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Scuola a casa: come posso aiutare mio figlio con DSA?

Scuola a casa: le lezioni online e la didattica a distanza sono (quasi) ormai parte della routine di bambini, ragazzi… E genitori. Ma cosa accade quando, alla fatica che questa situazione comporta, si aggiunge un Disturbo Specifico dell’Apprendimento? Come il venir meno del contesto scuola e del supporto di insegnanti e tutor influisce sui bambini e ragazzi con DSA. E, soprattutto, cosa possono fare i genitori per sostenerli?

Martina Tramontano, psicologa e psicoterapeuta, ci aiuta a orientarci.

1. Come posso aiutare mio figlio con DSA con i compiti?

Con i bambini con DSA è importante partire dall’organizzazione del tempo.

Questo, infatti, specialmente in un periodo in cui sono chiamati a gestire più tempo da soli è l’aspetto più difficile.

Potete innanzi tutto aiutare il bambino a valutare il carico di compiti, le priorità e il tempo necessario, con l’aiuto di semplici domande.

  • Cosa dobbiamo fare? Ad esempio “Ci sono compiti scritti? Letture? Dobbiamo preparare una verifica?”
  • Quali sono i compiti più urgenti da fare? Quando possiamo farli? Ad esempio “Studiamo prima e poi lasciamo i compiti scritti per quando sei più stanco.
  • Quanto tempo impieghiamo per ciascun compito?

Fatte queste valutazioni, potete costruire un calendario giornaliero o settimanale insieme al bambino.

Per un bambino con DSA, questo lavoro non è automatico. Il bambino ha bisogno di voi per confrontarsi, per poi nel tempo riuscire a fare in autonomia queste valutazioni. Infatti, sapere organizzare il proprio tempo e i compiti da svolgere ha come obiettivo a lungo termine l’autonomia nella gestione del carico scolastico.

È poi importante continuare a valersi di tutti gli strumenti che il bambino utilizza normalmente durante l’anno scolastico. Le mappe, i colori, gli schemi e i video.

Utilizzate mappe e schemi, creati su carta o con software digitali (l’uso dei pc è importantissimo per i bambini con DSA).

La creazione di una mappa prevede delle strategie che potete apprendere e poi suggerire.

  • Gardate immagini e titoli prima di leggere il testo per farsi un’idea dell’argomento
  • Individuate parole chiave da cerchiare.
  • Create uno schema base per individuare gli elementi fondamentali di un testo ad esempio: Chi ha fatto qualcosa? Che cosa è stato fatto /è successo? Quando? Dove? Perché? Come? Queste domande aiutano a comprendere quali sono gli elementi da evidenziare in un testo per lo sviluppo di una mappa.

Utile anche l’utilizzo di evidenziatori per differenziare i vari elementi.

Potete anche ricercare insieme al bambino video esplicativi di argomenti poco chiari o difficili: questo può facilitare l’apprendimento anche in una maniera più giocosa e attraente.

In questo periodo di emergenza, fate attenzione a non creare confusione o discontinuità rispetto alla quotidianità. Se il bambino era seguito da un tutor, è bene assicurarvi di conoscere le strategie e la modalità di lavoro che utilizzava.

Nel dubbio, è consigliabile contattare il tutor DSA.

2. Mio figlio con DSA mi chiede spesso di aiutarlo. È giusto fare i compiti con lui?

È normale che in questo momento ci siano maggior richieste da parte del bambino.

Il cambiamento delle abitudini causa in lui difficoltà a livello emotivo. La vostra vicinanza nel momento dei compiti può rassicurarlo e riorientarlo rispetto al cambiamento che sta avvenendo, anche nella didattica.

È importante che abbiate una funzione di guida iniziale, supervisione e che siate presenti se e quando il bambino manifesta una difficoltà particolare.

Attenzione, però, a non sostituitevi totalmente al bambino, altrimenti rischiate di vanificare il percorso di raggiungimento di autonomia fatto fino ad ora a scuola.

Potete sostenere la sua autostima con il rinforzo verbale. Frasi come Bravo, ho visto che ti sei impegnato!, Oggi sei riuscito meglio! sono un aiuto valido!

 

3. Cosa posso fare se mio figlio fa fatica a stare fermo e perde la concentrazione mentre fa i compiti?

La situazione attuale di scuola a casa non favorisce la concentrazione del bambino.

Le emozioni, l’ambiente domestico ricco di stimoli diversi, e un tempo non definito dedicato ai compiti, non aiutano a mantenere l’attenzione e l’interesse. Anche noi adulti siamo facilmente distratti dalla presenza di tanti stimoli o da un’attività prolungata nel tempo.

In più, se già prima di questa situazione il bambino aveva delle difficoltà a stare attento per lungo tempo, sicuramente la sua fatica a concentrarsi può essere maggiore.

Potete aiutare i bambini con qualche accorgimento pratico.

  • Definite un ambiente per i compiti che sia privo il più possibile di stimoli esterni, come il computer o la tv accesi. Se ci sono fratelli più piccoli, organizzate i compiti nel momento del riposo.
  • Stabilite dei tempi specifici e non troppo lunghi in cui fare i compiti, intervallati da pause ben definite. Per favorire questo ritmo, potete scandire il tempo di lavoro e le pause utilizzando delle sveglie o i timer, oppure scriverli su un foglio.
  • Riconoscete al bambino quando i tempi prestabiliti vengono rispettati, Sia verbalmente, sia proponendo attività piacevoli. Non rimproveratelo se questo non avviene, ma al contrario, incoraggiatelo.

