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Balbuzie o balbuzia? Cosa dice il dizionario

Sarà capitato anche a te di sentire qualcuno parlare di balbuzie usando balbuzia. Ma si dice balbuzie o balbuzia? Il termine esatto, quello contenuto nel dizionario della lingua italiana è balbuzie. Tuttavia, poiché si riferisce a un sostantivo femminile, a mote persone viene spontaneo usare balbuzia come se avesse un singolare. Invece proprio no. È un errore grammaticale.

Il lemma [bal-bù-zie] è un sostantivo femminile invariabile, cioè che mantiene la stessa forma anche per il plurale, modificando solo l’articolo determinativo o indeterminativo che lo precede. deriva da balbuziente e indica, nel Vocabolario Treccani online,

un disturbo dell’articolazione della parola (disartria) dovuto a uno spasmo intermittente dell’apparato fonatorio per cui il discorso riesce esitante, tronco e presenta ripetizioni; a seconda della sede dell’inceppamento (faringe, glottide, lingua, labbra), si parla di b. gutturale, linguale e labiale.

Il Grande Dizionario Italiano di Aldo Gabrielli, edito da Hoepli, definisce invece la balbuzie, in senso medico, come

un disturbo dell’eloquio consistente nella ripetizione convulsa di sillabe o parole, causato da spasmi intermittenti dell’apparato fono-articolatorio.

La [balbuzie] rientra, quindi, tra i nomi femminili che terminano in “–ie” e restano invariati al plurale, come ad esempio la calvizie – le calvizie, la specie – le specie o la serie – le serie. Nonostante sia forte la tentazione di utilizzare la desinenza a, la lingua italiana spazza via ogni dubbio: si dice balbuzie, non balbuzia.

Balbuzie: un’origine antica

Dal punto di vista etimologico, il termine balbuzie nasce dal latino balbus (cioè balbuziente), una parola onomatopeica creata per imitazione del suono bar, bal, che emette chi pronuncia con difficoltà le parole. Da Balbus deriva anche l’aggettivo balbo [bàl-bo] usato, raramente o in letteratura, per indicare il balbuziente. Lo troviamo, ad esempio nella Divina Commedia Dante: «mi venne in sogno una femmina balba». Anche La diffusione del cognome Balbo a Torino, Roma, Napoli, Venezia, Cuneo e Ferrara, sembra suggerire l’utilizzo di questa parola come un soprannome prima che un cognome.

Prima ancora, ritroviamo la stessa radice e lo stesso significato dalla parola balbuzie nel nome proprio Barbara. Il greco antico bàrbaros, indica, infatti “chi non sa parlare”. Ecco perché tutti i popoli che non parlavano la lingua greca venivano chiamati con questo termine. In seguito passò al latino barbarus, barbaro, per indicare, allo stesso modo, chi non parlava né latino né greco e, più tardi in età cristiana, per definire chi non era né ebreo né cristiano. Ecco perché il significato del nome proprio Barbara può essere, più in generale, “straniera”.

 

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La parola ora è il mio lavoro. Superata la balbuzie, vivo davvero la mia vita

«La parola ora è il mio lavoro e vivo davvero la mia vita». Queste sono le parole di Stefano, 19 anni, diplomato al liceo classico ed ora studente in Economia all’Università Cattolica, di professione arbitro. Fino all’età di 15 anni, Stefano soffriva di balbuzie, la sua fatica era molto pronunciata.

«Ho iniziato a balbettare all’età di tre anni – racconta – ho ricordi di grandi fatiche, soprattutto alle elementari, quando era davvero difficile rapportarmi con gli altri. Solo grazie al mio carattere aperto e solare, sono riuscito a sopperire a questa mancanza».

Chi balbetta sa già quale parola non uscirà, quale parola del suo discorso farà contrarre i muscoli facciali, facendolo sudare e alla fine rinunciandoci. «A quel punto chi ti sta di fronte ti dice: stai tranquillo che, penso, sia per tutti i balbuzienti la frase più odiosa – confessa Stefano. «Non si è mai tranquilli quando si balbetta e dire stai tranquillo mi è sempre sembrato un modo per darmi il contentino, un modo per compatirmi, una cosa che detesto».

