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Balbuzie: la difficoltà di presentarsi. Una prospettiva antropologica

“Buongiorno, io sono…” Cosa c’è di più facile di presentarsi! Ma se per te quei 3 puntini di sospensione non sono solo un vuoto da riempire con il tuo nome, ma un abisso di blocchi, di ripetizioni, di spinte, di emissioni di fiato e di movimenti fuori posto allora non è più così facile. Questo è quello che succede a chi balbetta.

“Il mio nome è Cathy, ma spesso mi presento come Anne, perché è più facile da pronunciare”, racconta Cathy Olish,  membro del consiglio direttivo della NSA National Stuttering Association . E non si tratta di un caso raro.

Anche Kyle, un giovane assistente museale, racconta un’esperienza qualcosa di simile sul sito TheMighty :

“Forse per me la difficoltà più irritante e scoraggiante associata alla balbuzie è quel semplice compito di dover pronunciare il mio nome: Kyle. Mi sono trovato in infinite situazioni in cui ho incontrato sconosciuti e non sono stato in grado di dire il mio nome quando interrogato. La risposta negli occhi di chi ascolta è di terrore o di completo sbalordimento : ‘Hai dimenticato il tuo nome?’… presentarsi con un altro nome, Mike, per esempio o John, perché sono più facili da pronunciare, avrebbe ricadute più gravi che rimanere bloccato sul mio nome… anche se devo ammettere che di tanto in tanto lo faccio, in posti come Starbucks per esempio, dove mi chiedono il nome per segnarlo sull’ordine”.

E non si tratta certo di un’esperienza esclusivamente anglofona: tra i partecipanti ai nostri corsi, abbiamo ascoltato tante storie simili. Per esempio, Carlo, un giovane informatico che quando conosceva una ragazza si presentava sempre con un nome diverso, il primo nome che gli passava per la testa per evitare quel suono “CA”.  

Perché le presentazioni sono così importanti?

Perché quando ci si presenta, si definisce la propria identità al gruppo sociale. Chi sei? Sono uno che balbetta. La tua identità sociale rischia di ridursi a questo. Non quello che dici, ma come lo dici sta definendo la tua identità: all’improvviso, non sei più Marco, Giovanni o Luisa sei “quello che balbetta”.

Proviamo ad affrontare il tema delle presentazioni da una prospettiva leggermente diversa, quella dell’antropologia: presentarsi è un vero e proprio rituale, con una serie di regole socio-linguistiche che si suppone siano condivise dal gruppo. Ci sono, per esempio, turni di parola da rispettare. Ci sono regole legate al contesto o agli interlocutori presenti: non si usano le stesse parole per presentarsi sul posto di lavoro o in discoteca, con una donna o con un anziano. Generalmente, non si urla e si mantiene un tono di voce pacato, a meno che non ci si trovi allo stadio.

Ci sono anche delle aspettative linguistiche: se mi trovo negli Stati Uniti si darà per scontato che io mi presenti in inglese, non in italiano. Nella maggior parte dei gruppi sociali composti da normofluenti, c’è l’aspettativa che chi si presenta, parli fluentemente, senza balbettare.

Il modo in cui queste regole vengono o non vengono rispettate, determina in qualche modo anche le successive dinamiche relazionali, dinamiche di potere: chi balbetta in un contesto di non balbuzienti è alla stregua di una minoranza linguistica, uno straniero che non parla la stessa lingua degli “altri”.

Ad essere più consapevoli di questa legge implicita “non si deve balbettare quando si parla” sono proprio le persone che balbettano.  Per questo si sentono in imbarazzo o perfino in colpa quando devono presentarsi, tanto da preferire di presentarsi con un nome falso. Ma che cosa succede allora quando il gruppo è costituito da persone che balbettano?

Sovvertire le regole, presentarsi con il proprio nome

È quello che si è domandato un antropologo californiano, Nathaniel W. Dumas, in una ricerca del 2012, intitolata More than hello: Reconstituting sociolinguistic subjectivities in introductions among American Stuttering English speakers  e pubblicata sulla rivista Language e Communication

Dumas ha svolto un’indagine etnografica sul campo, partecipando e osservando lo svolgimento delle riunioni di alcuni gruppi della Stuttering Organization of America (SOA). La caratteristica di questi gruppi, formati generalmente da persone che balbettano ma che occasionalmente includono anche normofluenti (parenti o specialisti), è sintetizzabile nello slogan ‘‘If you stutter, it’s okay.’’

