Determinare i numeri della balbuzie è tutt’altro che semplice. Tuttavia, soprattutto negli ultimi decenni, l’epidemiologia – ovvero la disciplina che studia la distribuzione, frequenza e i determinanti di salute/malattia nella popolazione – ha fatto molti progressi nello studio di questo fenomeno. Grazie ai risultati, siamo oggi in grado di rispondere ad alcune della domande più frequenti: quante persone soffrono di balbuzie nel mondo? A che età si inizia a balbettare? La balbuzie colpisce più gli uomini o le donne?

Nel 2013 Yiari & Ambrose, due ricercatori dell’Università dell’Illinois, hanno messo a confronto gli studi classici con i più recenti studi epidemiologici sulla balbuzie per verificare lo stato dell’arte e mettere in evidenza i punti che ancora richiedono ulteriori studi. Sintetizzare i risultati di questa meta-analisi è piuttosto complesso, ma ci abbiamo provato lo stesso nell’infografica di seguito. Leggiamo insieme i numeri della balbuzie e porviamo a comprenderli.

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Prevalenza della balbuzie

Il concetto di prevalenza indica quante persone sono affette da un determinato disturbo in un determinato momento.

Come si calcola? Si prende un campione di popolazione e si contano quanti sono quelli che balbettano. Facile, no? Per niente. Innanzitutto bisognerebbe avere chiaro che cosa significa “persona che balbetta”: data la variabilità del come e del quanto della balbuzie, servirebbe prima una definizione univoca. In secondo luogo: chi è arbitro della diagnosi? È sufficiente una “autodiagnosi” o è necessario un parere clinico o, magari, una registrazione della persona mentre parla, per decidere se “contarla” come balbuziente?

Inoltre in base al campione che scegliamo potremmo avere stime di prevalenza anche molto differenti tra loro: per esempio se il campione non comprende bambini in età prescolare, la prevalenza sarà più bassa, per il fenomeno della remissione (ovvero il naturale recupero della fluenza dopo una fase di balbuzie).

Generalmente per gli studi sulla prevalenza si indirizzano per fasce di età, attraverso questionari (compilati dai genitori o dagli insegnanti nel caso di età infantile) o interviste.

In base ai dati al momento disponibili si ipotizza una prevalenza della balbuzie su tutto l’arco della vita di circa l’1 % (Yairi e Ambrose 2013). Ma nel campione di popolazione sotto i 6 anni si concentrano prevalenze maggiori (intorno al 5%).

 

Incidenza della balbuzie

Il concetto di incidenza indica una stima di quanti individui nell’arco della loro vita hanno presentato il disturbo.

Come si calcola l’incidenza della balbuzie? Sappiamo che la balbuzie è un disturbo che si sviluppa nella prima infanzia con alti tassi di remissione: il modo più semplice per calcolare quante persone hanno sofferto di questo disturbo nell’arco della loro vita (anche se ora non balbettano più) è un’indagine retrospettiva, di tipo indiretto. Ovvero per sapere se a due anni ho balbettato i ricercatori devono rivolgersi ai miei genitori, i quali potrebbero aver dimenticato o identificato come balbuzie un altro tipo di disturbo.

Il metodo più affidabile, ma poco pratico e costoso, invece dovrebbe essere quello di uno studio prospettico longitudinale, in cui si tengono monitorati per lunghi periodi di tempo campioni di popolazione molto ampi. Anche qui però emergono gli stessi problemi del calcolo della prevalenza: se il campione non include bambini fin dai primi mesi, si perderanno molti casi di balbuzie precoce e con remissione precoce.

Per tutti questi motivo gli studi più antichi riportavano dati di incidenza intorno al 4,5-5% (Andrews & Harris, 1964) su tutto l’arco della vita, mentre gli studi più recenti hanno ipotizzato un’incidenza anche superiore all’8% (Dworzynsky et al. 2007; Reilly et al., 2009).

Due temi critici sono quindi quello dell’esordio e della remissione della balbuzie

A che età si inizia a balbettare?

Un dato su cui c’è sufficiente concordanza è quello sull’età di esordio della balbuzie, che si colloca generalmente tra i 2 e i 6 anni. L’intervallo tra i 2 e i 4 anni è quella in cui il dato di incidenza (nuovi casi) e quello di prevalenza (numero di casi al momento della rilevazione) si avvicinano di più (entrambi, intorno al 5%), perché i nuovi casi e le remissioni si bilanciano.

33 mesi è l’età in cui mediamente la balbuzie fa la sua comparsa, almeno in base a quanto riportano gli studi più recenti.

Veniamo, quindi ai dati sulla persistenza/remissione della balbuzie sulla popolazione nell’arco della vita.

L’ampia forbice tra incidenza e prevalenza nella popolazione totale è legata al fenomeno della remissione naturale della balbuzie: tra i nuovi casi rilevati quanti sono quelli in cui la balbuzie prosegue come fenomeno persistente e quanti invece quelli in cui la fluenza si “normalizza”?

Basandosi sulle rilevazione di incidenza e prevalenza è possibile fare delle inferenze statistiche indirette sull’indice di persistenza. Secondo le stime dello studio di Yairi e Ambrose, se calcoliamo la prevalenza all’1%, l’indice di persistenza è dell’11,7% e la remissione dell’88%.

Per avere un calcolo diretto di questi dati, invece, si possono utilizzare anche studi retrospettivi o studi longitudinali: in entrambi i casi abbiamo già visto però che esistono diversi limiti di rilevazione rispetto alla balbuzie e i dati sono spesso discordanti. Un aspetto ulteriore di difficoltà in questo caso è come di distinguere tra remissione “spontanea” e remissione in seguito a trattamenti riabilitativi. Rispetto a questi, metodo indiretto ha il vantaggio di basarsi su grandi numeri (raccolti da studi differenti), riducendo l’impatto di eventuali variabili.

Esistono differenze tra maschi e femmine?

L’ultimo dato riguardo ai numeri della balbuzie, riguarda il sesso: la balbuzie colpisce di più i maschi o le femmine? Non ci sono significative differenze per l’età di esordio, ma possiamo dire che la balbuzie colpisce di più i maschi e che le bambine vanno incontro più frequentemente alla remissione spontanea. I dati epidemiologici riportano infatti una variazione del rapporto tra maschi e femmine che balbettano in base all’età: 4 a 1 nella popolazione adulta contro i 2 a 1 dell’età prescolare.

Redazione Vivavoce

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