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Validazione scientifica del Metodo di Vivavoce Institute: il primo passo

In occasione della 18th International Conference on Speech and Hearing Sciences“, il dottor Matteo Canini, del Vivavoce Research Institute, presenterà i risultati preliminari dello studio sperimentale di validazione scientifica del Metodo MRM-S (Muscarà Rehabilitation Method for Stuttering), applicato da Vivavoce Institute nei corsi per il trattamento rieducativo della balbuzie.

L’ International Conference on Speech and Hearing Sciences, che si tiene quest’anno a Venezia, riunisce accademici, ricercatori e studiosi di tutto il mondo per condividere le esperienze, le tendenze, le più recenti innovazioni e i risultati delle ricerche scientifiche nel campo delle Speech and Hearing Sciences, ovvero l’insieme delle discipline che si occupano dello studio degli aspetti fisiologici e neurologici della fonazione e dell’udito.
Il Metodo MRM-S per il trattamento della balbuzie è focalizzato sullo sviluppo di una maggiore consapevolezza di come il suono viene prodotto, al fine di riprendere il controllo motorio della pianificazione e produzione del suono, per allineare in maniera sempre più accurata i comandi motori per la produzione del suono in uscita, all’informazione (sia uditiva sia corporea) in entrata circa il suono prodotto.

La prima fase del progetto di validazione scientifica – sotto la supervisione del Direttore Scientifico del Centro, Pasquale Anthony Della Rosa – è volta a indagare la relazione tra i meccanismi di controllo inibitorio, il monitoraggio e la balbuzie in un contesto non linguistico.

La validazione scientifica del Metodo è un obiettivo primario per Vivavoce Institute, affinché siano confermati i fondamenti teorici del metodo e ne sia verificata, con chiare evidenze e dati statisticamente significativi, l’efficacia. La validazione scientifica rappresenta la via maestra per garantire a tutte le persone che si rivolgono al Centro per superare la balbuzie, chiarezza, rigore e certezza dell’efficacia nelle tecniche applicate.
Come spiega Giovanni Muscarà, fondatore di Vivavoce Institute e ideatore del metodo: “C’è ancora poca chiarezza nella comunità scientifica sulle cause e sui meccanismi neuro-cognitivi e fisiologici della balbuzie. Ne consegue che i trattamenti della balbuzie spesso sono frutto di una pratica individuale e hanno basi scientifiche deboli. Per questo abbiamo ritenuto necessario promuovere la ricerca attraverso le attività del Vivavoce Research Institute. La presentazione di questi risultati in un contesto internazionale è la prima conferma dell’utilità del nostro progetto. Crediamo fortemente in un approccio multidisciplinare al fine di fornire soluzioni sempre più efficaci per la valutazione e il trattamento dei disturbi del linguaggio e della balbuzie.”

Bibliografia
The Effects of the Muscarà Rehabilitation Method for Stuttering (MRM-S) on Cognitive Control Mechanisms
Matteo Canini, John-Paul Della Rosa, Alice Mapelli, Valentina Letorio, Pasquale A. Della Rosa
Vita Salute San Raffaele University Italy

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Validazione scientifica del Metodo di Vivavoce Institute: il primo passo

Si apre oggi a Venezia il “18th International Conference on Speech and Hearing Sciences“, una due giorni di lavoro che riunisce accademici, ricercatori e studiosi per condividere le esperienze, le tendenze, le più recenti innovazioni e i risultati delle ricerche scientifiche sulla parola e sull’udito in una piattaforma interdisciplinare.

In questa sede Matteo Canini, dottorando in neuroscienze presso l’Università San Raffale di Milano, presenterà i risultati preliminari della prima parte dello studio sperimentale di Validazione Scientifica (sotto la supervisione del Direttore Scientifico del Centro, Pasquale Anthony Della Rosa) del Metodo MRM-S (Muscarà Rehabilitation Method for Stuttering), applicato da Vivavoce Institute per il trattamento riabilitativo della balbuzie.