Molte delle conversazioni riportate dall’antropologo trattano esplicitamente il “problema” della balbuzie, anche in riferimento a contesti socio-linguistici difficili come le presentazioni o le telefonate. Il tema tabù, motivo di imbarazzo, può essere affrontato in questa comunità e reinquadrato da un punto di vista diverso, un punto di vista in cui la persona che balbetta non è più la minoranza.

Oltre a questo, l’antropologo mette in evidenza un piccolo episodio avvenuto in uno dei gruppi. Piccolo episodio che però è indice di un sovvertimento, di una piccola rivoluzione culturale.

Nel gruppo della città di Temple l’attività di presentarsi al gruppo è promossa a ogni incontro e regolata secondo specifiche norme: seduti in cerchio, ciascuno si presenta con il proprio nome, si parla per qualche minuto di sé, del proprio lavoro, della vita privata ecc e si chiude passando il turno. Il giro di presentazioni vale per tutti i nuovi arrivati, inclusi quelli che non balbettano.

Insomma sembra una situazione piuttosto “normale” che non dà segnali sovversivi. Ma veniamo all’episodio.

Nick sta raccontando delle sue difficoltà sul lavoro, dato che si trova a viaggiare spesso e incontrare persone sconosciute a cui deve presentarsi. È focalizzato sulla sua “identità di balbuziente”, riesce a parlare del suo disagio e lo fa anche se continua a balbettare. Ma all’improvviso uno degli altri partecipanti al gruppo, anche lui balbettando, lo interrompe con una domanda. una domanda semplice semplice, formulata anch’essa balbettando: “Come mai stai viaggiando tanto per lavoro?” … e all’improvviso tutta la conversazione si ribalta. Si comincia a parlare non della balbuzie, ma della persona.

La rivoluzione in atto nel gruppo è proprio questa: il modo di parlare non determina più l’identità della persona né l’argomento di discussione.

Se l’identità della persona non si limita al suo essere balbuziente, allora ci si può presentare anche come viaggiatore. O come esperto di informatica. O come designer di moda. O come appassionato di automobili…e così via

Insomma ci si può presentare con il proprio nome e tutta la complessità che ci sta dentro, a quel nome.  

Presentarsi senza balbettare

Presentarsi senza balbettare è un desiderio comune a tutte le persone che balbettano: grazie a metodi sempre più efficaci di rieducazione non è solo un desiderio, ma qualcosa di concretamente realizzabile. Quello che ci mostra questo studio è quanta forza possono avere le aspettative sociali e come siano difficili da disinnescare determinati meccanismi culturali.
Ricordarsi di essere una persona a 360 gradi e non un balbuziente è una regola che vale  anche quando la balbuzie è scomparsa. Insieme alla rieducazione motoria della produzione del linguaggio è necessario rieducare la nostra identità sociale. E non sarebbe una cattiva idea anche quella di educare la società nella quale vivono le persone che balbettano, promuovendo un vero e proprio cambiamento culturale.

A cura di Francesca Memini
Foto Flickr perzonseo.com

 

Balbuzie: l’impatto sul lavoro e sulla carriera

Durante una presentazione al National Council on Stuttering, Woody Starkweather, professore ed esperto di disturbi del linguaggio della Temple University di Filadelfia, affermò che una persona che balbetta può fare qualsiasi lavoro anche se – aggiunse ironicamente –  forse non sarebbe un’ottima idea quella di fare il controllore di volo. Dal pubblico, una donna alzò la mano e dichiarò di essere una persona che balbetta e un controllore di volo.

Un episodio che fa sorridere, ma anche riflettere: una persona che balbetta può davvero svolgere qualsiasi lavoro? Quanto conta la percezione delle proprie competenze? Qual è percezione che le persone che non balbettano, inclusi esimi ricercatori ed esperti, possono avere a riguardo della balbuzie?

