Sulla balbuzie se ne sentono da sempre “di tutti i colori”. Le credenze e i luoghi comuni su questa difficoltà non sono diffusi soltanto tra chi ha la “fortuna” di non balbettare, bensì anche in ambito clinico. Ma è possibile dare una definizione più autentica ed esaustiva di questo fenomeno?

Come da un vecchio film, in origine di scarsa risoluzione e in bianco e nero, è possibile ottenere una “versione restaurata”, ricca di dettagli e colori, così dobbiamo restituire alla balbuzie tutte le sfumature che la caratterizzano.

La balbuzie in “bianco o nero”

Ognuno di noi ha – o meglio, pensa di avere – un’idea piuttosto chiara di cosa sia la balbuzie. A prima vista può sembrare un fenomeno facile da inquadrare. La televisione ci restituisce un’immagine molto netta ed evidente: in una o due battute le difficoltà nell’eloquio del personaggio balbuziente si palesano agli occhi – e alle orecchie – del pubblico. Pensiamo alle caricature nei cartoni animati come Pallino, il timido maialino dei Looney Tunes, o in famosi film italiani come Cateno, il fratello “disadattato” e maldestro di Leonardo Pieraccioni di Ti amo in tutte le lingue del mondo.

D’altro canto, quasi tutti abbiamo avuto esperienza diretta almeno una volta nella vita, di parlare con una persona “sicuramente” balbuziente: sarà stato facile riconoscerne la fatica , addirittura quasi immediato. Ripete suoni, sillabe o intere parole? Fa numerosi tentativi prima di riuscire a dire qualcosa? La voce si strozza in gola e fa degli enormi sforzi per farla uscire? Allora balbetta. Non servono radar, corsi avanzati o lauree per capirlo.

Chi non balbetta vede la balbuzie semplicemente come una difficoltà di comunicazione ben visibile, specificamente legata al linguaggio, che non permette a chi ne soffre di esprimere i pensieri che ha in testa.

Anche i manuali diagnostici (DSM e ICD) forniscono una definizione standard di balbuzie, basata sulla classificazione dei sintomi più frequenti all’interno di un set di criteri. Queste definizioni risultano aride perché non lasciano spazio alle peculiarità della persona e inoltre non avanzano ipotesi sulla causa del problema, non tracciando quindi linee guida di intervento.

In realtà la balbuzie è un fenomeno molto più complesso di così, che non può essere tradotto in termini assoluti: on-off, bianco o nero. Se ci soffermiamo a guardarla un po’ più da vicino noteremo molteplici sfaccettature ed interazioni tra più aree della persona.

La balbuzie “in bianco e nero”

Lo stereotipo del balbuziente può essere anche molto distante dalle effettive manifestazioni che il singolo presenta. In alcuni casi chi balbetta può non riconoscersi pienamente nelle classificazioni standard, pur sentendosi, a tutti gli effetti, balbuziente.

Diamo uno sguardo a quella gamma di sfumature che chi non balbetta fatica a discriminare:

  • Frequenza. La balbuzie non è sempre sistematica. Può manifestarsi esclusivamente in rare e specifiche situazioni e non verificarsi minimamente in tutte le altre.
  • Durata. La balbuzie non è sempre costante. Può rimanere totalmente “silente” per alcuni periodi (anche molto lunghi!) e poi riapparire improvvisamente con frequenza sporadica o più continuativa.
  • Severità. La balbuzie è di intensità variabile. Per alcune persone, o in particolari situazioni, le manifestazioni possono non compromettere in maniera significativa la fluenza dell’eloquio (almeno dalla prospettiva di chi ascolta) ma essere comunque chiaramente percepite da chi balbetta.
  • Tipologia. Oltre a ripetizioni, prolungamenti, interruzioni, blocchi e circonlocuzioni esistono manifestazioni più sottili della balbuzie come l’utilizzo di intercalari e interiezioni, il ricorso a frasi brevi o spezzettate e la presenza di alterazioni nella prosodia e nel ritmo del discorso (anche un aumento intenzionale della velocità di articolazione può rappresentare una strategia per superare un blocco!).
  • Comportamento. Accanto a queste manifestazioni ci possono essere anche alterazioni dal punto di vista quantitativo, che risultano ancora più sottili ed impalpabili perché spesso confuse con riservatezza, introversione o scarsa partecipazione alla comunicazione. Parliamo dei silenzi, delle rinunce a comunicare qualcosa per paura di far notare la propria balbuzie.

Da questa breve carrellata possiamo trarre già un’immagine un po’ più “a fuoco” della balbuzie: l’abbiamo arricchita di dettagli, di sfumature, mostrando come può manifestarsi e quindi come la possiamo riconoscere al di là dei classici stereotipi.

Ma è possibile ravvivare ancora di più l’immagine e restituire alla balbuzie tutti i suoi colori… Per coglierne tutte le sfaccettature e riconoscere la sua complessità, dobbiamo analizzarla a vari livelli, dal microscopico al macroscopico.

Mettere a fuoco la balbuzie

Microscopicamente, vista da vicino, la balbuzie è la risposta soggettiva di ogni persona a qualcosa che non si vede: un blocco. Il blocco può essere soggettivamente percepito a livello addominale, toracico o diaframmatico. La reazione di chi balbetta di fronte a questo blocco dipende dal carattere, dal temperamento, dalla sensibilità e dalla motricità che lo caratterizzano. La  risposta può poi essere visibile o non visibile. Quando la risposta diventa visibile, dall’esterno chi ascolta può percepire il suono che si strozza, può vedere la faccia che si contrae in spasmi. Ma la balbuzie non è solo quello che si vede. Non è solo l’atto di balbettare; non è solo quello che succede mentre uno balbetta. Ridurre la balbuzie al tentennamento (che può essere più o meno presente, intenso, duraturo in un determinato momento e in una determinata situazione) vorrebbe dire ancora una volta semplificare la questione.