Lo Step 1 è volto ad indagare la relazione tra i meccanismi di controllo inibitorio, il monitoraggio e lo stuttering in un contesto non linguistico. Nella sua forma finale, questa indagine verrà svolta mettendo a confronto diretto la performance tra un gruppo PWS (people who stutter), testato prima e dopo il trattamento, ed un gruppo PWNS (people who do not stutter). In particolare, data l’ipotesi sperimentale di partenza, verrà utilizzato un task che permette di misurare la performance di un network di controllo cognitivo generale (Attentional Network Test, Fan et al., 2004).

Il Metodo MRM-S per il superamento della balbuzie è focalizzato sullo sviluppo di una maggiore coscienza di come il suono viene prodotto al fine di migliorare la capacità di monitorare il feedback del proprio eloquio in maniera accurata attraverso il controllo e la coordinazione di tutti i muscoli e le parti del corpo coinvolte a diverso livello nella pianificazione e nella produzione del linguaggio.

In estrema sintesi, questo metodo permette di riprendere il controllo motorio della pianificazione e produzione del suono in modo da allineare in maniera sempre più accurata i comandi motori, per la produzione del suono in uscita, all’informazione sia uditiva che somatosensoriale in entrata circa il suono prodotto (Max et al., 2004).

La validazione scientifica del Metodo è un obiettivo primario per Vivavoce Institute per garantire a tutte le persone che vogliono superare la balbuzie e che si rivolgono al Centro una piena consapevolezza di quali sono i fondamenti teorici e scientifici da cui si sviluppa il suo lavoro.

Balbuzie: cosa succede quando parliamo?

Per comprendere il problema della balbuzie occorre chiarire cosa accade quando parliamo. Parlare è un’azione complessa e la fluenza del discorso richiede l’integrazione di una serie di processi. Lo abbiamo visto nel precedente articolo. Ora prendiamo in analisi le diverse fonti di informazione che, secondo alcuni importanti modelli, devono integrarsi al meglio per rendere possibile il linguaggio parlato. Queste componenti possono essere divise in tre categorie: quelle di natura uditiva, somatosensoriale e propriocettiva.

  • L’UDITO
    Per il momento limitiamoci al primo punto, l’udito. Pensiamo a un bambino che impara a parlare: all’inizio emetterà i primi suoni, pian piano diventeranno più complessi fino a prendere le connotazioni tipiche di quella che è la sua lingua madre.
    Ma come fa a imparare una lingua o un dialetto piuttosto che un altro? Attraverso l’esposizione.
    Il bambino infatti apprende la lingua a cui è esposto tramite l’esperienza, che diventa bagaglio personale attraverso l’ascolto. L’udito, dunque, rappresenterebbe uno strumento molto potente che permette nelle prime fasi di acquisizione del linguaggio di assorbire i suoni tipici dell’ambiente circostante.

Ma non finisce qui. L’informazione uditiva, assorbita durante l’apprendimento di una lingua, è co-protagonista anche nel momento in cui vogliamo dire qualcosa.
Semplicemente prestando ascolto a quanto stiamo dicendo, possiamo infatti valutare se il suono emesso è coerente con la nostra intenzione, se quello che abbiamo detto e come lo abbiamo detto è esattamente ciò che volevamo. Questo passaggio è di più immediata comprensione se messo in pratica durante l’apprendimento di una lingua straniera, quando cioè sappiamo come si pronuncia la parola che vogliamo dire, ma stiamo imparando come dirla.

Nel nostro cervello, questo confronto tra “quello che voglio dire” e “quello che dico” avviene costantemente, automaticamente e soprattutto, senza che noi ce ne rendiamo conto. In particolare, secondo alcuni influenti modelli del controllo del discorso, per ogni movimento appreso, il cervello sa quali conseguenze aspettarsi.
Se viene rilevata una discordanza, vengono messi in atto dei meccanismi per correggere l’errore. Questo processo di monitoraggio e di eventuale correzione dell’errore verrebbe svolto da un complesso meccanismo di controllo motorio basato su un sistema a feedback.