Il punto di vista delle persone che balbettano

Da un’indagine del 2004 (Klein & Blood, 2004), che ha coinvolto oltre 230 persone che balbettano, è risultato che oltre il 70% riteneva di aver perso un’occasione di impiego o di promozione a causa della balbuzie. Oltre il 33% riteneva che la balbuzie interferisse con la propria performance lavorativa, il 20% dichiarava di aver effettivamente rinunciato a un lavoro o a una promozione proprio a causa di questo difficoltà.
E ancora, circa l’80% riteneva che a parità di titoli una persona che non balbetta ha più possibilità di essere assunta di una che balbetta. Il 40% dichiarava che se non balbettasse, farebbe un altro lavoro.

Questi risultati non indicano quali sono le effettive competenze professionali delle persone che balbettano, ma danno un’indicazione precisa di come questi si percepiscono: stigmatizzati, meno efficienti, meno idonei a una posizione di spicco. Sentono che la balbuzie sia una forte limitazione per la loro carriera. Percepiscono uno stigma sociale e spesso lo interiorizzano al punto da condizionare le proprie scelte.

Il role entrapment: ingabbiati in un ruolo

Role entrapment  è quel fenomeno secondo cui uno specifico gruppo di persone, una minoranza che ha una disabilità, è indicato, dalla maggioranza, come inadatto a determinate professioni, in base a uno stereotipo (Smart, 2001).

Qual è lo stereotipo che riguarda le persone che balbettano?
Secondo la letteratura scientifica, il balbuziente è ritenuto prudente, nervoso, timido, sensibile, titubante, introverso e insicuro (Davis, Howell, & Cooke, 2002; Kalinowski, Lerman, & Watt, 1987; Woods & Williams, 1976): si tratta di generalizzazioni estreme, stereotipi, appunto.

All’interno di questo pregiudizio, indirizzare le persone che balbettano verso specifiche professioni può essere perfino considerato un gesto caritatevole, da parte dei normofluenti: per evitare alla persona che balbetta di trovarsi in situazioni spiacevoli, a dover fronteggiare situazioni ritenute troppo difficili per le sue competenze comunicative. E questo è proprio quello che succede spesso sul posto di lavoro: mansioni che coinvolgono l’eloquio che sono tipicamente richieste nella loro posizione, non vengono richieste (Rice & Kroll, 2006).

Ma si tratta di un atteggiamento che sottende un forte pregiudizio e che non considera le differenze individuali, le inclinazioni e le competenze che caratterizzano ciascuna persona che balbetta, a prescindere dalla sua difficoltà e anche all’interno della “categoria” delle persone che balbettano.

Un altro studio del 2004 (Gabel, Blood et al., 2004) ha indagato la presenza di stereotipi professionali (role entrapment) sulla balbuzie tra 385 studenti universitari, normofluenti: su 43 professioni, 20 sono state giudicate inadeguate per una persona che balbetta, guarda caso professioni che richiedono alte competenze comunicative e di presenza in pubblico, come le professioni legali o sanitarie.

Gli stereotipi sulla balbuzie tra i datori di lavoro

Gli studi classici sull’atteggiamento dei datori di lavoro nei confronti delle persone che balbettano confermano  la percezione delle persone che balbettano: in una situazione di confronto tra due persone ugualmente qualificate, solo il 9% dei datori di lavoro assumerebbe quella che balbetta. Il 50% dichiara di sentirsi in qualche modo o moderatamente a disagio nei confronti della persona che balbetta (Hurst and Cooper, 1983).

Uno studio successivo (Craig and Calver, 1991) ha valutato l’atteggiamento dei datori di lavoro verso due gruppi di impiegati balbuzienti, all’interno della loro azienda. Dei due gruppi, solo il primo era composto da persone che avevano seguito un percorso di rieducazione alla fluenza.
Quelli che avevano migliorato la fluenza con il trattamento risultarono valutati in maniera più positiva. Non solo, un questionario successivo completato dalle 62 persone che avevano partecipato al corso di rieducazione, ha confermato questo diverso atteggiamento: 18 di questi segnalarono che dopo il trattamento la loro situazione lavorativa era migliorata e addirittura 19 di aver ricevuto una promozione.

