La balbuzie infantile secondo le neuroscienze

La parola all’esperto

La balbuzie infantile secondo le neuroscienze

Intervista a Valentina Letorio, neuropsicologa presso il Vivavoce Research Center.

Che cos’è la neuropsicologia e perché si applica allo studio della balbuzie infantile?

La neuropsicologia è una branca della psicologia che studia i deficit cognitivi causati da disfunzioni o lesioni a livello di sistema nervoso centrale. Si può distinguere la neuropsicologica sperimentale orientata alla ricerca e la neuropsicologia clinica che si occupa sia della valutazione dei deficit, attraverso test per misurare le funzioni cognitive o questionari per la valutazione degli aspetti emotivi e comportamentali, sia della riabilitazione, attraverso esercizi e con l’utilizzo di software e piattaforme riabilitative.
Il mio ambito di studio è, però, più ampio rispetto alla neuropsicologia: si tratta, più precisamente, delle neuroscienze cognitive, un ambito multidisciplinare in cui si intrecciano psicologia, neurologia, chimica, biologia e scienze sociali. L’obiettivo è quello di comprendere il rapporto tra mente e cervello, simile al rapporto tra software e hardware, studiandone il funzionamento a livello macro e micro.

Cosa possono dirci le neuroscienze cognitive sulla balbuzie?

I nuovi strumenti di indagine di neuroimaging, come la PET, la fMRI e l’EEG, hanno dato un grande impulso alle neuroscienze perché consentono di “vedere” il funzionamento del cervello umano. Anche per quanto riguarda la balbuzie, tramite queste tecniche è possibile indagare i correlati anatomo-fisiologici della balbuzie, permettendo di evidenziare pattern di attivazioni o meccanismi metabolici che prima non conoscevamo. L’obiettivo è quello di giungere a una comprensione profonda delle cause della balbuzie, che permetta di sviluppare soluzioni efficaci.
Uno degli aspetti che è stato evidenziato è quello delle interazione tra le strutture linguistiche e quelle motorie.

Balbuzie infantile: che cosa sappiamo dello sviluppo del linguaggio nel bambino?

Il bambino passa 3 fasi di sviluppo linguistico:
– La prima fase, che va dalla nascita agli 8 mesi, inizia con i primi pianti e grida che sono riflesso fisiologico di bisogni. Si passa poi a suoni vocali più modulati e, dal 3° mese, al “babblig”, il vocalizzo vero e proprio attraverso il quale il bambino esprime i suoi stati, di disagio o di benessere. Segue intorno al 5 mese la lallazione, la ripetizione dello stesso suono, e intorno al sesto mese i primi balbettii intenzionali. In questa prima fase quindi si raggiunge un primo controllo intenzionale sulla produzione del suono.
– La seconda fase che va dall’8°/9° mese fino ai 18/24 mesi, durante i quali il bambino prosegue nell’esplorazione della produzione del suono ripetendo i suoni che sente (ecolalia), ma inizia a dare maggiore peso anche alla semantica, cioè al significato, prima con i morfemi intenzionali (ma-ma, pa-pa indicando i genitori), poi con le cosiddette “olofrasi”, singole parole che veicolano il significato di una frase.
Inizialmente il vocabolario del bambino è molto limitato, con una netta differenza tra vocaboli compresi e vocaboli utilizzati, ma tra i 19 e i 24 mesi assistiamo a una vera e propria “esplosione del vocabolario”.
– Nella terza fase il linguaggio si completa di strutture sintattiche, di regole grammaticali, gli enunciati si fanno sempre più complessi

La balbuzie infantile in età prescolare è quindi una fase dello sviluppo linguistico o un campanello di allarme di un disturbo cronico?

Ad oggi non sono ancora stati individuati dei fattori predittivi che ci permettano di sapere se gli episodi di balbuzie in età pre-scolare evolveranno in una balbuzie cronica.
Gli studi di neuroimaging – come MRI e fMRI – con bambini così piccoli sono molto difficili da realizzare perché richiederebbero ai bambini di rimanere immobili in uno spazio chiuso. Altre tecniche come la PET implicano l’utilizzo di sostanze di contrasto che non sarebbe etico utilizzare sui bambini senza una finalità clinica. Per questo i dati a nostra disposizione sono insufficienti per determinare i fattori predittivi.
In età prescolare, gli schemi motori della produzione del linguaggio del bambino si stanno ancora mettendo alla prova. Possiamo pensare alla balbuzie come a un giradischi che si inceppa, un errore nella produzione del suono, data da un movimento sbagliato. Un fenomeno comune perché i movimenti necessari alla produzione del suono non sono ancora stabili e certi. I balbettii, in molti casi non sono un disordine cronico, ma sono come le prove di un’orchestra che suona una partitura non definitiva: le “stonature” che si sentono non sono dovute alla cattiva esecuzione ma anche a una partitura che va ancora modificata e corretta. Più a lungo si protrae la balbuzie più aumentano le possibilità che si tratti, invece, di un disturbo cronico che necessita di rieducazione.

Cosa fare se un bambino di 3 o 4 anni balbetta?

Un counselling con i genitori è l’approccio più consigliato, perché agisce sul contesto prima che sul bambino. Non potendo ancora valutare se la balbuzie evolverà in disturbo cronico, la scelta migliore è quella di formare e sensibilizzare i genitori. È fondamentale che non si crei un clima di ansia e di allarmismo in famiglia. Si lavorerà allora sugli stili comunicativi, sulle aspettative genitoriali, su alcune semplici regole di condotta che possono evitare ricadute sulla sfera emotiva e comportamentale del bambino

Da quando è consigliabile intervenire con un trattamento riabilitativo?

Ogni bambino è diverso ed è quindi necessario valutare individualmente il livello di consapevolezza e di sviluppo linguistico acquisito, oltre che la presenza di problemi diversi nella sfera emotivo-comportamentale, che possono richiedere l’intervento di uno psicologo o di un neuropsichiatra.
Generalmente intorno ai 6-7 anni comincia ad emergere più chiaramente nel bambino (e non solo nei genitori) la consapevolezza del problema, della difficoltà nel parlare. Può essere questo il momento giusto per cominciare un percorso rieducativo che permetta al bambino di sviluppare un nuovo schema motorio.

 

Valentina Letorio neuropsicologa e ricercatrice presso Vivavoce Research Institute . Dopo aver conseguito la laurea in Psicologia Clinica, dello Sviluppo e Neuropsicologia presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca, ha svolto l’attività di neuropsicologa presso la Casa di Cura Privata del Policlinico S.p.A., Milano. Durante gli studi ha intrapreso attività di tirocinio e stage acquisendo competenze in ambito relazionale e psico-sociale; ha inoltre partecipato a molteplici convegni formativi riguardanti in particolare gli aspetti affettivi e relazionali in merito ai traumi in età evolutiva e adulta. È iscritta alla sezione A dell’Albo professionale dell’Ordine della Lombardia con il titolo di Psicologo.

 

Intervista a cura di Francesca Memini
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