Cosa significa? Sulla base di ciò che “torna indietro”, letteralmente (il feedback uditivo in questo caso), i sistemi coinvolti nella produzione della parola correggono il tiro e mettono in atto una correzione.

  • INFORMAZIONI SOMATOSENSORIALI E PROPRIOCETTIVE
    Passiamo alle informazioni somatosensoriali e propriocettive. Cosa si intende con questi termini complessi? Gli indizi somatosensoriali si riferiscono alle sensazioni che riconduciamo al nostro corpo, di natura tattile, propriocettiva, termica e dolorifica.
    La propriocezione, d’altro canto, può essere definita come la nostra capacità di riconoscere e percepire la posizione e il movimento di parti del nostro corpo, anche senza l’aiuto della vista. Queste nostre peculiarità si dimostrano necessarie a livello di meccanismi cerebrali nel momento in cui dobbiamo controllare l’esecuzione di un movimento.

Un esempio? Pensiamo a quando guidiamo e dobbiamo frenare: la propriocezione e le informazioni somatosensoriali ci informano sullo stato di contrazione dei nostri muscoli e sulla posizione del piede sul pedale.

Tornando alla parola, per semplificare, possiamo pensare che la propriocezione e gli indizi somatosensoriali ci aiuterebbero a localizzare la posizione delle labbra e della lingua e di tutto l’apparato necessario per parlare e a percepirne il movimento; tali indizi darebbero inoltre preziose informazioni riguardanti la muscolatura del viso e del tratto vocale.

Sebbene la maggior parte di questi processi avvenga in modo inconsapevole, queste informazioni verrebbero utilizzate in modo sinergico dal nostro cervello per permetterci di parlare. Non solo, nel nostro cervello esisterebbero anche delle informazioni immagazzinate che racchiudono la giusta associazione tra la posizione degli apparati che ci servono per parlare, i comandi motori e i relativi feedback.

Anche in questo contesto, in caso di discrepanza tra le informazioni attese (quelle che il nostro cervello si aspetta) e quelle reali (che arrivano effettivamente in seguito alla produzione verbale) verrebbero messi in atto meccanismi correttivi che permettono di rilevare l’errore e di correggerlo.
Parlare dunque si configura come un atto complesso, la cui corretta esecuzione richiede una sinergia perfetta anche con le informazioni che provengono da altri processi oltre a quello motorio.

Cause della balbuzie, studi a confronto

Balbuzie, le cause nei principali studi scientifici – Perché si balbetta? Quali sono le cause della balbuzie? Tra le teorie e i modelli che si sono susseguiti nel corso degli ultimi decenni per approfondire il tema della balbuzie, con particolare riferimento alle cause che ne sono alla base, le macro-categorie principali sono tre:

  • Teorie del controllo motorio del discorso (causa della balbuzie ipotesi n.1: inefficienza nei processi di monitoraggio del discorso);
  • Teorie della desincronizzazione del discorso (causa della balbuzie ipotesi n.2: desincronizzazione tra le varie componenti che sostengono il linguaggio parlato);
  • Teoria delle capacità e delle richieste (causa della balbuzie ipotesi n.3: squilibrio tra la capacità di mantenere la fluenza del discorso e l’urgenza di far fronte a pressioni interne ed esterne).

Analizziamole brevemente.