Entrambi questi studi delineano un quadro in cui il pregiudizio sulla balbuzie in ambiente lavorativo sembra molto forte, purtroppo non esistono studi significativi più recenti.
La cultura però sta cambiando: sempre più sono noti i nomi di professionisti di successo che balbettano, scienziati, attori, politici, giornalisti e scrittori…la lista è davvero lunga.
Il fatto di conoscere direttamente qualcuno che balbetta sembra essere uno dei fattori che riduce lo stereotipo e il giudizio negativo sia in senso generale (Klassen, 2001)  sia rispetto alla carriera professionale (Schlaghec, Gabel, Hughes, 2009): la maggiore esposizione pubblica di figure di successo che balbettano potrebbe contribuire a un cambiamento positivo.

L’impatto dello stigma

Meglio non intraprendere la carriera di avvocato o di medico (o il controllore di volo) se si balbetta? Si potrebbe finire per pensarla così. Chi balbetta potrebbe abbassare le aspettative, sentirsi incapace di mantenere gli alti standard richiesti dalla società, evitare di mettersi in gioco e accettare una carriera che non coincide con la sua vocazione. E magari anche una retribuzione inferiore. Lo stigma viene interiorizzato dalla persona che balbetta, condizionandone le scelte e la percezione di sé.

Ma non è certo il caso della coraggiosa controllore di volo di cui vi abbiamo parlato all’inizio, che ha saputo realizzare le sue aspirazioni e a cui è stata data la possibilità di farlo.

Trascorriamo la maggior parte del nostro tempo sul posto di lavoro. Il lavoro ci fornisce un senso, sicurezza economica e un ruolo sociale: è innegabile che un lavoro soddisfacente sia una componente del concetto, spesso labile e indefinito, di qualità della vita.

Per garantire la possibilità di una piena realizzazione professionale a chi balbetta, e quindi una migliore qualità di vita, è necessario contrastare i pregiudizi e le discriminazioni sociali ancora troppo diffuse Ma allo stesso tempo, è necessario evitare che gli stereotipi vengano interiorizzati e vissuti come limiti da parte delle persone che balbettano.

Le interazioni tra società e individuo sono complesse, tanto che potremmo affermare che per un trattamento efficace della balbuzie, secondo un paradigma  bio-psico-sociale, sia necessaria anche una “cura” della società in cui la persona che balbetta è inserita.

In conclusione, se balbettate, ma desiderate diventare controllori di volo, mettetevi alla prova. Non è detto che ci riusciate, ma devono essere i fatti, non i pregiudizi a dare un’indicazione dei nostri limiti e delle nostre reali competenze.

A cura di Francesca Memini
Foto: Unsplash

 

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La vittoria di Francesco contro la balbuzie

La balbuzie, la fuga da scuola, la laurea in ingegneria gestionale: Francesco Lucchini, ex allievo di Vivavoce Institute, si racconta a La Repubblica Milano. Ecco la sua storia.

“Per anni, durante il periodo della scuola, mi svegliavo al mattino sempre con l’ansia e con il desiderio, fortissimo, di non entrare in classe, di rimanere a casa da solo, senza parlare con nessuno”. Francesco Lucchini, 24 anni, ora parla spedito, ma “non è sempre stato cosi: in prima elementare i miei genitori si sono accorti che balbettavo. Da quel momento – racconta il neolaureato in ingegneria gestionale, con una tesi discussa lo scorso 25 luglio a Milano – ho dovuto imparare a convivere con la balbuzie che ti mette addosso ansia e insicurezza”. Così tanta che in quarta superiore Francesco ha lasciato per qualche mese la scuola. “Ero troppo stressato, ogni interrogazione era un supplizio, io mi rendevo conto che molto spesso le parole non mi venivano e allora mi sforzavo a cercarne altre, ma ne uscivo stremato. Psicologicamente, era una tortura”, dice.

 

Perché la balbuzie, che in Italia colpisce oltre un milione di persone, “è come una diga che impedisce al fiume di scatenarsi con tutta la sua potenza”.