Una disattenzione e un bisogno irrefrenabile di muoversi particolarmente alti rispetto alla situazione pre-emergenza, potrebbero essere legati alle emozioni del momento che il bambino non riesce a verbalizzare. Provate a parlare della situazione, per capire come il bambino la sta vivendo.

La verbalizzazione delle emozioni aiuta a gestirle!

Per evitare che il bambino costruisca un’idea sbagliata della realtà è importante raccontargli cosa sta accadendo, attraverso un linguaggio semplice che trasmetta sicurezza e fiducia. Iniziate con delle semplici domande, per capire quello che il bambino sa già sul coronavirus, quali informazioni ha compreso e quali no.

4. Come mai, con la scuola a casa, mio figlio soffre più di prima per la sua fatica?

Il bambino attualmente non ha nè l’aiuto degli insegnanti, nè il sostegno quotidiano del tutor.

Inoltre, è più frequente il confronto con i fratelli, che hanno tempistiche e modalità di studio diversi (generalmente migliori).

Paradossalmente, quindi, il bambino potrebbe accorgersi della sua difficoltà molto di più adesso che è a casa. Questo aumenta la sua consapevolezza di fare fatica e accentua le emozioni negative. Il risultato potrebbe essere una ancora maggiore sensazione di incapacità.

Il miglior modo per attenuare questa difficoltà è assicurarsi che utilizzi tutti gli strumenti compensativi di cui si avvaleva a scuola per riuscire nelle attività scolastiche (software o strategie che lo aiutino a studiare, leggere, etc.).

Aiutatelo a pensare alla sua difficoltà come a una miopia.

Fare fatica a leggere, a scrivere o a fare i conti è come essere miopi, cioè non vedere da lontano. Se una persona è miope, per vedere da lontano mette gli occhiali! E così riesce a vedere come gli altri. Allo stesso modo, se tu se applichi gli strumenti che hai imparato ad usare a scuola (le mappe, la sintesi vocale) riesci a studiare, come tutti gli altri.

Se il bambino era seguito dal tutor, un contatto diretto può aiutare a tranquillizzarlo.

 

L’équipe multidisciplinare di specialisti del Centro Medico Vivavoce prende in cura bambini e adulti che soffrono di balbuzie, di problemi legati alla voce e al linguaggio, e alla sfera psicologica ed emotivo-comportamentale.

Se hai osservato un cambiamento nel tuo bambino o non comprendi alcuni comportamenti di tuo figlio. Se soffre di disturbi dell’attenzione o dell’apprendimento, Contattaci.

Per maggiori informazioni scrivi a info@vivavoceinstitute.com.

 

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Ragazzi in quarantena: come supportare la fatica emotiva degli adolescenti

Ragazzi in quarantena: in questo mese le loro abitudini sono state stravolte e con esse i comportamenti. Ma quando questo cambiamento è la normale conseguenza dello sconvolgimento emotivo dovuto alla reclusione forzata e quando, invece, può preoccupare?

Giada Sera, Psicologa e Psicoterapeuta del Centro Medico Vivavoce risponde alle domande dei genitori.

Come accettare e far accettare questa reclusione? 

Il primo passo è avere la consapevolezza che questa situazione – in cui dobbiamo stare in casa, vengono meno le relazioni sociali e tutte le nostre abitudini – porta innanzi tutto noi adulti ad uno sconvolgimento emotivo.

In questi giorni, anche io genitore posso essere più agitato, più arrabbiato o più triste di prima.

Avendo in mente questo cambiamento emotivo, sarò sicuramente agevolato nel comprendere i cambiamenti di mio figlio, e quindi anche a modificare le aspettative o le richieste sia verso di lui, sia verso di me.

Fatto questo primo passo, potrò aiutare il ragazzo a fare lo stesso: riconoscere che è un momento difficile, comprendere, contestualizzare e accettare quello che prova e di conseguenza i sui cambiamenti (ad esempio il fatto che ha meno vogli di fare, mangia di più, dorme meno ecc..).

Il comportamento di mio figlio mi preoccupa. Cosa posso fare?

In questo momento non è solo importante osservare se mio figlio adotta un comportamento più o meno preoccupante, ma anche capire se e come questo comportamento è cambiato rispetto alla situazione precedente all’emergenza sanitaria.

Il cambiamento può avvenire in due modi.

  1. Nel primo caso vi è un cambiamento radicale di alcuni comportamenti.
  • Ad esempio, era un ragazzo molto attivo e sportivo, ora noto che è più silenzioso e non si allena a casa.
  • Oppure, non ha mai fatto fatica con il cibo, ha sempre mangiato durante i pasti, e invece in questi giorni sembra pasticciare di più.
  • O ancora, solitamente è un ragazzo preciso e puntuale, ma in questi giorni sembra rimandare di più quello che deve fare (ad esempio “Pulisco dopo”, “Faccio i compiti dopo”, “Mi alleno più tardi”).