  1. Causa della balbuzie – ipotesi n. 1: le teorie del controllo motorio vedono la balbuzie come frutto di un’inefficienza nei processi di monitoraggio del discorso stesso. In particolare, vi è chi ritiene che, nelle persone che balbettano, tale sistema sia instabile (Smith e collaboratori, 2000), o faccia ricorso a strategie differenti rispetto ai normo-fluenti, strategie che però si rivelano inefficaci (Peters e collaboratori, 2000).
  2. Causa della balbuzie – ipotesi n. 2: secondo altri studiosi (Perkins e collaboratori, 1991), invece, all’origine della balbuzie vi sarebbe una desincronizzazione tra le varie componenti che sostengono il linguaggio parlato. Tale desincronizzazione potrebbe essere localizzata a livello di un’interazione imperfetta tra le fasi di pianificazione ed esecuzione linguistica (Howell e collaboratori, 2004).
  3. Causa della balbuzie – ipotesi n. 3: un terzo gruppo di teorie, facenti capo a Adams, Starkweather e collaboratori, vede la balbuzie come il risultato di uno squilibrio tra la capacità di mantenere la fluenza del discorso e l’urgenza di far fronte a pressioni interne ed esterne, come la necessità di rispondere veloce, di formulare frasi complesse, ecc.

Approfondiamo quest’ultima macro-categoria relativa alle cause della balbuzie.

Nell’ambito di questa cornice teorica, lo studio sperimentale di Bosshardt (e collaboratori 2006) vede come determinante della balbuzie il processing load.

 

L’esperimento
Ai partecipanti (12 balbuzienti e altrettanti normo-fluenti, di madrelingua inglese), venne richiesto di produrre frasi in due fasi successive, in condizioni di singolo e doppio compito. In particolare, i soggetti vennero istruiti a generare silenziosamente una frase per 10 secondi, prima che venisse loro dato il via per articolarla oralmente. Il compito secondario era costituito da rime e decisioni categoriali.
L’intero esperimento, generazione e articolazione di frasi in condizioni di singolo e doppio compito, venne condotto mentre i soggetti erano sottoposti a risonanza magnetica funzionale (fMRI).

 

I risultati
I risultati comportamentali mostrano come non emergano differenze tra i due gruppi in termini di lunghezza della frase, numero di unità proposizionali e tassi di disfluenza. Allo stesso modo, entrambi i gruppi appaiono abili nel portare a termine il compito di rime e decisione categoriale come compito singolo. Soggetti con balbuzie e partecipanti di controllo mostrano inoltre una riduzione prestazionale al doppio compito, rispetto alle condizioni di compito singolo.
Emergono invece interessanti dissociazioni tra balbuzienti e non nei compiti di rima e decisione categoriale in termini di accuratezza in situazione di doppio compito. In particolare, i soggetti balbuzienti (ma non quelli di controllo) mostrano un declino altamente significativo nella loro accuratezza ritmica durante le fasi di generazione e articolazione.

Per entrambi i gruppi, l’accuratezza del compito di decisione categoriale appare significativamente ridotto durante la generazione di frasi. In generale, i soggetti con balbuzie si mostrano meno abili rispetto al gruppo di controllo nel mantenere alti livelli di prestazione nella generazione e produzione di frasi da una parte e i compiti di decisione dall’altra.

 

I dati fMRI mostrano come, durante il compito singolo di pianificazione della frase, i soggetti di controllo abbiano un aumento di attivazione in aree corticali associate alla pianificazione motoria e semantica (area motoria supplementare sinistra, corteccia parietale posteriore e cerebellare). I soggetti con balbuzie, mostrano attivazioni addizionali anche a livello pre-articolatorio, in aree quali la corteccia prefrontale bilaterale, compresa l’area sinistra di Broca. In condizioni di doppio compito, invece, quando ai soggetti viene richiesto di pianificare la frase durante compiti di rima o decisione categoriale, il gruppo di controllo mostra un pattern di attivazione paragonabile alla condizione di singolo compito, con un aumento di attivazione a livello premotorio (durante il doppio compito di rima) e della corteccia cingolata anteriore (durante il doppio compito di categorizzazione).

I soggetti con balbuzie mostrano attivazioni maggiori in aree corticali connesse alla pianificazione e all’esecuzione motoria (corteccia frontale media e inferiore sinistra, corteccia premotoria e cervelletto). Tali attivazioni suggeriscono come i soggetti con balbuzie attivino aree coinvolte nel controllo motorio del discorso sia durante la preparazione di frasi, sia durante la loro articolazione, sottolineando come in entrambi i compiti vengano reclutati sistemi neurali simili.

