Durante una presentazione al National Council on Stuttering, Woody Starkweather, professore ed esperto di disturbi del linguaggio della Temple University di Filadelfia, affermò che una persona che balbetta può fare qualsiasi lavoro anche se – aggiunse ironicamente –  forse non sarebbe un’ottima idea quella di fare il controllore di volo. Dal pubblico, una donna alzò la mano e dichiarò di essere una persona che balbetta e un controllore di volo.

Un episodio che fa sorridere, ma anche riflettere: una persona che balbetta può davvero svolgere qualsiasi lavoro? Quanto conta la percezione delle proprie competenze? Qual è percezione che le persone che non balbettano, inclusi esimi ricercatori ed esperti, possono avere a riguardo della balbuzie?

Il punto di vista delle persone che balbettano

Da un’indagine del 2004 (Klein & Blood, 2004), che ha coinvolto oltre 230 persone che balbettano, è risultato che oltre il 70% riteneva di aver perso un’occasione di impiego o di promozione a causa della balbuzie. Oltre il 33% riteneva che la balbuzie interferisse con la propria performance lavorativa, il 20% dichiarava di aver effettivamente rinunciato a un lavoro o a una promozione proprio a causa di questo difficoltà.
E ancora, circa l’80% riteneva che a parità di titoli una persona che non balbetta ha più possibilità di essere assunta di una che balbetta. Il 40% dichiarava che se non balbettasse, farebbe un altro lavoro.

Questi risultati non indicano quali sono le effettive competenze professionali delle persone che balbettano, ma danno un’indicazione precisa di come questi si percepiscono: stigmatizzati, meno efficienti, meno idonei a una posizione di spicco. Sentono che la balbuzie sia una forte limitazione per la loro carriera. Percepiscono uno stigma sociale e spesso lo interiorizzano al punto da condizionare le proprie scelte.

Il role entrapment: ingabbiati in un ruolo

Role entrapment  è quel fenomeno secondo cui uno specifico gruppo di persone, una minoranza che ha una disabilità, è indicato, dalla maggioranza, come inadatto a determinate professioni, in base a uno stereotipo (Smart, 2001).

Qual è lo stereotipo che riguarda le persone che balbettano?
Secondo la letteratura scientifica, il balbuziente è ritenuto prudente, nervoso, timido, sensibile, titubante, introverso e insicuro (Davis, Howell, & Cooke, 2002; Kalinowski, Lerman, & Watt, 1987; Woods & Williams, 1976): si tratta di generalizzazioni estreme, stereotipi, appunto.

All’interno di questo pregiudizio, indirizzare le persone che balbettano verso specifiche professioni può essere perfino considerato un gesto caritatevole, da parte dei normofluenti: per evitare alla persona che balbetta di trovarsi in situazioni spiacevoli, a dover fronteggiare situazioni ritenute troppo difficili per le sue competenze comunicative. E questo è proprio quello che succede spesso sul posto di lavoro: mansioni che coinvolgono l’eloquio che sono tipicamente richieste nella loro posizione, non vengono richieste (Rice & Kroll, 2006).

Ma si tratta di un atteggiamento che sottende un forte pregiudizio e che non considera le differenze individuali, le inclinazioni e le competenze che caratterizzano ciascuna persona che balbetta, a prescindere dalla sua difficoltà e anche all’interno della “categoria” delle persone che balbettano.

Un altro studio del 2004 (Gabel, Blood et al., 2004) ha indagato la presenza di stereotipi professionali (role entrapment) sulla balbuzie tra 385 studenti universitari, normofluenti: su 43 professioni, 20 sono state giudicate inadeguate per una persona che balbetta, guarda caso professioni che richiedono alte competenze comunicative e di presenza in pubblico, come le professioni legali o sanitarie.

Gli stereotipi sulla balbuzie tra i datori di lavoro

Gli studi classici sull’atteggiamento dei datori di lavoro nei confronti delle persone che balbettano confermano  la percezione delle persone che balbettano: in una situazione di confronto tra due persone ugualmente qualificate, solo il 9% dei datori di lavoro assumerebbe quella che balbetta. Il 50% dichiara di sentirsi in qualche modo o moderatamente a disagio nei confronti della persona che balbetta (Hurst and Cooper, 1983).

Uno studio successivo (Craig and Calver, 1991) ha valutato l’atteggiamento dei datori di lavoro verso due gruppi di impiegati balbuzienti, all’interno della loro azienda. Dei due gruppi, solo il primo era composto da persone che avevano seguito un percorso di rieducazione alla fluenza.
Quelli che avevano migliorato la fluenza con il trattamento risultarono valutati in maniera più positiva. Non solo, un questionario successivo completato dalle 62 persone che avevano partecipato al corso di rieducazione, ha confermato questo diverso atteggiamento: 18 di questi segnalarono che dopo il trattamento la loro situazione lavorativa era migliorata e addirittura 19 di aver ricevuto una promozione.

Entrambi questi studi delineano un quadro in cui il pregiudizio sulla balbuzie in ambiente lavorativo sembra molto forte, purtroppo non esistono studi significativi più recenti.
La cultura però sta cambiando: sempre più sono noti i nomi di professionisti di successo che balbettano, scienziati, attori, politici, giornalisti e scrittori…la lista è davvero lunga.
Il fatto di conoscere direttamente qualcuno che balbetta sembra essere uno dei fattori che riduce lo stereotipo e il giudizio negativo sia in senso generale (Klassen, 2001)  sia rispetto alla carriera professionale (Schlaghec, Gabel, Hughes, 2009): la maggiore esposizione pubblica di figure di successo che balbettano potrebbe contribuire a un cambiamento positivo.

L’impatto dello stigma

Meglio non intraprendere la carriera di avvocato o di medico (o il controllore di volo) se si balbetta? Si potrebbe finire per pensarla così. Chi balbetta potrebbe abbassare le aspettative, sentirsi incapace di mantenere gli alti standard richiesti dalla società, evitare di mettersi in gioco e accettare una carriera che non coincide con la sua vocazione. E magari anche una retribuzione inferiore. Lo stigma viene interiorizzato dalla persona che balbetta, condizionandone le scelte e la percezione di sé.

Ma non è certo il caso della coraggiosa controllore di volo di cui vi abbiamo parlato all’inizio, che ha saputo realizzare le sue aspirazioni e a cui è stata data la possibilità di farlo.

Trascorriamo la maggior parte del nostro tempo sul posto di lavoro. Il lavoro ci fornisce un senso, sicurezza economica e un ruolo sociale: è innegabile che un lavoro soddisfacente sia una componente del concetto, spesso labile e indefinito, di qualità della vita.

Per garantire la possibilità di una piena realizzazione professionale a chi balbetta, e quindi una migliore qualità di vita, è necessario contrastare i pregiudizi e le discriminazioni sociali ancora troppo diffuse Ma allo stesso tempo, è necessario evitare che gli stereotipi vengano interiorizzati e vissuti come limiti da parte delle persone che balbettano.

Le interazioni tra società e individuo sono complesse, tanto che potremmo affermare che per un trattamento efficace della balbuzie, secondo un paradigma  bio-psico-sociale, sia necessaria anche una “cura” della società in cui la persona che balbetta è inserita.

In conclusione, se balbettate, ma desiderate diventare controllori di volo, mettetevi alla prova. Non è detto che ci riusciate, ma devono essere i fatti, non i pregiudizi a dare un’indicazione dei nostri limiti e delle nostre reali competenze.

A cura di Francesca Memini
Foto: Unsplash

 

Redazione Vivavoce

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