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Inaugurazione Centro Medico Vivavoce

Inaugurato oggi a Milano, il nuovo Centro Medico Vivavoce, alla presenza dell’Assessore Regionale al Welfare Giulio Gallera, dell’Assessore Regionale all’Istruzione, Formazione e Lavoro, Melania Rizzoli, e dell’Assessore alle Politiche Sociali, Salute e Diritto del Comune di Milano, Pierfrancesco Majorino.

Con il trasferimento nella nuova sede di via Giovanni Battista Pergolesi 8 , a due passi dalla Stazione Centrale, il Centro ampliala proposta dei servizi alla persona, affiancando al trattamento riabilitativo della balbuzie, la diagnosi e il trattamento dei Disturbi del Linguaggio e dell’Apprendimento, i trattamenti psicologici e la Neuropsichiatria infantile.

«Il mio sogno fin da bambino – spiega Giovanni Muscarà, fondatore del Centro – è sempre stato quello di creare una casa, un luogo accogliente che potesse essere un punto di riferimento non solo per le persone che soffrono per la balbuzie, ma per tutti quelli che, per un qualsiasi motivo, fanno fatica a comunicare. Per tutti quelli che, quindi, vivono quella fatica ben descritta nella canzone Un matto di Fabrizio De André: “Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole”».

Qui potete scaricare il comunicato stampa.

 

I relatori: Pasquale Cannatelli, Valentina Letorio, Giovanni Muscarà e Camillo Zottola

 

Il taglio del nastro in presenza delle Istituzioni

 

Vivavoce Focus

Balbuzie: una definizione a colori

Cos’è la balbuzie? La risposta si trova apparentemente, dappertutto. Dall’opinione pubblica ai manuali di classificazione internazionale. Il risultato è, spesso, una visione della balbuzie parziale o stereotipata. Una visione in bianco e nero. Ma, come da un vecchio film, di scarsa risoluzione, è possibile ottenere una versione restaurata, così possiamo restituire alla balbuzie tutti i suoi colori.

Cos’è la balbuzie secondo il pensiero comune

Per chi non balbetta la balbuzie è semplicemente una difficoltà di comunicazione ben visibile che non permette di esprimere i propri pensieri.

A prima vista, la balbuzie è facile da definire. E, in questo senso, ognuno di noi ha – o pensa di avere – un’idea piuttosto chiara di  cos’è la balbuzie.

La televisione ci restituisce un’immagine netta: la balbuzie è qualcosa di buffo, che fa sorridere. In poche battute le difficoltà del personaggio balbuziente si palesano agli occhi e alle orecchie del pubblico. Pensiamo a Pallino, timido maialino dei Looney Tunes. Oppure a Cateno, fratello maldestro di Leonardo Pieraccioni in Ti amo in tutte le lingue del mondo.

In più, quasi tutti abbiamo parlato, almeno una volta, con una persona balbuziente. Riconoscerla ci è stato facile e immediato. Ripete suoni, sillabe o intere parole? Fa numerosi tentativi prima di riuscire a dire qualcosa? La voce si strozza in gola e fa degli enormi sforzi per farla uscire? Allora balbetta. Non servono radar, corsi avanzati o lauree per capirlo!

La balbuzie secondo la classificazione internazionale

Anche i manuali diagnostici, utilizzati a livello internazionale per classificare tutte le malattie e i disturbi conosciuti, forniscono una definizione di balbuzie.

Secondo il manuale ICD-10, riferimento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la balbuzie è

Un disordine nel ritmo della parola, nel quale il paziente sa con precisione ciò che vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non è in grado di dirlo a causa di arresti, ripetizioni e/o prolungamenti di un suono che hanno carattere di involontarietà.

Nel DSM-5 invece, il manuale di riferimento per i disturbi psicologici, la balbuzie viene descritta come

Alterazione della normale fluenza e della cadenza dell’eloquio, inappropriata per età e per abilità linguistiche, che persiste nel tempo ed è caratterizzata dal frequente e marcato verificarsi di uno (o più) dei seguenti elementi: ripetizioni di suoni e sillabe, prolungamenti dei suoni, interruzione delle parole, blocchi udibili o silenti, circonlocuzioni, parole pronunciate con eccessiva tensione, ripetizione di intere parole monosillabiche.

Queste definizioni sono però limitate. Perché?

  1. Si basano esclusivamente sulle manifestazioni della balbuzie, cioè su quello che è possibile osservare (o udire).
  2. Offrono una visione statica della balbuzie, che è invece un fenomeno che cambia nel tempo e a seconda della persona.
  3. Non avanzano ipotesi sulle cause della balbuzie.

Ma soprattutto, queste definizioni risultano aride perché non lasciano spazio alle peculiarità della singola persona. E, di conseguenza, non tracciano linee guida per un intervento mirato.