Tale sovrapposizione di risorse neurali per la generazione e articolazione di frasi potrebbe fornire una spiegazione per la marcata suscettibilità dei soggetti con balbuzie all’interferenza tra il discorso e il processing cognitivo concorrente.

 

I risultati di questo studio suggeriscono come le persone con balbuzie abbiamo bisogno di maggior capacità di processing per generare e articolare una frase, rispetto alle persone normo-fluenti. In particolare, nell’esperimento di produzione immediata, il quantitativo di pianificazione semantica sembra essere uno dei parametri che i soggetti con balbuzie possono usare per ridurre le richieste di processing.

D’altra parte, nell’esperimento di produzione ritardata emerge come le persone che balbettano possano alternativamente mantenere il contenuto proposizionale del loro discorso riducendo il quantitativo di processing richiesto da un compito secondario.

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Balbuzie: il problema non è psicologico

Di cosa abbiamo bisogno per parlare? Basta la volontà di comunicare un concetto? Si tratta soltanto di attivare un automatismo? Purtroppo non è così semplice. Il processo che inizia con l’elaborazione di un pensiero e si compie con l’espressione dello stesso permettendoci di chiedere un’informazione, fornire una risposta a un’interrogazione o costruire un discorso elaborato è molto complesso.
Chi balbetta, ad esempio, ha ben chiaro ciò che vorrebbe dire. Nel tragitto tra il cervello e la bocca però si incontrano dei blocchi e quello che poteva sembrare un piano inclinato su cui far scorrere una biglia si trasforma in un percorso a ostacoli.
Come e perché questo avvenga lo prova a illustrare la scienza con le sue teorie e i suoi modelli che negli anni hanno continuamente cercato di spiegare in che cosa si differenzia l’atto del “parlare” tra le persone disfluenti e normofluenti.
Le teorie e i modelli che hanno guidato la ricerca si sono focalizzate su aspetti diversi del percorso “dal cervello alla bocca”, cercando di volta in volta di approfondire un aspetto di questo intricato scenario. Tra quelle più influenti negli ultimi decenni possiamo individuare: teorie del controllo motorio del discorso, teorie della desincronizzazione del discorso e teoria delle capacità e delle richieste.

 

  • Le teorie del controllo motorio del discorso vedono la balbuzie come il risultato di una carenza e di una debolezza a livello di controllo motorio. Ma cosa si intende per controllo motorio? L’insieme di tutti quei processi che portano al monitoraggio del movimento stesso, per raggiungere lo scopo prefissato.
    Immaginiamo di allungare la mano per prendere la tazzina del caffè mentre leggiamo il giornale. Per monitorare (più o meno consapevolmente) il braccio che si allunga e la mano che si allarga, abbiamo bisogno di un sistema apposito che si occupi, appunto, di controllare il movimento.
    Lo stesso avviene con la parola. Parlare, infatti, anche se forse non ce ne rendiamo conto, è un atto motorio. Tutte le fasi di questo processo devono essere pianificate, programmate e infine eseguite.
    Proprio perché è un atto motorio, anche il parlare è governato da sistemi che ne controllano l’effettivo svolgimento.
    Secondo questa famiglia di teorie nelle persone che balbettano il sistema che si occupa di monitorare gli atti motori che portano al discorso potrebbe essere instabile (Smith e collaboratori, 2000) oppure fare ricorso a strategie che sono diverse rispetto a quelle delle persone normo-fluenti (Peters e collaboratori, 2000).

