unicità.

Foto: Gratisography

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Sistema nervoso centrale e sistema nervoso periferico

Il sistema nervoso è l’insieme degli organi e delle strutture che permettono di trasmettere segnali tra le differenti parti del corpo e di coordinare le sue azioni e le sue funzioni volontarie e involontarie, sia fisiche che psicologiche. Grazie al sistema nervoso possiamo metterci in relazione con l’ambiente che ci circonda e possiamo controllare molti meccanismi interni al nostro corpo. Questo processo avviene attraverso i nostri sensi che inviano le informazioni necessarie affinché vengano processate dando così il via ad una serie di reazioni. Immaginiamo la seguente situazione: campo da tennis, due giocatori, racchette e pallina. Se ad un certo punto del gioco la pallina si avvicina pericolosamente al viso di uno dei due giocatori, i sensi si attivano istantaneamente inviando informazioni sulla velocità, sulla traiettoria e sulla direzione della pallina, le quali vengono a loro volta elaborate in modo immediato dal nostro cervello. Il cervello a questo punto progetta e trasmette il comando per attuare una strategia che permetta di evitare il colpo.

Sistema nervoso centrale e periferico

Il sistema nervoso a livello anatomico, ovvero in base alla sua localizzazione nel corpo umano, viene diviso in due parti chiamate Sistema Nervoso Centrale (SNC) e Sistema Nervoso Periferico (SNP).

Il sistema nervoso centrale include i neuroni e le fibre nervose che si trovano nel cervello (encefalo), protetto all’interno della scatola cranica, e nel midollo spinale, contenuto all’interno del canale vertebrale della nostra colonna. Il rimanente tessuto nervoso è definito sistema nervoso periferico. Il sistema nervoso centrale è il luogo in cui le informazioni provenienti dalla periferia vengono raccolte e rielaborate, e da cui partono i comandi verso il sistema nervoso periferico. Centro nevralgico del SNC è il cervello suddiviso in aree cerebrali, che hanno funzioni specifiche: ad esempio la corteccia motoria (M1) è deputata al movimento, la corteccia visiva è invece deputata all’elaborazione delle informazioni provenienti dagli occhi. Il midollo spinale, invece, è una colonna di fibre nervose all’interno del canale vertebrale che mette in comunicazione il cervello con il resto dell’organismo.

Il sistema nervoso periferico è invece costituito dai recettori e dai nervi che dalla periferia inviano informazioni verso midollo e il cervello, e dalle fibre motorie che dal midollo si dirigono verso i muscoli scheletrici. Contrariamente al SNC, quello periferico non è protetto dallo scheletro né dalla scatola cranica.

Sistema nervoso volontario e autonomo

Indipendentemente dalla localizzazione anatomica, il sistema nervoso può essere diviso in volontario o autonomo.

Il sistema volontario (o somatico), come dice la parola stessa, si occupa di tutte le attività che facciamo consapevolmente, come per esempio prendere un oggetto, muovere una mano o una gamba. Il sistema autonomo (sistema nervoso involontario o vegetativo), invece, regola tutti quei processi automatici su cui non possiamo esercitare un controllo diretto. Ad esempio, durante la giornata il nostro cuore batte costantemente indipendentemente dalla nostra volontà.  Lo stesso vale per altre funzioni indispensabili come la respirazione, i processi metabolici etc. Il sistema nervoso involontario è in grado di reagire velocemente ai cambiamenti, in modo tale che il corpo si adatti a tali variazioni. Supponiamo per esempio di trovarci di fronte ad un pericolo imminente: il sistema nervoso autonomo verrà azionato all’istante in modo tale da attuare una risposta immediata di tipo “combatti” o “scappa” al fine di predisporre il nostro corpo ad affrontare tale minaccia perseguendo un istinto di sopravvivenza.

Il sistema nervoso autonomo a sua volta è costituito da sistema nervoso simpatico, sistema nervoso parasimpatico e sistema nervoso enterico. Mentre il parasimpatico è responsabile delle funzioni corporee quando siamo a riposo (stimola la digestione, attiva diversi processi metabolici etc..), il simpatico si occupa di preparare il nostro corpo all’attività fisica e mentale nel momento in cui svolgiamo delle attività (accelerando il ritmo cardiaco, aprendo maggiormente le vie respiratorie, inibendo le funzioni digestive). Il sistema nervoso enterico è invece il responsabile dell’innervazione dei visceri: il tratto gastrointestinale, il pancreas e la cistifellea.