Stefano, il liceo classico è stato impegnativo a causa della tua balbuzie?

Le interrogazioni erano un trauma, per non parlare del greco, una lingua così articolata e complessa. Ricordo che per dire alla prof. di scienze la parola botanica ci impiegavo circa tre minuti. Ai più parrà esagerato ma se incontravo gli amici per strada anche dire un semplice ciao era devastante, per non parlare della fatica nei ristoranti, ordinare era un vero problema.

Cosa ha aiutato la tua balbuzie?

Un giorno mio zio disse che aveva letto di un centro a Milano, specializzato nella cura della balbuzie e i miei genitori decisero di iscrivermi al corso. Era il dicembre del 2013. Un corso veloce ma molto serrato, si lavorava duramente, per dieci ore al giorno c’erano tutor che mi insegnavano a parlare, come se fosse la mia prima volta. Dopo il corso i risultati arrivarono subito, anche a scuola riuscii a prendermi grandi soddisfazioni, ad esempio durante le interrogazioni. Anche se il vero successo fu leggere greco ad alta voce, davanti alla mia classe.

Com’è cambiata la tua vita dopo aver superato la tua fatica?

Ora sono felice e non smetto più di parlare, sono contento, il corso mi ha cambiato la vita, mi ha donato la sicurezza, il controllo della parola e mi ha tolto la paura. Oggi sono anche un arbitro di calcio, la parola è il mio lavoro, ma sono davvero tranquillo non ci penso nemmeno più alla balbuzie. Capita solo raramente di incespicare ma come può capitare a chiunque.

Ricordi la prima frase detta senza balbettare?

La mia presentazione alla fine del primo giorno di corso, quando Giovanni Muscarà (fondatore di Vivavoce Institute, ndr) ci fece dire il nostro nome e cognome, la nostra età e le nostre passioni. Indimenticabile.

Foto: Flickr, Maristella Carnio

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Percepirsi nello spazio: la propriocezione

Chi di noi non è in grado con gli occhi chiusi di dire esattamente in che posizione si trovano le proprie mani o le proprie gambe? Oppure se il proprio busto è piegato in avanti e la propria testa ruotata? È grazie ad una serie innumerevole di dati, che dalle periferie del nostro corpo giungono al nostro cervello, che conosciamo in ogni momento e perfettamente la posizione dei nostri arti nello spazio.

Tali informazioni giungono attraverso organi di senso come gli occhi e le orecchie, ma anche dai recettori che si trovano nei muscoli, nelle articolazioni, nei tendini e nella pelle.

La capacità di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio e lo stato di contrazione dei propri muscoli, anche senza il supporto della vista, viene definita propriocezione.

Se in ogni momento non ci fosse una buona comunicazione tra corpo e sistema nervoso, o se per un qualche motivo fossero danneggiati gli i recettori in grado di rilevare l’allungamento dei nostri muscoli, la posizione delle nostre articolazione o, perfino la condizione della nostra pelle ci troveremmo ad affrontare spiacevoli situazioni.

Una alleata del movimento

Gli sportivi si ricorderanno sicuramente di aver subito durante le loro attività una distorsione alla caviglia, la cosiddetta storta, a causa di un movimento sbagliato o di una caduta. Un problema ricorrente in questo tipo di lesioni sono le recidive, ovvero la possibilità di incorrere nuovamente in un infortunio simile. Perché?

In condizioni ottimali, proprio grazie alla propriocezione, noi siamo in grado di reagire con la corretta attivazione muscolare e mobilità articolare a una possibile perturbazione dei nostri movimenti, ad esempio la buca in cui, distratti, abbiamo messo il nostro piede, oppure una qualsiasi caduta durante una performance sportiva. In presenza di una distorsione di caviglia, però, è estremamente probabile che avvenga una lesione ai legamenti. Uno dei compiti principali dei legamenti, è quello di sostenere la caviglia mantenendola “stabile”, limitando alcuni di quei movimenti sbagliati che sono all’origine dell’infortunio. Nel momento in cui il legamento è leso, questa sua capacità viene notevolmente ridotta, il che aumenta la probabilità di recidive .

