La balbuzie è una fatica a cui si attribuiscono diverse spiegazioni: si associa a un trauma infantile, è uno stato psico-emotivo alterato, deriva da reazioni a comportamenti sbagliati in famiglia. Ecco perché in fase di valutazione e di trattamento si va solitamente ad esplorare le esperienze ed i vissuti infantili, lo stile di attaccamento dei genitori e le dinamiche familiari alla ricerca del “nodo emotivo” da sciogliere.

Ma realmente, cosa è la balbuzie? È la risposta soggettiva di ogni persona a qualcosa che il mondo esterno non vede: un blocco. E questo blocco può essere maggiormente percepito a livello addominale, toracico, diaframmatico… Il modo con cui ogni persona balbuziente risponde al blocco è figlio del carattere, del temperamento, della sensibilità e della motricità che la caratterizzano.

Superare la balbuzie è possibile. Occorre però un percorso rieducativo che agisca sulla persona nella sua interezza, con un approccio multidisciplinare. Lavorare esclusivamente sull’equilibrio psico-emotivo o sulla voce non è sufficiente: in prima battuta occorre agire sul controllo motorio. Lavorare sul controllo motorio significa riprendere possesso di ogni singolo movimento: dalle parti fono-articolatorie più fini, come labbra lingua e mandibola alla motricità in generale. E una volta acquisita questa capacità di controllo motorio occorre testarla, sperimentarne l’efficacia in situazioni stressanti, quelle a cui classicamente ogni balbuziente sfugge. Fino all’ultimo passo, che consiste nel consolidare questa capacità nella propria quotidianità, fino a farla diventare un’abitudine: un automatismo.

Per comprendere questo cammino in salita, per viverlo tra impegno e difficoltà, abbiamo chiesto alla mamma di Filippo, 10 anni, di condividere con noi alcune emozioni. «Filippo ha cominciato a balbettare quando era molto piccolo. Non è stato difficile accorgersene – racconta la mamma – Ha iniziato a fare fatica a parlare, a noi sembrava proprio un problema a livello motorio, fisico. Per lui era molto faticoso iniziare la frase».

Cosa ha provato quando le hanno detto che suo figlio era balbuziente? Ci racconta la vostra prima reazione?

Un episodio, avvenuto qualche giorno prima di iniziare a balbettare, ci aveva fatto pensare a uno shock. Avevamo dovuto tenerlo fermo per fare il suo primo taglio di capelli. La mia prima reazione, da mamma, è stato un forte senso di colpa (soprattutto per me, mio marito è più razionale). Mi sono chiesta cosa potevamo aver fatto di sbagliato per scatenare una simile reazione.

Filippo alternava periodi faticosi a periodi tranquilli. E io spesso associavo dei miei comportamenti o alcune situazioni difficili ai suoi peggioramenti (ad esempio, periodi intensi al lavoro che mi tenevano molto impegnata e, in qualche modo, lontana da lui).

La neuropsichiatra che abbiamo consultato durante la scuola dell’infanzia ci ha un po’ tranquillizzati, confermando che non c’erano problemi a livello cognitivo. Per la balbuzie, ci ha consigliato di aspettare, perché è un fenomeno comune tra i bambini e spesso scompare.

Come ha affrontato questa fatica con suo figlio, con gli insegnanti?

La balbuzie di Filippo è iniziata prima della scuola materna. Non c’è stato poi un particolare peggioramento. È stata la sua maestra, in prima elementare, a convocarci e segnalarci non solo la sua fatica nella parola, ma anche le sue difficoltà relazionali, con i compagni. Filippo faceva fatica ad aprirsi, tendeva ad auto-isolarsi e, a volte, si mostrava quasi “aggressivo”, per difesa. Noi gli chiedevamo spesso se si sentiva bene. Ci preoccupavamo di capire se venisse preso in giro, in classe. Ci ha sempre risposto che i compagni erano gentili e lo accoglievano. Qualche volta era capitato che gli chiedessero «Perché balbetti?», ma più per curiosità che per deriderlo. E Filippo rispondeva semplicemente «Non lo so».

Abbiamo sempre condiviso con gli insegnanti tutto il suo percorso, trovando una grande apertura e disponibilità, e sostenuto lui a fare altrettanto, a parlarne. Anche adesso, quando devo compilargli la giustifica per frequentare il training (incontro periodico all’interno del percorso di trattamento della balbuzie presso Vivavoce Institute, ndr) non vorrebbe lo scrivessi. Allora gli spiego che è giusto che anche la maestra conosca il percorso che sta facendo.

C’è qualcosa che non rifarebbe o cambierebbe tornando indietro?

Non gli direi più “Parla più lentamente”. Da quando è molto piccolo si sente dire «Parla piano!» Ma lui non aveva gli strumenti per farlo. Adesso, dopo il percorso in Vivavoce, gli dico «Filippo fai l’attivazione (termine gergale che indica specifici movimenti, utilizzato tra i formatori e gli allievi Vivavoce Institute, ndr)!». Non lo abbiamo mai dispensato dal fare o dal dire. Certo, in famiglia ha sempre avuto uno spazio “privilegiato” nelle conversazioni. Spesso gli veniva concesso più tempo rispetto agli altri due fratelli: «Aspetta, che adesso parla Filippo».  Ma era un modo per lasciargli il suo tempo di esprimersi. Questa fatica non ha in alcun modo influito sul rapporto con i fratelli.

Quale suggerimento si sente di dare ad altri genitori che devono iniziare un percorso per gestire la balbuzie del proprio figlio?

Condividere l’esperienza con chi è balbuziente o lo è stato, per noi genitori, è stato fondamentale. L’esperienza vissuta e condivisa aiuta i genitori, è un vero supporto. Io stessa, cercando sul web delle soluzioni per Filippo, mi sono imbattuta proprio nella storia di un rapper ex balbuziente (Camillo Zottola, ndr).

E ciò che più mi ha colpito della proposta di Vivavoce Institute è l’idea dell’accompagnamento durante un percorso duraturo. Il confronto diretto con chi ha vissuto in prima persona questa fatica mi ha aiutato molto: quando ho sentito Giovanni Muscarà che diceva «Mia madre non c’entra niente con la mia balbuzie», mi sono tranquillizzata.

Il percorso di rieducazione è un lavoro per tutti: anche i genitori devono essere coinvolti, soprattutto se i bambini sono molto piccoli.

 

Foto Flickr, Maria Grazia Montagnari

Redazione Vivavoce

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