2. Nel secondo caso, invece, accade che la tendenza ad un determinato si amplificata molto, e si irrigidisce.

  • Ad esempio, mio figlio in questi anni è sempre stato irascibile, ma ora non gli si può proprio dire nulla.
  • Oppure ha sempre passato tanto tempo sul divano o ai videogiochi, ma in questo periodo sembra fare solo questo.
  • O magari è sempre stato silenzioso e solitario, ma in questo periodo lo è particolarmente.

Quando un comportamento diventa “problematico”?

Per i ragazzi in quarantena, questi comportamenti diversi dal solito possono essere la normale manifestazione di un’emozione. Quindi assolutamente comprensibili in questo momento. Anche noi adulti possiamo sentirci più irascibili, più affamati o inappetenti o apatici.

Quando, allora, bisogna attenzionare il ragazzo in maniera diversa?

La bussola che può orientarci deve essere muoversi su tre assi:

  1. La durata. Questo cambiamento perdura nel tempo? Percepisco, cioè, che persista nonostante passi il tempo? Potrebbe essere indicativo, ad esempio, se tale aspetto durerà anche quando finalmente potremo riacquistare pian piano le nostre autonomie. Se, nonostante la ripresa di piccole attività mio non manifesterà entusiasmo o comunque una tendenza, seppur graduale, a ritornare alle sue vecchie abitudini o ai suoi vecchi comportamenti, potrebbe essere indice di un disagio da tenere in considerazione.
  1. L’ intensità. Noto che il comportamento di mio figlio tende ad irrigidirsi? Aumentare di intensità tanto da comportare piccole difficoltà anche in famiglia? Ad esempio, diventa così intrattabile da litigare molto di più con i fratelli e non parlarci per molto tempo? Oppure mangia molto di più e manifesta mal di stomaco o disturbi digestivi?  O ancora, non dorme tanto da svegliarsi la mattina molto stanco per seguire le lezioni?
  1. La compromissione. Questo nuovo atteggiamento o comportamento va a compromettere le relazioni sociali o la scuola? Questi sono infatti i due aspetti di vita fondamentali per un adolescente. Ad esempio, Mio figlio è diventato così solitario che non sente nessun amico nonostante sia sempre stato un ragazzo socievole? Oppure passa così tante ore sul pc da non fare i compiti e ricevere annotazioni negative?

Se il ragazzo riporta un cambiamento tale da portare una di queste caratteristiche potrebbe essere che ci sia uno stato emotivo molto alto, e quindi da prendere seriamente in considerazione.

Come mi devo comportare adesso?

L’obiettivo possiamo prefiggerci in questo momento non può essere non far provare emozioni di ansia o tristezza ai ragazzi in quarantena, o pretendere che non risentano di questo momento.

Sarebbe un obiettivo impossibile e irrealistico.

Quello che possiamo fare è renderci disponibile, una base sicura a cui ricorrere se il ragazzo si sente in difficoltà.

Come?

  • Parlargli, dicendogli che ci sembra di aver notato un comportamento diverso e normalizzarlo rispetto alla situazione attuale (che è difficile per tutti).
  • Validare le sue emozioni, magari condividendo anche le nostre (“Capisco che tu ti possa sentire cosi anche io mi sento più stanco e giù di morale, ma penso sia normale in questa situazione”).
  • Offrire la nostra disponibilità ad accoglierlo se ha bisogno (“Se hai bisogno sono qui, se posso aiutarti in qualche modo ci sono), senza obbligarlo a parlare nel caso in cui non sia pronto in quel momento.
  • Evitare consigli specifici su cosa fare. Facciamo attenzione a non cercare di imporre quello che è giusto per noi e a non dare consigli sulla base di ciò che è più utile a noi. Ad esempio, chiamare più amici o leggere di più, o fare più esercizio fisico, potrebbero essere modi che aiutano noi a gestire le emozioni ma magari non il ragazzo. E lui potrebbe vivere tutto come intrusivo e una forzatura. Possiamo invece dire che per noi è stato utile fare qualcosa, lasciando aperta la possibilità che lui, con i suoi tempi e modi, sperimenti ciò che lo fa stare meglio.

Se questa fatica perdura e il ragazzo vi riporta un disagio forte potrebbe essere utile un consulto con un esperto, anche a distanza. Ma potrebbe anche aiutare innanzi tutto i genitori a comprendere meglio la situazione, e in un secondo momento anche il ragazzo stesso. 

 

L’équipe multidisciplinare di specialisti del Centro Medico Vivavoce prende in cura bambini e adulti che soffrono di balbuzie, di problemi legati alla voce e al linguaggio, e alla sfera psicologica ed emotivo-comportamentale.

Se hai osservato un cambiamento nel tuo bambino o non comprendi alcuni comportamenti di tuo figlio. Se soffre di disturbi dell’attenzione o dell’apprendimento, Contattaci.

Per maggiori informazioni scrivi a info@vivavoceinstitute.com.

 

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Bambini a casa: come gestire l’incertezza

Come vivono i bambini a casa questi tempi duri fatti di incertezze e di apprensione? Quali sono le loro emozioni e, soprattutto, come possono i genitori rispondere alle loro domande?  

Come vivono la quarantena i bambini a casa?

Ci siamo ritrovati a ridefinire la nostra vita, le nostre priorità, i nostri confini.