Per ridurre il rischio che queste perturbazioni impreviste possano essere nuovamente causa di incidenti e infortuni, solitamente ci si sottopone ad un allenamento per affinare la propriocezione, in modo da favorire una migliore comunicazione tra la parte lesa ed il cervello. Questo permette sia di diminuire i tempi di comunicazione tra periferia e centro di elaborazione, sia di migliorare il controllo della parte lesa, permettendo una migliore reazione a quelle situazioni perturbanti che potrebbero causare un danno.

Gli organi propriocettori

Migliorare la propriocezione significa lavorare sugli organi che rilevano le informazioni sulla situazione del nostro corpo nello spazio, i cosiddetti organi propriocettivi: i fusi neuromuscolari, gli organi tendinei del Golgi, i recettori articolari ed infine i recettori cutanei.

I fusi neuromuscolari si trovano all’interno dei muscoli striati e rilevano lo stato di contrazione e stiramento della fibra muscolare; al contrario gli organi tendinei del Golgi, come dice la parola stessa, si trovano all’interno dei tendini. La loro attività viene rilevata nel momento in cui il muscolo si contrae rapidamente e il tendine subisce una conseguente trazione. Anche i recettori articolari contribuiscono all’informazione propriocettiva, attivandosi a seconda della posizione in cui si trova la stessa articolazione e adattandosi più o meno rapidamente alle condizioni dinamiche. Infine ci sono i recettori cutanei. In posizione eretta il nostro peso crea una pressione a livello della pianta dei piedi e noi percepiamo la sensazione di deformazione temporanea della nostra pelle; allo stesso modo, quando strofiniamo le nostre mani su una superficie avvertiamo uno spostamento sulla cute. Tutte queste informazioni ci vengono date attraverso recettori cutanei sensoriali, detti anche meccanorecettori, perché catturano le informazioni su questa temporanea deformazione meccanica.

Propriocezione e controllo motorio: quale legame?

Un danno a uno degli organi propriocettivi può inficiare seriamente la performance di movimento. Ad esempio, una lesione ai recettori cutanei che rilevano cambiamenti di pressione del piede può causare non poche difficoltà nel mantenere l’equilibrio. Anche dalla rapidità con la quale si riesce a rispondere ad uno stimolo tattile può dipendere l’efficacia di alcuni movimenti. Se stiamo sollevando un piccolo oggetto, bastano 80 millisecondi per accorgerci che il nostro oggetto sta scivolando leggermente e che quindi dobbiamo serrare di più la presa. La capacità di percepire come siamo nello spazio, la posizione dei nostri arti, lo stato di deformazione della nostra pelle e la tensione dei nostri muscoli coinvolge a trecentosessanta gradi il nostro corpo. Vi è cioè una relazione strettissima tra l’attività degli organi propriocettivi e il controllo motorio, quel complesso processo di iniziazione, comando, valutazione e correzione dei nostri movimenti volontari.

Così come avviene durante tutti i movimenti volontari che compiamo, anche mentre noi parliamo, è in atto un fitto dialogo tra gli organi propriocettivi e il sistema nervoso. Sappiamo in ogni momento cosa accade alla nostra bocca grazie ai recettori nell’articolazione temporo-mandibolari (l’articolazione che collega la mandibola all’ osso temporale, ndr). Anche la posizione e il movimento della nostra lingua ci sono noti grazie alle continue informazioni inviate dai recettori.

È dunque attraverso il continuo scambio di informazioni che siamo a conoscenza di cosa succede al nostro corpo e questa comunicazione, non soltanto ci permette di sapere come siamo e come ci muoviamo nello spazio, ma ci garantisce un perfetto controllo motorio, il cui fine ultimo è la produzione di movimenti precisi e accurati.

Foto: Flickr, Luca Cerabona

 

 

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«Mio figlio balbetta». Ecco i passi da affrontare per essere preparati

Mio figlio balbetta: e adesso?  Il timore che possa non essere un fenomeno passeggero crea subito ansia nei genitori. E nei bambini. Ecco quali sono le reazioni dei genitori quando compare la balbuzie e cosa è bene fare.