Foto: Nervosando

 


 

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Homunculus: la caricatura di sensi e movimento

A tutti noi sarà capitato di svegliarci di notte e, senza accendere la luce, cercare la sveglia per capire che ore sono. Tastando lungo tutta l’area del comodino sono le nostre mani che ci confermano se l’oggetto trovato è realmente quello che stavamo cercando. Vi siete mai chiesti come è possibile? Informazioni riguardanti la forma, la consistenza, la temperatura di quello che stiamo cercando vengono inviate al cervello attraverso i recettori cutanei, articolari e muscolari. Il cervello si occupa quindi di unire ed elaborare tutti i dati e ci conferma se l’oggetto che ora si trova nel palmo della nostra mano è realmente una sveglia o no.

Pensiamo ora di effettuare lo stesso tipo di ricerca utilizzando non più con la mano, specificatamente deputata alla prensione, bensì un piede. Al di là della differente forma che funzionalmente non è adatta a questo tipo di prensione, le informazioni recepite con il piede sarebbero simili o accurate come quelle ottenute utilizzando la mano? Ovviamente no, c’è una notevole differenza!

Rappresentare i cinque sensi

Erano gli anni ’30, quando le tecniche elettrofisiologiche cominciarono ad essere utilizzate per studiare la rappresentazione corticale del sistema somatosensoriale (il sistema che ci permette di percepire tatto, pressione, temperatura e dolore). Attraverso un’osservazione casuale su gatti e su scimmie, si scoprì che quando veniva toccato un particolare punto della superficie corporea, si registrava una risposta in un’area del cervello. Questa risposta prende il nome di potenziale evocato, un segnale elettrico derivato dalla somma dell’attività di migliaia di cellule recettoriali.

Fu il neurochirurgo canadese Wilder Penfield fu il primo ad effettuare gli studi sugli essere umani. Durante interventi in anestesia locale su pazienti affetti da epilessia, stimolando la superficie della corteccia primaria sensoriale (S1), Penfield chiedeva ai pazienti cosa sentissero: i pazienti riferivano sensazioni tattili, di pressione, di formicolio in particolari sedi nella metà del corpo dal lato opposto all’area che veniva stimolata. In questo modo fu possibile tracciare una mappa della rappresentazione neurale del corpo nella corteccia somatosensoriale: l’homunculus somatosensoriale.

Cosa è l’homunculus somatosensoriale?

L’homunculus somatosensoriale è una mappa visiva di come le diverse parti del corpo vengono rappresentate a livello corticale. Le aree sono tanto più grandi, di dimensione maggiore, quanto maggiore è la loro importanza ai fini della percezione sensoriale.

Per esempio, la faccia è molto grande in confronto alla parte posteriore del capo, come l’indice molto lungo rispetto all’alluce. Questa distorsione tra le dimensioni delle diverse parti corporee nell’homunculus dipende dalle differenze nella densità d’innervazione. Quanto più un’area del corpo è densamente innervata tanto più grande è la sua rappresentazione a livello corticale. Aree cutanee come quelle della lingua o della punta delle dita posseggono un numero elevatissimo di recettori per unità di area ed il loro campo recettivo (regione dello spazio nella quale deve essere localizzato uno stimolo sensoriale affinché un neurone possa rispondere) è in proporzione più piccolo. La densità d’innervazione si ripercuote sulla capacità discriminativa tattile ed è grazie a questo che la mano è uno strumento estremamente sensibile se messo a confronto con il piede.

 

Là dove il movimento è più fine: l’homunculus motorio

In modo simile, la capacità che le parti del nostro corpo hanno di muoversi ha una controparte a livello cerebrale.

L’homunculus motorio è una mappa che riproduce lo schema corporeo dell’uomo, con una regola simile a quella dell’homunculus sensoriale: maggiore è la dimensione della parte del corpo raffigurata, maggiore è la relativa precisione e finezza di movimento.