La quotidianità di ognuno ha subito una battuta di arresto e ci siamo ritrovati a guardare alle nostre vite con occhi diversi. L’isolamento forzato mette a dura prova la nostra resilienza e si accompagna ad un forte senso di disorientamento e incertezza per un futuro sospeso nel tempo.

E i bambini?

Lontani dalle angosce economiche che tormentano i pensieri degli adulti, i bambini si ritrovano reclusi in casa, accomunati dal fatto di non poter uscire, neanche per fare una passeggiata. Soffrono di un isolamento forzato che toglie loro il bene più grande: l’abbraccio di un amico, della maestra, o di un nonno distante per una lontananza non capita, né condivisa.

Cosa provano i bambini in questo momento?

Durante questa reclusione forzata, i bambini a casa fronteggiano due incertezze.

Da un lato lo stravolgimento delle proprie giornate, fatte di ritmi più o meno frenetici ma ben definiti. Dall’altro la convivenza forzata con l’altro.

Non più la voglia e il bisogno di stare insieme e di stare in casa; ma una sosta forzata, appesantita dalle ansie degli altri, i grandi, altrettanto smarriti ed emotivamente fragili.

Sappiamo bene che quanto più un bambino è piccolo, tanto più è fondamentale scandire la sua giornata con attività strutturate. Solo così è possibilie mantenere una routine capace di dare senso di contenimento e stabilità. Per un bambino sapere cosa succede dopo è fonte di sicurezza. È la certezza che tutto ha un ordine e che tutto ritorna al suo posto.

Da un mese non è più così! Da un mese tutta la routine, tutti i ritmi, sono fermi, sospesi senza tempo. La scuola ha cercato di mantenere una struttura, un po’ forzata e un po’ sprovveduta, per lasciare la continuità illusoria di un filo che non si è interrotto.

Ma cosa serve veramente ai bambini a casa in questo periodo? Riprodurre, falsamente, i ritmi di una ormai “vecchia” normalità ha davvero senso?

Cosa fare per aiutare i bambini a casa?

Ecco alcuni aspetti su cui riflettere e che possono essere per un genitore fonte di riflessione e di supporto.

1) Creare una routine

È importante scandire la giornata con dei riti quotidiani. Ciò permette di non destrutturare del tutto il quotidiano dei bambini.

Stabilite insieme ai bambini a casa attività strutturare in modo da non lasciare tutto all’improvvisazione o alla buona volontà. Ad esempio, avere dei compiti da svolgere in casa, degli orari per alzarsi, per fare i compiti, per giocare al computer, diventano aspetti salienti da mantenere quotidianamente e con coerenza.

Non dobbiamo dimenticare, inoltre, che molti genitori sono impegnati nel proprio lavoro da casa. Anche su questo punto è importante strutturare la giornata in modo tale che si rispettino tempi e spazi in modo funzionale. Ad esempio, definite la stanza di lavoro del genitore.

La routine è fatta anche di regole. Diventa allora prioritario stabilire insieme degli orari della giornata in cui, mentre la mamma è impegnata a lavorare, il bambino deve autogestirsi, magari annoiandosi anche un po’, sforzandosi di non invadere continuamente gli spazi dei genitori. Se è vero che i figli possono risentire di questo sconvolgimento della vita quotidiana è altrettanto vero che è importante non sovvertire completamente le priorità della famiglia.

2) Valorizzare talenti e capacità

Spingere i bambini ad assumersi un impegno o un compito in casa può diventare l’occasione per valorizzare le loro capacità. Significa puntare sul loro senso di responsabilità e su come possono contribuire in modo opportuno alla gestione complessa dello stare insieme, mettendo in campo quello che sanno fare meglio.

Aiutare il fratellino più piccolo nei compiti, prendersi il compito di cucinare, essere un valido aiuto per genitori e nonni nel gestire la tecnologia, tanto indispensabile in questi giorni, può diventare un momento in cui ognuno di loro può sentirsi efficace e capace. Paradossalmente la tecnologia tanto demonizzata può diventare per loro un’arma di riscatto agli occhi degli adulti, spesso costretti a familiarizzare con uno strumento fino ad allora poco conosciuto.

3) Abbassare la conflittualità

In una convivenza forzata non è facile mantenere sempre i toni placati e la convivenza armonica e gioiosa rischia di diventare una chimera.

Non dobbiamo dimenticare che in queste situazioni, e per un periodo ancora troppo lungo e indefinito, sono saltati i confini, la privacy, la solitudine di alcuni attimi della giornata fondamentale per contattare sé stessi e gli altri.

È  frequente, pertanto, che il livello di tensione e di conflitto con i propri figli possa portare a scontri. Gestiamoli con sapienza: smorziamo i toni e cerchiamo punti di incontro, contrattando e rispettando le diversità di bisogni che dovessero emergere.

4) Gestire rabbia e capricci senza durezza

I bambini, dopo tanti giorni di reclusione iniziano ad essere emotivamente provati, aumentano i capricci, le ribellioni, gli atteggiamenti oppositivi.

Non è però questo il momento di andare allo scontro. Non serve affrontare questi episodi con durezza, con punizioni o con scontri frontali. Al contrario, è importante prendersi cura delle emozioni che sottendono questi comportamenti.