1. «Mio figlio balbetta». Non sei da solo   

No, non sei da solo. Una ricerca del 2009  condotta dal Dottor Italo Farnetani e da altri 119 pediatri, ha stimato che in Italia circa 150.000 tra bambini e ragazzi balbettano*. Quindi, almeno altrettanti genitori che vivono le tue stesse preoccupazioni.

È vero che indipendentemente dall’intensità e dalle tipologie di manifestazioni  la sola presenza della balbuzie ha un impatto importante sui genitori.

Se tuo figlio ha difficoltà comunicative o relazionali (vale per qualsiasi difficoltà minore possa incontrare), l’impatto emotivo è fortissimo. Incertezza, preoccupazione, frustrazione senso di colpa rischiano di farla da padrone.

È normale. Ti trovi ad affrontare all’improvviso una situazione inattesa, non usuale. Tuo figlio all’improvviso balbetta e tu non sai come reagire, a chi rivolgerti, cosa fare.

2. «Mio figlio balbetta». Sai come riconoscere i primi segnali?  

Di solito la balbuzie compare tra i 2 e i 3 anni di vita, ma non sempre viene riconosciuta immediatamente.

Il motivo è semplice.

Spesso, la balbuzie non è distinguibile dai primi stadi di acquisizione del linguaggio, naturalmente caratterizzati da inceppamenti e incertezze.

Inoltre, le manifestazioni della balbuzie sono tantissime e cambiano da bambino a bambino. La balbuzie non è solo la ripetizione di sillabe e parole. Può essere un silenzio, una pausa in mezzo al discorso, un comportamento particolare, un movimento incontrollato.

3. «Mio figlio balbetta». Sì, ma non è colpa tua!

Quando i tentennamenti non scompaiono spontaneamente entro i 6 anni, come avviene nella maggior parte dei bambini, nel genitore cresce la consapevolezza: «Mio figlio balbetta!».

A questo punto, purtroppo, il senso di colpa è senz’altro il vissuto più comune. Da una parte, il genitore si sente responsabile per non aver identificato e riconosciuto subito il problema.

Dall’altra, la malfondata convinzione che la balbuzie sia originata da traumi infantili induce il genitore a sentirsi la causa.  «É colpa nostra? Cosa abbiamo sbagliato?», sono le domande più comuni e diffuse.

Le ricerche scientifiche degli ultimi anni hanno dimostrato che i comportamenti dei genitori non sono l’origine della balbuzie.

La balbuzie, non è un problema di origine psicologica, e non deriva da uno stato emotivo alterato (ansia, agitazione, timidezza).

4. «Mio figlio balbetta». Le emozioni dei genitori (da eliminare)

Se provi tristezza, frustrazione e impotenza, sappi che è normale.  A volte, inutile negarlo, i genitori sono i primi ad avere difficoltà a comprendere quello che il figlio vuole dire.

La fatica fisica e mentale vissuta da chi balbetta si riflette anche sui genitori. È un circolo vizioso che va spezzato.

Senza contare che, sulla difficoltà oggettiva, si innesta un’altra preoccupazione. «La balbuzie può influenzare negativamente il futuro di mio figlio/a?»

La speranza che i figli possano condurre una vita serena si scontra con la preoccupazione che la balbuzie rappresenti un ostacolo al pieno sviluppo personale, sociale e lavorativo.

«Se mio figlio balbetta e io fatico a comprenderlo, come potrà esprimersi con gli altri?». Il timore dell’esclusione sociale, del bullismo e della discriminazione è dietro l’angolo.

Sappi però che difficoltà di chi balbetta non sono eterne: sulla balbuzie si può intervenire in modo efficace.

Superato (o meno) l’impatto emotivo iniziale, devi andare oltre, per capire come aiutarlo/a, comprendendo quali sono i trattamenti più efficaci al momento.

Mantieni la calma. L’ansia dei genitori aumenta nei bambini la pressione comunicativa. Invece, trasmetti a tuo figlio/a la certezza che questa fatica può essere superata.