Da una parte, lo stereotipo del balbuziente è spesso molto distante da come la balbuzie si manifesta nella singola persona. Dall’altra, chi balbetta può non riconoscersi nelle classificazioni standard.

Possiamo dire che sia il pensar comune, sia le classificazioni internazionali restituiscono una versione della balbuzie solo in bianco e nero.

Cos’è davvero la Balbuzie?

La balbuzie è la risposta soggettiva a qualcosa che non si vede.

Cosa non si vede?

Un blocco. Un blocco fisico, che può essere percepito più a livello addominale, toracico o diaframmatico. Ma comunque un blocco fisico .

Questo blocco fa percepire con certezza a chi balbetta che non riuscirà a dire quello che vuoi dire. Oppure che lo dirà con grande fatica.

C’è chi decide di fermarsi rinunciando a parlare, e in questo caso la balbuzie assume la forma di un silenzio.

C’è chi invece, grazie a una abilità che chi balbetta sviluppa fin da bambino, riformula il messaggio usando sinonimi, giri di parole, intercalari, che però spesso stravolgono il concetto che inizialmente voleva dire.

E poi c’è chi, con tenacia e ostinazione, prova comunque a parlare. In questo caso si assiste alle manifestazioni più note: ripetizioni, prolungamenti di suoni, in alcuni casi addirittura spasmi, perdita di controllo del viso, del collo…

La balbuzie è quindi una risposta personale, frutto del carattere, del temperamento, della sensibilità e della motricità di ognuno.

La persona con un carattere più freddo e controllato riuscirà sempre a fermarsi prima, quindi avrà una balbuzie invisibile.

La persona più impulsiva, esagitata tenterà di sfondare questo blocco, come se fosse una porta chiusa, attivando diverse parti del suo corpo, con conseguenti spasmi.

Come e quando si manifesta la balbuzie?

La balbuzie interessa circa l’1,5% della popolazione mondiale e compare, mediamente, tra il 2° e il 3° anno di vita. In quasi il 90% dei casi scompare naturalmente entro il 6° anno di vita.

Nei restanti i casi permane, manifestandosi in modi e tempi diversissimi da persona a persona.

La balbuzie non è dunque un fenomeno statico, ma fortemente dinamico.

Le sue manifestazioni cambiano sia da persona a persona (variabilità interindividuale), sia nella stessa persona, nell’arco della sua vita (variabilità intraindividuale)

Questa variabilità può essere descritta attraverso alcuni parametri.

  • Frequenza. La balbuzie non è sempre sistematica. Può manifestarsi esclusivamente in rare e specifiche situazioni e non verificarsi minimamente in tutte le altre.
  • Durata. La balbuzie non è sempre costante. Può rimanere totalmente invisibile, silente per alcuni periodi, anche molto lunghi della vita. E poi riapparire improvvisamente con frequenza o sporadica o più continuativa.
  • Severità. La balbuzie è di intensità variabile. Nel caso di balbuzie lievi magari una difficoltà viene percepita in modo chiaro da chi balbetta ma non da chi ascolta.
  • Tipologia. Oltre a ripetizioni, prolungamenti, interruzioni, blocchi e circonlocuzioni esistono manifestazioni più sottili. Ad esempio, l’utilizzo di intercalari (cioè) e interiezioni (beh, ehm), il ricorso a frasi brevi o spezzettate, l’alterazione del ritmo del discorso (parlare più in fretta). Anche un aumento intenzionale della velocità di articolazione può rappresentare una strategia per superare il blocco.
  • Comportamento. La balbuzie può manifestarsi anche tramite silenzi o rinunce a comunicare qualcosa. Spesso queste manifestazioni sono confuse con riservatezza, introversione o scarsa partecipazione alla comunicazione.

Cosa comporta la balbuzie?

  1. Ansia anticipatoria

La balbuzie non è solo un problema di fluenza.

Chi balbetta ha chiaro cosa vuole dire, ma la difficoltà nel passaggio dal pensiero alla parola ne condiziona il contenuto.

Quando il blocco diventa insuperabile, chi balbetta è soggetto ad un sovraccarico cognitivo perché continua a riformulare il proprio pensiero.

La balbuzie quindi è anche prima che uno balbetta, quando sa già che sta per bloccarsi.

Situazioni di agitazione, nervosismo o ansia possano influenzare in modo negativo la balbuzie. Per questo, ansia e balbuzie vengono spesso messe sullo stesso piano, ma l’ansia non è la causa della balbuzie.

Situazioni molto cariche emotivamente richiedono grandi risorse di controllo soprattutto è già ampiamente impegnato a monitorare faticosamente il suo eloquio.

Quindi, in condizioni di ansia, la balbuzie può aumentare.

  1. La frustrazione e il senso di sfiducia

La balbuzie è anche dopo che uno ha balbettato. Il senso di sfiducia, di frustrazione, di affaticamento anche fisico, dovuti all’impossibilità di riuscire a dire ciò che si voleva dire.