 

A sei anni Francesco è stato portato da un logopedista ma dopo due anni di terapia non si vedevano miglioramenti. La sua famiglia, scoraggiata, aveva mollato la presa. Fino a che, in seconda e terza superiore, aveva iniziato a frequentare lo studio di una psicologa: “Una decina di incontri in tutto. Sedute in cui si analizzava la mia personalità, ma non era la personalità il problema. Mi serviva una équipe per superare la balbuzie, e lei non ce l’aveva. Quindi ho smesso di andarci, mi sembrava di perdere tempo”. Intanto, a scuola, Francesco era sempre più in ansia: durante le interrogazioni spesso si bloccava, con certi professori preferiva parlare in privato, usciva di classe ogni volta che c’era da fare una lettura ad alta voce. “Ogni scusa era buona per non parlare in pubblico. Quando i professori mi chiamavano per interrogarmi io fingevo di non sapere le cose, pur di non dover parlare“.

Il crollo di Francesco arriva a novembre del 2012, poche settimane dopo l’inizio del quarto anno di ragioneria. “Non reggevo più la pressione psicologica delle ore in classe con gli altri, ero in ansia per ogni parola pronunciata davanti ai miei compagni e ai professori. Non perché mi prendessero in giro, no, devo dire di essere stato fortunato: non c’è mai stato nessuno che si sia preso gioco di me e della mia balbuzie. Ma io non ero più in grado di gestire nulla. Per questo decisi di mollare tutto”. Francesco voleva un lavoro, “uno di quelli che puoi fare con la terza media e dove puoi candidarti senza che nessuno ti chieda di parlare. Ogni giorno uscivo di casa e consegnavo a mano i curriculum. volevo un lavoro che mi permettesse di stare da solo e che, soprattutto, non mi esponesse al pubblico”. Ma quel lavoro che Francesco cerca non esiste.

Poi, un giorno, riceve una telefonata: “Era la mia professoressa di economia aziendale, Donatella. Mi diceva che avevo tutte le capacità per affrontare la scuola e che dovevo tornare. Ero così demoralizzato dalle mie ricerche andate a vuoto che ho dato retta”. Quell’anno Francesco venne bocciato, ma nell’estate tra la quarta e la quinta superiore, mentre realizzava che alla maturità avrebbe dovuto sostenere un esame orale, cercava un modo di risolvere la sua balbuzie. La svolta arriva dal Vivavoce Institute di Milano. A dicembre 2013, Francesco segue il corso basato sul Metodo Muscarà (Muscarà Rehabilitation Method for Stuttering): una settimana di allenamento intensivo per imparare a usare i muscoli e la respirazione, prima in gruppo, poi da soli, infine in pubblico. Francesco torna a scuola e supera l’esame di maturità con 94/100.

“Avevo capito che, avendo smesso di balbettare, potevo fare tutto, anche l’università, così mi sono iscritto al Politecnico. Sono passati quattro anni, l’ho concluso e tra qualche giorno inizierò la specialistica”. Perché, Francesco lo sa, “una volta eliminata la balbuzie, nulla può fermarti”.

Tratto da: Chiara Baldi. “Dalla fuga da scuola alla laurea in ingegneria: la vittoria di Francesco contro la balbuzie”, La Repubblica Milano, 4 settembre 2017, p.IX

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Validazione scientifica: il metodo Vivavoce approda ad ICON

Il Vivavoce Research Institute torna in un contesto internazionale con il progetto di validazione scientifica del MRM-S (Muscarà Rehabilitation Method for Stuttering), metodo per il trattamento della balbuzie elaborato da Vivavoce Institute. Domenica 6 agosto 2017, il team JPMappstech, composto da John-Paul Della Rosa, Matteo Canini e Pasquale Anthony Della Rosa, presenterà il secondo step del progetto di studi alla 13th International Conference for Cognitive Neuroscience (ICON) che si terrà ad Amsterdam dal 5 all’8 agosto.

ICON è il luogo della condivisione di idee, metodi e risultati scientifici da parte di ricercatori provenienti da tutto il mondo, dove si riuniscono le eccellenze della ricerca in tutte le aree di interesse delle neuroscienze cognitive, tra le quali rientra il linguaggio e quindi anche la balbuzie.