5. Non dare retta ai luoghi comuni

Ad alimentare queste paure vi è l’idea diffusa che con la balbuzie si debba convivere per sempre.

Sono luoghi comuni, convinzioni di un passato (ormai superato) in cui non esistevano trattamenti efficaci, che dipingevano la balbuzie come quello che non è: un fenomeno duraturo e destinato a peggiorare nel tempo.

6. «Mio figlio balbetta». Conosci e affronta insieme a lui questa fatica

Ti sei mai chiesta: «Mio figlio balbetta, come posso comprenderlo?»

Anche se la balbuzie è un fenomeno poco conosciuto, soprattutto a causa della scarsità di fonti affidabili e della diffusione di falsi miti, sappi che, come in qualsiasi altro ambito, conoscere il fenomeno è il primo passo per non allarmarsi.

Alcuni studi condotti hanno evidenziato come la balbuzie abbia un impatto minore sui genitori  che hanno già avuto esperienze in precedenza. Ad esempio, nel caso di fratelli che soffrono entrambi di balbuzie.

Esperienze simili vengono riportate da quei genitori che soffrono o hanno sofferto di balbuzie. Essi si descrivono come meno preoccupati nel caso in cui anche il proprio figlio balbetti.

Aver provato la stessa fatica, permette spesso una maggiore empatia e una migliore condivisione dei problemi.

Nel caso della balbuzie, poi, dialogare con educatori e insegnanti permette di monitorare le fatiche del bambino nel suo contesto sociale.

Solo così, è possibile comprendere quanto la balbuzie sia limitante per il bambino e quale sia l’effettivo impatto sulla sua vita.

Contattaci per informazioni sul trattamento riabilitativo della balbuzie: 02.36692464 | 334.7288188

Fonti

*Fonte AdnKronos, http://www1.adnkronos.com/Archivio/AdnSalute/2009/08/03/Medicina/pediatria-150-mila-bimbi-italiani-balbettano-fino-a-6-anni-nessun-allarme_131857.php

Armstrong E,, O’Malley Keighran M, Collins P & Clare C (2014), A Qualitative Exploration of Maternal Perspectives on the Impact of Stuttering on the lives of 6–10-year-old children, Journal of Clinical Speech and Language Studies, 21, pp.41-62.

Plexico, L,W. & Burrus E (2012), Coping with a child who stutters: A phenomenological analysis, Journal of Fluency Disorders, 37, pp. 275–288.

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Ho iniziato a balbettare

Un tavolo rotondo e una manciata di amici. Si parla della vita e sempre dei figli, di scuola, di adolescenza. Poi,: «Ragazzi, l’altra sera ho cuccato Manu davanti ad un sito a luci rosse, cavolo, non l’ho sgridato, eh… però gli ho fatto capire che non si fa e che ne può parlare con me e la sua mamma, può contare su di noi, solo che… (pausa, occhi bassi ndr) dopo tre giorni ha iniziato a balbettare e in un lampo mi sono ricordato di quando lo aveva fatto, alcune volte, anche da piccolo».

Un’altra cena, un tavolo rettangolare messo a ferro di cavolo, un gruppo di amici che non si incontra da 30 anni, dai tempi della politica e delle piccole rivoluzioni dove si credeva di cambiare il mondo e renderlo perfetto, a misura d’uomo. Tra il chiasso della cena ad un tratto Paolo dice, a voce bassa con il ciuffo che gli cade davanti agli occhi: «Ragazzi ma Davide balbetta, ma da quando?», Riccardo, gomiti sul tavolo, risponde mentre addenta un salame che fa quasi pendant con la camicia a scacchi rossa e nera, da vero taglialegna: «Ma da sempre, dai! Ha iniziato a balbettare da ragazzo: lo faceva ogni volta che si trovava in una situazione pesante, opprimente, emotivamente difficile o emozionante. Da qualche anno, ha iniziato a bloccarsi sulle parole e ora si fa davvero fatica a stargli davanti».