Spesso, dietro un capriccio o una presa di posizione, si nascondono emozioni e sentimenti più complessi. Dalla paura inconsapevole e pervasiva per quello che sta accadendo nel mondo, alla frustrazione e senso di impotenza per qualcosa che ad oggi sembra non arginabile. Non è solo il bisogno di tornare alla normalità, al proprio universo fatto di scuola, amici, sport, ma la necessità da dar nome e senso a quello che sta accadendo.

La tensione emotiva, che può manifestarsi con un capriccio o con un atteggiamento oppositivo, nasconde la fatica, e spesso l’inconsapevolezza, di saper chiedere con chiarezza aiuto per un malessere che resta troppo grande e indefinito.

5) Essere aperti al dialogo

Se per i più piccini può essere sufficiente una favola per spiegare di questo “mostro” che ci limita e ci chiude in casa, per i più grandi non basta.

Questa condizione di dolorosa sofferenza può essere una grande occasione per scoprire un aspetto essenziale della genitorialità: insegnare ai propri figli la resilienza, la capacità di gestire le difficoltà.

Per rendere questo momento più sopportabile e accettabile non dobbiamo nascondere le difficoltà che si stanno vivendo, né tantomeno le emozioni che ci attanagliano.

È sempre importante verbalizzare le proprie emozioni, anche le più dolorose. Questo, non solo facilita il processo di condivisione, ma evita anche che il bambino sperimenti una differenza tra le rassicurazioni verbalizzate del genitore e le sue espressioni – non verbali – che fanno trasparire ansia o sofferenza.

I bambini sanno soffrire e adattarsi molto più di quanto non sembra, ma hanno bisogno di presenze rassicuranti. Essere presenti con il nostro carico di paure, angosce e speranze permetterà al bambino di poter raccontare le sue angosce e le sue speranze. Lo “strumento” più importante è la presenza dell’adulto, e ogni genitore ha dentro di sé un mondo da cui attingere da trasmettere al proprio figlio.

6) Non avere paura di parlare del dolore

È importante dare spazio a temi legati al dolore, alla morte, alla perdita. Questo è, forse, per il genitore il tema più difficile da affrontare, ma va data al bambino la possibilità di parlare e di essere ascoltato su questo argomento.

Non temete il dolore dei bambini.

Come spesso accade negli eventi critici si tende a pensare che i bambini sono lontani, distratti, dai temi che riguardano lutti e perdite. Ma questo è un momento in cui la paura della perdita è forte: la perdita di un genitore, o di un nonno, la perdita della stabilità emotiva (che spesso intravedono e intuiscono nelle espressioni dei grandi), la perdita della stabilità sociale.

Parlare di questi aspetti con i propri figli ci permette non solo di essere presenti con il nostro carico di paure e angosce, ma anche di essere promotori di speranza.

Speranza che nasce dalla condivisione, dal dialogo e dal confronto.

 

L’équipe multidisciplinare di specialisti del Centro Medico Vivavoce prende in cura bambini e adulti che soffrono di balbuzie, di problemi legati alla voce e al linguaggio, e alla sfera psicologica ed emotivo-comportamentale.

Se hai osservato un cambiamento nel tuo bambino o non comprendi alcuni comportamenti di tuo figlio. Se soffre di disturbi dell’attenzione o dell’apprendimento, Contattaci.

Per maggiori informazioni scrivi a info@vivavoceinstitute.com.

 

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Come stimolare il linguaggio dei bambini a casa: i consigli della logopedista

Come stimolare il linguaggio dei bambini stando a casa? Questo tempo di reclusione forzata può trasformarsi in occasione per arricchire il vocabolario e favorire lo sviluppo del linguaggio. Per i più piccoli, gioco e attività quotidiane come la cucina, sono aiuti preziosi per l’ampliamento del vocabolario. Per i bambini dai 5 anni in poi, invece, è il momento giusto per attività che aiutano a sviluppare capacità propedeutiche all’ingresso in scuola primaria.

Come imparare nuovi vocaboli? 

Il modo più efficace per stimolare il linguaggio dei bambini è giocare.

Qualsiasi gioco o attività proponete è importante dare enfasi a linguaggio utilizzando toni di voce diversi e una mimica molto variabile.

Utilizzate frasi semplici fino ai quattro anni e mezzo e più complesse dai 5 anni in su.

Mentre giocate, fate domande, in modo tale da suscitare l’interesse e verificare la padronanza del vocabolario. Evitatete di correggere il linguaggio del bambino: quando fa qualche errore, ripetete piuttosto la parola o la frase se è mal costruita.

Giocando con il vostro bambino, migliorerete anche l’attenzione, l’ascolto, la capacità di aspettare il proprio turno, il rispetto delle regole.

Per ridestare la curiosità del bambino, può essere utile nascondere un gioco e ritirarlo fuori dopo qualche giorno, in modo da utilizzarlo come novità.

Inoltre, in questo periodo di reclusione forzata è importante dare un senso al tempo che passa.

Potete farlo attaccando sul calendario un piccolo disegno di quanto è stato fatto nella giornata scegliendo le attività che sono piaciute di più al vostro bambino. Al termine di questo periodo di reclusione avrete un bellissimo diario illustrato.

 

Come stimolare il linguaggio attraverso il gioco

Tutti i giochi che abbiamo in casa sono un aiuto valido per sviluppare il linguaggio.