La balbuzie è come un iceberg, di cui solo una piccola parte è visibile al di sopra del livello del mare, mentre la maggior parte rimane al di sotto, nascosta.

  1. La rinuncia a dire e a fare

Imbarazzo, vergogna e frustrazione sono solo alcuni dei vissuti che accompagnano chi balbetta nella vita quotidiana e che spesso inducono la persona a continue rinunce, a non mettersi in gioco.

Sul lungo termine, questo progressivo ritiro può generare condotte di evitamento che si estendono ai più svariati contesti, fino ad arrivare, in casi estremi, all’abbandono scolastico o a precludersi di una opportunità lavorativa.

La balbuzie intacca la qualità della vita stessa.

Come risolvere la balbuzie?

Cos’è la balbuzie? Di nuovo, possiamo dire che è un fenomeno multifattoriale, cioè che interessa diversi fattori della persona.

  • Linguistici, perché la balbuzie condiziona certamente la formulazione del messaggio
  • Motori, perché è legata alla coordinazione dei movimenti fono-articolatori e respiratori necessari a produrre un suono
  • Cognitivi, perché questa fatica influisce su pensieri, sulle autopercezioni e sulla consapevolezza della persona
  • Affettivi, perché colpisce sentimenti, emozioni e atteggiamenti
  • Comportamentali,  perché spesso porta a rinunciare, a non fare pur di non dover parlare.

Per superare la balbuzie, quindi è necessario agire su tutti questi fattori.

Il percorso  rieducativo dovrebbe comprendere un lavoro sulla persona nella sua interezza e totalità, attraverso l’intervento integrato di diverse figure professionali (logopedista, fisioterapista, psicologo).

Un team multidisciplinare che lavora in modo sinergico può infatti agire su tutte le sfumature che questa fatica assume su ogni persona.

Data la complessità del fenomeno occorre però prima conoscere a fondo cos’è la balbuzie, insieme a tutte le sfaccettature.

Solo così è possibile intraprendere un percorso rieducativo mirato che tenga insieme tutti gli aspetti che caratterizzano questo mondo a colori.

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Vivavoce Institute cambia sede a Milano!

Vivavoce Institute cambia la sede operativa di Milano.

Dal 7 Dicembre 2018, tutte le attività del Centro e gli uffici si trasferiranno nella nuova sede meneghina di via Giovanni Battista Pergolesi, 8.

A due passi dalla Stazione Centrale e da Piazzale Loreto, il primo piano dell’8 di via Pergolesi vanta quasi 300 metri quadrati di spazio. Il Centro è dotato di due sale software e una sala polifuzionale di oltre 40 metri quadrati, che si aggiungono alla ampia sala d’attesa e ai numerosi locali riservati alle fasi individuali del Percorso di rieducazione della balbuzie.

La sede di via Pergolesi è inoltre comodissima da raggiungere, perché si trova a pochi minuti dalle tre principali linee metropolitane di Milano e dalla Stazione Centrale.

Il nuovo Vivavoce Institute è a:

  • 7 minuti a piedi da Stazione Milano Centrale, MM3 Linea Gialla e MM2 Linea Verde, fermata Centrale.
  • 3 minuti a piedi da MM2 linea verde, fermata Caiazzo – Uscita Via Pergolesi, Via Settembrini.
  • 3 minuti a piedi da MM1 Linea Rossa, fermata Loreto – Uscita Piazza Argentina.

Vivavoce Institute inaugurerà la nuova sede in occasione del primo dei due corsi intensivi previsti per il mese di Dicembre, che avrà inizio Venerdì 7.

I recapiti telefonici, gli indirizzi di posta elettronica e gli orari della segreteria rimarranno invariati.

Vi aspettiamo in Pergolesi 8!

 

Vivavoce Focus

Balbuzie: verso una definizione?

Cos’è la balbuzie? Sembra una domanda dalla risposta semplice, ma non è così. Come hanno affermato due importanti ricercatori, solo 20 anni fa, se 10 esperti di disturbi del linguaggio fossero riuniti in una stanza ne uscirebbero con almeno 11 definizioni diverse di balbuzie.

Vi sembra strano? Scopriamo quali (e quante sono) le definizioni più comuni.

Cos’è la balbuzie secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS)

Quella dell’OMS, è senz’altro la definizione più diffusa e più utilizzata.

la balbuzie è un disordine nel ritmo della parola, nel quale il paziente sa con precisione ciò che vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non è in grado di dirlo a causa di arresti, ripetizioni e/o prolungamenti di un suono che hanno carattere di involontarietà.

È una definizione completa? Non proprio.

Questa definizione si basa solo su ciò che si osserva e si sente.

In più, i sintomi descritti si verificano, a volte, anche nelle persone che non balbettano. Sulla base di queste manifestazioni, quindi,non è sempre possibile distinguere tra una persona che balbetta e una che non balbetta.