Intorno al tavolo a forma di ferro di cavallo c’è anche Maurizio (caspita Maurizio, era il bello del gruppo, il guru in ogni situazione e le donne facevano la fila per sentirlo parlare durante i collettivi all’università Statale!). Maurizio, ora stempiato con gli occhiali che inforca, a causa della presbiopia, per leggere la lista dei vini, ha fatto carriera, fa il regista televisivo e ci diverte sentirlo parlare di veline e miss bellissime. Racconta che si è separato da pochi mesi, che la figlia maggiore è felice che lui se ne vada dalla casa coniugale, mentre la piccola sta soffrendo tantissimo e ogni volta che lo rivede lo abbraccia sino a soffocarlo: «Ehi, si parla di balbuzie? Pensate che ho iniziato a balbettare da qualche mese. Mentre la testa formula la frase io so già qual è la parola che non uscirà, in quale parola cadrò, quale parola mi fa dire: co-co-co-co come? Sono in difficoltà, mi sento insicuro, in quei momenti la memoria fa un viaggio nel passato e ricordo che mio nonno balbettava, mio padre ogni tanto si interrompeva ed io oggi faccio lo stesso, mi blocco. Soprattutto dopo la separazione».

L’istante preciso in cui questa fatica è iniziata, è impresso in maniere indelebile nella mente di chi balbetta e in quella dei suoi genitori. Chi balbetta ha spesso l’urgenza di rispondere ad un’unica assillante domanda: «Perché?». Così per molto tempo, magari anni, il pensiero vola al momento precedente a quell’istante in cui tutto è iniziato, a ricercare l’origine della balbuzie, la causa, a determinarne il «prima».

Se i nostri amici chiedessero per la strada, a scuola, in ufficio «Perché ho iniziato a balbettare?» molto probabilmente, poche e scontate sarebbero le risposte «Ti agiti troppo», «Sei molto ansioso», «Sei rimasto traumatizzato da bambino». Culturalmente, alla balbuzie si attribuiscono diverse cause: un trauma psicologico, uno stato psico-emotivo alterato, un temperamento particolarmente ansioso o timido, o ancora dei comportamenti sbagliati da parte della famiglia.

La scienza, fortunatamente, è andata oltre:  le teorie che attribuiscono alla balbuzie cause puramente psicologiche sono state ormai superate, in favore di altre che considerano molteplici fattori tra loro interagenti, prima fra tutti la componente motoria. D’altronde, la tendenza, sia in ambito clinico sia nei contesti rieducativi, è ancora oggi quella di considerare la balbuzie da una sola prospettiva, senza valutarne la sua complessità.

Un disordine nel ritmo della parola, nel quale il paziente sa con precisione ciò che vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non è in grado di dirlo a causa di arresti, ripetizioni e/o prolungamenti di un suono che hanno carattere di involontarietà. Così l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la balbuzie.

Ma è davvero tutto qui?

Foto: Flick, Federica Orlati

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Balbettare da adulti: oltre i pregiudizi, dentro la fatica

Balbettare da adulti: un’ipotesi da considerare

Balbettare da adulti è spesso considerato un problema da poco. E di pochi. La balbuzie, infatti, compare generalmente in tenera età. Se non scompare naturalmente, viene spesso affrontata attraverso percorsi di rieducazione mirati. Quando però questo non accade, chi balbetta convive per anni con questa fatica. Balbettare da adulti significa allora avere alle spalle una lunga relazione con la propria balbuzie.

Avete mai provato a chiedervi cosa vuol dire non potere, non riuscire, pronunciare ciò che si vuole, liberamente?

«Balbettavo e questa cosa mi rendeva la vita impossibile»

Ogni giorno le nostre conversazioni passano attraverso centinaia di situazioni diverse: il buongiorno del mattino, ordinare il cappuccino al bar, prendere il biglietto della metro in edicola, chiedere il giornale, salutare il collega o il compagno di università, rispondere al telefono. Per non parlare di una qualsiasi occasione in cui occorre presentarsi: «Piacere, Tommaso». E tu?

E se l’interlocutore è del sesso opposto? Magari interessante e attraente… Tutto si trasforma in una montagna da scalare, senza percorsi dolci o scorciatoie.