Il progetto di ricerca per la validazione scientifica del Metodo, avviato nel 2015 da Vivavoce Research Institute, si articola in tre step, il primo dei quali è già stato presentato alla 18th International Conference on Speech and Hearing Sciences, tenutasi a Venezia il 7-8 novembre 2016, ricevendo anche un importante riconoscimento dalla World Academy of Science, Engineering and Technology per la migliore presentazione realizzata. 

Basandosi sulla teoria del motor learning, il Metodo MRM-S si pone l’obiettivo di rieducare il sistema motorio del linguaggio della persona che balbetta, attraverso l’apprendimento, la coordinazione e la pratica di singoli movimenti e di precisi schemi motori (respiratori, fonatori e articolatori). Una volta ripresa padronanza dei propri movimenti, e di conseguenza della propria voce, la persona sarà in grado di affrontare con meno stress e meno ansia le situazioni quotidiane. Il cambiamento ottenuto a livello emotivo, cognitivo e comportamentale (che impatta sulla qualità di vita) è quindi conseguenza della nuova capacità di controllo acquisita.

Grazie alla presentazione del secondo step ad ICON, il MRM-S si conferma a livello mondiale come uno dei pochi metodi per il trattamento della balbuzie oggetto di un progetto di ricerca per la validazione scientifica. Essa, per Vivavoce, rappresenta un obiettivo di primaria importanza, in quanto permette di confermare i fondamenti teorici del metodo e dare dignità e evidenza scientifiche a quanto già verificato empiricamente, garantendo tutte le persone che si rivolgono a al Centro chiarezza, rigore e certezza del metodo rieducativo utilizzato e delle basi teoriche su cui si poggia.

Bibliografia

The Effects of the Muscarà Rehabilitation Method for Stuttering (MRM-S) on Phonological Processing
Matteo Canini, Valentina Letorio, Alice Mapelli, John-Paul Della Rosa & Pasquale Anthony Della Rosa

 

 

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Andrea Delianni: dopo la balbuzie, Temptation Island

L’ex-balbuziente Andrea Delianni si racconta: superare la balbuzie e riuscire a parlare con semplicità, per lui, è stata la svolta della vita. Grazie al metodo appreso durante il corso in Vivavoce Institute, Andrea può finalmente esprimere se stesso senza fatica.

Dopo aver convissuto per anni con questa difficoltà e aver intrapreso diverse strade senza mai ottenere dei miglioramenti duraturi, nel 2015 Andrea decide di iscriversi al corso per la rieducazione della balbuzie di Vivavoce Institute. Fin da subito, dimostra una tenacia fuori dal comune e grazie al suo impegno ottiene risultati eccellenti. Oggi, si dice finalmente sereno: «Il momento più bello della mia vita – racconta – è stato sicuramente dopo il corso, perché ero libero di dire tutto quello che mi passava per la testa, senza paura di avere blocchi, senza paura di sbagliare. E’ stato bellissimo».

La soddisfazione più grande, per Giovanni Muscarà, fondatore di Vivavoce Institute, che ha seguito Andrea durante suo percorso, è proprio questa: «poter vedere Andrea fare quel che desidera fare, potersi realizzare e perseguire quello che ha nel cuore». E Andrea non ha certo perso tempo: oggi, può di nuovo parlare fluentemente e può addirittura farlo in TV, davanti a milioni di persone. A marzo 2017, si è infatti presentato al casting di Temptation Island, superando la selezione tra tremila candidati “tentatori”.

 

7 frasi che le persone che balbettano sono stufe di sentirsi dire

Ci sono frasi che tutte le persone che balbettano si sono sentite dire almeno una volta nella vita. Il più delle volte in buona fede, nella peggiore delle ipotesi con senso di pietà o di compassione, non richiesto.

Sono frasi che derivano da una scarsa conoscenza del problema, che viene generalmente associato allo stress o a un carattere timido,  e dalla larga diffusione di stereotipi e falsi miti.

Spesso chi le pronuncia, come chi completa una frase, lo fa quasi in maniera automatica, senza pensarci, quasi per voler rimediare a un proprio disagio e alla fatica di ascoltare la persona che balbetta, durante la sua difficoltà.

Un consiglio per tutti i non-balbuzienti: non usatele!

Anche se pensate di mettere a suo agio il vostro interlocutore, non funziona! Otterrete soltanto di irritarlo maggiormente.