Lo standard della balbuzie secondo Wingate

Un’altra diffusa definizione è quella data nel 1964 dal ricercatore americano Marcel Wingate, uno dei principali studiosi della balbuzie. Per anni, questa è stata considerata la definizione standard.

La balbuzie è un disordine nella fluenza di espressioni verbali, che è caratterizzato da ripetizioni o prolungamenti involontari, udibili o silenti nell’emissione di brevi elementi del parlato, vale a dire: suoni, sillabe e parole di una sillaba.

Queste interruzioni occorrono frequentemente o sono ben definite e non sono facilmente controllabili dal soggetto. Talvolta le interruzioni sono accompagnate da attività accessorie come gesti collegati al parlato, caratteristiche verbali, spostamenti ausiliari del corpo.

Inoltre molto spesso vengono riferiti stati emozionali che vanno da una generale condizione di “eccitamento” o “tensione” a più specifiche emozioni di natura negativa come paura, imbarazzo, irritazione, frustrazione, vergogna, o simili. La manifestazione più visibile della balbuzie è rilevabile in qualche incoordinazione espressa nel meccanismo periferico relativo alla produzione verbale.

Il professor Wingate ci aiuta a rispondere in modo più preciso alla domanda cos’è la balbuzie.

Rispetto all’OMS, egli introduce sintomi secondari (movimenti incontrollati del corpo) e reazioni emotive (es: tensione, imbarazzo, frustrazione). Inoltre, evidenzia la presenza di manifestazioni visibili, udibili e/o silenti.

Wingate utilizza però termini generici, senza porre l’accento sulle manifestazioni sottili, come, ad esempio, il caso della balbuzie nascosta (covert stuttering). Molte delle persone che balbettano sono infatti in grado di nascondere la propria balbuzie, evitando alcune parole e sostituendole con altre, oppure fermandosi quando avvertono il blocco.

Inoltre, la balbuzie ha una forte variabilità intraindividuale, soprattutto in termini di frequenza.

Cosa significa? Che non sempre si balbetta con la stessa frequenza nell’arco della giornata o della vita. E quindi non sempre le manifestazioni della balbuzie occorrono frequentemente come invece sostiene  Wingate.

La balbuzie come perdita di controllo

Il Professor William H. Perkins, direttore dello Stuttering Center alla University of Southern California ha definito la balbuzie come

La temporanea perdita di controllo, latente o manifesta, dell’abilità di procedere con fluenza nell’esecuzione di un enunciato verbale.

La balbuzie viene qui collegata alla perdita di controllo, qualcosa dunque di soggettivo, percepito innanzi tutto dal punto di vista di chi parla, non di chi ascolta.

Il pregio di questa definizione è che non si limita a una descrizione di sintomi esterni, ma dà maggiore rilievo al vissuto della persona.

Il professor Perkins, ha infatti affermato più volte che

Se la scienza intende indagare in modo oggettivo i balbuzienti spogliandoli della loro esperienza soggettiva – perché essa non può essere misurata sulla base di ciò che viene facilmente osservato, allora è la scienza il perdente.

Inoltre individua un nuovo fenomeno da indagare: che cos’è la perdita di controllo che sperimenta chi balbetta? Quali sono le cause?

Questa sembra essere la direzione delle teorie neuroscientifiche più recenti, secondo cui la balbuzie è da ricondurre alla perdita del controllo motorio nella produzione del linguaggio.

Cos’è la balbuzie: perché è così difficile rispondere?

Il dibattito sulla definizione resta ancora aperto.

E il motivo principale è la mancanza di accordo su quali siano le cause del fenomeno.

La neurofisiologa Anne Smith nel 1999 ha chiarito l’origine di questa difficoltà con un curioso paragone.

Studiare la balbuzie a partire dalla descrizione dei sintomi è come studiare l’attività di un vulcano a partire dalla forma o dal fumo.

E in effetti, anche lo studio dei vulcani non ha fatto progressi fino a quando non si è spostata l’attenzione sull’attività sismica che determina il comportamento dei vulcani.

Per capire cos’è la balbuzie, bisogna quindi spostare lo sguardo dalle manifestazioni (ripetizioni, evitamento, silenzi) e conseguenze (ansia, frustrazione) alle cause.

Fonti

Culatta, R., & Goldberg, S.A. (1995) Stuttering therapy: An integrated approach to theory and practice. Needham Heights, MA: Allyn & Bacon.

Jackson E., Quesal R, Yaruss J. S. , What is stuttering: Revisited

Minnesota State University, http://www.mnsu.edu

Onslow M., Stuttering and its treatment: Eleven lectures 2016

Perkins William H. (1983) The problem of definition, Journal of Speech and Hearing Disorders, 48, pp. 241-246

Smith A., Stuttering: a unified approach to multifactorial , dynamic disorder, Stuttering Research and Practice: Bridging the Gap, Nan Bernstein Ratner, E. Charles Healey, Psychology Press, 01 feb 1999.