Macchinine e mezzi di trasporto si prestano per essere denominati, per imparare la varietà d’utilizzo e i luoghi in cui vengono parcheggiati (autorimessa, garage, porto, aeroporto, etc..).

Potete descriverne le parti, confrontarle (più gande, più piccolo, ha 4 ruote , ne ha solo 2, etc…) e raccontare chi li utilizza (“Il pompiere utilizza l’autopompa”).

Proponete e commentate tutti i tipi di azioni: fare gare, metterle in garage, farle salire, scendere, spostarle.

Le bambole, invece, permettono di denominare le parti del corpo e i vestiti, ma anche di imparare la sequenza di azioni. Vestire la bambola permette di dare un ordine e denominare un prima e un dopo (“Prima mettiamo la maglietta e dopo la felpa”).

Con la casa delle bambole è molto facile denominare tutte le azioni che si compiono nella vita quotidiana in casa. Potete inoltre dare qualche ordine per stimolare l’attenzione e la memorizzazione verbale.

I giocattoli non permettono solo la denominazione degli oggetti, ma anche l’apprendimento delle parole riferite alle posizioni nello spazio (sul, nel, sopra, dietro, ecc. ), ai concetti temporali, alle azioni.

Come imparare numeri e quantità: costruzioni e travasi

Dai 5 anni in poi, le costruzioni si prestano per la verbalizzazione delle quantità e dei numeri.

Domande come “Quanti mattoncini rossici servono? Sono di più o di meno? Quanti ne mancano per finire? Ho messo una tegola per ogni mattoncino?” stimolano il confronto di quantità, la corrispondenza biunivoca e mostrano come stesse quantità possono occupare spazi diversi.

Con l’acqua e i recipienti, potete proporre questo gioco anche a bambini più piccoli portandoli al ragionamento voi stessi. Versate la stessa quantità in recipienti diversi e fate notare che le quantità si distribuiscono a seconda del recipiente, dando l’impressione di essere cambiate.

In questo modo, lavorate anche sull’organizzazione spaziale e sulle funzioni esecutive, cioè la capacità di programmare ed eseguire due azioni in successione.

Imparare le regole con i giochi di società

I giochi di società, utilizzabili dai 3 anni, favoriscono la comprensione delle regole.

Il bambino può ripetere le regole, allenandosi così a formulare due o tre frasi in successione (“Adesso tocca a te, dimmi cosa devi fare?”).

Distribuendo le carte da gioco si avvia il concetto di corrispondenza biunivoca: dare le carte ad ogni giocatore in modo tal che il numero sia uguale. Se distribuite voi, fate finta di sbagliare: “Io ne ho una di meno”, “Me ne mancano due: vedi che tu ne hai di più”, “Lui ne ha tre in più”.

I giochi di società si prestano per verbalizzare e imparare tantissime tipologie di azione: mescolare, dividere, distribuire, raccogliere, mettere da parte, eliminare, contare, vincere, perdere, ritirarsi dal gioco.

Come arricchire il vocabolario con libri, cartoni animati e video

I libri sono lo strumento per eccellenza per perfezionare il vocabolario.

Scegliete dei libri di favole adeguate all’età del bambino e assicuratevi che conosca il vocabolario inerente alla storia. I libri devono avere molte figure in modo tale che il bambino possa memorizzare la storia con l’aiuto delle immagini e poterla poi raccontare ad un altro familiare.

Per spiegare parole nuove, laddove è possibile, è molto utile cercare foto, immagini o video, oppure disegnarle.

Si consiglia di utilizzare brevi cartoni animati o video da guardare insieme, per poi raccontare e far raccontare di nuovo quanto è successo.

Il genitore può fare il racconto utilizzando enfasi e mimica in modo tale da facilitare l’impatto emotivo e la memorizzazione.

Con i bambin più grandi, può essere divertente rimettere in ordine la libreria, suddividendo i libri secondo spessore, altezza, argomento.

Imparare parole nuove in cucina

La cucina è manualità, travasi, ma anche sequenze di azioni e nuove parole.

Cucinate insieme al vostro bambino, facendogli fare quanto possibile, e nello stesso tempo verbalizzate quanto dovrete fare, anticipando l’azione successiva.

Fare domande tipo “Cosa prepariamo?”, “Cosa ci serve?”, “Dove lo mettiamo? Dopo?”. Allo stesso modo verbalizzate le azioni: “Quanto deve cuocere?, “È tanto o poco tempo?”.

Potete anche sfruttare le posate e le pentole, riponendole negli appositi spazi secondo tipo e grandezza. Nel frattempo, verbalizzate più volte il concetto di moto da luogo “Prendo i cucchiai dalla lavastoviglie e li metto nel cassetto in alto, in basso, sopra, dentro, etc”.

Allenamento metafonologico: un aiuto per i più grandi

Per bambini dai 5 anni in su, è propedeutico all’apprendimento di lettura e scrittura.

La metafonologia è la capacità di un bambino di comprendere i fonemi (suoni) che costituiscono una parola, e la loro sequenza corretta per pronunciarla (patata è costituita da   pa-ta-ta ).

L’allenamento metafonologico allena proprio questa consapevolezza, in modo tale che il bambino all’ingresso alla scuola primaria sappia poi “tradurre” i fonemi in lettere e grafemi, cioè imparare a scrivere.