#1 Fai un bel respiro!


La balbuzie non è un problema di stress! Per quanto una corretta respirazione sia un fattore necessario durante la fonazione, essa non è però sufficiente, da sola, per superare i blocchi tipici della balbuzie.

#2 Sei bravo, non avere paura!

Spesso si considera la balbuzie un segno di insicurezza: chi balbetta non lo fa per mancanza di fiducia in sé, né ha bisogno di rassicurazioni esterne. A scuola, per esempio, questa frase, pronunciata durante l’interrogazione, vorrebbe essere d’aiuto per incitare il ragazzo a non temere di sbagliare la risposta. Il punto è che non basta credere in se stessi per smettere in balbettare. La determinazione e la sicurezza nelle proprie capacità sono senza dubbio aspetti utili per affrontare un percorso di rieducazione, ma non sono di per sé la soluzione!

#3 Non c’è motivo per essere nervosi

E chi ha detto di essere nervoso? Questa frase irrita particolarmente la persona che balbetta perché presuppone che chi la dice abbia capito lo stato emotivo in cui si trova l’altro.  Tanto per cominciare si balbetta anche da calmi. Ma ancora di più, la persona che balbetta ha diritto a esprimere anche emozioni come la rabbia!

#4 Riprovaci, dai!

Questa è la frase di chi fa il tifo per il balbuziente. C’è sicuramente la buona fede e il tentativo di essere supportivo… solo che non funziona. La persona che balbetta si blocca su parole specifiche, spesso sa già anche su quali. Ricominciare da capo non migliora l’articolazione, incitare a ricominciare alimenta soltanto lo stress della situazione comunicativa.

#5 Prova a dirlo con parole tue

La persona che balbetta sa benissimo quello che vuole dire, non ha bisogno di riformulare il concetto. Se vuole usare proprio quella parola, è perché quella è la sua parola. Promuovere strategie di evitamento – cosa che spesso la persona che balbetta cerca di fare autonomamente – non è una buona pratica.

#6 Ma balbetti?

Bravo, te ne sei accorto! Questa frase è probabilmente la più ingenua (e forse la più perdonabile) della lista. La balbuzie è una difficoltà dalla definizione complessa nell’ambito scientifico, ma immediatamente riconoscibile da parte di chi ascolta, anche se non si tratta di uno specialista.

#7 Non ti ricordi il tuo nome?

Solo chi balbetta sa quanto può essere critico il momento delle presentazioni. La risposta verbale (ma anche non verbale) del nostro interlocutore al primo segnale di balbuzie, soprattutto se ci si blocca sull’articolazione del proprio nome, è attesa con ansia e preoccupazione. Sentirsi rispondere (o interrompere)  con questa frase, è equiparabile a sentirsi dare dell’idiota. D’altra parte che etichetta merita chi formula una simile affermazione?

 

Elementi di neurofisiologia: materia bianca e materia grigia

I tessuti del sistema nervoso sono costituiti da un particolare tipo di cellule dette neuroni. Ciascun neurone è costituito da un corpo (detto soma) che ne costituisce il nucleo, dai dendriti che hanno la funzione di ricevere i messaggi e da un prolungamento detto assone che ha la funzione di trasmettere i segnali agli altri neuroni. Gli assoni generalmente si trovano raggruppati in fibre nervose.

 

Struttura del neurone - Vivavoce Institute

La materia (o sostanza) grigia è un tessuto che include i corpi dei neuroni, i dendriti e le fibre nervose non mielinizzate.

La materia (o sostanza) bianca è costituita invece da fibre mieliniche, ovvero ricoperte da mielina una sostanza isolante fatta di lipidi e proteine,dal tipico colore biancastro.

Nell’encefalo la materia grigia si trova nella corteccia (l’area più esterna dell’encefalo) e in alcune aree situate in profondità. La materia bianca è situata sotto la sostanza grigia della corteccia.

Materia grigia e materia bianca - Vivavoce Institute

La sostanza grigia svolge la funzione di selezione ed avviamento delle informazioni che viaggiano lungo il sistema nervoso, ma anche di punto di partenza di input motori. La sostanza bianca presiede al collegamento ed all’interazione degli stimoli motori.

 


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