Wingate M. E. (2964) A standard definition of stuttering, Jounal of Speech and Hearing Disorders, 29, pp. 484-489.

World Health Organization, Manual of the international statistical classification of diseases, injuries, and causes of death. 1977, Geneva.

Vivavoce Focus

Sviluppo del linguaggio nei bambini: le tappe fondamentali

Lo sviluppo del linguaggio è un processo caratterizzato da una grande variabilità interindividuale. Ogni bambino, infatti, sviluppa il linguaggio secondo i propri tempi e le proprie capacità. Tuttavia, gli esperti individuano alcune tappe principali da raggiungere, affinché vi sia uno sviluppo armonico delle competenze linguistico-comunicative.

Sviluppo del linguaggio: non solo produzione di suoni

Un aspetto importante da considerare è che lo sviluppo del linguaggio non consiste solo nella produzione del linguaggio, inteso come ciò che il bambino sa dire.

Esso riguarda tutta una serie di abilità tra cui ascolto, riconoscimento di suoni diversi (discriminazione), competenze motorie, competenze cognitive, sviluppo affettivo.

La maturazione delle abilità espressive e comunicative del bambino dipende da tutte queste competenze.

Discriminazione dei suoni e lallazione: dai primi mesi all’anno (0-12 mesi)

0-3 mesi

Alla nascita il bambino ha la capacità di discriminare i suoni di tutte le lingue del mondo.

Ma a partire dai 6 mesi, perde questa capacità per le lingue diverse dalla propria, continuando a riconoscere come diversi solo i suoni della propria lingua madre. II neonato ha una preferenza per la voce e il volto materno e la principale forma con cui comunica a questa età è il pianto.

3-6 mesi

Il bambino inizia ad avere la capacità di seguire lo sguardo e a condividere gli stati affettivi. Si sviluppa il sorriso sociale, ossia la capacità di rispondere al sorriso dell’adulto. Questa è l’età in cui il bambino inizia a produrre vocalizzi.

6-8 mesi

Compare la lallazione canonica, cioè la ripetizione di sillabe composte dalla stessa consonante (per esempio ba-ba-ba, ma-ma-ma). La produzione della lallazione non è uguale per tutti i bambini, tuttavia si tratta di un importante indicatore per lo sviluppo linguistico successivo.

8-10 mesi

La lallazione da canonica diventa variata. Il bambino impara cioè a ripetere sillabe con consonanti diverse (ba-ma-la).

Questa fase dello sviluppo del linguaggio è molto importante. Si è osservato che i bambini che presentano una lallazione più ricca di suoni, sviluppano un lessico più ampio.

Il bambino inizia ad utilizzare il gesto dell’indicazione in modo intenzionale per mostrare o richiedere. Compaiono anche le prime routines gestuali (gesti sociali come Fare ciao, Mandare un bacio).

Intorno agli 8-10 mesi il bambino è in grado di comprendere singole parole.

Dalle prime parole all’esplosione del vocabolario (12-18 mesi)

A 12 mesi, il bambino anticipa le prime parole con il gesto rappresentativo. È un gesto che rappresenta simbolicamente un oggetto o un’azione (Gesto della nanna, del bere).

È nel primo anno di vita che compaiono anche le prime parole (da 0 a 10 parole). Si tratta di parole legate a persone e oggetti familiari o ad attività rituali. Sono articolate prevalentemente con suoni nasali (/m,n/) e suoni occlusivi (/p,b,t,d/), per esempio mamma, pappa, papà, nanna…

L’adulto, prima considerato solo un agente (cioè un mezzo per ottenere ciò che desidera), inizia ad essere visto dal bambino come un soggetto con cui comunicare.

Il bambino inizia a comprendere brevi frasi e ordini semplici.

12-18 mesi

Si assiste ad un graduale ampliamento del vocabolario, fino al raggiungimento della soglia delle 50 parole intorno ai 18 mesi.

Da questo momento ha inizio una fase che viene definita esplosione del vocabolario. Il bambino diventa consapevole che ad ogni parola corrisponde un oggetto (c.d. principio della referenzialità) e che attraverso il linguaggio può agire sul mondo che lo circonda.

Per questo motivo a partire dai 18 mesi l’acquisizione di nuove parole diventa molto più veloce. È questa la fase in cui il bambino si interessa ai nomi delle cose e comincia ad utilizzarli.

A questa età il bambino non è ancora in grado di usare frasi, ma produce piuttosto parole-frase, cioè parole singole che contengono il significato di un’intera frase.

Frasi, verbi, aggettivi, articoli: lo sviluppo della morfosintassi (18-36 mesi)

18-24 mesi

Progressivo ampliamento del vocabolario fino al raggiungimento di 150/200 parole a 24 mesi.

