I manuali diagnostici sono strumenti finalizzati a definire e distinguere i disturbi psicologici. Essi hanno diversi ambiti di impiego, tra cui la valutazione e la cura della salute mentale, lo studio e la ricerca di strumenti e protocolli di intervento e la valutazione forense degli individui. La classificazione dei disturbi psicologici avviene grazie al confronto con criteri che consentono di distinguere le diverse forme di sofferenza e ricondurle a specifiche diagnosi. La formulazione di una diagnosi avviene secondo un modello medico in cui le manifestazioni osservabili dal paziente e dal clinico di riferimento vengono utilizzate per definire liste di segni e sintomi, confrontati poi con i criteri forniti dai manuali.

I due principali manuali utilizzati dai professionisti e dalle strutture sanitarie per definire e riconoscere le diagnosi sono il Manuale Diagnostico Statistico (DSM, Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), redatto dall’Associazione Americana di Psichiatria (APA), e il capitolo quinto della Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD, International Classification of Diseases), stilata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), dedicato alla salute mentale. Questi due strumenti, benché abbiano generalmente lo stesso obiettivo, hanno alcune differenze nel modo in cui sono strutturati.

Il DSM-5

Il DSM, arrivato alla sua quinta edizione, è un manuale che si pone come uno strumento a-teorico di raccolta dei disturbi psicologici. Ciò significa che non si basa su un modello teoretico specifico che cerca di collegare i segni del malessere alle cause, ma raccoglie invece solamente i sintomi e le manifestazioni osservabili. In questo modo, si cerca di descrivere un disturbo solo dai fattori ritenuti più “oggettivi”, consentendo una maggiore condivisibilità con altri professionisti. La precisione e la definitezza dei suoi criteri rendono il DSM uno strumento di elezione per l’interazione anche con professioni non sanitarie, come ad esempio il contesto accademico o la ricerca. Avere uno strumento che consente di mettere in comunicazione diretta chi fa ricerca sulla salute mentale in un contesto sperimentale e coloro che intervengono direttamente sui disturbi e hanno gli occhi sulla popolazione reale, consente una più facile comunicazione tra le parti e porta una maggiore rapidità dell’accesso alla clinica dei progressi scientifici.

L’ICD-11

L’alternativa a questo manuale è l’ICD, la cui undicesima versione è attualmente in produzione. Questo strumento è un sistema di codifica di natura medica che descrive attraverso un approccio categoriale le diagnosi di tutti i disturbi, tra cui anche l’influenza, e non solo di quelli psicologici come il suo omologo. Paragonando la sezione che si occupa di salute mentale con i criteri del DSM, emerge una definizione meno rigida dei requisiti di classificazione, che consente ai professionisti di aver un maggiore spazio di “giudizio clinico”. Infatti, per evitare che una formulazione eccessivamente specifica possa agire a discapito di una correttezza diagnostica, l’ICD presenta i criteri in due modalità diverse, una per i clinici e l’altra per i ricercatori. In questo modo, i professionisti che utilizzano il manuale a scopo diagnostico non corrono il rischio di essere vittima della fiscalità dei criteri che, invece, è fondamentale nella ricerca.

L’ICD, essendo frutto del lavoro dell’OMS, è adottato dai sistemi sanitari per codificare le diagnosi, soprattutto in quei contesti, come gli ospedali, dove la valutazione dello stato di salute dei pazienti viene considerata nella sua interezza. Per questo motivo, l’ICD è lo strumento a cui si rifanno anche le valutazioni ufficiali in termini di incidenza nelle stime ISTAT.

Criticità nella formulazione delle diagnosi

La maggior difficoltà nel definire un sistema diagnostico codificato e condiviso tra i professionisti, può risiedere nel fatto che la diversità degli individui, e quindi il loro modo di vivere con un determinato stato mentale, può far apparire riduttivo l’inquadrare il vissuto di un individuo in una diagnosi. Si corre, cioè, il rischio di appiattire tutte le persone con gli stessi sintomi nello stesso “prototipo”.  In altre parole, il rischio è quello di pensare che tutte le persone che soffrono dello stesso disturbo manifestino gli stessi identici sintomi e sperimentino lo stesso disagio.

Un’altra criticità che il clinico può riscontrare nella formulazione delle diagnosi è quella della cosiddetta comorbidità (o comorbilità). Con questo termine si definisce l’utilizzo di due o più diagnosi contemporaneamente sulla stessa persona, per poter descrivere in modo esaustivo tutti i segni e sintomi presenti. La presenza di più diagnosi contemporaneamente può rendere difficile definire un trattamento efficace e focalizzato.

Insomma, dare un nome al malessere di una persona è un’impresa tutt’altro che facile. Ma è utile e prezioso avere parole a cui far corrispondere rapidamente concetti complessi, come i vissuti di sofferenza e gli aspetti sintomatici, perché esse consentono di spiegare con più immediatezza ciò che accade e accordarsi sul da farsi. In questo senso, le diagnosi possono essere viste come categorie astratte, utili a rappresentare un determinato disturbo. E i manuali, che condensano decenni di studio e dibattito sono strumenti preziosi, evolutisi nel tentativo di mantenere un equilibrio tra la ricerca, che ha come obiettivo quello di migliorare la comprensione dei disturbi, e la clinica, che si concentra sull’intervento e il supporto di coloro che soffrono di fragilità.

Foto: Flickr, *Polly*

 

 

Luca Bailo

Luca Bailo

Psicologo Clinico e Dottore di Ricerca in Psicologia Cognitiva

Ha frequentato l’Università degli studi di Milano Bicocca laureandosi in Scienze tecniche psicologiche e, successivamente, in Psicologia clinica. Ha proseguito la carriera accademica conseguendo un Dottorato di ricerca in Psicologia cognitiva. Iscritto all’Ordine degli Psicologi della Lombardia, con un’équipe di psicologi ha dato vita al Progetto Duos, che offre servizi di supporto psicologico rivolti a individui, coppie e famiglie, attraverso percorsi di consulenza e cura finalizzati al superamento di momenti di crisi.