Può capitare a tutti, in situazioni di particolare tensione, di provare una sensazione opprimente; questa forte attivazione, che risponde al nome di ansia, è normale, funzionale e fisiologica. Il suo scopo è quello di permetterci di fronteggiare momenti che percepiamo come rischiosi, attivando il nostro corpo in modo che esso sia pronto a rispondere più rapidamente alla comparsa di un pericolo. Tuttavia, può accadere che in alcuni casi, questa sensazione può rappresentare un vero e proprio disturbo: la sua comparsa può non avvenire solo in condizioni di pericolo reale, ma iniziare a divenire insostenibile anche per situazioni meno gravi, generando una risposta esagerata. Queste risposte (attivazioni) possono diventare veri e propri limiti che spingono a evitare persone, luoghi o circostanze della loro vita di tutti i giorni.

I due scenari, provare ansia o soffrire di un disturbo d’Ansia, descrivono condizioni molto diverse tra loro: l’ansia “normale” da un lato, cioè una reazione fisiologica e adattiva, e l’Ansia “patologica” dall’altro, che identifica un disturbo vero e proprio. Nel linguaggio di tutti i giorni, tuttavia, il termine utilizzato è sempre la parola “ansia”. Per esempio, si può essere in ansia per qualcosa, come un evento specifico o una situazione particolare, si può descrivere una persona come “ansiosa” quando le sue reazioni appaiono esagerate ai nostri occhi oppure si può riconoscere nell’ansia l’origine di una vera e propria malattia. Tuttavia, è importante riconoscere che, in tutti questi esempi, il significato del termine “ansia” è profondamente diverso.

Ansia patologica: come si definisce

Per essere definito come disturbo, infatti, l’Ansia deve essere inquadrata da un professionista, a seguito di un’accurata diagnosi e per mezzo di strumenti idonei. La presenza di una dimensione patologica, infatti, è riconosciuta prendendo in considerazione diversi fattori (intensità, durata, limitazione che da essa ne conseguono, etc..).

Un primo concetto riguarda senza dubbio l’intensità, secondo la quale una risposta eccessivamente gravosa a situazioni di percepito pericolo, si definisce “patologica”. Ad esempio, essere a disagio alla presenza di animali (come insetti o serpenti) che ci provocano disgusto può essere considerata una reazione normale, ma paralizzarci completamente anche quando ci troviamo solo in presenza di una foto o siamo protetti da una teca, può essere considerata una manifestazione di ansia patologica.

Un altro fattore da considerare è la durata. Sebbene l’attivazione sia una componente della vita quotidiana di tutti, essa può diventare fonte di disturbo quando una forte ansia si scatena così frequentemente da farci immaginare situazioni di pericolo, anche quando ci troviamo in ambienti sicuri.

Infine, un fattore chiave per determinare se ci si trova in presenza di una condizione patologica riguarda i limiti che l’ansia impone nella quotidianità. Può manifestarsi, per esempio, nell’impossibilità di prendere un ascensore o un aereo, oppure di andare al lavoro per la paura di essere messi in imbarazzo, anche se ciò non è mai avvenuto.

Può essere difficile comprendere se l’ansia che si sperimenta tutti i giorni sia troppa oppure sia una normale risposta a ciò che ci succede e questo può esporci al rischio di patologizzare ciò che in realtà è sano. Al contrario, ci sono casi in cui l’ansia può non essere riconosciuta e le sue manifestazioni possono essere confuse con cause medico-biologiche o normalizzate. Un buon esempio può essere il caso della comparsa di sintomi fisici che raramente si pensa possano essere legati a una frequente attivazione, come ad esempio la comparsa di veri e propri disturbi gastrici, cardiaci o respiratori.

Ma che cosa è, allora, una diagnosi?

Lo scopo di formulare correttamente una diagnosi consiste nel poter riconoscere il significato dei sintomi di cui soffre il paziente e riuscire a spiegarne le cause. Solo così è possibile, non solo formulare ipotesi sulla struttura del disturbo, ma anche avere una maggiore prevedibilità dei sui effetti nel futuro.