Per allenare questa consapevolezza, potete quindi giocare ad indovinare l’inizio della parola, la fine, la parte centrale.

Potete far suddividere la parola in sillabe (pallone diventa pal-lo-ne)  o farla fondere detta da voi   “Se dico  ta-vo- lo cosa ho detto? Tavolo”)

Potete anche giocare con le rime.

 

L’équipe multidisciplinare di Neuropsichiatri Infantili, Psicoterapeuti e Logopedisti del Centro Medico Vivavoce prende in cura i problemi della voce, i Disturbi del Linguaggio e dell’Apprendimento e i disturbi di natura psicologica.

Per maggiori informazioni scrivi a info@vivavoceinstitute.com.

 

Foto: jcomp 

News

Coronavirus: il Centro Medico Vivavoce sospende temporaneamente le attività in sede

Per preservare la salute dei propri collaboratori e dei propri pazienti, il Centro Medico Vivavoce chiude temporaneamente al pubblico.

Viste le recenti disposizioni ministeriali riguardo al diffondersi del Coronavirus (DPCM 9 Marzo 2020), a scopo precauzionale, Il Centro Medico Vivavoce ha deciso di interrompere momentaneamente le attività riabilitative individuali e ambulatoriali in tutte le sue sedi.

Le attività riabilitative di gruppo erano già state sospese in seguito alle precedenti ordinanze.

Rimangono invece funzionanti le attività riabilitative online e il supporto a distanza, da conconcordare direttamente con lo specialista di riferimento.

Il Centro rinnova l’invito a seguire le raccomandazioni per la prevenzione del contagio di Coronavirus consultabili consultabili sul sito del Ministero della Salute.

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La segreteria rimane a disposizione per qualsiasi richiesta e informazione:

Tel: 02.36692464

Cell: 334.7288188

E-mail: info@vivavoceinstitute.com

 

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Il tempo nei processi di apprendimento

Come si imparano cose nuove? Quali sono i processi alla base dell’apprendimento? E che rapporto c’è con il tempo? Cosa accomuna i processi di apprendimento motorio alla balbuzie?

Imparare cose nuove è comune e automatico a ciascuno di noi ed è insito nel percorso di crescita personale. Ciò inizia in età scolastica e ci accompagna poi nella vita di tutti i giorni.

Inconsapevolmente nel voler aumentare le nostre competenze e conoscenze ci troviamo di fronte a difficoltà che superiamo solo con una costante applicazione.

Cosa c’è alla base di questi processi di apprendimento?

L’evoluzione delle neuro-immagini ha permesso di poter vedere come avvenga una riorganizzazione funzionale delle aree corticali e sottocorticali associate all’acquisizione e al consolidamento delle abilità motorie.

I cambiamenti plastici coinvolgono riorganizzazioni strutturali nell’architettura della sostanza grigia e bianca, che avvengono in un tempo minore di quanto si pensasse in precedenza.

L’acquisizione e il consolidamento a lungo termine delle abilità motorie giocano un ruolo fondamentale nella nostra vita quotidiana. Abilità come andare in bicicletta, scrivere, giocare a tennis sono acquisite attraverso pratiche ripetute.

L’apprendimento delle attività motorie si riferisce a quei processi attraverso i quali i movimenti vengono eseguiti più velocemente e in modo più accurato con la pratica.

C’è quindi una relazione diretta tra l’acquisizione delle abilità motorie e la plasticità neurale nel sistema nervoso centrale, che si manifesta con nuove interconnessioni distribuite in differenti regioni cerebrali che si sviluppano nel tempo.

Tempo e neuroplasticità

Una variabile fondamentale da prendere in considerazione in questi processi di neuroplasticità è il tempo.

A seconda di quanto tempo rimaniamo esposti a un determinato stimolo, o in base a quanto tempo dedichiamo ad un’attività esercitandoci in modo specifico, i cambiamenti corticali tendono a “strutturarsi”. È il motivo per cui, imparare una nuova lingua in un paese straniero confrontandosi costantemente con persone che parlano quella lingua, è più prolifico rispetto a chi segue lezioni una volta a settimana e si trova ad esercitarsi meno.

Questa considerazione di senso comune avviene per il motivo già detto in precedenza. Un esercizio costante e continuo modifica e ottimizza le reti neurali deputate a quell’abilità specifica (imparare una lingua, imparare un gesto sportivo etc..).

L’osservazione di cosa avviene al sistema nervoso centrale in seguito all’esercizio è stato ed è tuttora oggetto di studio in ricerche scientifiche, comuni a discipline diverse.

Pensiamo a quanto questo aspetto sia studiato, per esempio, in pazienti che hanno subito un danno neurologico, in coloro affetti da dolore cronico oppure nelle persone che presentano disturbi del linguaggio.

Le aree corticali si modificano

I mesi necessari per ottenere una modifica strutturale delle aree corticali interessate cambiano in base al tipo di pazienti presi in esame o alle diverse abilità che i soggetti devono apprendere.

Se pensiamo, per esempio, a soggetti con dolore lombare cronico, sappiamo che a livello motorio molto spesso hanno dei pattern (degli schemi) di movimenti alterati, ovvero la loro schiena non si muove più come dovrebbe. Questo non è tanto dovuto a un eventuale danno articolare o muscolare, quanto invece a modifiche delle aree corticali deputate al controllo della colonna.