L’aumento del lessico permette a sua volta lo sviluppo della morfosintassi, cioè la capacità del bambino di combinare due parole per formare frasi.

A questa età infatti compare la prima forma di frase, definita linguaggio telegrafico, cioè la combinazione di due parole senza la presenza di articoli, congiunzioni e forme verbali complesse (per esempio mamma pappa).

24-30 mesi

Si assiste ad una maturazione della capacità di pronunciare suoni, compaiono i suoni fricativi (/f/, /v/, /s/).

Il vocabolario oltre ad ampliarsi, diventa progressivamente più vario. Si arricchendosi non solo di nomi, ma anche di verbi e aggettivi.

Il lessico del bambino raggiunge le 500 parole.

Si assiste inoltre allo sviluppo delle competenze morfo-sintattiche, infatti il bambino inizia a produrre frasi semplici costituite da soggetto e verbo.

30-36 mesi

Dal punto di vista morfosintattico, le frasi si ampliano e diventano sempre più complete. Il bambino comincia ad utilizzare in modo stabile parole con funzione grammaticale, come articoli, preposizioni, pronomi…

In relazione alla componente fonetica e articolatoria, il bambino acquisisce progressivamente tutti i suoni della lingua italiana, arrivando a completare l’intero inventario fonemico entro i 6 anni.

Sviluppo dei linguaggio nei bambini: quando preoccuparsi?

È importante tenere presente che il modello descritto rappresenta un’indicazione generale dello sviluppo tipico del linguaggio.

Esso può servire ai genitori per monitorare la maturazione linguistica del proprio bambino, senza preoccuparsi eccessivamente nel caso si notasse qualche piccola differenza.

Allo stesso tempo è consigliabile non trascurare due principali campanelli d’allarme:

  1. Un lessico molto povero a 24 mesi (inferiore alle 50 parole)
  2. L’assenza della combinazione di due parole a 30 mesi.

Questi i segni che riconducono a un ritardo nel linguaggio, che potrebbe rientrare spontaneamente dopo i 3 anni, oppure un Disturbo Specifico del Linguaggio, la cui diagnosi può essere effettuata esclusivamente da uno specialista.

In questo caso è bene rivolgersi al pediatra, segnalando la situazione. Sarà il medico a prescrivere una eventuale una valutazione del Logopedista o del Neuropsichiatra Infantile.

 


 

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Fonti

www.fli-lazio.it

Bortolini U. Test PFLI. Prove per la valutazione fonologica del linguaggio infantile. Edizioni del Cerro  (2004).

Caselli M.C. et al. Il primo vocabolario del bambino: gesti, parole e frasi. Valori di riferimento fra 8 e 36 mesi delle Forme complete e delle Forme brevi del questionario MacArthur-Bates CDI. Milano, FrancoAngeli (2015).

Vivavoce Focus

Attacchi di panico: cosa sono e come si manifestano

Attacchi di panico è un termine molto comune. Ma di cosa si parla esattamente? Come riconoscere gli attacchi di panico e distinguerli da momenti di grande paura?

Cosa sono gli attacchi di panico

Secondo il  Manuale Diagnostico Statistico (DSM-5) gli attacchi di panico sono

periodi precisi di intensi paura o disagio, durante i quali quattro o più sintomi si sviluppano improvvisamente raggiungono il picco nel giro di 10 minuti.

Gli attacchi di panico sono episodi:

  • caratterizzati da sintomi specifici (fisici o cognitivi)
  • intensi e limitati a un determinato periodo di tempo
  • improvvisi
  • spaventosi, ma non realmente pericolosi.

Gli attacchi di panico non sono veri e propri disturbi psichiatrici. Ma per superarli esistono strategia di cura, che è importante attivare in tempo.

Come riconoscere gli attacchi di panico?

Gli attacchi di panico sono definiti da specifici sintomi.

Si tratta di sintomi di natura fisica (per esempio, alterazione del battito cardiaco) oppure cognitiva (per esempio, pensieri). Questi sintomi allarmano moltissimo la persona, fino a farla temere di perdere il controllo, impazzire o morire.

Tali sintomi, per quanto intensi e spaventosi, non comportano, però, un rischio fisico reale.

Perché si possano diagnosticare gli Attacchi di Panico devono presentarsi, in modo brusco e intenso, almeno 4 dei seguenti sintomi:

  • Palpitazioni o tachicardia
  • Sudorazione
  • Tremori
  • Sensazione di fiato corto o di fatica nel respirare
  • Sensazione di soffocamento
  • Dolore retrosternale (cioè dietro lo sterno)
  • Nausea o dolori addominali
  • Vertigini, sensazione di instabilità, testa leggera o sensazione di svenimento
  • Brividi o vampate di calore
  • Parestesie (sensazioni di formicolio o di intorpidimento)
  • Sensazioni di irrealtà (derealizzazione) o sentirsi separati da se stessi (depersonalizzazione)
  • Sensazione di perdita del controllo o di “diventare matto”
  • Paura di morire

Come e perché si manifestazioni gli attacchi di panico?