Il primo passo di ogni percorso di cura sta nel comprendere il disturbo di cui si soffre e, in questo modo, capire in che modo si possa avere un maggiore controllo sui suoi effetti. La diagnosi permette di acquisire la consapevolezza che ciò che ci sta accadendo non dipende da noi, ma da un disturbo che interferisce nella nostra vita attraverso sintomi che vanno riconosciuti come tali per poterli trattare. Per fare un esempio si può pensare al caso di una persona che deve recarsi il primo giorno di lavoro in un posto nuovo. L’attivazione che si manifesta nel respiro accelerato o nel tremore delle mani è una reazione normale che segnala la presenza di un momento di incertezza dovuto al nuovo ambiente; in questo caso, non si parla di sintomi. Immaginiamo ora che questa attivazione riporti alla mente del nostro neo assunto il ricordo di un suo ex collega che, al primo giorno di lavoro, ruppe i pantaloni trovandosi in mutande in ufficio e vivendo un terribile imbarazzo. Questa immagine, e la paura che possa succedere anche a lui qualcosa di simile, può essere talmente opprimente da convincerlo a non presentarsi sul nuovo luogo di lavoro o, addirittura, a non uscire di casa per paura di incontrare amici che potrebbero chiedere come sta andando il nuovo lavoro e a cui, quindi, dovrebbe spiegare che non è riuscito ad andare, per paura. Si può arrivare persino a pensare che questa persona, per paura di essere vittima del giudizio altrui, finisca per non uscire più di casa, dovendo per esempio chiedere a qualcuno di fare la spesa per lui. A lungo andare, questa condizione potrebbe rendergli addirittura impossibile il conseguimento di un nuovo posto di lavoro. In questo caso abbiamo osservato una serie di passaggi che, pur partendo da una sensazione riferita a un momento specifico, si sono ingranditi fino a diventare un vero e proprio disturbo che impedisce al nostro personaggio di uscire di casa.

Riprendendo i fattori accennati in precedenza (intensità, durata e conseguenze), è chiaro come l’intensità del malessere percepito vada al ben al di là della fisiologica attivazione preparatoria dell’ansia; allo stesso modo, gli effetti nel tempo si sono estesi fino a diventare, potenzialmente, permanenti.

Il processo diagnostico, quindi, si basa sulla raccolta di tutte le informazioni necessarie per cogliere la struttura dei sintomi, con il fine ultimo di comprenderne la radice; questo processo, insieme all’indagine finalizzata a cogliere la presenza di sintomi patologici, avviene all’interno di una relazione in cui il rapporto tra il clinico e il paziente gioca un ruolo fondamentale. Per poter considerare in modo accurato gli effetti della presenza di un determinato disturbo nella vita di una persona, e in che modo essi interagiscano con il suo funzionamento quotidiano, è necessario effettuare una valutazione mirata che comprenda numerosi fattori sia sul piano oggettivo (effetti misurabili e quantificabili: numero di episodi, durata, etc.) sia sul piano dell’individuo (funzionamento relazionale, capacità di gestire gli impegni, etc.). Per tutti questi motivi, la formulazione di una diagnosi non va confusa con la percezione soggettiva e mutevole che si può avere del proprio malessere, ma si deve basare su un’analisi compiuta da una persona che abbia le competenze per poter valutare ciò che ci sta succedendo.

Chi riconosce l’Ansia? Criteri, strumenti e figure professionali

L’insieme della vasta mole di informazioni raccolte durante una valutazione diagnostica, che può avvalersi anche di strumenti specifici come test, valutazioni self-report o interviste strutturate, va integrato e confrontato con i criteri riportati sui manuali diagnostici, cioè una serie di parametri finalizzati a riconoscere con quale tipo di disturbo si ha a che fare. Essi non sono altro che una serie di soglie che consentono di valutare la natura e la gravità del malessere, allo scopo di fornire un termine di riconoscimento e paragone che consenta, da un lato, di identificare il disturbo per poter fornire spiegazioni chiare al paziente, e dall’altro, di avere un terreno di dialogo comune con altri specialisti coinvolti nel percorso di cura.

Conoscere il ruolo funzionale dell’ansia, ci permette dunque di riconoscere la sua funzione adattiva. D’altra parte, l’esistenza di condizioni in cui l’attivazione induce conseguenze negative che intralciano la quotidianità e ostacolano attività altrimenti normali, ci ricorda che quando l’ansia diventa troppa, essa si configura come un vero e proprio disturbo. Se nel linguaggio comune le due condizioni, quella fisiologica e quella patologica, vengono etichettate entrambe con il termine “ansia”, è importante non confonderle e rischiare di sentirsi malati senza motivo. Ma solo una figura competente, che sia essa un medico o uno psicologo, è in grado di valutare correttamente le diverse informazioni, evitando così il rischio di formulare da sè una diagnosi che invece non ci appartiene.

 

Foto: Flickr Giovanni Giorgini

Luca Bailo

Luca Bailo

Psicologo Clinico e Dottore di Ricerca in Psicologia Cognitiva

Ha frequentato l’Università degli studi di Milano Bicocca laureandosi in Scienze tecniche psicologiche e, successivamente, in Psicologia clinica. Ha proseguito la carriera accademica conseguendo un Dottorato di ricerca in Psicologia cognitiva. Iscritto all’Ordine degli Psicologi della Lombardia, con un’équipe di psicologi ha dato vita al Progetto Duos, che offre servizi di supporto psicologico rivolti a individui, coppie e famiglie, attraverso percorsi di consulenza e cura finalizzati al superamento di momenti di crisi.