Balbuzie: verso una definizione

Balbuzie: verso una definizione

Che cos’è la balbuzie? Sembra una domanda semplice, eppure non esiste una definizione concordemente accettata dalla comunità scientifica. Proviamo ad analizzarne alcune.

Definizioni descrittive: la definizione dell’OMS e quella di Wingate.

La definizione più diffusa e più comunemente utilizzata è quella del Manual of the International statistical classification of disease, injuries and cause of death, dell’ OMS (WHO):
«la balbuzie è un disordine nel ritmo della parola, nel quale il paziente sa con precisione ciò che vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non è in grado di dirlo a causa di arresti, ripetizioni e/o prolungamenti di un suono che hanno carattere di involontarietà» (WHO., 1977: trad. a cura di Zmarich, 1998).
Un’altra comune definizione è quella data da Wingate nel 1964, secondo cui la balbuzie è:
«a) un disordine nella fluenza di espressioni verbali, che è b) caratterizzato da ripetizioni o prolungamenti involontari, udibili o silenti nell’emissione di brevi elementi del parlato, vale a dire: suoni, sillabe e parole di una sillaba. Queste interruzioni c) occorrono frequentemente o sono ben definite d) e non sono facilmente controllabili dal soggetto. Talvolta le interruzioni sono accompagnate da (e) attività accessorie come gesti collegati al parlato, caratteristiche verbali, spostamenti ausiliari del corpo. Inoltre molto spesso vengono riferiti (f) stati emozionali che vanno da una generale condizione di “eccitamento” o “tensione” a più specifiche emozioni di natura negativa come paura, imbarazzo, irritazione, frustrazione, vergogna, o simili. (g) La manifestazione più visibile della balbuzie è rilevabile in qualche incoordinazione espressa nel meccanismo periferico relativo alla produzione verbale
I limiti di queste definizioni risiedono nel fatto che i fenomeni descritti di tanto in tanto si verificano anche nelle persone che non balbettano. Sulla base delle semplici descrizioni di questi fenomeni non è sempre possibile distinguere tra una persona che balbetta e una che non balbetta.
Gli studi più recenti hanno evidenziato che esistono differenze strutturali e funzionali a livello neurologico tra le persone che balbettano e le persone che non balbettano: con questo tipo di definizione non si dà spiegazione di queste evidenze.
Inoltre sono definizioni che utilizzano termini generici e differenze sottili possono sfuggire tra le maglie di queste parole. È il caso della “balbuzie latente” (covert stuttering): alcune persone che balbettano sono in grado di nascondere la propria balbuzie evitando alcune parole e sostituendole con altre.
Queste definizioni hanno anche un innegabile pregio: sono semplici e particolarmente adatte a scopi divulgativi.

Una definizione dall’interno

William H. Perkins ha definito la balbuzie come «La temporanea perdita di controllo, latente o manifesta, dell’abilità di procedere con fluenza nell’esecuzione di un enunciato verbale».
In questa definizione la balbuzie viene collegata alla “perdita di controllo”, qualcosa che può essere determinato esclusivamente da un punto di vista soggettivo, dal punto di vista di chi parla non di chi ascolta.
Anche questa definizione però fallisce nel determinare la differenza specifica tra balbuzie ed episodi di “perdita di controllo” che capitano comunemente a tutte le persone.
Il pregio di questa definizione è che non si limita a una descrizione di sintomi esterni, ma dà maggiore rilievo al vissuto della persona. Inoltre individua un nuovo fenomeno da indagare: che cos’è la perdita di controllo che sperimenta chi balbetta? Quali ne sono le cause?

Verso la definizione delle cause della balbuzie

Il dibattito sulla definizione di balbuzie resta ancora aperto, tanto che è stato detto (Culatta and Goldberg, 1995) che se 10 esperti di disturbi del linguaggio fossero riuniti in una stanza ne uscirebbero con almeno 11 definizioni diverse. La difficoltà di una definizione è in gran parte legata alla mancanza di accordo su quali siano le cause e i meccanismi sottesi al fenomeno della balbuzie.
La neurofisiologa Anne Smith nel 1999 ha utilizzato un paragone chiarificatore: studiare la balbuzie a partire dalla descrizione dei sintomi è come studiare l’attività di un vulcano a partire dalla forma o dal fumo. La Smith sottolinea come lo studio dei vulcani non abbia fatto progressi fino a quando non si è spostata l’attenzione sull’attività sismica che determina il comportamento dei vulcani.
Un simile spostamento di sguardo potrebbe essere generato dalle nuove tecnologie: gli strumenti di neuroimaging permettono di indagare la balbuzie non solo come comportamento ma anche nei suoi correlati neurologici.
La possibilità di osservare i meccanismi di attivazione e di funzionamento delle diverse aree cerebrali, uniti agli studi sul sequenziamento del DNA, potrebbero in futuro portarci a una definizione “eziologica” più precisa ed efficace.

A cura di Francesca Memini

Bibliografia

  • Smith A., “Stuttering: a unified approach to multifactorial , dynamic disorder”; in Stuttering Research and Practice: Bridging the Gap, Nan Bernstein Ratner, E. Charles Healey, Psychology Press, 01 feb 1999
  • Wingate M. E. “A standard definition of stuttering”, Jounal of Speech and Hearing Disorders, 1964 Nov., 29, 484-489)
  • Perkins William H. “The problem of definition” in Journal of Speech and Hearing Disorders, vol 48, 241-246,1983
  • World Health Organization. Manual of the international statistical classification of diseases, injuries, and causes of death. 1977, Geneva
  • Culatta, R., & Goldberg, S.A. (1995) Stuttering therapy: An integrated approach to theory and practice. Needham Heights, MA: Allyn & Bacon
  • Onslow M., Stuttering and its treatment: Eleven lectures 2016
  • Jackson E., Quesal R, Yaruss J. S. , What is stuttering: Revisited