Gli attacchi di panico non solo sono riconducibili a sintomi specifici. Ma hanno caratteristiche precise.

1.Gli attacchi di panico sono episodi intensi e circoscritti temporalmente.

Durante gli attacchi di panico i sintomi raggiungono un’intensità estrema nel giro di pochi minuti, di solito una decina. Poi si riducono e scompaiono progressivamente.

Conoscere l’andamento e la non pericolosità dell’attacco può essere utile in terapia, per restituire a chi ne soffre un maggior senso di controllo.

2. Gli attacchi di panico sono episodi improvvisi.

In apparenza gli episodi di panico possono sembrare improvvisi e inaspettati, non associati a situazioni particolari.

Le ricerche hanno dimostrato che non si tratta di semplici fulmini a ciel sereno. Gli attacchi di panico sembrano dipendere dalla presenza di una forte quota d’ansia latente, cioè nascosta. Questa ansia in periodi o eventi di stress personale, supera la soglia critica e scatena il panico.

La difficoltà nell’identificare la causa specifica degli attacchi contribuisce a renderli spaventosi e ad attivare ansia anticipatoria.

3. Gli attacchi di panico sono episodi spaventosi ma privi di pericolosità reale.

Un attacco di panico crea grande allarme e destabilizzazione per chi lo sperimenta. Tuttavia, non comporta un rischio concreto per la vita dell’individuo.

Il rischio maggiore è quello che l’attacco attivi una forte ansia anticipatoria, portando ad evitare le situazioni maggiormente temute. Si crea così un circolo vizioso in cui ansia anticipatoria ed evitamento influenzano e limitano le scelte e le attività quotidiane della persona.

4. Gli attacchi di panico non sono sinonimo di pazzia.

Per quanto rappresenti un evento dirompente ed estremamente spaventoso per chi lo sperimenta, l’attacco di panico non rappresenta un vero e proprio disturbo psichiatrico.

Se però gli attacchi si fanno ricorrenti, sono seguiti da intensa ansia anticipatoria all’idea di avere altri attacchi, o da cambiamenti comportamentali significativi, si può parlare di Disturbo di Panico.

Attacco di Panico e Disturbo di Panico: qual è la differenza?

Il Disturbo di Panico rientra nel capitolo dei Disturbi d’Ansia del DSM-5, insieme alle Fobie e agli altri Disturbi d’Ansia specifici. Nel mondo ne è colpita una percentuale di persone tra l’1,5 % e il 3,5%. 

In alcuni casi gli attacchi di panico sono associati ad altri disturbi psichiatrici:

  • Disturbo Depressivo maggiore (50 – 65 % dei casi)
  • Disturbo da abuso di sostanze (50 – 65 % dei casi)
  • Disturbo d’Ansia Generalizzata (25 % dei casi)
  • Disturbo d’Ansia Sociale (15 – 30 % dei casi)

Nel moment in cui questi altri disturbi vengono curati, anche gli attacchi di panico tendono a scomparire.

Come superare gli attacchi di panico?

Gli attacchi di panico possono essere affrontati attraverso terapie specifiche.

Fondamentale è, però, cercare di affrontare il problema il prima possibile, per evitare che si cronicizzi.

Un effettuata la diagnosi da parte di uno specialista, si potrà intraprendere un percorso di cura di tipo farmacologico, psicoterapico, o che li integri entrambi.

I farmaci proposti agiscono in genere direttamente sul sintomo. I risultati sono buoni, ma esiste il rischio di sviluppare tolleranza o dipendenza dai farmaci stessi. Inoltre, alla sospensione del trattamento, il disturbo può facilmente ripresentarsi.

È necessario che la somministrazione e il controllo del percorso farmacologico siano valutate a livello medico (Psichiatra) e supportate da un trattamento psicoterapico (Psicologo Psicoterapeuta).

In particolare, le psicoterapie cognitivo-comportamentali hanno dimostrato buoni risultati. Esse lavorano su meccanismi e pensieri disfunzionali che si nascondo dietro al sintomo e lo mantengono, proponendo anche tecniche specifiche di rilassamento.

Molto utile risulta accostare anche un percorso di Psicoeducazione. La Psicoeducazione aiuta il paziente a gestire gli attacchi di panico fornendo informazioni cliniche sul loro funzionamento, sui meccanismi che li alimentano e sulla loro non pericolosità.

È infatti fondamentale che il paziente sappia che gli attacchi, per quanto angoscianti e destabilizzanti, non sono pericolosi dal punto di vista fisico, né sono un segnale di pazzia, ma possono essere gestiti e superati.

Fonti

Pettirossi, Psichiatria, 2008, Centro Scientifico Editore, Torino.