Balbettare da adulti significa che ogni telefonata è un’angoscia. Pensate a quante volte usare il telefono può rivelarsi risolutivo. Siete stanchi e preferite ordinare una pizza a casa, avete dimenticato il portatile sul treno, lo scarico della lavatrice perde e vi serve l’idraulico. Prendete il telefono, senza pensarci: necessità, urgenza, chiamata, soluzione a portata di smartphone.

La balbuzie è un’insidia dietro ogni parola, è quella consonante che diventa un incubo. Proprio quella, perché ogni parola che non esce, ogni suono che non viene pronunciato, rimane nella memoria: il cervello ricorda e dentro si scatena la tempesta. Già si conosce l’esito finale di quello sforzo che blocca, che moltiplica l’inutile e improduttiva attivazione di troppi muscoli. E il normale fluire delle parole si interrompe.

Balbettare da adulti: tra rinunce e strategie

Balbettare da adulti vuol dire spesso aver imparato negli anni a evitare quelle parole, quei suoni, a cercare dei sinonimi, o elaborare incredibili strategie. Ad esempio, aspettare che gli altri parlino per poter dire semplicemente «Anche io». Ma non è lo stesso!

Esprimersi come si desidera non solo resta una fatica, ma diventa imperfetto o impossibile, perché il mondo dentro con la sua ricchezza di sfumature e la varietà di vocaboli non riesce a trovare un equivalente nell’eloquio. Balbetta da adulti significa essere abituati a rinunciare alle parole che si desiderano e utilizza semplicemente quelle che riescono a pronunciare.

Smettere di balbettare da adulti: una conquista che libera

Non è raro che balbettano da adulti porti a interrompere o rinunciare agli studi o a posizioni lavorative di prestigio. Anche gli adulti che balbettano possono essere vittime di pregiudizio dovuto a informazioni scorrette. Spesso evitano o riducono le relazioni sociali, parlano e interagiscono poco.

Ecco perché, smettere di balbettare da adulti significa un ineguagliabile senso di libertà. È come vincere una medaglia d’oro alle olimpiadi e sentire che il senso di fatica e spossatezza cedono finalmente posto all’entusiasmo. O come alla fine di una lunga e faticosa salita, quando si arriva in  cima alla montagna, e ci si accorge che ciò che da sotto impediva alla vista ogni possibilità, dall’alto regala un panorama ancora più bello di quanto si fosse immaginato.

Foto: Gratisopraphy

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E se ti chiedessero: cos’è la balbuzie?

La balbuzie fa riflettere, qualche volta mette ansia ai passanti che, un po’ imbarazzati, trovano le parole e le emozioni per darne una definizione, a volte precisa e puntuale, altre basata sulla propria esperienza.

Per tutti, lo si evince dalle risposte, è una difficoltà nell’eloquio, per alcuni è un disturbo legato all’emotività, per altri è una sorta di disallineamento tra pensiero e parola, mentre alcuni ne cercano la causa nell’inquietudine generata dalla consapevolezza di non riuscire a esprimersi.

Ogni risposta contiene la sua verità, ma ogni vissuto, partendo da queste suggestioni, ci deve far riflettere sul mondo chiuso dentro le persone che balbettano per aiutarci a creare attorno a loro una cultura dell’inclusione, della pazienza nell’ascolto, del rispetto dei turni di parola per facilitare loro il percorso rieducativo, senza praticare sconti sull’impegno che questo cammino richiede.

Questo è solo il punto di partenza per condividere un’esigenza: sensibilizzare per comprendere.

Alla fine del video, non perdetevi il messaggio di positività di Gabriele Cirilli: fa bene al cuore e mette di buon umore, sia che siate alle prese con la balbuzie, sia che siate sul punto di risolverla.

La balbuzie è la risposta soggettiva di ogni persona a qualcosa che il mondo esterno non vede: un blocco. E allora, cominciamo a fare il primo passo, attorno a noi.

 

Supera la balbuzie con noi

Metodo clinico dimostrato
Il metodo MRM-S per superare la balbuzie è scientificamente dimostrato da un progetto in collaborazione con l’Università San Raffaele

Esperienza consolidata
Vivavoce ha aiutato oltre 1300 pazienti in tutta Italia a superare la loro balbuzie