In questo caso si è visto che, nonostante ci sia una risposta sintomatica positiva anche nel primo periodo della riabilitazione, per ottenere una modifica degli schemi di movimento e dei cambiamenti corticali sono necessari tre mesi di esercizio.

Riportando lo stesso discorso nell’ambito dei disturbi del linguaggio come la balbuzie, è comune un miglioramento in poco tempo in seguito all’esercizio, ma è necessario un periodo molto maggiore affinché possano modificarsi i circuiti neurali deputati al controllo del linguaggio stesso.

È soltanto attraverso le modifiche corticali strutturali che le nuove “abitudini” acquisite diventano automatiche.
Il mezzo per facilitare e indirizzare tali modifiche è un costante esercizio giornaliero.

Bibliografia

Willingham DB. A neuropsychological theory of motor skill learning. Psychol Rev. 1998 Jul; 105(3):558-84

Chunming Lu , Lifen Zheng . Reorganization of brain function after a short-term behavioral intervention for stuttering. Brain & Language 168 (2017) 12–22

Wand B, Parkitny L, O’Connell N et al. Cortical changes in chronic low back pain:

Current state of the art and implications for clinical practice. Manual Therapy 2011; 16: 15-20.

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Vivavoce Focus

Balbuzie e traumi: oltre i luoghi comuni per superare i sensi di colpa

Se mio figlio balbetta è dovuto a un trauma? Cosa dice la scienza in proposito? L’articolo spiega, superando i luoghi comuni e i sensi di colpa dei genitori, quali possono essere le manifestazioni della balbuzie.

La balbuzie, secondo il pensiero comune, è ancora oggi associata ad esperienze traumatiche vissute in ambito familiare, anche se l’ipotesi è da tempo confutata in ambito scientifico.

L’evento traumatico è causa di balbuzie?

Infatti, quando emerge durante l’infanzia, i genitori tendono ad andare alla ricerca di un evento traumatico (il cosiddetto “trauma infantile”), nella storia familiare, che possa esserne la causa, ad esempio: separazione dei genitori, aspettative troppo elevate o anche un rimprovero troppo severo.

Questo pensiero è così radicato che i genitori possono arrivare a convincersi che siano i loro comportamenti la causa della balbuzie.

È necessario quindi fare chiarezza su questo punto:

  • i dati scientifici non supportano in alcun modo questo stereotipo, anzi mostrano che non c’è alcuna correlazione tra i cosiddetti “traumi infantili” e l’insorgenza della balbuzie;
  • la balbuzie da trauma esiste, ma fortunatamente è molto più rara della balbuzie che emerge in età evolutiva. I “traumi infantili”, cui si attribuisce spesso la causa della balbuzie, difficilmente sarebbero considerati tali in ambito clinico. Il DSM-V, il più usato e diffuso sistema di classificazione dei disturbi mentali, definisce un trauma come “un’esperienza che implica morte, o minaccia di morte, o gravi lesioni, o minaccia all’integrità fisica propria e/o altrui”.

Appare chiaro che nessuno degli episodi citati all’inizio (divorzio, rimproveri, …) risponde a questi criteri. Eventi traumatici – secondo la definizione appena riportata – sono invece aggressioni fisiche, maltrattamenti o abusi, rapimenti o situazioni di particolare stress emotivo, come disastri naturali o incidenti.

Un evento di questo tipo può avere gravi conseguenze sul piano emotivo e cognitivo (ad esempio, il disturbo da stress post-traumatico).

Le manifestazioni della balbuzie

Nel caso in cui la balbuzie emerga dopo un evento traumatico, si parla di balbuzie psicogena o da trauma, che è a sua volta un sottotipo di quella che si definisce balbuzie acquisita.

La balbuzie acquisita non ha un’origine evolutiva e si sviluppa in un individuo che non ha sempre balbettato. È legata a un momento specifico, prima del quale non c’era alcun problema di fluenza.

Essa comprende:

  • balbuzie psicogena, una forma di balbuzie legata a un problema psicologico o a un evento traumatico;
  • balbuzie neurogena, la più comune forma di balbuzie acquisita; si sviluppa in seguito a una lesione cerebrale, ad esempio un ictus;
  • balbuzie indotta da sostanze, una forma di balbuzie associata all’uso di droghe o medicinali.

È bene chiarire che questi tipi di balbuzie rappresentano comunque una minoranza.

Il disturbo in età evolutiva

Nella maggior parte dei casi essa emerge spontaneamente durante l’infanzia (tra i 2 e i 4 anni di età), in un periodo fondamentale per lo sviluppo delle funzioni cognitive superiori, tra cui il linguaggio. È durante questi anni che le lievi anomalie cerebrali, riscontrate nelle persone che balbettano, entrano in gioco, causando la manifestazione del disturbo.

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Supera la balbuzie con noi

Metodo clinico dimostrato
Il metodo MRM-S per superare la balbuzie è scientificamente dimostrato da un progetto in collaborazione con l’Università San Raffaele

Esperienza consolidata
Vivavoce ha aiutato oltre 1300 pazienti in tutta Italia a superare la loro balbuzie