 

  • Secondo le teorie della desincronizzazione (Perkins e collaboratori, 1991) invece all’origine della balbuzie vi sarebbe una mancata armonia tra le varie componenti che sostengono il linguaggio parlato.
    Quando parliamo molte aree del cervello sono attive e comunicano a loro volta tra di loro. Se tutto va bene questi processi sono svolti in modo perfettamente sincronizzato ed efficiente e si comportano come una grande orchestra. In caso contrario, se l’attivazione delle varie aree e dei vari processi non è perfettamente sincronizzata, potrebbero emergere dei problemi.
    La balbuzie sarebbe quindi il frutto della mancata sincronizzazione tra i vari processi. In particolare, dopo aver studiato il fenomeno in molte lingue, Howell e i suoi collaboratori (2002) hanno proposto una teoria secondo la quale all’origine della balbuzie vi sia un’interazione imperfetta tra le fasi di pianificazione linguistica e di esecuzione dei movimenti del discorso.

 

  • La teoria delle capacità e delle richieste (Starkweather e collaboratori, 2002) vede la balbuzie come il risultato di uno squilibrio tra le effettive capacità di mantenere la fluenza del discorso e le richieste derivanti da pressioni interne ed esterne, come la necessità di rispondere veloce o di formulare frasi complesse.
    Questo modello si accorda con le teorie precedentemente presentate, ma è stato oggetto di alcune critiche, soprattutto perché sembra non vi sia modo di quantificare questo squilibrio tra le effettive capacità e le richieste imposte dall’interno e/o dall’esterno.

 

Cosa possiamo imparare da questa breve panoramica? Innanzitutto che parlare è un atto complesso costituito da diverse fasi. Ciascuna di esse è supportata da processi che a loro volta sono articolari e intersecati tra di loro.
Parlare è innanzitutto un atto motorio e come tale richiede un sistema che ne monitori l’effettivo operato e che ne garantisca l’efficienza in sincronia con gli altri processi che avvengono all’interno del nostro cervello o in interazione con l’esterno.
La scienza e la ricerca stanno continuando a indagare quali tra questi sistemi e processi potrebbero essere maggiormente responsabili della balbuzie, ma appare chiaro che non sia da caratterizzarsi come un problema di natura prettamente psicologica.

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Camillo Zottola: dalla balbuzie al rap

24 Settembre 2016
L’ex-balbuziente Camillo Zottola, dopo aver frequentato il corso Vivavoce Institute, ha potuto esprimere a pieno la sua passione per il rap e raggiungere il successo con il nome d’arte Millinger. Tutto è nato da alcune rime scritte sul cellulare, poi un brano e il primo video su Youtube: Rap Leonida. Infine il nome d’arte, Millinger (MillingerTV il suo canale Youtube) e la prova del palcoscenico. Ma la balbuzie rappresentava l’ostacolo che lo separava dal suo sogno: «Cantare davanti a mille persone era assolutamente impensabile»

La svolta, è arrivata dopo il corso presso Vivavoce Institute: «All’inizio non lo volevo fare – racconta Camillo. Chi ha vissuto questa difficoltà sa che è facile chiudersi in un guscio, evitare il problema, nasconderlo senza affrontarlo. Per me è stato così per tutto il periodo della scuola, fino alle superiori. Tante volte avrei voluto dire delle cose che poi non ho detto. Fare un corso voleva dire guardare in faccia la realtà, mettersi in gioco…».
Il ricordo dell’esame di maturità e la prospettiva dell’Università con tutti i suoi esami orali, spingono Camillo a iscriversi al Corso Vivavoce Institute.

Ora Camillo può parlare, può rappare, giocare con le rime. Rap Leonida riscuote successo, poi Ice Nine, Piove Oro, Come un quadro di Mirò, Non fermarti, Mai una gioia, Giano bifronte, Aspirina e caffè, Victoria’s Secret e la collaborazione con King Max.
Il suo nome inizia a girare, gli chiedono di preparare un secondo disco, arrivano le richieste di esibizioni live. Nell’ambiente viene considerato rapper in ascesa. Poco tempo fa, per una festa universitaria, è stato chiamato a cantare davanti a mille persone.
Camillo continua la sua vita, ma adesso esiste anche Millinger.
Camillo oggi è parte del team Vivavoce Institute, come tutor: «È un’esperienza bellissima. Si incontrano tante persone che hanno vissuto le stesse difficoltà e si lavora insieme per superarle. Non ci sono magie o trucchi, c’è un metodo da fare proprio, una strada da percorrere. Alla fine però si possono riprendere in mano la propria vita e i propri sogni…».