La rappresentazione non è quindi la trasposizione diretta delle diverse parti del corpo, che risultano distorte, poiché sono impiegati più neuroni dove è necessario un controllo più fine.  È per questo motivo che nell’homunculus motorio le mani, le labbra e la lingua sono ad esempio molto grandi, se paragonate ad altre parte del corpo il cui controllo motorio è più grossolano.

La porzione di corteccia cerebrale che contiene l’homunculus motorio è l’area (o corteccia) motoria primaria (M1 o di Brodmann). Quest’area è deputata all’esecuzione del movimento, in quanto contiene i neuroni piramidali giganti, (ovvero motoneuroni la cui funzione è quella di causare la contrazione dei muscoli).

Queste caricature, apparentemente buffe e distorte, e che non rispettano le reali proporzioni anatomiche, sono in realtà una fedele riproduzione sia della nostra abilità sensoriale, sia della finezza e accuratezza dei nostri movimenti.

 


 

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Balbuzie e bullismo, perché?

Perché la balbuzie è una tra le cause più frequenti di bullismo. Rappresenta una diversità: una condizione di difficoltà per chi ne soffre, un motivo di scherno per chi vuole mostrare il proprio potere, come il bullo.

Abbiamo chiesto a Ivano Zoppi, presidente di Pepita Onlus e responsabile operativo del CO.NA.CY. (Coordinamento Nazionale del Cyberbullismo) di spiegarci il fenomeno e perché ha partecipato con il Vivavoce Institute alla ideazione di una campagna di sensibilizzazione su balbuzie e bullismo.

«Il bullo è un ragazzino di per sé arrabbiato che per non esporre la propria debolezza reagisce con aggressività per mettere una distanza con l’altro e dimostrasti subito più forte. Quando trova la vittima che meglio identifica lo stereotipo di fragilità, attacca. Il bullismo può manifestarsi fisicamente quando sfocia in un atto di violenza fisica oppure può nutrirsi di una violenza psicologica più sottile che isola, con il compiacimento dei compagni da cui riesce a farsi seguire, la sua vittima. In questo secondo caso si tratta di una forma di bullismo verbale che mina fortemente l’autostima della vittima con insulti e derisioni costanti e ripetute per metterlo in ridicolo.

Pensiamo allora a come un bambino o un adolescente che balbetta, che impiega secondi interi per pronunciare il proprio nome o presentarsi in classe il primo giorno di scuola, possa sentirsi. Già riconosce di essere inadeguato nell’affrontare serenamente alcuni compiti che gli insegnanti possono affidargli: un’interrogazione orale, un’esposizione di una ricerca di gruppo, la scelta dei compagni per una gara a squadre.

E allora mentre approfondiamo il tema della balbuzie, entriamo nel mondo di tanti bambini e ragazzi che subiscono continue prevaricazioni e non hanno sempre gli strumenti per raccontarlo.

La nostra campagna, Libera la voce. Anche TU, vuole fare molto di più che sensibilizzare il pubblico, di genitori, insegnanti, educatori e ragazzi, sulla balbuzie come fatica, sul problema per chi ne soffre. Vuole andare oltre, proponendo in chiave positiva che qualunque difficoltà può essere risolta con l’aiuto dell’altro. La comunità, la famiglia prima, la scuola poi, ha bisogno di essere educata all’ascolto attivo, all’attenzione paziente, che non giudica e porge la mano in un tempo adeguato. Abbiamo tutti da imparare da questo video. Non solo i bambini. Non solo i ragazzi. L’autostima va coltivata e nei minori dipende da noi adulti. Per una volta, rendiamo virale qualcosa che fa bene a tutti. Uniamo le forze e… condividiamo».

Il video è stato realizzato da Dajko Comunicazione, parte di Collettivo virale.

Supera la balbuzie con noi

Metodo clinico dimostrato
Il metodo MRM-S per superare la balbuzie è scientificamente dimostrato da un progetto in collaborazione con l’Università San Raffaele

Esperienza consolidata
Vivavoce ha aiutato oltre 1300 pazienti in tutta Italia a superare la loro balbuzie