Gabbard, Psichiatria Psicodinamica, 2007, Raffaello Cortina Editore, Milano.

Istituto Beck, https://www.istitutobeck.com/attacchi-di-panico

Ospedale Maria Luigia, https://www.ospedalemarialuigia.it/category/disturbi-d-ansia/

Vivavoce Focus

Quando si parla di ritardo del linguaggio?

«Mio figlio ha 2 anni e non parla». A quanti è capitato di sentire o dire questa frase? Pochi vocaboli e un’apparente pigrizia nel parlare di un bambino provocano spesso preoccupazione. Soprattutto se, a partire dai 2 anni, è facile fare confronti con gli altri. Ma non tutti i bambini sviluppano il linguaggio allo stesso modo e negli stessi tempi. Ecco quando si può parlare di ritardo del linguaggio. E perché è bene non preoccuparsi prima del tempo.

Cos’è il ritardo del linguaggio

L’espressione ritardo del linguaggio indica

bambini che, senza presentare particolari deficit uditivi, cognitivi e relazionali, sviluppano il linguaggio in ritardo rispetto alla media generale.

Cosa vuol dire?

Che non tutti i bambini iniziano a parlare nello stesso momento.

Se è vero che, di solito, intorno ai 2 anni un bambino possiede un discreto vocabolario (ca. 100 parole) e inizia già a formare le prime frasi, non bisogna pensare che questi dati statistici siano una regola per tutti.

Alcuni bambini iniziano a parlare più tardi di altri. Ecco perché vengono definiti parlatori tardivi (in inglese late talkers oppure late language emergence).

Attenzione però. Il ritardo non è un’etichetta diagnostica, ma una condizione clinica che può essere solo transitoria.

Alcuni bambini Late Talkers infatti, senza necessità di trattamento specifico, recuperano spontaneamente il ritardo nell’acquisizione del linguaggio e rientrano nei normali valori di sviluppo.

Quali segnali indicano che un bambino è un parlatore tardivo?

Lo sviluppo del linguaggio presenta una certa variabilità tra bambino e bambino. Tuttavia, gli studiosi riconoscono due principali criteri sulla base dei quali è possibile parlare di ritardo.

Ad oggi, sono definiti Parlatori Tardivi i bambini che:

  • a 24 mesi producono un numero di parola inferiore a 50

   e/o

  • a 30 mesi non hanno sviluppato la capacità di combinare due parole (ossia non provano a formare le prime piccole frasi).

L’individuazione dei bambini parlatori tardivi si basa su una valutazione del logopedista, svolta sulla base di questionari fatti dai genitori.

Possibili evoluzioni del ritardo del linguaggio

Il ritardo di linguaggio non è una diagnosi, ma una condizione clinica che può interessare bambini di età inferiore ai 3 anni.

L’età dei 3 anni rappresenta uno spartiacque tra un parlatore tardivo e un bambino con un probabile disturbo del linguaggio. Oltre questa età e solo dopo la valutazione di uno specialista, è possibile diagnosticare un Disturbo Specifico di Linguaggio.

Quindi, dopo i 3 anni, le possibili evoluzioni di un ritardo del linguaggio sono due.

  1. Recupero spontaneo del ritardo linguistico senza necessità di trattamento specifico. In questo caso si parla anche di Late Bloomers, cioè bambini che sbocciano in ritardo.
  2. Permanenza di un disturbo del linguaggio. In questo caso, sarà necessaria una valutazione più approfondita per accertare se si tratta di un Disturbo Specifico di Linguaggio o se le difficoltà riscontrate possono essere ricondotte ad altra natura (disturbi emotivi, cognitivi o comunicativo-relazionali).

Ritardo e disturbo del linguaggio: come non confondersi

Le espressioni ritardo del linguaggio (Late Talkers) e Disturbo Specifico del Linguaggio (DSL) non sono dunque sinonimi, in quanto si riferiscono a due condizioni cliniche differenti.

In molti casi il ritardo del linguaggio si risolve in modo spontaneo senza necessità di un intervento diretto.

Tuttavia, in caso di dubbi è importante rivolgersi al pediatra che può correttamente indirizzare al medico specialista di riferimento (Neuropsichiatra Infantile). Solo un’accurata valutazione clinica può identificare precocemente eventuali condizioni di rischio che potrebbero portare alla diagnosi di disturbo specifico del linguaggio.

Il Centro Medico Vivavoce è specializzato nella diagnosi e riabilitazione dei disturbi e delle difficoltà di linguaggio.

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Fonti

Caselli M.C. et al. Il primo vocabolario del bambino: gesti, parole e frasi. Valori di riferimento fra 8 e 36 mesi delle Forme complete e delle Forme brevi del questionario MacArthur-Bates CDI. Milano, FrancoAngeli (2015).

Federazione Italiana Logopedisti Lazio, www.fli-lazio.it

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