Corriere della Sera: Camillo Zottola (Tutor), dalla balbuzie al rap

Corriere della Sera – Balbuzie – La storia di Camillo Zottola, rapper Millinger – Camillo Zottola, dalla balbuzie al rap. È la storia che racconta oggi il Corriere della Sera (“Da una maturità choc al palcoscenico, con il rap ho sconfitto la balbuzie”). Ed è una storia a lieto fine perché Camillo, dopo aver frequentato il corso Vivavoce Institute, ha potuto far esplodere la sua passione per il rap che cresceva negli anni, ascoltando dischi su dischi. Tutto è nato da alcune rime scritte sul cellulare, poi un brano e il primo video su Youtube: Rap Leonida. Infine il nome d’arte, Millinger (MillingerTV il suo canale Youtube) e la prova del palcoscenico. «Cantare davanti a mille persone era assolutamente impensabile».
Sì perché solo qualche mese prima, Camillo Zottola aveva vissuto una specie di incubo: l’orale dell’esame di maturità. «Ero molto preparato, avevo superato gli scritti con il massimo dei voti, ma continuavo a bloccarmi. Più tentavo di parlare, più la voce si fermava in gola…».
Un giorno però arriva la svolta, inaspettata. Sua mamma a un banchetto trova un volantino di Vivavoce Institute, parla con il fondatore del Centro, Giovanni Muscarà, e lo propone a Camillo.
«All’inizio non lo volevo fare – racconta -. Chi ha vissuto questa difficoltà sa che è facile chiudersi in un guscio, evitare il problema, nasconderlo senza affrontarlo. Per me è stato così per tutto il periodo della scuola, fino alle superiori. Tante volte avrei voluto dire delle cose che poi non ho detto. Fare un corso voleva dire guardare in faccia la realtà, mettersi in gioco…». Il ricordo dell’esame però scotta ancora, davanti c’è l’Università con tutti i suoi esami orali, per cui Camillo si fa coraggio e si iscrive al Corso Vivavoce Institute.
Sette giorni “faticosissimi”, spiega al Corriere della Sera, ma sono una vera e propria liberazione. In pochi giorni il rap non è più qualcosa da ascoltare, ma una passione da vivere da protagonista.

Ora Camillo può parlare alla velocità della luce, può rappare, giocare con le rime. Rap Leonida riscuote successo, poi Ice Nine, Piove Oro, Come un quadro di Mirò, Non fermarti, Mai una gioia, Giano bifronte, Aspirina e caffè, Victoria’s Secret e la collaborazione con King Max.

Il suo nome – scrive il Corriere della Sera – inizia a girare, gli chiedono di preparare un secondo disco, arrivano le richieste di esibizioni live. Nell’ambiente viene considerato rapper in possibile ascesa. Il resto è storia recente. Poco tempo fa, per una festa universitaria, è stato chiamato a cantare davanti a mille persone.

Camillo continua la sua vita, ma adesso esiste anche Millinger.

Millinger continua a scrivere e a esibirsi, Camillo oggi è un Tutor di Vivavoce Institute, ovvero è parte del team di persone che aiuta le persone disfluenti che si iscrivono al corso ad applicare il metodo elaborato da Giovanni Muscarà. «È un’esperienza bellissima. Si incontrano tante persone che hanno vissuto le stesse difficoltà e si lavora insieme per superarle. Non ci sono magie o trucchi, c’è un metodo da fare proprio, una strada da percorrere. Alla fine però si possono riprendere in mano la propria vita e i propri sogni…».

Camillo Zottola (Tutor Vivavoce Institute) a Studio Aperto

 

 

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Il metodo MRM-S per superare la balbuzie è scientificamente dimostrato da un progetto in collaborazione con l’Università San Raffaele

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