La balbuzie è anche prima che uno balbetta, quando sa che sta per balbettare. La balbuzie, infatti, non compromette solo l’esposizione, la forma con cui viene espresso il messaggio, ma in molte occasioni ne condiziona anche il contenuto. Chi balbetta ha ben chiaro cosa vuole dire, ma la sua difficoltà nel passaggio dal pensiero alla parola può influenzarne anche il contenuto. Quando il blocco della parola diventa insuperabile, chi balbetta è soggetto ad un sovraccarico cognitivo perché continua a riformulare il proprio pensiero.

Appare chiaro come situazioni di agitazione, nervosismo o ansia possano influenzare in modo negativo la balbuzie. Proprio per questo motivo, ansia e balbuzie vengono spesso messe sullo stesso piano, ma l’ansia non è la causa della balbuzie. Quello che accade è che in condizioni di ansia, la balbuzie può essere esacerbata, perché situazioni molto cariche emotivamente richiedono grandi risorse di controllo per chi soprattutto è già ampiamente impegnato a monitorare faticosamente il suo eloquio.

La balbuzie è anche dopo che uno ha balbettato: il senso di sfiducia, di frustrazione, di fatica psicologica, di affaticamento anche fisico.

Macroscopicamente, vista da lontano, la balbuzie è un mondo a colori. E’ un mondo che c’è ma spesso non si vede. Come un iceberg, di cui solo una piccola parte è visibile al di sopra del livello del mare, mentre la maggior parte rimane al di sotto, nascosta.

E’ un mondo dentro il balbuziente, che per lui diventa un peso da portarsi dietro. Un mondo fatto di emozioni ed esperienze negative, di derisione e di vergogna, di rinunce e frustrazione. E’ un mondo intorno al balbuziente, che influenza anche la scuola e che ha un impatto su compagni e insegnanti, che esercita la sua influenza anche in famiglia, toccando anche i genitori.

La balbuzie a colori

Per conoscere, e di conseguenza rieducare, in modo efficace e mirato questa difficoltà occorre adottare un approccio multidisciplinare, con uno sguardo a 360 gradi sull’individuo nella sua interezza che prenda in esame tutti gli aspetti condizionati dalla balbuzie:

  • Linguistici: formulazione del messaggio
  • Motori: coordinazione di movimenti fono-articolatori e respiratori
  • Cognitivi: pensieri, autopercezioni e consapevolezza
  • Affettivi: sentimenti, emozioni e atteggiamenti
  • Comportamentali: condotte di evitamento

Ciononostante, la maggior parte degli interventi in ambito clinico si focalizzano solo su un aspetto, per esempio quello linguistico o quello psicologico. Se si considera la balbuzie semplicemente come un disturbo del linguaggio e si identifica il problema a livello di meccanica del suono, allora l’approccio logopedico standard mira a ricostruire il modo di parlare. Spesso si tratta di interventi che vanno a modificare il normale modo di parlare di chi balbetta, alterando articolazione e prosodia a discapito della naturalezza dell’eloquio.

Alternativamente, anche la psicologia viene chiamata in causa. Se le radici della balbuzie vengono ricercate in un “nodo emotivo da sciogliere”, allora la colpa viene attribuita ad un trauma infantile o a comportamenti sbagliati della famiglia e di conseguenza l’intervento andrà a scandagliare i vissuti emotivi della persona per raggiungere un migliore equilibrio emotivo o stati di maggiore distensione a livello psico-fisico.

In realtà, questi approcci oltre a fornire una visione parziale e frammentaria della balbuzie si fermano all’analisi di alcuni dei suoi effetti, confondendoli con le cause.

Rieducare la balbuzie non significa lavorare esclusivamente sull’equilibrio psico-emotivo o sulla voce, ma in prima battuta sul controllo motorio. Lavorare sul controllo motorio significa riprendere possesso di ogni singolo movimento: dalle parti fono-articolatorie più fini, come labbra, lingua e mandibola, alla motricità della persona in generale. Una volta acquisita questa capacità di controllo motorio occorre testarla, sperimentarne l’efficacia in situazioni stressanti, quelle a cui classicamente chi balbetta sfugge. L’ultimo passo è consolidare questa capacità nella propria quotidianità, fino a farla diventare un’abitudine, qualcosa di automatico e naturale.

Superare la balbuzie quindi è possibile, ma data la complessità del fenomeno occorre prima conoscerla a fondo in tutte le sfaccettature, discriminarne ogni singola “sfumatura”, per poter poi intraprendere un percorso rieducativo mirato che tenga insieme tutti gli aspetti che caratterizzano il mondo a colori della balbuzie.

Foto: Flick, Andrea

Valentina Letorio

Valentina Letorio

Neuropsicologa

Laureata in Psicologia Clinica, dello Sviluppo e Neuropsicologia presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca, ex disfluente e parte del team Vivavoce Institute. Nel 2014, ha frequentato il corso Vivavoce provandone in prima persona l’efficacia e collabora oggi con il Direttore Scientifico del Vivavoce Research Institute per il progetto di validazione scientifica del metodo Muscarà.