«In Italia non si lavora sulle emozioni». Così rifletteva Diego Mortalò, maestro della scuola primaria del Collegio San Carlo di Milano, intervistato, insieme ad altri 4 insegnanti, in merito allo stato di salute dell’approccio alla balbuzie nella scuola italiana. Un appunto profondo, non trascurabile, e provocante al punto da dedicarci un altro articolo.

Perché le emozioni sono parte costituente della persona, sono la fibra vibrante, sono il materiale umano da maneggiare con cura per ottenere il risultato. Il dizionario dice che emozione significa: Impressione, sensazione forte, turbamento, agitazione. Intensa esperienza psichica, piacevole o spiacevole accompagnata da reazioni fisiche e comportamentali che creano commozione o turbamento. Mentre Wikipedia parla di: Avventura rischiosa ed eccitante. Mettendo insieme la carta profumata del dizionario e la tecnologia si riesce a dare un senso a questa parola, anche attraverso le emozioni scritte e descritte dagli allievi del Vivavoce Institute prima di iniziare il loro percorso di rieducazione alla balbuzie.

Emozioni che racchiudono parte di un vissuto, quello di chi balbetta, poco sconosciuto e, spesso, minimizzato. Ma chi, davvero, si è mai chiesto cosa significa balbettare?

Balbettare mi fa sentire…

«Diverso, escluso, ridicolo, inutile, vuoto, incompleto, osservato negativamente, a disagio, in difetto». Così rispondono i 40 allievi di Vivavoce Institute. Sono tristi, timidi, impauriti, bloccati, imbarazzati, nervosi, stanchi: «Mi sento piccolo davanti alle situazioni». Si ritrovano a rinunciare ad affrontare gli avvenimenti della vita a causa della vergogna o per la paura di essere derisi. Balbettare rende incompleti senza poter essere se stessi pienamente: «Non posso utilizzare tutte le mie potenzialità». Non poter avere la certezza di una socialità libera dove la comunicazione permette di esprimere il mondo interiore, crea nelle persone fortissima ansia, imbarazzo o vergogna. «Mi fa sentire molto male perché ho in mente tante cose da dire ma non ho la capacità di dirle». Un senso profondo di inadeguatezza e frustrazione dove in un attimo si ha l’impressione di essere in ridicolo e nel posto sbagliato: «Mi fa sentire debole e insicuro, vorrei finalmente riuscire a fare un discorso senza aver bisogno di cambiare alcune parole con altre per riuscire a non balbettare».  «Fisicamente mi affatica, psicologicamente è indescrivibile». Alla fine parlare è molto doloroso: «Mi fa sentire non all’altezza degli altri che parlano tranquillamente, sto molto male alla fine di una prestazione verbale». Leggere queste emozioni fa tremare il cuore: «Balbettare è come se facessi perdere tempo alla persona che ho di fronte». Nessuno, e in nessun contesto, dovrebbe sentirsi così: pur incespicando, pur sobbalzando, oppure in silenzio, siamo meraviglia creata, un bene prezioso da maneggiare con cura, ecco cosa dovrebbe essere la vita di quello che abbiamo di fronte, vicino di banco, gomito a gomito sul lavoro.

La balbuzie, però, fa compiere rinunce a volte pesanti come macigni che rendono davvero faticosa la vita.

Una cosa a cui ho rinunciato a causa della balbuzie é…

La parola, quella parola. E non solo. Balbettare significa rinunciare alla vita sociale, ad amici, fidanzati, alle passioni, come la musica o lo sport, alla carriera, sia scolastica, con l’abbandono, sia professionale, perché rende incapaci di mettersi in mostra e valorizzarsi. E ancora, balbettare vuol dire rinunciare a parlare, ad esporre le proprie idee, a fare politica o a fare l’influencer, a mettere le propria intelligenza in azione, come se si fosse nati muti, avvolti nel silenzio.

Per non soffrire è meglio tacere e ingoiare il timore di una sconfitta: «Ho rinunciato ad allargare le mie esperienze nel campo sociale, a creare interazioni in ogni campo». Qualcuno ha scritto: «Non ho rinunciato a niente» ma la motivazione in sé è la rinuncia più grande: «Non ho mai rinunciato a nulla di importante; ho sempre cercato di convivere e superare il problema. A scuola rinunciavo a fare domande riuscendo a cavarmela se qualcun altro chiedeva la stessa cosa» oppure: «Non ho rinunciato a nulla in particolare anche perché fin da bambino ho avuto difficoltà, quindi a prescindere non mi sono fatto illusioni».

Balbettare è anche questo: un iceberg, secondo una famosa metafora, di cui solo una piccola parte è visibile al di sopra del livello del mare, mentre la maggior parte rimane al di sotto. Per superare questa fatica, non basta agire sulle emozioni, occorre un lavoro sulla persona a 360 gradi. Ma intanto, conoscerla e capire quanta fatica comporti nella vita quotidiana, aiuta ad accorciare le distanze con chi la vive, a non percepirla semplicemente come un disturbo, un problema di pochi.

Allora ritorna alla memoria la frase del maestro Mortalò: «Bisogna lavorare sulle emozioni»: esatto, occorre insegnare fin dalle scuole primarie che siamo esseri unici e irripetibili, che le fatiche ci sono, ma possono diventare un’occasione, per tutti. E che il rispetto e l’ascolto sono gli strumenti migliori per incontrare l’altro, evitando così che la sua fatica o le sue emozioni rappresentino un ostacolo. Vivere liberamente le emozioni è davvero la più grande delle avventure, rischiosa ma davvero eccitante. Ha ragione anche wikipedia!

 Foto: Skuawk, Robert de Bock

Redazione Vivavoce

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